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  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Il Santo Padre sui crimini del nazionalsocialismo e dell'odio antisemita delirante

    da www.avvenire.it

    "MEMORIA E GIUDIZIO


    Il delirio nazista


    Il Papa: voleva eliminare Dio per prendere il suo posto«Tutti i cristiani si sentano impegnati nella testimonianza evangelica, per evitare che l’umanità conosca orrori come Auschwitz» «Di fronte a quell’orrore non c’è altra risposta che la croce di Cristo: l’Amore sceso fino in fondo all’abisso del male»

    Benedetto Xvi

    Pubblichiamo il testo integrale della catechesi tenuta ieri mattina in piazza San Pietro da Benedetto XVI nel corso dell'udienza generale del mercoledì.

    Cari fratelli e sorelle,
    desidero quest'oggi ripercorrere, insieme con voi, le tappe del viaggio apostolico che ho potuto compiere nei giorni scorsi in Polonia. Ringrazio l'Episcopato polacco, in particolare gli arcivescovi metropoliti di Varsavia e di Cracovia, per lo zelo e la cura con cui hanno preparato questa visita. Rinnovo l'espressione della mia riconoscenza al Presidente della Repubblica e alle diverse autorità del Paese, come pure a tutti coloro che hanno cooperato alla riuscita di questo evento. Soprattutto voglio dire un grande «grazie» ai cattolici e all'intero popolo polacco, che ho sentito stringersi a me in un abbraccio ricco di calore umano e spirituale. E molti di voi lo hanno visto in televisione. Esso era una vera espressione della cattolicità, dell'amore alla Chiesa, che si esprime nell'amore per il Successore di Pietro.

    Dopo l'arrivo all'aeroporto di Varsavia, è stata la Cattedrale di questa importante metropoli il luogo del mio primo appuntamento riservato ai sacerdoti nel giorno stesso in cui ricorreva il 50° di ordinazione presbiterale del cardinale Józef Glemp, pastore di quella arcidiocesi. Così il mio pellegrinaggio è iniziato nel segno del sacerdozio ed è poi proseguito con una testimonianza di sollecitudine ecumenica, resa nella chiesa luterana della Santissima Trinità. Nell'occasione, unito con i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali che vivono in Polonia, ho ribadito il fermo proposito di considerare l'impegno per la ricostituzione della piena e visibile unità tra i cristiani una vera priorità del mio ministero. Vi è stata poi la solenne Eucaristia in Piazza Pilsudski, gremita di gente, nel centro di Varsavia. Questo luogo, dove abbiamo celebrato solennemente e con gioia l'Eucaristia, ha acquistato ormai un valore simbolico, avendo ospitato eventi storici come le Sante Messe celebrate da Giovanni Paolo II e quella per i funerali del cardinale primate Stefan Wyszynski, nonché alcune affollatissime celebrazioni di suffragio nei giorni dopo la morte del mio venerato Predecessore.

    Nel programma non poteva mancare la visita ai santuari che hanno segnato la vita del sacerdote e vescovo Karol Wojtyla; soprattutto tre: quelli di Czestochowa, di Kalwaria Zebrzydowska e della Divina Misericordia. Non potrò dimenticare la sosta nel celebre santuario mariano di Jasna Góra. Su quel Chiaro Monte, cuore della Nazione polacca, come in un ideale cenacolo, numerosissimi fedeli e specialmente religiosi, religiose, seminaristi e rappresentanti dei movimenti ecclesiali si sono raccolti attorno al Successore di Pietro per mettersi, insieme con me, in ascolto di Maria. Traendo spunto dalla stupenda meditazione mariana che Giovanni Paolo II ha donato alla Chiesa nell'enciclica Redemptoris Mater, ho voluto riproporre la fede come atteggiamento fondamentale dello spirito - che non è una cosa solo intellettuale o sentimentale -, la fede vera coinvolge l'intera persona: pensieri, affetti, intenzioni, relazioni, corporeità, attività, lavoro quotidiano. Alla Vergine Addolorata, visitando poi il meraviglioso santuario di Kalwaria Zebrzydowska poco distante da Cracovia, ho chiesto di sostenere la fede della comunità ecclesiale nei momenti di difficoltà e di prova; la successiva tappa nel santuario della Divina Misericordia, a Lagiewniki, mi ha dato modo di sottolineare che solo la Divina Misericordia illumina il mistero dell'uomo. Nel convento vicino a questo santuario, contemplando le piaghe luminose di Cristo risorto, suor Faustina Kowalska ricevette un messaggio di fiducia per l'umanità, il messaggio della Misericordia Divina, di cui Giovanni Paolo II si è fatto eco ed interprete, e che è r ealmente un messaggio centrale proprio per il nostro tempo: la Misericordia come forza di Dio, come limite divino contro il male del mondo.

