Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 15
  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Tipologia razziale europea

    L'UOMO DEL COMPITO. LA RAZZA NORDICA

    LA RAZZA NORDICA

    Gli esseri viventi non si lasciano studiare a tavolino, in quanto ben pochi fra di loro hanno il tavolino stesso quale campo d'azione specifico. Perciò, la portata di qualsiasi studio fatto a tavolino non può essere se non limitata: poche fra le possibilità di estrinsecazione dell'anima umana - per es. quelle relative all'attività del burocrate o dell'insegnante - sono tanto legate all'ambiente d'ufficio o alla scrivania da poter giustificare che lo studio di queste modalità di esperienza umana si collochi direttamente nell'ufficio o al tavolino. Ancora più ristretto è il campo d'azione di quelle vite umane che si sviluppano in modo "naturale" dentro a un laboratorio. Per la maggioranza delle persone il laboratorio e i suoi apparecchi rappresentano un mondo estraneo: quando, per ragioni di lavoro, devono avere contatti con i laboratori, esse non vi sviluppano la loro vita spontanea, ma, in un certo qual modo, diventano qualcosa di diverso da ciò che normalmente sono: in altre parole, esseri diversi da quelli che sono quando si muovono nel loro proprio mondo.

    Certo, anche le reazioni di un individuo strappato improvvisamente al suo mondo normale per essere gettato in un universo a lui estraneo - la sua timidezza, il suo 'non sentirsi più sé stesso - possono costituire argomento di studio. Quasi tutto può essere investigato secondo criteri scientifici. In questo caso, però, trattandosi di un'investigazione diretta alle proprietà razziali e perciò a elementi determinati dalla natura dell'anima umana, è consigliabile tenere lontana ogni condizione artificiale o eccezionale. Nostro compito è quello di osservare la vita dell'altro, entro i limiti del possibile, quale essa normalmente è. Ciò significa che dobbiamo cercare l'altro - oggetto del nostro studio -, là dove esso si muove seguendo liberamente le sue proprie leggi; e questa condizione non può mai darsi se non nel suo proprio ambiente. Di conseguenza, a noi non viene mai risparmiata la fatica di entrare dentro mondi umani diversi dal nostro. Se vogliamo capire il contadino non ci rimane altro che diventare noi stessi "contadini", in un certo qual modo; se vogliamo capire il marinaio, non possiamo fare altro che navigare insieme con lui e condividerne così la vita. Queste cose le sanno da millenni i poeti, i quali utilizzarono le loro esperienze dirette per dare forma ai loro poemi. Anche gli scienziati spesso lo capirono, riuscendo così a costruire una scienza basata sulla loro conoscenza diretta del modo di vita altrui. Solo nel secolo XIX il concetto di scienza fu drasticamente ristretto, non per ragioni scientifiche, ma a motivo di un'adorazione gretta e antiscientifica del numero. Soltanto quando era esprimibile in cifre, qualcosa poteva valere come vero dal punto di vista scientifico. Solo ciò era "esatto", e solo l'"esatto" valeva come scientifico. Così vaste aree della ricerca, per es. la ricerca storica, furono radiate dalla categoria delle scienze, e la psicologia (la scienza della psiche, cioè dell'anima) fu costretta ad arrestarsi là dove incominciava l'uomo. Gli ultimi tempi del secolo XIX originarono la strana superstizione che la scienza, per poter essere scientifica, debba essere per forza esangue, scialba e noiosa.

    La nostra ricerca invece - la ricerca dell'anima delle razze - ha da essere la ricerca dell'umano nell'uomo. Perciò dobbiamo rifiutare la fede cieca nel numero e nella validità esclusiva dei valori misurabili e ponderabili, perché se no l'umano sarà a noi precluso. Per cogliere la vita dell'altri conosciamo una sola via: quella di rendergli visita nel suo proprio mondo, qui convivendo con lui, fino a dove sia possibile. Sappiamo bene che questo ha i suoi limiti. Sappiamo anche del pericolo, sempre presente, di assuefarsi al modo di vivere dell'altro. Ma la ricerca, quanto più procede tanto più perfeziona i procedimenti per tenere lontani gli errori. Nonostante tutto rimarranno sempre fatti residuali da chiarire: frammenti di vita incompresa. Ma perché la nostra ricerca non dovrebbe essere senza fine, perché dovrebbe chiudersi quando era appena incominciata? Le scienze naturali sono molto più vecchie della nostra disciplina: e per questo avrebbero già risolto tutto? Oggigiorno esse non tornano forse a discutere problemi da tempo considerati chiariti? Noi non stiamo meglio di loro, ma neppure peggio. Neppure noi raggiungeremo mai l'obiettivo finale, né avremo mai esaurito il nostro còmpito. L'unica cosa certa che ci rimane è la via da percorrere.

    Possiamo incominciare con l'indicare questa via. Ma fino a che non sia reso discernibile, l'elemento vivente di cui ci stiamo occupando, dovrebbe rimanere un segno nel vuoto. Incominceremo perciò col descrivere ciò che la nostra via dischiude; rendendo così la via stessa percepibile.

