Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
    Il Patriota
    Ospite

    Predefinito ma non era tutto un "pippoplutocomplottismo"?



    la pagina del giornale in questione (che tira circa 15.000 copie in TN) ed è AUTOREVOLE GIORNALE LOCALE (e non foglietto di qualche pazzo esaltato) mi è stata segnalata da un amico...lascio a voi ogni commento...

  2. #2
    Il Patriota
    Ospite

    Predefinito

    ovviamente la proposta viene da tale BAUMAN...

  3. #3
    Il Patriota
    Ospite

    Predefinito

    .



    di FRANCESCO COMINA Tutti in fila per un'ora

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    di FRANCESCO COMINA Tutti in fila per un'ora. È il giorno di Zygmunt Bauman, il sociologo oggi più letto e citato dagli intellettuali europei. Ma non solo. I suoi libri sulla «modernità liquida» sono vendutissimi. Amore liquido, vita liquida, pensiero fluido sono espressioni ricorrenti. Viviamo il tempo della frammentazione, della parcellizzazione della società, l'età in cui trionfa l'uomo senza più legami sociali. Non c'è più nulla di solido, anche l'amore vale fin che vale, fin quando si decide di premere il tasto «canc» del proprio computer portatile. E allora il legame si spezza e l'individuo torna a nuotare nel mare della vita. Eppure ieri, in un auditorium stracolmo e davanti a centinaia di persone che si sono accontennate del video installato all'esterno, Bauman - classe 1925, fisico asciutto, testa lucidissima, mani che gesticolano, occhi che inseguono fogli assemblati alla rinufsa sul leggio - ha cercato di leggere la tragedia della nostra età con un certo ottimismo. Forse perché Trento rappresenta, ai suoi occhi, un laboratorio dell'Europa che verrà: «Vivere con gli altri, amare la varietà, sperimentare il multilinguismo come avviene in Trentino Alto Adige è il vantaggio dell'Europa rispetto agli altri continenti. Saper con-vivere è l'arte che il vecchio continente può sfruttare per tornare ad avere l'autorevolezza di ieri». Bauman ha avviato il suo discorso citando un suo maestro, Riszard Kapuscinski, il narratore dell'altra metà del mondo, il reporter che ha fatto degli «altri», ossia degli africani poveri, dei latinoamericani, degli asiatici, la fonte prioritaria del giornalismo. «Ebbene - ha raccontato Bauman - mentre negli anni Cinquanta Kapuscinski andava negli altri continenti e si sentiva chiedere cosa sta succedendo in Europa perché si pensava ancora che dall'Europa venisse qualcosa di buono, ora Kapuscinski va in quei Paesi e nessuno chiede più nulla. Non credono più che dall'Europa possa venire qualcosa di interessante». E qui il discorso di Bauman diventa freddo e affascinante: «Oggi il mondo è meno ospitale di un tempo. Torna attuale l'espressione dei romani quando disegnavano la mappa del mondo e nei luoghi inospitali scrivevano "hic sunt leones". Nelle nostre cronache giornalistiche, nelle nostre analisi politiche, nei nostri incubi si affaccia la paura di un mondo percorso da leoni pericolosi, da minacce di attentati, da violenze, omicidi, kamikaze, bombe, malattie...». L'europeo di un secolo fa era sicuro, sapeva di avere un ruolo di primo piano nell'ecumene. Oggi l'europeo è depresso, non ha più nessuna sicurezza, vive barricato come se si dovesse riparare dalle tante minacce esterne: «Solo le agenzie di viaggi diffondono immagini di paradisi esotici ma sono realtà super controllate, ultraprotette». Insomma, sale l'irrequietezza di un'Europa che si sta indebolendo a scapito di altri imperi, primo fra tutti quello nordamericano, forte di una forza impareggiabile, quella militare: «Gli Usa spendono una cifra enorme in armamenti, nel complesso la stessa cifra che spendono i 25 paesi più industrializzati. Come può l'Europa competere a tale livello?». E nonostante tutto in Iraq la situazione è sempre più instabile: «La forza militare impegnata in quel Paese - ha affermato Bauman - non rende affatto più sicuri i cittadini, anzi, ha più il ruolo di badante dell'anarchia che di controllo. Circa due milioni di persone hanno già abbandonato il Paese per insediarsi nei Paesi limitrofi: "Come pecore al macello - mi ha detto un giorno un amico iracheno - cerchiamo di sopravvivere senza nessuno che li protegga veramente". Ecco come agisce la forza militare quando vuole confrontarsi con il resto del mondo». E qui si leva una domanda importante: «Come trovare soluzioni globali a problemi globali?». Mentre cinquant'anni fa l'Europa riusciva a trovare soluzioni globali a problemi locali, come negli anni delle grandi emigrazioni verso l'America, oggi siamo costretti a trovare soluzioni locali a problemi globali come i nuovi processi immigratori. Bauman vorrebbe un parlamento mondiale. Ma come è possibile realizzare un parlamento mondiale se la gran parte di quella istituzione sarebbe formata da un partito che si chiama il partito degli affamati? «Eppure oggi c'è bisogno di un controllo democratico planetario». Qui si declina la speranza di un futuro non più dominato dagli imperi ma affidato al principio positivo della diversità