    Altri simbolici "santuari" ho voluto visitare: mi riferisco a Wadowice, località diventata famosa perché là Karol Wojtyla è nato ed è stato battezzato. Visitarla mi ha offerto l'opportunità di ringraziare il Signore per il dono di questo infaticabile servitore del Vangelo. Le radici della sua fede robusta, della sua umanità così sensibile e aperta, del suo amore per la bellezza e la verità, della sua devozione alla Madonna, del suo amore per la Chiesa e soprattutto della sua vocazione alla santità sono in questa cittadina dove egli ha ricevuto la prima educazione e formazione. Altro luogo caro a Giovanni Paolo II è la Cattedrale di Wawel, a Cracovia, luogo simbolo per la Nazione polacca: nella cripta di quella Cattedrale Karol Wojtyla celebrò la sua Prima Messa. Un'altra bellissima esperienza è stata l'incontro con i giovani, che ha avuto luogo a Cracovia, nel grande Parco di Blonie. Ai giovani venuti in grande numero ho consegnato simbolicamente la «Fiamma della misericordia», perché siano nel mondo araldi dell'Amore e della Misericordia divina. Con loro ho meditato sulla parola evangelica della casa costruita sulla roccia (cfr Mt 7,24-27), letta anche oggi, all'inizio di questa udienza. Sulla Parola di Dio mi sono soffermato a riflettere anche domenica mattina, solennità dell'Ascensione, nel corso della celebrazione conclusiva della mia visita. È stato un incontro liturgico animato da una straordinaria partecipazione di fedeli, nello stesso Parco in cui la sera prima si era svolto l'appuntamento con i giovani. Ho colto l'occasione per rinnovare in mezzo al popolo polacco l'annuncio stupendo della verità cristiana sull'uomo, creato e redento in Cristo; quella verità che tante volte Giovanni Paolo II ha proclamato con vigore per spronare tutti ad essere forti nel la fede, nella speranza e nell'amore. Rimanete saldi nella fede! È questa la consegna che ho lasciato ai figli dell'amata Polonia, incoraggiandoli a perseverare nella fedeltà a Cristo e alla Chiesa, perché non manchi all'Europa e al mondo l'apporto della loro testimonianza evangelica. Tutti i cristiani devono sentirsi impegnati a rendere questa testimonianza, per evitare che l'umanità del terzo millennio possa conoscere ancora orrori simili a quelli tragicamente evocati dal campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

    Proprio in quel luogo tristemente noto in tutto il mondo ho voluto sostare prima di far ritorno a Roma. Nel campo di Auschwitz-Birkenau, come in altri simili campi, Hitler fece sterminare oltre sei milioni di ebrei. Ad Auschwitz-Birkenau morirono anche circa 150.000 polacchi e decine di migliaia di uomini e donne di altre nazionalità. Di fronte all'orrore di Auschwitz non c'è altra risposta che la Croce di Cristo: l'Amore sceso fino in fondo all'abisso del male, per salvare l'uomo alla radice, dove la sua libertà può ribellarsi a Dio. Non dimentichi l'odierna umanità Auschwitz e le altre «fabbriche di morte» nelle quali il regime nazista ha tentato di eliminare Dio per prendere il suo posto! Non ceda alla tentazione dell'odio razziale, che è all'origine delle peggiori forme di antisemitismo! Tornino gli uomini a riconoscere che Dio è Padre di tutti e tutti ci chiama in Cristo a costruire insieme un mondo di giustizia, di verità e di pace! Questo vogliamo chiedere al Signore per intercessione di Maria che quest'oggi, concludendo il mese di maggio, contempliamo solerte e amorevole nel visitare la sua anziana parente Elisabetta .
    "