    Per rendere visibile il dato vivente, ci avvaliamo di fotografie. Ciò non implica però che le nostre esperienze derivino da immagini fotografiche. Le fotografie sono mezzi di rappresentazione; e nel contempo strumenti mnemonici, appoggi per la memoria, segni riferentisi a qualcosa di già conosciuto, frammenti di informazione. Non sono strumenti di conoscenza. La conoscenza è ricavata dal dato vivente e precede la fotografia. L'immagine fotografica non è altro che un surrogato di ciò che essa rappresenta. L'essere vivente, di cui ci stiamo occupando, si lascia rinchiudere nei libri solo attraverso immagini. Noi proponiamo delle immagini fotografiche per dare al lettore un'idea dei risultati della nostra ricerca precedente le immagini stesse; non certo per ottenere risultati partendo dalle fotografie.

    Fotografie 1 e 2: un contadino della Frisia settentrionale. Le fotografie sono state scattate sotto il sole intenso e brillante del mezzogiorno, in modo che luci e ombre si contrappongono in modo stridente, quasi senza sfumature. Esistono visi che vengono falsificati da questo tipo di illuminazione, perché la luce forte opprime i loro tratti fondamentali e fa risaltare invece quelli secondari. Qui il caso è diverso: la luce forte fa risaltare l'angolosità e l'affilatezza delle superfici, tutte caratteristiche che certamente corrispondono alla natura di questo volto, al quale danno una specifica espressività. Le linee che fanno da contorno a queste superfici strette e affilate danno l'impressione di irraggiarsi da un punto posto sulla nuca (cfr. fotografia 2) e portano con sé un'energia che permea tutta la figura da esse delimitata. C'è una forte tensione in queste linee. Il profilo del cranio parte dalla nuca, si slancia, ampio e piatto, in avanti fino a raggiungere la fronte; si frange poi lievemente sulle sporgenze sopraorbitali; si proietta sulla linea nasale; si interrompe improvvisamente sulle labbra sottili e serrate per proiettarsi di nuovo sulla linea del mento. Lo stesso orientamento direzionale [Richtung] e la stessa successione [Schrittmass] si ripetono nei contorni delle superfici interne di questo viso, per es. negli angoli incisivi tra la fronte e la tempia (Fotografia 2). Questo complesso di linee è ovviamente determinato da un unico stile e da un'unico canone formante che noi ci sentiamo di chiamare lo stile della t e n s i o n e v e r s o l' e s t e r n o [Ausgriff]. Linee di questo tipo risultano anche nel busto e nelle membra di quest'uomo: si indovina la presenza di una forza sottile e imperiosa che già nella sua espressione statica mette in evidenza la tensione verso l'esterno e la prontezza per l'attacco (1).

    Quando si parla di "attacco", non si deve intendere necessariamente l'attacco fisico, guerresco; ma piuttosto, in senso generale, la tensione di una certa conformazione animica verso il suo mondo circondante. Volendo approfondire il significato dell'atteggiamento di questa figura, si capirebbe che esso, anche se non inconscio - al momento di essere fotografato, il soggetto era al corrente che lo si stava fotografando - non è neppure artificioso, ma scaturente dal 'sé profondo' di quest'uomo. Questo atteggiamento determina il suo comportamento rispetto al mondo circostante. Sotto il riguardo individuale, quest'uomo è proprietario di un piccolo podere su di un isolotto [Hallig], il che egli considera insufficiente perché non lo tiene occupato al completo. Ma con ciò non si vuol dire che egli ami il lavoro in modo particolare. Il lavoro, egli lo lascerebbe volentieri ad altri, se in quel modo fosse possibile ottenere la stessa realizzazione. Fondamentalmente, a spronarlo è l'impulso a costruirsi una strada che lo unisca al grande mondo esterno, liberandolo così dall'angustia del suo isolotto nella melma del bassofondo. Così, egli non riposa se non per ritemprare le forze per una nuova realizzazione. Nel tempo che gli rimane libero dai suoi lavori di contadino si mette a lavorare alla diga, perché pensa che il riposo lo annoi. Non è né abbiente né istruito, ma nel suo piccolo àmbito egli è un "signore", anche quando fa il manovale alla diga: la sua signorilità non sta nella sua posizione sociale, ma nel suo essere. Qualsiasi cosa faccia, anche l'inserviente, egli la farà sempre in modo signorile. La sua signorilità non può essere distrutta se non annientando il suo essere.

    Abbiamo appena parlato di quell'uomo singolo, di quell'"individuo" che ci è mostrato dalle fotografie 1 e 2. Ma i tratti di queste immagini non si riferiscono soltanto a questo individuo. I medesimi tratti si trovano - con qualche variazione - anche nelle immagini fotografiche che seguono. Le fotografie 3 e 4 mostrano il volto di un uomo che, quanto a posizione sociale, è un inserviente. Si tratta di un figlio di contadini svedesi che lavora come cameriere in un albergo sulla costa occidentale della Svezia. A meno che già non lo sapesse, nessuno potrebbe indovinare dalla fotografia che si tratta di un cameriere. Quest'uomo non dispone di alcuna dote intellettuale, caratteriale o fisica particolare, né nutre aspirazioni eccezionalmente elevate: egli è "dentro alla media". Ma tutti i servizi che il suo padrone gli richiede li compie come se si trattasse di còmpiti impostisi da sé stesso: ossia il meglio possibile, in modo da poter sostenere il suo proprio giudizio [Urteil]. Per natura, egli non è particolarmente servizievole e il suo padrone non esercita alcun ascendente personale su di lui. Ciò che egli fa, lo fa come una prestazione per la quale si sente responsabile davanti a sé stesso. Se il suo principale gli dovesse richiedere qualcosa che ai suoi occhi non è giusto, egli rifiuterebbe: senza particolari esibizioni di sentimenti ma con naturale sicurezza. Non potrà mai essere un "servo" nel senso negativo della parola: pur servendo rimane un signore, rimane libero.

