Non bastassero i nomadi balcanici...!
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Raffaele
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Sono 150, in un camping vicino al fiume.
Si ubriacano e menano le mani
Un arresto. "Ma oggi ce ne andiamo, a Venezia"
Nomadi irlandesi a Cremona, botte e danni
Si sono accampati con roulotte e superauto
Locali devastati, agenti picchati
La polizia: con loro non riusciamo a parlare
Alcuni di loro perquisiti dopo l'arrivo
la Repubblica, 5. Giugno 2005, pag. 24
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UNA CITTÀ n. 89 / Ottobre 2000
I TRAVELLERS
Una popolazione di nomadi irlandesi, di tradizione molto antica, che hanno problemi simili ai nostri rom. Quello della casa, innanzitutto, che sia adatta alle loro esigenze di mobilità, e poi il lavoro, sempre più difficile da trovare per loro che sono dediti da sempre all’artigianato. Intervista a Caroline Coleman.
Caroline Coleman del Novas Ouvertures Group, lavora, a Belfast nell’ambito dell’organizzazione Lee Hestia con i Travellers, nomadi irlandesi. Novas Ouvertures è un consorzio di circa cinquanta associazioni dell’Irlanda e della Gran Bretagna, partner di un progetto transnazionale pilota “I centri interculturali come strategia per combattere la discriminazione”, volto a fornire indicazioni alla Commissione Europea in vista della prossima attuazione del programma di azione contro tutte le forme di discriminazione previste all’art. 13 del Trattato di Amsterdam. Partner italiano di questo progetto è il Centro Interculturale Zonarelli del quartiere San Donato di Bologna e la Ong Cospe di Firenze e Bologna.
In cosa consiste il lavoro dell’organizzazione?
Il nome dell’organizzazione è Lee Hestia, una parola greca che significa “rifugio e lavoro”. Io lavoro con i Travellers a Belfast e la maggior parte dell’impegno è dedicato ai senza tetto, anche se io mi occupo in particolare dei Travellers che si sono stabiliti in due campi nomadi di Belfast e in altri due collocati nell’area rurale del Nord Irlanda. Allo stato attuale il progetto in cui siamo coinvolti si chiama “Group Housing Scheme”. Perché i Travellers, che tradizionalmente hanno sempre vissuto, viaggiato e lavorato assieme in un gruppo sul modello della famiglia estesa, desiderano ora continuare a vivere con la loro famiglia allargata. Così ora stiamo costruendo un gruppo di case per un preciso gruppo di Travellers, affinché possano vivere porta a porta con gli altri membri della “famiglia”.
Si tratta di una soluzione specifica per i Travellers, approvata da loro, che sono stati consultati ad ogni fase del progetto, pratica che mai prima d’ora era stata seguita.
I Travellers irlandesi sono un gruppo nomade molto particolare. Può parlarci delle loro origini?
Nella storia irlandese i Travellers vengono raramente menzionati, e comunque il primo riferimento risale al 1621. Del resto i Travellers hanno sempre tramandato la propria storia solo oralmente, non c’è alcun documento scritto, per cui nessuno sa esattamente da dove vengano. Ci sono due scuole di pensiero sulle loro origini. Una ritiene che i Travellers siano un gruppo nomade celtico. L’altra scuola crede che i Travellers irlandesi siano il prodotto di un processo di invasione e della Grande Carestia del 1845-1848.
Durante l’invasione degli inglesi infatti la popolazione irlandese è stata costretta a lasciare le proprie terre, i campi, le fattorie che sono state così occupate dagli inglesi.
Come risultato, gli irlandesi si sono trovati sulla strada, costretti a dar via tutto e spostarsi di città in città, trovando rifugio in accampamenti di tende.
E’ infatti ormai certo che si tratta di un gruppo indigeno dell’Irlanda, non sono né zingari, né Travellers scozzesi, pur avendo storie simili. Si tratta di irlandesi indigeni.
Come vivevano in Irlanda?