    Shalom

  2. #2
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    Benedetto XVI da un punto di vista strategico, ha fatto benissimo a dire quello che ha detto e a fare quelllo che ha fatto.
    Poi, è ovvio che i sionisti, i giudaizzanti, o i militanti giudaici, ne approfitteranno per piegare le sue parole in senso politico (filo-sionista) e ad una te(le)ologia giudaica. Come pure i militanti laicisti di sinistra e gli atei tutti ne approfitteranno per deviare la teologia catttolica verso il motivo dello scagionamento del male (scambiando il discorso della carità e della pazienza verso tutti, per uno scagionamento di chi rifiutò e uccise Gesù Cristo), e sostanzialmente per un ribaltamento di tutti i valori teologici (la vera vittima è Giuda; chi si oppose alla Chiesa Cattolica va santificato; ecc.). E' logico che da queste parti si cerchi di sfruttare queste parole e capitalizzare il momento, perché è qui che apparentemente sembra possibile fare incetta di bottino ideologico.
    Ma questo - credo - è lontano dalle intenzioni di Benedetto XVI, e -spero - si rivelerà una mossa che spiazzi (dribblandoli) chi intende buttare fuori la religione dalla vita civile.

  3. #3
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    Santo? Ha fatto più miracoli Tremaglia di lui.

  4. #4
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    Scherzate con i fanti e lasciate stare i Santi.............
    Quanto al resto, il Santo Padre ha detto quello che ha detto, e quello che ha detto è chiarissimo e non abbisogna di essere piegato ad alcunchè da parte di nessuno. E' così limpido che solo menti torbide possono sospettarne usi diversi da quelli pastorali e di prevenzione della reiterazione delle mostruosità antisemite e antigiudaiche.

    Shalom

  5. #5
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    Blondet commenta la visita di Ratzinger ad Auschwitz.

    Maurizio Blondet
    30/05/2006

    Ad Auschwitz Benedetto XVI saluta le poche pecorelle ancora rimaste in vita, «miracolosamente» sopravissute.In Cina esiste da millenni una religione civile pubblica che nemmeno Mao è riuscito ad abolire: il confucianesimo.
    Si può essere buddhisti, taoisti e cristiani - o anche semplicemente atei - ma bisogna assolutamente compiere gli atti rituali del «culto degli antenati».
    Oggi il culto continua nei soli riti privati, ma v'erano riti pubblici e grandiosi, eseguiti dall'imperatore e dai funzionari di ogni grado, e un'etica obbligatoria per tutti - ma anche volentieri seguita - che comprende, per esempio, il rispetto dei vecchi, l'assistenza ai genitori, il culto della famiglia intesa come continuità mistica nella vita e nella morte.
    I culti confuciani supponevano la presenza di tutti gli antenati, anche gli sconosciuti e dimenticati, come viventi nei discendenti.
    I gesuiti di padre Ricci capirono bene che questo culto non era una religione ma una morale civile, e una pedagogia.
    Tolta la tonaca, vestirono gli abiti spettanti al loro rango di intellettuali - la veste lucente di seta dei mandarini - e compirono quei riti.
    Il Vaticano, troppo estraneo al contesto culturale cinese, sospettò l'idolatria e impose il divieto.
    Fu la crisi della penetrazione missionaria cinese: dei portatori di una religione che però non compivano i riti sociali cinesi, restavano radicalmente «stranieri» e non assimilabili.
    Oggi il Vaticano ha capito che, se non vuole essere spazzato via del tutto dalla scena del mondo, deve bruciare grani d'incenso alla religione civile universale.