  4. #4

  5. #5
    Il Patriota
    Ospite

    Predefinito

    dal sito del movimento federalista europeo (pensatoio mondialista e filosionista)

    Globalizzazione e Parlamento mondiale


    Globalizzazione è la parola che circola con insistenza sulla bocca di tutti e suscita l'inquietudine che generano i cambiamenti profondi e inevitabili. E' diventata la parola più usata per designare la nuova èra nella quale l'umanità si sta inoltrando e il trapasso verso una nuova fase della storia contemporanea.
    Per la prima volta nella storia, l'economia di mercato ha assunto dimensioni mondiali, sospinta dalla rivoluzione nelle tecniche della produzione, della comunicazione e dell'informazione. Con un ritmo sempre più rapido il mondo tende irresistibilmente all'unità.
    La globalizzazione non è sospinta solo da incentivi economici, ma anche e soprattutto da una forza storica irresistibile, più forte della volontà di qualsiasi governo e di qualsiasi partito: la forza che si sprigiona dall'evoluzione del modo di produrre. Essa impone a tutti i settori della vita sociale una dimensione molto più ampia di quella degli Stati sovrani, anche i più grandi. Non è un caso che persino gli Stati Uniti, l'ultima superpotenza, ricerchino in una zona di libero scambio che abbracci le Americhe la dimensione di mercato adatta a competere con i grandi spazi economici - in primo luogo quello europeo - che si stanno organizzando nel resto del mondo. Si tratta di un processo di cambiamento che si può accelerare o ritardare, ma non accettare o respingere.

    Combattere o governare la globalizzazione?
    C'è chi vorrebbe combattere la globalizzazione per rispondere alle disuguaglianze e agli squilibri che essa determina. Il problema non è quello di fermare la globalizzazione. Il ritorno al protezionismo sarebbe un tentativo reazionario (ma anche velleitario e quindi destinato alla sconfitta) di fermare la spinta poderosa delle forze produttive che tende a unificare il genere umano, divenuto ormai un'unità di destino. Del resto l'umanità non potrà che trarre grandi benefici dallo sviluppo della divisione del lavoro tra le diverse parti del mondo. La globalizzazione, travolgendo le barriere che intralciano la formazione di un unico mercato mondiale, accresce la ricchezza e produce nuove possibilità di benessere. Ci sono certo dei costi, come i posti di lavoro che vengono distrutti dallo sviluppo dell'automazione, ma ci sono anche i vantaggi dei nuovi posti che vengono creati. Dunque la globalizzazione non è il problema, ma è parte della soluzione: è una forza positiva nella soluzione dei grandi problemi della povertà, dell'emarginazione e della disuguaglianza.
    Ciò che deve essere corretto è il fatto che i benefici della globalizzazione sono distribuiti in modo diseguale nel mondo. Chi ne trae i maggiori benefici sono le gigantesche concentrazioni produttive e finanziarie multinazionali, che dominano il mercato mondiale, e gli Stati Uniti, l'ultima superpotenza, la quale, malgrado il declino del suo potere nel mondo, conserva una posizione dominante. Coloro che sono penalizzati non dovrebbero prendersela con la globalizzazione in sé, ma con il modo in cui sono governati.
    D'altra parte, non possiamo certamente aspettarci dalla "mano invisibile" del mercato mondiale la realizzazione di valori collettivi, come la piena occupazione, l'aiuto allo sviluppo dei paesi più arretrati o la protezione dell'ambiente, né tanto meno la democrazia internazionale. In assenza di efficaci istituzioni politiche mondiali, la crescita dell'interdipendenza è destinata a risolversi in un'accentuazione delle disuguaglianze e nella crescita del disordine e dei conflitti internazionali.
    Il quesito che ci dobbiamo porre è allora questo: quali sono le condizioni che consentono di fare della globalizzazione una forza positiva per tutti i popoli, invece di lasciare miliardi di persone nella povertà? La sfida, cui le forze del progresso non possono sfuggire, consiste nel sapere dimostrare di essere capaci di governare il processo di globalizzazione. E ciò esige che si risolva innanzi tutto un problema di natura istituzionale: l'organizzazione di nuove forme di governo sovrannazionale sul piano globale, che apra la via alla partecipazione democratica dei popoli al controllo della globalizzazione.

