GARGANI: Falcone era preoccupato per il rischio di commistione tra i servizi segreti esteri e i giudici
"Falcone mi manifesto’ tutta la sua preoccupazione che Mani Pulite potesse distrarre i magistrati dalla lotta alla mafia. Un fronte che non poteva essere lasciato scoperto nemmeno per un attimo. Mi disse, in particolare, di sospettare non solo qualche rapporto tra Cosa Nostra e i servizi segreti esteri, ma di temere che ci fosse anche una commistione tra l’attivita’ degli stessi servizi stranieri e la magistratura italiana, in particolare la Procura di Milano che in quel periodo si occupava dei finanziamenti illeciti ai partiti. Fenomeno che poi e’ andato sotto il nome di Tangentopoli. Falcone pensava che questo potesse portare ad un’azione giudiziaria non trasparente".
Lo ha affermato l’eurodeputato del Pdl Giuseppe Gargani, che ha ricordato il colloquio che ebbe nel settembre del 1991 con il giudice Giovanni Falcone e raccontando all’Adnkronos come ando’ quella conversazione privata. "Allora ero presidente della commissione Giustizia di Montecitorio e avevo un rapporto frequente con Falcone. Lavoravo con lui alla stesura del decreto legge che poi porto’ all’arresto dei 41 boss di Cosa nostra". Allora Falcone convinse il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, un decreto legge (aprile 1991) che impediva la scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare dei 41 boss condannati nel maxiprocesso.
"Falcone vedeva delle zone d’ombra. Allora stava nascendo il fenomeno di Tangentopoli e sottolineava la necessita’ di aggredire la mafia per evitare che prendesse il sopravvento non solo in Sicilia. Falcone non parlava mai della sua vita in pericolo. Si mostrava sempre sereno. Forse era un atteggiamento che si era imposto. Comunque, dimostrava di essere sempre sereno e determinato ad aggredire la mafia. Falcone -dice- era preoccupato, lo ripeto, che i magistrati, in piena Tangentopoli, potessero essere assorbiti nel costruire teoremi, anziche’ impegnarsi ad aggredire effettivamente la mafia".
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