    Non sfuggirà infatti che il laico Occidente ha il suo «confucianesimo».
    L'Occidente è laico in quanto esige da tutte le altre fedi che si limitino alle sfera privata, non giudichino la società, e compiano il meno possibile di atti esterni; e rigetta l'Islam proprio perché esso resiste a questa riduzione alla coscienza intima e individuale.
    Però esige che la sua vera religione venga onorata da tutti in culti aperti e «pubblici».
    Di fronte ad essa, non è consentita l'apostasia, e nemmeno il semplice agnosticismo, che invece è raccomandato come atteggiamento laico verso tutte le altre.
    E' consentito, anzi applaudito, sostenere pubblicamente che Gesù non è mai esistito, esercitare una critica distruttiva sui Vangeli, proclamare che le cose e le vicende della prima Chiesa non sono andate come essi raccontano; ma nessun dubbio è consentito nella nuova religione.
    Essa è protetta dalla per legge da ogni «critica delle fonti», e per legge penale: non c'è segno più chiaro della natura pubblica della fede civile di questo suo essere protetta dallo Stato contro ogni dubbioso o renitente.
    Chiunque provi, sulla base di ricerche storiche, a dire che le cose non sono andate proprio come vuole la fede universale, è «revisionista», e quindi espulso dalla comunità.
    Ritualmente, ma anche concretamente incarcerato.
    Il settimanale Spiegel ha appena intervistato l'iraniano Ahmadinejad.



    Costui ha ripetuto in sostanza che, «se» l'olocausto c'è stato veramente, è in ogni caso una colpa degli occidentali, che gli orientali non hanno commesso; e non si vede perché il Medio Oriente debba sopportare la conseguenza storica di questa colpa non sua, ossia lo Stato d'Israele armatissimo, minaccioso e oppressivo verso tutti i suoi vicini.
    Come previsto, quest'argomento non è stato ritenuto accettabile.
    Verso le altre religioni, specie l'Islam, è incoraggiata la derisione blasfema; ma verso la sola unica vera, non è consentito nemmeno l'agnosticismo.
    La semplice professione di estraneità, un semplice «se», bastano a decretare l'accusa di «negazionismo», ossia della suprema eresia, che comporta l'esclusione dal genere umano e la perdita di ogni diritto, anche a quello alla propria difesa legale e militare.
    Le altre religioni hanno smesso di bruciare apostati ed eresiarchi; solo la nuova religione prescrive ancora per gli eretici il rogo, non escluso quello nucleare.
    Per tutti questi motivi, Benedetto XVI ha fatto benissimo a compiere l'atto di culto richiesto dal nuovo confucianesimo globale.
    I cattolici progressisti e conciliari, che spregiano la liturgia come un vecchiume superfluo, dovrebbero ricavare qualche riflessione dai resoconti giornalistici della prima visita del nuovo Papa ad Auschwitz: giornali e TV hanno spiato puntigliosamente fino a che punto Benedetto si conformava alla liturgia della religione totale, e hanno sottolineato i punti in cui è parso discostarsene.



    Hanno preso nota di quante volte, anziché la parola «olocausto», ha osato il termine «shoah», più liturgico perché tratto dalla lingua sacra, e la cui pronuncia è segno esterno di una più intima adesione alla fede occidentale universale.
    Hanno sottolineato compunti che il Papa è entrato ad Auschwitz con le mani giunte e così ha compiuto tutto il liturgico percorso, la via crucis ebraica, «in preghiera fin dal primo istante del suo ingresso» (La Repubblica).
    E come non abbia aperto bocca «se non al termine del canto di lutto del Kaddish», canto altamente liturgico.
    Hanno notato con compiacimento la frase papale: «Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? E' in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte».
    Questa frase è stata vista come adesione dovuta alla neo-teologia globale, secondo cui «Dio ad Auschwitz non c'era» perché non è intervenuto a salvare il suo popolo non solo eletto, ma innocente da ogni colpa; da cui discende che da quel momento, tale popolo si autorizza a prendersi da sé ciò che Dio gli aveva promesso e che non ha mantenuto, a cominciare dalla Terra Santa; e a difendersi da sé con 2-300 bombe atomiche.
    Per un cristiano, ciò è ovviamente assurdo.