    Il declino dello Stato sovrano
    La globalizzazione è stata studiata prevalentemente come un processo economico, mentre la sua dimensione politica è stata trascurata. La contraddizione tra un mercato, divenuto globale, e i governi, che sono rimasti nazionali, mette in evidenza un fatto nuovo: l'erosione della sovranità degli Stati. Questi ultimi non sono più i protagonisti esclusivi della politica internazionale. Nel crepuscolo degli Stati sulla scena della politica mondiale emergono nuovi soggetti: le grandi concentrazioni produttive e finanziarie multinazionali e le organizzazioni non governative. Sono questi i protagonisti della "società civile globale", una realtà ambigua, nella quale sono mescolati aspetti progressivi, come l'aumento del volume del commercio mondiale, il superamento della separazione tra mercati nazionali e mercato globale e l'affermazione del volontariato internazionale, con lo sviluppo di fenomeni criminali e violenti, come il traffico di armi e di droga e il terrorismo internazionale.
    La mobilità internazionale consente ai capitali di sfuggire alla tassazione da parte dei governi. E il declino del potere fiscale porta con sé il declino del Welfare State. Il declino della sovranità degli Stati comporta anche il declino della democrazia. Dove ci sono istituzioni democratiche, cioè a livello nazionale, non si prendono più le decisioni determinanti per il futuro dei popoli. Invece, dove si prendono queste decisioni, cioè sul piano internazionale, non esistono istituzioni democratiche, ma potenti centri di potere politici (gli Stati Uniti) o economici ( le società multinazionali), che non sono responsabili di fronte ai cittadini del mondo. C'è quindi un deficit di democrazia nelle decisioni che si prendono a livello globale.


    La risposta dei governi
    La risposta dei governi alla globalizzazione è stata la cooperazione internazionale non perché questa sia la loro vocazione, ma perché non hanno altra scelta. Si moltiplicano le riunioni internazionali e si estende il fenomeno dell'organizzazione internazionale, che sono espressione dell'esigenza dei governi di cercare una soluzione a problemi che non riescono più a risolvere da soli. Per definire questo modo di gestire la globalizzazione si usa sempre più frequentemente la formula della global governance. E' una formula che permette di giustificare l'ordine mondiale esistente, che si fonda sul principio della sovranità nazionale e sul predominio delle società multinazionali nel mercato mondiale e degli Stati Uniti nella politica mondiale. E' una formula che si pone esplicitamente in alternativa agli obiettivi federalisti del governo mondiale e della democrazia internazionale. L'ipotesi che sorregge questi obiettivi, la cui affermazione deve necessariamente essere concepita come graduale, è che il governo della globalizzazione non può essere affidato a procedure di decisione basate sui principi dell'unanimità e del veto, che sono adottate nelle conferenze internazionali