    Qualcosa di simile si può affermare del giovane operaio (fotografie 5 e 6), oriundo dalla Rosental ai piedi dei Karawanken, nella Carinzia meridionale. I tratti sono intagliati nello stesso modo; anche se esprimono una superiore mobilità animica. Questa superiore mobilità proviene da differenze nella storia di questi due uomini: le fotografie del giovane carinziano sono state scattate nel 1937, quando la lotta nell'Austria meridionale, che avrebbe deciso sull'identità tedesca di quella zona, si sviluppava in modo violento e incandescente. Allora tutti, come questo operaio, vivendo nella continua consapevolezza del pericolo, portavano nei tratti del proprio volto il segno di una rabbiosa decisione. Di questo tipo di esperienze nulla sa il giovane svedese (fotografie 3 e 4): egli appartiene a una nazione che, appartata dalla storia mondiale, ha dimenticato cosa significhi dover lottare per la preservazione della propria esistenza come popolo. La storia imprime l'espressione duratura [währende] nell'aspetto fisico dell'uomo e finisce per rendere diversi coloro che per nascita avrebbero avuto la stessa figura. Ciò è vero non solo per l'individuo ma anche per i popoli e per le generazioni (2). Tuttavia permane il dato determinante comune: lo potremo constatare in séguito.

    La fotografia 7 rappresenta una natura dello stesso tipo, innalzata a un livello più alto di responsabilità e dotata di un contenuto più ricco e più significativo. Vi appare il volto di un maestro costruttore di navi, oriundo dallo Holstein, non proprietario ma dirigente di un piccolo cantiere navale sulla costa tedesca. Le fotografie sono state scattate a sua insaputa (ma, ovviamente, non senza la sua approvazione di massima). Esse lo mostrano in piena attività professionale, assorto in calcoli relativi alla costruzione di navi, calcoli che, su richiesta di un terzo, egli faceva in compagnia dell'autore di questo libro. Non si trattava di un incarico importante, ma piuttosto di una verifica occasionale; eppure anche questa veniva fatta con la più alta professionalità e con la massima accuratezza. Per un uomo di questo tipo tutto è un còmpito, anche ciò che è occasionale.

    Se idealmente dovessimo sostituire il contadino che lavora alla diga delle fotografie 1 e 2 al costruttore di navi della fotografia 7, ne risulterebbe che: il contadino non potrebbe fare il lavoro del costruttore di navi perché gli mancherebbero le conoscenze e l'istruzione necessarie; in altre parole, gli mancherebbe tutto ciò che dall'esterno può essere impartito a qualcuno - meglio: tutto ciò che un influsso esterno può risvegliare in lui - quando ci siano le necessarie predisposizioni. In questo senso i due individui sono diversi. E possono essere diversi anche in tante altre proprietà animiche: l'uno può essere predisposto all'umorismo e all'allegria, veloce e pronto alla risposta; l'altro meditabondo, ponderatore, ecc. Ma se il Frisone, invece di crescere nel piccolo podere marittimo [Warf] senza alcuna istruzione, avesse avuto le stesse opportunità dell'altro sarebbe arrivato non solo allo stesso livello professionale (perché non gli manca una buona intelligenza), ma eseguirebbe il suo lavoro nello stesso modo che l'altro. Perché si tratta proprio dello stile nel quale egli si esprime anche nel suo microcosmo. Lo si immagini lavorare a una diga, fare l'inserviente, il direttore di un cantiere navale, il commerciante, l'impiegato statale, il soldato, il ministro, il re - si tratterebbe di occupazioni molto diverse, per alcune delle quali la sua misura umana e il suo personale ingegno non sarebbero sufficienti; ma in ognuna egli impiegherebbe il medesimo modus operandi [das gleiche Weise des Wirkens]; in ognuna sarebbe uno che svolge il suo còmpito sotto la sua propria responsabilità, uno che non potrebbe trovar pace se non facendo del suo meglio. E per lui - anche quando senza rimorsi egli si dovesse dare alla pigrizia - il riposo, in fondo, non significherebbe se non l'accumulare forze per nuovi còmpiti.

    Quelli che chiamiamo semplicemente i modi di comportamento, i modi in cui si agisce e si hanno esperienze, non sono inclusi nelle proprietà del carattere sopra descritte; così per es.: nelle qualità di essere allegro, scherzoso, pronto, meditativo, calcolatore, ecc. Gli uomini possono essere allegri e scherzosi oppure meditativi e calcolatori in modi molto diversi. Questa differenza fra le qualità prese singolarmente e il modo nel quale esse vengono vissute deve essere messa a fuoco e resa il più possibile chiara, trattandosi di una questione fra le più importanti della psicologia razziale.

    Se dovessimo immaginarci il costruttore di navi della fotografia 7 nei panni dell'operaio delle fotografie 1 e 2, il risultato sarebbe: data la sua natura, egli non potrebbe essere più soddisfatto da un'occupazione di semplice contadino e lavoratore manuale, in quanto le forze in lui risvegliate da una migliore istruzione potrebbero trovare uno sbocco soltanto in un'attività di più alto livello. Dovrebbe allora mostrarsi represso, angustiato dal cattivo e ridotto impiego delle sue capacità. Ma se fosse invece nato in quell'ambiente più ristretto, egli vi si comporterebbe proprio come fa quell'altro. Perché tutti e due sono intagliati nell'identico legno, il loro codice di comportamento, il loro modo di percepire il mondo, il loro s t i l e a n i m i c o, sono identici.