    Non solo dove c'è la sofferenza di uomini, là appunto è Cristo crocifisso; ma ad Auschwitz Cristo diede prova della sua presenza, incarnato in padre Kolbe, che diede la vita «per gli amici», mostrando così che l'amore è più grande.
    E infatti, Benedetto XVI ha visitato anche la cella di padre Kolbe.
    Un piccolo strappo alla liturgia, che viene tollerato perché dopotutto Kolbe ha salvato con la sua vita quella incomparabile di ebrei.
    Quel che conta, per il neo-confucianesimo occidentale, è che gli atti del culto pubblico vengano compiuti da ogni religione e da ogni capo religioso.
    Atti esterni: sono i segni che contano.
    Segni di sottomissione.
    Papa Benedetto è stato molto attento.
    Come padre Ricci in Cina, ha pronunciato le parole richieste al momento liturgicamente prescritto, per poter poi concedersi qualche verità.
    Ha detto che gli ebrei ad Auschwitz sono stati suppliziati come «pecore da macello», espressione che riconosce agli ebrei la loro innocenza radicale anzi sacrale, che li rende immuni da ogni giudizio sui loro atti successivi, anche malvagi.



    Il Papa ha confermato che i nazionalsocialisti «con l'annientamento di questo popolo volevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che restano validi in eterno».
    Non era quello il momento di sottilizzare che Gesù negò quello che gli ebrei gli ripetevano, «nostro padre è Abramo», e anzì asserì che «vostro padre è il diavolo».
    Nella liturgia del neo-confucianesimo non c'è spazio per parole in libertà ed espressioni private come ce n'è in abbondanza nella liturgia cattolica post-conciliare.
    Come prescritto, si doveva assolutamente stabilire che uccidere ebrei equivale ad «uccidere Dio», magari ritraendosi dall'enunciare il corollario evidente, che dunque gli ebrei e Dio sono una cosa sola.
    In compenso, il Papa ha potuto insinuare parole cristiane.
    La memoria dei milioni di morti non vuole, ha detto, «provocare in noi l'odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l'opera dell'odio».
    Il ricordo delle vittime, ha continuato, vuole «portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male».
    Questo è infatti cristiano.
    Anche se, prudentemente, è stato opportuno farlo citando non Cristo, ma Sofocle.



    Il Papa ha parlato dei «sentimenti che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all'orrore che la circonda: 'sono qui non per odiare insieme ma per insieme amare'».
    Un bellisssimo colpo: non occorre essere cristiani per capire che non si deve continuare ad odiare, che l'intera umanità, anche i nemici, sono chiamati ad amare insieme.
    Che a questo deve tendere un culto della memoria.
    Notevole, e degno della riflessione dei catto-progressisti, è il tono con cui giornali e TV hanno riportato l'evento cultuale.
    Resoconti tutti rigorosamente uguali.
    Stesse sottolineature compunte dei medesimi momenti del rito, stessa commossa unzione, stesse parole.
    Evidentemente consci, i giornalisti, che non stavano facendo cronaca ma essi stessi partecipavano alla liturgia.
    Come i fedeli della Messa di un tempo rispondevano con parole prescritte, anch'essi hanno recitato i responsorii consacrati dalla neo-tradizione.
    Non hanno raccontato, ma suonato sull'organo i motivi sacrali, senza alcuna variazione («ne varietur», era scritto sugli spartiti dell'antico gregoriano).
    Non più osservatori, ma popolo di fedeli partecipanti al rito centrale della sola religione a cui loro e tutti noi, Papi e imam, siamo obbligati ad aderire.



    E infatti la cronaca-liturgia è stata accompagnata da liturgiche rievocazioni della shoah, dai vecchi storici filmati; tutti volti a riconfermare la fede nella «unicità» dell'evento e della sofferenza eletta.
    Alla quale è vietato congiungere, ed anche lontanamente paragonare, i milioni di morti nelle tragedie del secolo breve.
    Benedetto tuttavia ha ricordato anche i polacchi, i russi (20 milioni di morti nella seconda guerra mondiale) e i «rom» vittime della stessa mano.
    Ciò è consentito, purchè non si facciano paragoni fra queste stragi e l'unica shoah.
    Se mai, La Repubblica si è permessa di notare ciò che mancava nell'elenco del Papa: «nessuna traccia degli omosessuali deportati nel lager».
    Ma i tempi non sono ancora maturi per una liturgia pubblica e obbligatoria di quest'altro, subordinato «agnello sofferente» della modernità.
    Però sul cuore del rito, per sapere fino a che punto il Papa aveva rispettato i canoni, i giornalisti non hanno osato esprimere giudizi proprii.
    Si sono rivolti - tutti nessuno escluso - ad esponenti della comunità ebraica; com'è giusto, essendo questa l'oggetto del culto, nonché la fondatrice della fede civile globale, e dunque la sola autorità giudicante della congruità degli ufficii.
    Così, i cronisti hanno riportato che dalla comunità era venuto «qualche appunto».