    La risposta della società civile
    Qual è stata la risposta della società civile globale? Essa ha cercato di accrescere la propria influenza sulla politica internazionale. Le grandi concentrazioni di potere economico hanno ricavato i maggiori benefici dalla globalizzazione dei mercati, che ha consentito loro di sottrarsi al controllo dei governi. Dall'altra parte, ci sono le ONG. Una parte di esse ha assunto un ruolo di contestazione delle organizzazioni internazionali e della stessa globalizzazione e si manifesta ormai tutte le volte che si riunisce un vertice internazionale. Sono cittadini che protestano per essere esclusi dalla rappresentanza in seno alle organizzazioni internazionali. Un'altra parte delle ONG è invece integrata nel sistema degli Stati e ha ottenuto il riconoscimento da parte delle organizzazioni internazionali, partecipa alle conferenze internazionali con ruolo consultivo ed esercita una reale influenza sui negoziati. Ci si interroga però sulla loro reale rappresentatività, poiché, in mancanza di elezioni sul piano internazionale, è impossibile misurare il grado di consenso che le sostiene.

    Verso un Parlamento mondiale
    Il ruolo che i movimenti della società civile hanno assunto sul piano internazionale ha aperto la via a nuovi schemi di azione politica, che hanno assunto il nome di new diplomacy. Per citare uno degli esempi più significativi, l'alleanza tra Stati riformatori e ONG ha costituito la massa critica necessaria a dar vita all'ICC.
    Secondo due accademici americani Richard Falk e Andrew Strauss, che hanno pubblicato all'inizio di quest'anno su Foreign Affairs un articolo intitolato Toward Global Parliament, un'alleanza di questo genere potrebbe promuovere un trattato che istituisca un Parlamento mondiale. Esso potrebbe cominciare a esistere dopo la ratifica di un numero minimo di Stati (ricordo che l'ICC entrerà in vigore dopo la ratifica di 60 Stati) e rimanere aperto all'adesione di tutti gli altri Stati. Qui non c'è lo spazio per discutere questo progetto. Mi limito a segnalare che, in un certo senso, la sua realizzazione è già cominciata. Infatti, lo scorso anno, in occasione del Millennium Forum, si è costituita una coalizione di ONG, che persegue quell'obiettivo. Essa si è data il nome di Citizens Century e ha già raggiunto il numero di 200 membri.
    Voglio però sottolineare una differenza tra il progetto di Falk e Strauss e quello federalista. Ciò che i due autori non dicono è che, per democratizzare la globalizzazione, un Parlamento globale non basta. L'esperienza dei regimi democratici mostra che nessun parlamento può governare da solo un paese senza un governo che riceva la sua fiducia o sia eletto direttamente dal popolo. Quindi il Parlamento mondiale deve essere considerato come una tappa decisiva sulla via della formazione di un governo democratico dotato dei poteri necessari ad applicare le leggi approvate dal Parlamento mondiale.

    Il ruolo della Federazione europea
    Non possiamo nasconderci che il disegno di sottoporre a un controllo democratico il processo di globalizzazione incontra la resistenza di formidabili forze contrarie, in primo luogo il governo degli Stati Uniti. Esso non accetta una limitazione del suo potere né da parte delle organizzazioni internazionali di cui è membro, né da parte dei movimenti della società civile globale. Per sconfiggere l'opposizione degli Stati Uniti deve emergere un centro di potere che sia il veicolo del disegno di un ordine democratico mondiale. Questo potere può essere l'Unione europea. Però essa, per potere parlare con una sola voce nel mondo, deve portare a conclusione il processo di unificazione federale. Con il suo Parlamento eletto a suffragio universale, essa è il laboratorio della democrazia internazionale. Ma essa può diventare anche il motore della formazione di una nuova generazione di istituzioni globali. E' ragionevole pensare che essa disporrà del potere necessario per sollevare gli Stati Uniti da una parte delle loro soverchianti responsabilità mondiali e di conseguenza avrà l'autorità per spingerli a sostenere la riforma democratica dell'ONU

  6. #6
    Blut und Boden
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    Citazione Originariamente Scritto da Il Patriota


    la pagina del giornale in questione (che tira circa 15.000 copie in TN) ed è AUTOREVOLE GIORNALE LOCALE (e non foglietto di qualche pazzo esaltato) mi è stata segnalata da un amico...lascio a voi ogni commento...
    Vatlo a piè ant 'l cul (piemontese).
    Ciàpel sott (lombardo).
    Ch' at vegna 'l canchero (emiliano).

 

 

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