    Lo stesso vale per il cameriere svedese delle fotografie 3 e 4. Egli si distingue dagli altri due non soltanto per la sua attività ma anche, per es., per la sua più modesta intelligenza e intraprendenza - quindi per delle proprietà [Eigenschaften] animiche -, non però per il modo in cui quelle proprietà si manifestano; cioè, per il suo stile animico.

    Analizzando i concetti mediante i quali abbiamo cercato di sintetizzare la natura dei tipi umani fin qui considerati, ne rileviamo la diversità. Con riferimento alle figure 1 e 2, abbiamo descritto il profilo di una determinata testa constatando - soprattutto nella fotografia 2, che ne dà un tracciato laterale - che c'è un contorno unico che la percorre interamente. La configurazione di questa immagine è coerente in qualsiasi sua parte: si provi a coprire una parte qualsiasi di quest'immagine, poi tentando di completarla in modo "giusto" usando l'immaginazione: ci si renderà conto che è sufficiente completare il suo contorno, quale esso scorre nella realtà della figura. Ciascuna parte si rivela elemento costitutivo del tutto, in quanto ogni singolo tratto, per es. la linea nasale, costituisce il necessario sviluppo di ogni altro tratto dell'immagine. Se, con la nostra immaginazione, volessimo tentare di uscire da questa obbligata continuità, disegnando arbitrariamente un tratto - per es. la linea nasale - in modo diverso, ci accorgeremmo di non poterlo fare senza usare violenza a quella legge che regge il tutto (3). Questo non è vero per tutte le teste che vediamo quotidianamente: non ogni volto è retto da un'unica linea, armonizzatrice di tutti i suoi tratti.

    Decriviamo la linea che regge questa testa con aggettivi come: slanciata, vibrante, 'prensile', avanzante, protesa, angolosa, stretta, affilata, sottile. Tutte queste descrizioni si riferiscono a m o v i m e n t o, reale o potenziale; movimento che si è già tentato di riassumere in una sola espressione: tensione verso l' esterno [Ausgriff]. Non ci può essere alcun dubbio che nel nostro caso - anche se ci limitiamo alla descrizione di una figura corporea - si tratta di uno stile di movimento, che non ha nel corpo la sua origine ma che il corpo usa come strumento di realizzazione per dare forma compiuta a sé stesso nel mondo visibile. Tutti gli aggettivi finora impiegati indicano un moto dell' anima; la quale, in sé, non è mai visibile. La sua espressione visibile è possibile soltanto come corpo.

    L'anima è perciò movimento, e ogni anima si muove in modo specifico. Ogni tipo di anima ha la sua specifica varietà di movimento. Più esattamente: una avrà un suo modo specifico di movimento, al quale le descrizioni verbali sopra riportate risultano adeguate; un'altra avrà un modo diverso di movimento, per il quale dovremo cercare altri aggettivi. Anche l'esperienza soggettiva vissuta dall'anima ha - soprattutto sotto il profilo della sua manifestazione nel corpo - un suo orientamento direzionale [Linienführung]: anche l'esperienza dell'anima, indipendentemente dal suo contenuto, ha una sua figurazione [Gestalt]. Ciò può essere chiamato sinteticamente: f i g u r a d e l l' a n i m a o figura psichica [seelische Gestalt]. La figura animica cerca la sua propria espressione in una figura corporea adatta e perciò esige un corpo di senso a lei conforme quale strumento di estrinsecazione.

    Oltre agli aggettivi in precedenza adottati per qualificare lo stile dinamico assunto dall'anima per esprimere la propria conformazione esteriore, noi impieghiamo altri vocaboli: fidatezza, capacità di analisi, iniziativa, energia. Questi termini non hanno niente a che vedere con la raffigurazione dell'anima come è stata sopra considerata. Essi riflettono attributi individuali riscontrabili fra le figure più disparate e non soltanto in quella poc'anzi descritta. Più avanti incontreremo oltre a questa figura altre figure, anch'esse con orientamento direzionale a loro proprio e rette da leggi a loro proprie; e potremo constatare che gli aggettivi [Eigenschaftswörter] appena nominati si applicano anche a questo proposito: non al determinato individuo, colto secondo una determinata figura, ma, di volta in volta, all'uno e all'altro individuo, senza una correlazione necessaria con la sua figura. Le leggi della figura animica, che abbiamo reso chiare con riferimento alle immagini fotografiche fino qui considerate, nulla ci dicono riguardo alla possibilità che, per es., la persona la cui figura si conforma a quelle leggi possegga o no capacità di analisi, ma prescrivono il modo in cui detta capacità, se ci dovesse essere, si manifesterebbe. Un singolo che a dette leggi si conformasse potrebbe essere anche uno stupido: allora quelle leggi prescriverebbero il modo di esprimersi della sua stupidità.