Fino a prima della seconda guerra mondiale, i Travellers avevano un ruolo importante tra gli irlandesi. Durante la guerra, sebbene l’Irlanda non sia stata direttamente coinvolta, la popolazione si è impoverita ed è diventato sempre più difficile mantenersi per le famiglie numerose, abbastanza diffuse in Irlanda. Così la popolazione rurale ha cominciato a spostarsi nelle città e nei centri urbani.
Questo ha condizionato anche i Travellers che avevano un ruolo importante nell’economia locale; nelle piccole aree rurali venivano impegnati nei lavori stagionali, nella lavorazione dello stagno, nella fabbricazione di piatti, tazze e di tutti gli utensili da cucina necessari alle famiglie; viaggiavano di città in città ogni giorno, offrendosi come spazzacamini, o vendendo i loro prodotti porta a porta. Nelle zone di campagna la gente che non si recava mai in città, senza i Travellers, avrebbe quindi sofferto la mancanza di tutti questi servizi.
Dopo il 1950 tuttavia, con l’introduzione della plastica, di macchine agricole più moderne, di una rete stradale funzionale, l’economia dei Travellers si è lentamente ridotta: la gente non aveva più bisogno dello stagno, essendoci ora la plastica; non aveva bisogno di lavoratori stagionali perché aveva acquistato dei nuovi macchinari. Così progressivamente anche i Travellers si sono spostati nelle grandi città per cercare essi stessi un lavoro per mantenere le loro famiglie.
Tuttavia, l’impatto con l’ambiente urbano è stato molto duro: negli ultimi quarant’anni i Travellers sono stati oggetto di pregiudizi e abusi razziali, di discriminazione e ostilità da parte dei non-Travellers.
Quali sono stati i provvedimenti adottati dal governo per i Travellers dopo il 1950?
Negli ultimi cinquant’anni possiamo dire che la politica del governo è stata quella di assimilarli alla popolazione locale. C’è stata anche una sorta di criminalizzazione dei Travellers in quanto tali. Sono un gruppo nomade per cui i primi tentativi sono stati tutti volti a sradicarli dal loro stile di vita, con lo smantellamento dei loro campi, con alte multe contro chi parcheggia lungo la strada, emettendo delle leggi che penalizzassero i loro accampamenti di fortuna, spesso senza acqua, servizi igienici… Il risultato è stato che oggi i Travellers vivono nei sobborghi delle aree urbane in condizioni terribili.
La politica di assimilazione comunque era stata decisa deliberatamente, perché venivano visti come portatori di un’influenza maligna nella società. In un giornale degli anni Cinquanta venivano citati politici che definivano i Travellers “disgustosi”, aggiungendo che “questa gente non dovrebbe vivere così”, che “dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere, come politici, per liberarci di loro”. Un consigliere di Belfast arrivò a dire che bisognava metterli in un inceneritore. Un altro di Fermanagh assicurò che se fossero tornati nel paese gli avrebbe sparato. Questa citazione è recente e quindi emblematica dell’atteggiamento razzista che ancora caratterizza alcuni membri del governo locale.
Se si guarda alla storia delle agenzie di sostegno per i Travellers all’inizio degli anni Cinquanta, risulta evidente che l’idea comune era di farli vivere in case normali e di assimilarli. Abbiamo così avuto Itinerant Settlement Committees (Comitati itineranti per la sedentarizzazione, ndr), diffusi in tutto il paese, perlopiù appoggiati da parrocchie e gruppi religiosi. Il logo era una casa con un sentiero che arrivava fino alla porta e l’intero processo di assimilazione era finalizzato proprio a farli vivere in case. Ma i Travellers non volevano vivere in una casa.
Ma oggi i Travellers come vivono, dove alloggiano? Possono ancora essere nomadi?
Allo stato attuale esistono delle opzioni possibili rispetto all’alloggio. Una sono gli accampamenti lungo la strada (Road Side Camp): i Travellers parcheggiano il loro caravan sul lato di una strada e lo lasciano là. In questo caso possono però essere multati dal servizio d’igiene pubblica o in base al codice della strada. Inoltre, devono affrontare l’opposizione dei locali e la possibilità di essere cacciati e di pagare penalità è alta.
