Euston Manifesto. A Londra presentato il manifesto della sinistra che vuole riformare la sinistraNews del 31-05-2006
Varcare il portico della Union Chapel a Islington, Londra, è già una cosa di sinistra: chi non si sente parte della comunità che legge il Guardian o l’Independent esegue John Snow su Channel 4 ogni sera alle sette non sa che cosa sia questa bella e lugubre costruzione neogotica tardovittoriana.
È un luogo di culto (protestante) sconsacrato, capolavoro di James Cubitt, aperto ai fedeli evangelici nel 1877, ma oggi è forse il posto più iconografico della sinistra londinese.
Qui, giovedì scorso, si sono riunite 250 persone per l’inaugurazione dello Euston
Manifesto, il progetto della sinistra che vuole riformare se stessa e che ha raccolto firmatari in tutto il mondo.
La festa dello Euston Manifesto è stata un rito molto di sinistra, dalle esortazioni ai “comrades”, compagni, alla colletta popolare – tre secchi di plastica rossa per raccogliere i fondi – al solito “heckler” che urlava imprecazioni verso il palco. Il “dress code” la diceva lunga sulle idee e l’impostazione politica degli intervenuti, ma bastava sentire soltanto poche frasi dei discorsi – brevi, incisivi e poco retorici, cronometrati, nessuno dei cinque relatori ha sfiorato i quindici minuti – per capire che questa riunione di “democratici e progressisti” aveva ben poco in comune con l’autocompiacimento della solita sinistra, quella “pacifista” e “multiculturale” che domina la scena politica.
A gestire la serata con autorevolezza – imparata da decenni di attivismo di sinistra – è stato Nick Cohen, editorialista dell’Observer e dell’Evening Standard e socialista robusto nel suo disprezzo per il neoliberalismo. Ma Cohen e i suoi “comrades” – gli accademici Norman Geras (autore principale del testo e mitico blogger), Allan Johnson, Shalom Lappin e Eve Gerrard – stanno lanciando una sfida alla deriva della sinistra ormai egemonica: sostenere e rilanciare i valori della Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’Onu del 1945, di universalità, uguaglianza e libertà, se necessario con l’intervento armato, contro le dittature che opprimono i propri cittadini, senza sconti.
Tutto senza mai attaccare George W. Bush o Tony Blair o farneticare sulla “guerra per il petrolio” o sul “diritto della resistenza irachena”. Molte sono state le denunce dei “fascisti” e dei “dittatori”, ma nessuno di quelli elencati abitava, come sostiene molta sinistra, alla Casa Bianca o a Downing Street o alla Knesset.
Nessuno ormai in Inghilterra osa dire tanto, pena l’accusa di razzismo o islamofobia. Fatta eccezione per il solitario disturbatore – che gridava a “Norm” Geras di non essere abbastanza di sinistra – nessuno ha fatto obiezioni, cosa incredibile in questa megapoli ormai schiava della dottrina del relativismo culturale.
Non tutti i firmatari erano convinti delle ragioni dell’intervento degli alleati in Iraq, ma come Blair (che non è stato mai nominato per tutta la serata) sono solidali col popolo iracheno per ricostruire la società civile, senza cedere al terrorismo.
Ci sono ancora molti punti da definire, ma secondo una tradizione della sinistra inglese, i sostenitori dello Euston Manifesto si definiscono una “broad church”, una chiesa dalle ampie vedute, tenute insieme dal desiderio di tracciare una divisione tra “la sinistra che rimane fedele ai suoi valori più autentici e quella attuale che si è mostrata troppo flessibile su questi principi”.




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