    Ciò che qui viene denominato 'figura' [Gestalt] è una componente del cosiddetto carattere di una persona; ma figura e carattere non sono la medesima cosa. I quattro individui finora considerati sono esempi della medesima figura; ma hanno caratteri totalmente diversi. La differenza fra carattere e figura sarà resa del tutto chiara quando si assuma un altro volto (fotografia 8), da confrontarsi con quello (fotografia 7), schietto e sicuro, del costruttore professionale di navi: esso è coniato dalla medesima legge formante, ma dimostra disposizioni caratteriali affatto diverse. Si riferisce a un uomo - figlio di borghesi di una città del Baltico - che da anni girovaga facendo l'avventuriero nelle terre dell'Oriente, dalla Turchia all'Afganistan, con il solo scopo di andare di avventura in avventura per viverne l'esperienza, senza darsi pensiero per qualsiasi conseguenza. Egli non pensa affatto a "servire" una qualsiasi causa, 1n quanto da molto tempo ha rinunciato a prendere sé stesso o qualsiasi altra cosa sul serio. Intraprenderà sempre qualcosa di nuovo, tenterà sempre qualche nuova esperienza per poi abbandonarla; per lui la responsabilità e il dovere sono cose che da molto tempo hanno perso di significato. La contrapposizione fra il carattere di questo avventuriero (fotografia 8) e quello del costruttore di navi (fotografia 7) non potrebbe essere più acuto: quasi tutte le caratteristiche di questi due uomini sono opposte - pure avendo, in esperienze tanto diverse, il medesimo stile dinamico. La legge della forma è la stessa per entrambi, che per entrambi scandisce il ritmo dell'anima e della sua espressione in un corpo foggiato [gestaltet] in fattezze essenzialmente identiche. Diverse sono le proprietà caratteriali di ciascuno, identico lo stile.

    Chiameremo stile della figura la connessione vincolante (normativa: gesetzliche) tra la qualità del moto dell'anima e l'orientamento direzionale della figura corporea (cioè: la correlazione fra la figura dell'anima e quella del corpo).

    Il termine 'stile' è polivalente e viene impiegato da altre scienze in senso diverso: per es., per designare le variazioni che col tempo subiscono le singole Kulturen. Ma esso ben si presta a rappresentare il nostro assunto. Inoltre, il concetto di stile adottato in questo àmbito non è senza relazione con ciò che nelle arti figurative viene detto uno stile. Il nostro concetto di stile e quello delle arti figurative, pure diversi, sono affini.

    Guardiamo adesso le fotografie 9 - 15. Le prime due (9 e 10) sono state scattate con una luce diurna opaca, per cui hanno richiesto un'esposizione alquanto più lunga delle altre (anche se in ogni caso non superiore a una frazione di secondo). Nel momento della ripresa, il soggetto sapeva di essere fotografato. L'espressione del viso è regolata dalla presenza dell'osservatore. I tratti sono raccolti, l'espressione chiusa. La bocca sottile tende a stringersi ancora di più e a ritirarsi verso l'interno; il volto tende ad avere dei contorni e una forma definiti in massimo grado: questo implica che l'espressione personale sia ridotta al minimo. Ogni manifestazione della vita interiore viene repressa. L'espressione di quel viso lascia trapelare solo una fermezza fine a sé stessa, una riservatezza e una calma durezza spinte al limite dell'asprezza. Tutti i suoi tratti tradiscono chiaramente distanza dall'osservatore.

    Le fotografie 11 - 13 sono state invece scattate all'aria libera, sotto un cielo appena coperto. L'espressione è rètta dall'atmosfera rilassata di una giornata di ferie. Le fotografie sono state scattate a seconda che capitava nel corso di una conversazione, sicché si sono potuti scegliere momenti nei quali il soggetto non sapeva di essere fotografato. Fotografia 11: l'oggetto della conversazione viene 'fissato negli occhi'. Il termine 'oggetto' [Gegenstand] viene qui usato nel suo significato originale: questo sguardo si protende lucidamente su qualcosa che sta davanti a lui e che a lui si contrappone. Si tratta però non di qualcosa di tangibile o di percettibile, ma di concettuale. Già questo 'volgersi' naturale verso un argomento accennato nella conversazione si colloca entro lo stile dinamico della tensione verso l'esterno, quello stile dinamico, che è implicito nel contorno di questa testa, secondo quanto già è stato reso chiaro più sopra.

    La fotografia 12 illustra una soluzione della tensione verso l'esterno, già percepibile nell'incipiente gaiezza della fotografia 11, ove però lo sguardo rimane teso e l'oggetto rimane sotto controllo. La gaiezza è attraversata da un giudizio che ha per base sé stesso: l'oggetto percepito viene prima sottoposto alla conoscenza e poi improntato alle forme di questa conoscenza. Fotografia 13: un'ombra proiettata si posa sulgli occhi celando lo sguardo, in modo che esso non accompagna più l'espressione del viso. Il volto appare qui alquanto più rilassato, ma il giudizio - cioè: l'espressione causata dalla considerazione dell'oggetto - non scompare.

    Le foto 14 e 15 sono tratte da due successioni di espressioni verificatesi lo stesso giorno. Fotografia 14: l'uomo sta sul ponte di un traghetto a vapore ancora fermo, preparandosi a tornare a casa. La conversazione si era interrotta, il contatto con l'interlocutore sospeso. Lo sguardo, in questo momento, è tolto dal mondo circostante e diretto a qualche oggetto "interno": un ricordo, una visione di sé stesso, una riflessione, un'elaborazione. Anche qui, ciò che chiamavamo "giudizio" rimane e predomina; e lo spirito giudicante tiene interiormente dinanzi a sé l'oggetto giudicato. Anche il semplice sguardo introspettivo è per quest'uomo un còmpito, che rifiuta qualsiasi riflessione comoda e riposante. La fotografia 15 mostra come una difficoltà venga superata attraverso una considerazione attiva di questo tipo, in questo caso nel corso della conversazione.