    Per esempio, si è notato, il Papa non ha ripetuto una pubblica condanna dell'antisemitismo «attuale».
    La cosa non deve stupire: anche la Chiesa cattolica conosce la distinzione fra peccato «originale» e peccato «attuale».
    Come infatti ogni discendente di Adamo porta le conseguenze del peccato «originale» anche se non compie peccati «attuali» personali (e nel cristianesimo ne va lavato col battesimo), così nella nuova religione totale tutti i non-ebrei (anche i lontanissimi persiani) sono colpevoli in quanto discendenti di Hitler; ed essendo la loro natura indebolita dal peccato originale, sono inclini a commettere quell'antico peccato anche oggi.
    Per esempio, se obiettano alle 200-300 atomiche di Israele, e all'oppressione che fanno soffrire ai palestinesi, i non-ebrei si macchiano di «antisemitismo».
    Per questo l'anti-sionismo è smascherato costantemente come una maschera dell'antisemitismo.
    E se un palestinese hizbullah spara e uccide un ebreo, non compie un omicidio, ma un sacrilegio, perché ripete la colpa originaria.
    Perciò tutti, anche il Papa, devono costantemente «mettere in guardia» dall'antisemitismo, dal negazionismo e dal revisionismo.
    A questo si congiunge il secondo «appunto».
    Infatti Benedetto, ha rilevato il capo della comunità ebreo-polacca Kadlcik, non ha ricordato «tutte le altre sofferenze patite dagli ebrei prima e dopo l'olocausto».



    Kadlcik ha rilevato che al contrario, Giovanni Paolo II ha sempre ripetuto: «Le sofferenze degli ebrei non sono cominciate nel '41 e non sono finite nel '45».
    Questo è un punto teologico della più evidente importanza per la nuova religione: non deve ridursi, come il confucianesimo, ad un culto degli antenati.
    Chi vuole essere ammesso ai benefici sociali del rito pubblico, non basta dunque che celebri l'olocausto.
    Deve proclamare il concorso della sua colpa in ciò che gli ebrei hanno sofferto «prima e dopo».
    Che non significa solo riconoscere che quella degli ebrei è una sofferenza metafisica, non paragonabile ad alcun'altra; si deve anche capire, anzi far propria intimamente l'idea che gli ebrei stanno soffrendo anche oggi per colpa nostra attuale; e per questo si armano, spingono gli USA a incenerire l'Iraq e l'Iran, e calpestano i palestinesi.
    Israele è infatti minacciata «nella sua stessa esistenza» (recita la neo-liturgia) in modo permanente - ne segue che, per cercare di vivere tranquilla, e alleviare almeno un poco la propria sofferenza, deve per forza destabilizzare attorno a sé una vastissima popolazione umana, spargendo morte e uranio impoverito, distruggendo colture e civiltà inferiori nel raggio di migliaia di chilometri.
    Perché «Dio ad Auschwitz non c'era» e diciamolo pure, non c'è nemmeno altrove.
    Dunque spetta ad Israele farsi Dio.
    E se per questo devono far soffrire altri, non importa: le sofferenze altrui valgono infinitamente meno di quella eterna e sacra degli eletti.