In questo caso poi vivono senza acqua, senza servizi sanitari, luoghi di raccolta dei rifiuti, coi bambini che spesso non frequentano la scuola, perché costretti a spostarsi continuamente dato che i genitori o non lavorano o fanno lavori saltuari.
Percorrendo la strada tra Belfast e Dublino -distanza di 90 miglia- può capitarti di incontrare ben dieci diversi gruppi di Travellers accampati lungo la strada, con i genitori, i figli e casomai i figli dei figli, per cui puoi avere da sei a otto caravan a lato di una strada. E vivere così è molto pericoloso, anche per il traffico: molti Travellers sono stati falciati aprendo le porte dei loro caravan. Fino a cinquant’anni fa il traffico era molto minore per cui la soluzione del parcheggio lungo la strada era più sicura.
In Irlanda esiste poi l’alternativa dei “Council Sites”, di cosa si tratta?
Si tratta di aree messe a disposizione dei Travellers dalle autorità locali. In questi luoghi tuttavia i Travellers non possono svolgere alcuna attività economica: non possono raccogliere e conservare materiale metallico accantonato, non possono allestire attività commerciali, insomma non possono lavorare. L’affitto delle aree poi è piuttosto alto. Nelle zone rurali può essere di 20 pound alla settimana, a Belfast addirittura di 80, per usufruire di condizioni anche peggiori. In questi campi nomadi infine la famiglia non può ingrandirsi.
Bisogna considerare che i Travellers da sempre vivono nell’ambito della famiglia allargata; non c’è mai un solo nucleo familiare isolato. Qui invece se i figli si sposano non c’è abbastanza spazio per vivere tutti assieme e se si libera uno spazio vicino a una famiglia non c’è modo di chiedere di avere i propri figli vicino. Decide il Comune, senza consultare le famiglie già residenti.
Questa pratica crea tutta una serie di tensioni e attriti perché le famiglie dei Travellers sono molto legate e “chiuse”, per cui è difficile convivere con altre famiglie di Travellers in spazi così limitati. E appena si crea qualche problema subito intervengono giornali, tv, telegiornali, trasmissioni radio, in base all’assunto che tanto loro non sono in grado di gestire la situazione per proprio conto. Così alla fine uno dei due contendenti è costretto ad andarsene e tornare a vivere parcheggiato lungo la strada, senza servizi igienici, senza acqua…
E’ da anni che diciamo che i Travellers devono essere consultati ad ogni fase, che devono essere coinvolti nella gestione di queste aree, che devono avere l’opportunità di far sentire la propria voce. Abbiamo infatti verificato che quando i Travellers possono autogestirsi, tutto funziona, loro sono felici e noi abbiamo sempre avuto buoni rapporti di lavoro con loro. Purtroppo le istituzioni locali sembrano non essere interessati ad avere i Travellers nella gestione; non sono interessati a capire le loro necessità.
La terza opzione è l’Housing Executive accomodation…
La maggioranza della popolazione del Nord Irlanda vive in alloggi pubblici, dove l’affitto è molto più basso di quello richiesto dai privati. Ma, di nuovo, se un Traveller occupa questi alloggi non può svolgere alcuna attività economica. I Travellers erano abituati a sopravvivere vendendo rottami, vecchie automobili, manufatti. Invece se un Travellers va a vivere in un’abitazione non può più farlo, perché non può lavorare fuori, come avrebbe fatto con la famiglia davanti al caravan. Allo stesso tempo in casa non c’è spazio per immagazzinare e lavorare i materiali. E poi anche questi affitti per loro sono cari.
Un’ulteriore difficoltà che i Travellers devono affrontare vivendo in abitazioni “normali” è che in questo ambiente non riescono a mantenere le proprie tradizioni e i propri valori; uno dei principali, come sappiamo, è infatti la famiglia allargata. Infatti le amministrazioni locali hanno negato ai Travellers di vivere porta a porta coi propri familiari, adducendo come ragione il rischio che nascano situazioni in cui ci sono solo Traveller. E’ la politica dell’assimilazione, che vuole che i Travellers vivano con i non-Traveller, così da costringerli a vivere come persone “normali”, cioè come noi.