    L'uomo fotografato è un impiegato commerciale presso un'impresa in una grande città della Germania settentrionale. I suoi genitori sono di origini frisoni e brandenburghesi. È stato colpito ben presto da un duro destino, che gli ha impedito di farsi un'istruzione più completa e gli ha reso la vita difficile. Eppure la tentazione di deviare dalla via conforme alla sua natura gli riesce del tutto sconosciuta, come lo sono la rinuncia e l'amarezza. La vita non ha potuto rovinare i valori a lui congeniali, ma solo indirizzarli. Un uomo del genere arriverà prima o dopo a quella posizione di comando che gli è naturale, e per i suoi dipendenti egli sarà un vero dirigente, in quanto sottomette tutto ciò che fa al tribunale di sé stesso, indipendente dal giudizio altrui. Nel suo intimo sarà di una schietta bontà e di una franca gaiezza, All'occasione, ma sempre duro e senza riguardi "sul lavoro" - e duro soprattutto con sé stesso. Dopo che i suoi dipendenti se ne sono andati perché le ore di lavoro sono terminate, egli rimane sul lavoro - nel modo più naturale - fino a quando ha completato le faccende sotto mano e per le quali egli è responsabile. Per lui infatti l'opera ha un valore in sé stessa.

    Analizzando le considerazioni scaturite da questa serie di fotografie, ci accorgiamo che ne abbiamo tratto una specie di descrizione caratteriale. (Che non avremmo potuto ottenere se prima non avessimo conosciuto la persona rappresentata. Ripetiamolo: le fotografie sono uno strumento non di conoscenza ma di rappresentazione.) Abbiamo constatato e registrato una serie di proprietà, fra cui alcune proprietà caratteriali come: fermezza, riservatezza, fredda durezza al limite dell'asprezza, franca gaiezza e schietta bontà, dedizione senza riguardi - nemmeno verso sé stessi - al proprio impegno: quest'ultima qualità si manifesta come senso del dovere e consapevolezza della propria responsabilità.

    Tutte queste proprietà qui dimostrabili si riferiscono al carattere di questo individuo, non però al suo stile, non all'insieme delle leggi che reggono la sua figura animica. È facile rendersi conto che tutte queste proprietà potrebbero mancare pur permanendo lo stesso stile. Per es., quell'avventuriero baltico rappresentato nella fotografia 8 ha ben poco in comune con quest'uomo per quel che riguarda le sue proprietà caratteriali: l'affinità fra i due non sta nel carattere, ma in altro.

    In comune essi hanno lo stile dinamico della tensione verso l'esterno e l'avere un'esperienza del mondo sentito come qualcosa che sta di fronte a distanza e che non può essere concepita se non come un campo in cui spaziare e da conquistare mediante una realizzazione. Pure l'avventuriero baltico è uno che "realizza" e conquista; per lui tuttavia la realizzazione non diviene mai opera compiuta né formazione durevole, perché a lui manca quella fedeltà alla 'causa' [Sache] senza la quale nessuna opera ha buon esito. Ciò che egli fa, lo fa sempre e soltanto per divertimento, per cui tutta la sua avventura rimane la caricatura di una realizzazione.

    In comune essi hanno il fatto di essere pronti a mantenere il proprio giudizio. Quello che qui chiamiamo "giudizio" è un protendersi operativo [leistender Vorstoss] verso l'"oggetto". Anche per l'avventuriero baltico, in ultima analisi, vale soltanto il proprio giudizio, il quale dipende da lui solo e da nessun altro. Tutta la sua esperienza procede, per così dire, da un punto situato nel suo interno, donde muove per afferrare il mondo. Ma quello è lo stile dinamico della sua anima, che già potevamo leggere nella sua figura somatica, sul tipo di quanto può essere rappresentato dalla fotografia 2: il senso del corpo sta proprio nel fatto che in esso possiamo leggere l'anima. L'essere pronti a mantenere il proprio giudizio è un risvolto particolare della prontezza alla tensione verso l'esterno: si tratta non di una qualche proprietà del carattere, ma di qualcosa che si radica nello stile della figura animica.

    L'essere disposti a sostenere il proprio giudizio è qualcosa di interamente diverso dall'essere capaci di giudizio. Quest'ultima qualità dipende dal livello intellettuale dell'individuo ed è riscontrabile - o assente - presso qualsiasi figura animica: non esclusa la figura animica qui descritta. La prontezza a mantenere il proprio giudizio non è legata necessariamente a un intelletto brillante né garantisce in alcun modo che il giudizio emesso sia giusto o falso. Pure un soggetto ottuso può vivere nella continua prontezza a sostenere il suo giudizio, sebbene a lui manchi la capacità di giudizio. La capacità di giudizio è una proprietà del carattere e non ha niente a che vedere con la figura animica.

    Molte delle proprietà caratteriali già menzionate sembrano escludersi vicendevolmente. Come potrebbero la "fredda durezza portata al limite dell'asprezza" e la "franca gaiezza e schietta bontà" conciliarsi nello stesso carattere? Sta di fatto che ci sono figure la cui legittimità esclude che durezza e bontà agiscano congiuntamente nel medesimo individuo. Invece la figura da noi appena descritta non esclude questa azione congiunta: la qualità del suo moto animico permette che nel medesimo individuo (qualora questi le possegga) agiscano al contempo le proprietà di "fredda durezza" e di "bontà". Il fatto che il medesimo individuo possegga entrambe le proprietà, dipende dal suo carattere e non dalla sua figura animica. È sempre la legittimità della figura animica a determinare se la congiunzione "dura bontà" sia in essa possibile. Esistono figure la cui legittimità consente non una bontà di questo tipo, ma soltanto una bontà di tipo diverso: non una bontà - come quella appena esaminata - che esamina da una fredda distanza e giudica se essa p o s s a donare, ossia se dal dono promani un vero valore; ma una bontà che dona debolmente e senza discernimento, perché il giudizio analizzante [prüfendes Urteil] non trova per la bontà [zu ihr] alcuna distanza e la bontà corre sempre parallela, per così dire, all'atto del giudizio [unter diesem].