    Furio Colombo, autorizzato dalla sua triplice veste di giornalista, ebreo e vittima, non ha avuto bisogno di raccogliere le lagnanze degli eletti.
    Le ha espresse lui stesso con la dovuta crudezza su L'Unità, sotto il titolo «Un papa revisionista».
    Il Papa è revisionista perché ha provato a dire che anche i tedeschi sono stati vittime ingannate da una dittatura criminale.
    «Ha parlato da tedesco», e non da vero adepto della fede pubblica.
    «Ha nominato Stalin fra i mali del mondo, mai Hitler».
    «Non ha ricordato la Rosa Bianca».
    Ha fatto una lista delle «altre vittime» che non è piaciuta, perché ha dato l'impressione di confondere tra quelle il popolo eletto.
    Eccetera, eccetera.
    L'accusa peggiore, per le conseguenze che comporta, è la prima.
    Infatti il rabbino Di Segni ha sottolineato la frase sul popolo tedesco, «come fosse egli stesso vittima e non, invece, parte dei persecutori».
    Altri hanno ricordato che i tedeschi furono «i volonterosi carnefici di Hitler», ed è una risposta adeguata nel quadro della liturgia, di fronte al maldestro revisionismo pontificale.
    In questo revisionismo, c'è il seme di un giudizio «laico» in quanto storico, che non può essere ammesso nella religione pubblica: come c'è una sola vittima collettiva e innocente, ci dev'essere un colpevole collettivo e metafisico, eterno, fissato dal rito una volta per tutte.



    In ogni caso, forse Benedetto ha evitato il peggio, evitando di menzionare la sofferenza attuale inflitta ai palestinesi, la fame, il soffocamento, la mancanza di cure.
    Quella sofferenza è laica e banale; fa parte della cronaca, non della storia sacra.
    Queste lagnanze tuttavia ci dicono qualcosa di inquietante.
    Una religione pubblica sconta e ammette l'inevitabilità di una qualche ipocrisia, di solito le basta il compimento degli atti esterni di latria, la cerimonia.
    Qui, gli oggetti del culto pretendono dal Papa l'adesione intima della coscienza al sacro racconto, al sacrificio fondante dell'ebraismo supremo; senza riguardo per la fede di cui il Papa è capo, il cui racconto sacro, il cui sacrificio fondante, ai loro occhi non merita rispetto e non vale nulla.
    Nessuno ha rivendicato il diritto del Papa al suo proprio racconto, perché questo deve restare intimo e privato - come un sogno o un delirio - e non pretendere lo status di religio riconosciuta.
    Questo ci dice chiaramente che il culto dell'olocausto non è solo la religione civile dell'epoca; è la sola religione rimasta.
    Non si contenta di cerimonie, esige riti sacramentali.



    E inoltre, questa religione civile non è così innocua (o benefica) come il confucianesimo.
    Essa ha conseguenze politiche su tutta l'umanità, nel nostro oggi.
    E conseguenze gravi, in termini di guerre ed oppressioni.
    A questo punto, rifiutarsi di bruciare il grano d'incenso al nuovo Cesare-Dio non sarà uno stretto dovere, per dei cristiani?
    Qualche giovane prete, angosciato, mi ha scritto in questo senso.
    Ma non ne accusiamo Benedetto: dopo il Concilio, siamo tutti ormai abituati a dare poca importanza agli atti rituali, abbiamo perso il senso del loro valore sacramentale.
    Per questo è facile aderire alla religione civile totalitaria.
    Senza la piena consapevolezza di ciò che questo significa.
    Per tornare cristiani, bisogna percorrere una lunga strada a ritroso.
    Per adesso, siamo confuciani.

    Maurizio Blondet






    ------------------------

    dal sito: http://www.effedieffe.com/interventi...etro=religione

  6. #6
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    Ah già Blondet, il ballista bufalaro con l'ossessione degli ebrei, nei panni di un improbabile saggio cinese che parla, come sempre di cose che non sa, che non capisce, quasi come fosse un comunista. Ma neppure in quel senso è cinese, al massimo.......può dirsi mongolo, e non in senso etnico.


    Shalom

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi
    Ah già Blondet, il ballista bufalaro con l'ossessione degli ebrei, nei panni di un improbabile saggio cinese che parla, come sempre di cose che non sa, che non capisce, quasi come fosse un comunista. Ma neppure in quel senso è cinese, al massimo.......può dirsi mongolo, e non in senso etnico.


    Shalom
    scommetto che non sei neanche arrivato a leggere le prime dieci righe....eppure critichi...tipico comportamento di chi vive nei pregiudizi!
    Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui.

 

 

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