Fin dall’inizio i Travellers hanno opposto resistenza al loro trasferimento in case “normali” proprio per i motivi già menzionati. Quando entri in un’abitazione cominci a perdere tutta quella rete di relazioni che caratterizza lo stile di vita dei Traveller, e questa è un cambiamento molto stressante e traumatico per loro. Se infatti un Travellers si sposa, gli altri Travellers arrivano da tutta Irlanda per partecipare alla cerimonia; è anche un modo per incontrare altri Traveller; se per esempio un ragazzo o una ragazza sono in età da matrimonio, ossia hanno compiuto 16 anni, i genitori sanno che il matrimonio è un’occasione per far loro incontrare un possibile partner. Così, quando i Travellers vengono costretti ad andare a vivere in una casa, in genere ci rimangono l’inverno, ma poi appena arriva la primavera e il clima è più mite, lasciano la casa e si rimettono di nuovo in viaggio per il paese.
Un altro problema è l’ostilità dei locali che non vogliono i Travellers nella propria zona. Succede anche che i residenti distruggano le abitazioni se sanno che devono trasferirvisi dei Traveller. E poi anche a scuola i figli dei Travellers non vengono adeguatamente seguiti, spesso vengono fatti sedere in qualche angolo. Il risultato è che molti di questi bambini lasciano la scuola molto presto.
Insomma i Travellers costretti a vivere in una casa si trovano in uno stato di profondo disagio, anche perché fuori dalla comunità si sentono perduti, perché i loro valori, la loro cultura, le loro tradizioni non vengono accettate dalla nuova comunità. Gran parte del nostro lavoro è dedicato proprio ai Travellers costretti a vivere in case loro malgrado.
Il progetto della vostra organizzazione è teso a combattere le discriminazioni e ad affrontare i problemi che i Travellers incontrano nella ricerca di un luogo dove vivere. Può raccontarci come funziona?
Si tratta di un programma che ha come obiettivo la costruzione di gruppi di case dove i Travellers possano vivere assieme. Noi abbiamo lavorato per un anno con 48 famiglie, che oggi sono accampate in quattro diversi campi –due a Belfast, uno a Omagh (70 km a ovest di Belfast) e uno a Magherafelt (35 km a nord-ovest di Belfast).
La prima generazione vive in una casa; subito accanto il figlio maggiore; il secondo e il terzo con le relative famiglie abitano in un complesso che comprende un edificio comune, un luogo di lavoro e una stalla per i cavalli, perché i Travellers sono molto legati a questi animali e quasi tutti ne hanno.
Noi vogliamo incoraggiare le loro attività economiche, perché abbiamo rilevato che oggi il 96% dei Travellers reclamano un lavoro, mentre 50 anni fa questo non sarebbe mai accaduto dato che erano completamente autosufficienti sul piano economico. Vogliamo invertire la situazione che si è creata. Dato che saremo noi i manager, un’altra caratteristica del progetto sarà la possibilità di tenere il proprio caravan parcheggiato lungo la casa, così che se i Travellers decidono di riprendere temporaneamente la vita da nomadi, potranno farlo, soprattutto d’estate. Molte delle famiglie con cui ho lavorato quando la scuola chiude, partono e stanno via due o tre mesi, e poi ritornano alla loro base.
Queste caratteristiche sono uniche, nessun progetto affine le aveva mai previste. Per vent’anni, anche nell’area di Dublino i progetti di raggruppamenti di case hanno portato all’edificazione di questi luoghi abitativi, ma mai con la possibilità di continuare a viaggiare o di svolgere attività economiche.
Come siete riusciti a elaborare questo piano che salvaguarda l’identità dei Travellers?
Per la prima volta nel Nord Irlanda, le 48 famiglie di Travellers sono state consultate ad ogni fase del progetto: durante l’elaborazione del piano, alcuni hanno partecipato a tutti gli incontri con i finanziatori e hanno rappresentato la propria comunità nei colloqui con la popolazione locale. Noi abbiamo dato tutte le informazioni e i consigli possibili, ma alla fine del giorno ogni decisione era stata presa assieme a loro.
Abbiamo imparato dal passato che se non lavori in partnership con loro, qualsiasi piano venga elaborato, non funzionerà.