    La figura non prescrive perciò all'anima del singolo, la quale è plasmata secondo la sua legge, se la proprietà della bontà si o no a questo: forse, secondo ogni legge della figura, si può essere benevoli e nel contempo duri (e perfino buoni e anche malvagi). La legge della figura ci dice soltanto di che tipo debba essere la bontà, quando questa si dovesse manifestare in un carattere retto da una determinata figura animica, e quale debba essere la qualità di moto della bontà.

    Anche le due fotografie di ragazze (18 e 19) che mostriamo l'una di fronte all'altra esprimono questa regola. Possedendo due caratteri diversi, sono quindi dotate di proprietà diverse; ma le loro diverse proprietà risultano in entrambi i casi percorse dalla identica figura animica. Alcune proprietà sono a loro comuni, per es. la bontà. Ma in tutte e due questa bontà sceglie il suo oggetto e verifica (pure sé stessa) prima di manifestarsi. È una bontà che di necessità tiene le distanze, anche da sé stessa. A seconda del modello proposto dall'educazione, può succedere che una persona di questo tipo giunga perfino a soffrire di questo suo volontario distanziamento, che gli viene forse rimproverata come mancanza di dedizione: a percepirla come un "difetto di carattere". Questa valutazione negativa di sé discenderebbe in tal caso dalla forza incontrollata [unbefugte] di un modello di natura contraria [artiwidriger Vorbild] alla sua figura animica, oltre che da un error oggettivo, in quanto il supposto "difetto" ha a che vedere non con una qualità del carattere ma con la legge della figura. Il carattere è educabile e perciò, entro certi limiti, variabile: esso, come si sa, "si dà forma nella corrente del mondo" (Goethe). Numerose proprietà possono essere risvegliate oppure soppresse mediante l'istruzione, per es. mediante l'insegnamento della storia (e anche della storia naturale della terra dove il singolo è cresciuto) e, infine, anche attraverso l'autoeducazione. Ciò che è invece inerente alla figura animica, da cui dipende la qualità del moto dell'anima, può essere soltanto deformato e danneggiato, mai cambiato, almeno nel tempo storico (4).

    Abbiamo perciò distinto nel modo più netto le proprietà del carattere dai tratti della figura animica. Dipende infatti da questa separazione riuscire ad analizzare in modo rigoroso e netto - isolandolo quindi nella sua pirezza - il tema della figura. Il nostro assunto non è lo studio del carattere, ma la ricerca sulla figura animica.

    Nella nostra trattazione, occorrerà usare in modo costante l'accortezza nell'impiego delle parole che descrivono questa diversità, in modo da evitare qualsiasi intorbidamento dei concetti; come, per es., la confusione (tipica del parlare corrente) tra le parole "tratto" e "proprietà", confusione che non di rado trabocca nel linguaggio scientifico. Non contesteremo chi dovesse opinare che le nostre rigide distinzioni nell'uso delle parole ne restringano il senso corrente e facciano ad esso violenza. Ci sarà pure chi crede invece, che per descrivere più esattamente le differenze in questione, sarebbe necessario impiegare non il lessico tedesco da noi usato ma una "terminologia" artificiale, costruita all'uopo ricavandola dal greco, dal latino, dall'ebraico o da una miscela di quelle lingue. A questo noi risponderemo che non sono le parole in sè a interessarci ma le differenze da loro segnalate.

    Le proprietà caratteriali sono spesso l'oggetto di ricerca nell'ambito della caratterologia. I tratti della figura animica, invece, sono entrati solo di recente nel campo visivo della scienza - in sostanza, per la prima volta attraverso il nostro lavoro personale. Prima, venivano sì colti occasionalmente, però non mai riconosciuti nella loro intrinseca natura né mai elaborati in funzione di una ricerca specifica. Inoltre, venivano sempre mescolati e confusi con le proprietà del carattere. Perfino la scienza che si era interessata al massimo dell'analisi della figura animica, cioè la scienza della razza (derivata dall'antropologia scientifica), finì purtroppo col paralizzare i suoi stessi sforzi. Ciò che era relativo alla figura animica - qualche volta denominata addirittura razza - fu avvolto in un caotico intrico di proprietà, che essa credette di poter trattare in modo "esatto": con l'espediente di metterle in relazione con determinati numeri, di introdurle in tabelle e infine di studiarle nel quadro dell'ereditarietà.

    È pur vero che il concetto di razza è legato a quello di trasmissione ereditaria. Solo l'elemento che si trasmette costantemente può essere qualificato come "razziale" - su di ciò si ritornerà più avanti. Ma sarebbe forse vera anche la proposizione inversa, ossia che tutto ciò che dimostra di essere ereditabile sia da considerarsi razzialmente determinato? Se così fosse, un grande numero di vizi organici, quindi di degenerazioni, dovrebbero essere classificati come fatti razziali solo perché sono ereditari: lo snaturamento si connette appunto alla 'natura'. A queste sciocchezze non crede in realtà nessuno. Allora perché tanti 'intellettuali' credono ancora che una massa di proprietà sia determinata dalla razza soltanto perché si è potuto dimostrare che esse si trasmettono ereditariamente, in base a determinate regole?