Qual è il compito più difficile in questo progetto?
La parte più difficile per me è stata convincere i Travellers che stavamo facendo sul serio. Durante i primi sei mesi, i Travellers trascorrevano le giornate a scherzare e ridere con me, mentre io cercavo di essere seria.
Mentre cercavo di spiegare in cosa consisteva il progetto, mi rispondevano “Oh, così ci vuoi costruire una casa con la piscina e una Jacuzzi!”. Del resto per anni vari gruppi e persone avevano parlato di assistenza sanitaria, istruzione per i bambini, senza che niente accadesse. Per cui quando abbiamo cominciato a parlare si burlavano di noi.
Ci siamo divertiti, ci sono state anche delle rotture, ma i primi mesi non siamo riusciti a combinare niente. Non erano abituati all’idea che qualcuno andasse a trovarli per decidere assieme. Così all’inizio io sono arrivata felice e piena di entusiasmo, ma presto ho iniziato a deprimermi perché i Travellers non si convincevano che noi stavano facendo sul serio. Nessuno aveva mai seriamente prestato attenzione allo stile di vita dei Traveller.
Come è riuscita, alla fine, a coinvolgere i Travellers nel progetto?
Credo sia giusto dire che li ho torturati! Mi sono seduta nei loro caravan e ho parlato con loro ogni singolo giorno per mesi. I Travellers sono persone molto ospitali; nessuno mai potrebbe dirti: “non dovresti esser qui”. Insomma ero là tutti i giorni e alla fine hanno iniziato a prendermi sul serio.
Ora partecipano a tutti gli incontri, si sentono molto coinvolti a tutti i livelli. Abbiamo suddiviso gli ambiti d’azione in varie aree: giovani, bambini, donne e uomini. Abbiamo creato un Gruppo Giovani che si rivolge appunto ai giovani cercando di capire cosa si aspettano da questo progetto e in particolare cosa si aspettano in quanto giovani. Cooperiamo con un’istituzione benefica che ha un asilo per i bambini dei Traveller. Abbiamo chiesto loro di disegnare la loro casa ideale, la loro sistemazione ideale: hanno tutti disegnato delle carovane; non sapevano nemmeno cosa intendessimo quando parlavamo di “case”.
Abbiamo parlato con le donne, separatamente.
Nella società dei Travellers le donne infatti vivono in uno stato di disparità; gli uomini prendono tutte le decisioni, infatti è stata una sorpresa per loro essere coinvolte, sentire che hanno un ruolo in quanto sta accadendo. Abbiamo parlato con le donne dei temi a loro cari: la progettazione della cucina, la sistemazione del giardino. Le donne dei Travellers in genere non lavorano: hanno delle famiglie talmente numerose che devono star dietro ai bambini tutto il tempo; ho conosciuto una famiglia che aveva 17 figli. Abbiamo lavorato anche con un gruppo di soli uomini per capire di cosa avessero bisogno per quanto riguarda il luogo di lavoro e la stalla; ci hanno disegnato delle piantine.
Non ha alcun senso che noi diciamo ai Travellers come dovrebbero vivere; è stato proprio questo l’ostacolo finora; è esattamente per questo che le sistemazioni per i Travellers non hanno mai funzionato. I Travellers sanno meglio di chiunque altro quali sono le loro necessità rispetto alla casa, all’istruzione, al lavoro.
Come gestite le resistenze dei locali?
I residenti non sono mai felici rispetto a questo progetto, fanno obiezione all’ipotesi che i Travellers si stabiliscano in modo permanente, per cui stiamo lavorando anche con loro. E i Travellers sono coinvolti anche su questo piano. Il lavoro consiste in attività anti-discriminatorie e anti-razziste, workshops, incontri con i residenti per parlare dei piani.
La gente ha paura di ciò che non conosce; criminalizza lo stile di vita dei Traveller, ma in realtà ne sa pochissimo. In moltissimi casi gli incontri hanno funzionato perché il problema era che la gente non aveva mai incontrato un Traveller prima d’allora. Certo, resta ancora molto lavoro da fare.




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