    Tante cose sono ereditarie; ma non tutto ciò che è ereditario è razza. Ci sono proprietà caratteriali ereditarie: a volte esse si mantengono lungo tutta una successione di generazioni, finendo così col determinare una specie di carattere della stirpe [Sippencharakter]. Ci sono anche caratteri familiari [Stammescharakter] e caratteri di popoli, anch'essi determinati da proprietà che si ripetono ereditariamente di generazione in generazione. Anche questo può essere oggetto di studio scientifico.

    Ma simili ricerche non si occupano di una entità che, nel contempo, è ereditaria e totalmente diversa da quelle proprietà o da quei gruppi di proprietà. Questa entità è la figura animica: qualcosa che obbedisce a una legge, legge che risulta identica in ciascun tratto del tutto. Dato un tratto, se ne possono dedurre tutti gli altri, perché ogni tratto contiene in sè - ossia fa da modello - lo sviluppo di tutti gli altri. Figura animica significa orientamento direzionale dell'anima; essa implica una specifica qualità dinamica dell'esperienza e anche della sua espressione. Tutto ciò segnala anche un orientamento direzionale e una qualità dinamica del fenomeno 'corpo', che è lo strumento con cui l'anima esprime la sua esperienza.

    Alcuni tratti della figura animica venivano percepiti anche da ricercatori che procedendo dallo studio scientifico della struttura corporea arrivavano a elaborare concetti razziali. Ma quelli in un corpo strutturato in un certo modo vedevano solo qualcosa di chiuso in sé stesso: non la funzione di un'anima, non uno strumento di espressione, non l'impronta materiale di una vita animica. Perciò essi non riuscivano a capire nel loro vero senso neppure i tratti formatori della struttura corporea, che invece è mezzo di espressione dell'anima. Questi tratti venivano diluiti in caratteristiche singole che erano poi studiate, nel migliore dei casi, in riferimento alla possibilità della loro trasmissione ereditaria. Uno zelo mirabile veniva impiegato nel misurare accuratamente ogni singola caratteristica e nel ricercarne statisticamente la distribuzione in modo di arrivare a ogni costo una rappresentazione numerica. In ragione della fede nella santità del numero - fede cieca, ormai sorpassata, e proprio per questo custodita angosciosamente - ciò che in realtà si voleva investigare veniva ignorato apposta oppure sacrificato al feticcio dell'"esattezza". Si demoliva metodicamente ciò che si era osservato. Anche se la figura animica era stata, entro certi limiti, percepita - altrimenti non si sarebbe pervenuti a immagini razziali conchiuse e specifiche -, una coscienza scientifica male intesa costringeva i ricercatori a negare le loro stesse osservazioni. Una volta dissolta la visione d'insieme della figura corporea in isolate caratteristiche misurabili, per loro scompariva necessariamente anche la via per giungere alla figura animica, che dà significato alla figura corporea.

    Soltanto un'osservazione che procedesse essa stessa dal dato animico poteva rivelare la connessione normativa tra la figura animica a la figura corporea, mostrando che si tratta delle due facce di una stessa medaglia. Quelli che i ricercatori indicavano come singole caratteristiche somatiche delle differenti razze, erano per lo più lineamenti estratti da tutte le figure viventi, che come tali possono essere comprese non mediante artifici numerici ma attraverso uno sguardo libero che cerchi le leggi dell'orientamento direzionale e delle qualità di moto. Naturalmente, le "qualità animiche" che quei ricercatori credevano di vedere dietro alle varie razze da loro definite esclusivamente in termini di strutture somatiche, erano di massima degli insiemi di proprietà caratteriali che con la figura animica e dunque con la razza avevano poco a che fare (il tutto talora commisto con singoli tratti della figura animica scelti a caso). Tuttavia, questi errori commessi da antropologi ignoranti di psicologia appartengono ormai alla storia e in questa sede potremo dimenticarcene.

    La razza è figura animica e la figura animica è razza finché essa si dimostra suscettibile di ereditarietà. Le figure animiche descritte qui sono ereditarie e quindi sono razza; su di ciò non è il caso di fornire prove circostanziate perché questo è già stato dimostrato dalla storia e anche da numerosi ricercatori: proprio quelli da cui la stessa antropologia scientifica ha appreso a considerare la razza. Le testimonianze che la storia e la preistoria ci offrono dimostrano chiaramente che le figure animiche da noi qui esemplificate attraverso casi viventi non sono vincolate al tempo, ma riflettono una realtà intemporale: mutano le generazioni, ma non le figure animiche.

    La figura animica non è un cliché e neppure una falsariga. A dire il vero, l'orientamento direzionale è determinato e rigidamente vincolato dal suo senso proprio; tuttavia il senso dell'orientamento direzionale consente un ampio margine alle peculiarità della vita individuale. Questo vale in particolare per la figura animica finora descritta nelle nostre immagini fotografiche. Le teste considerate per ultime (fotografie 18 e 19) sono ambedue determinate dalla medesima legge della figura; in quanto il loro orientamento direzionale è identico. Ma l'peculiarità di queste teste è chiaramente diversa e adatta i contorni a sé stessa. Ciò che noi chiamiamo la peculiarità è, fino a un certo punto, determinata dalle proprietà del carattere. Una delle due teste è più 'molle', l'altra più 'aspra'. Ma tutto si sviluppa entro i limiti dettati dalle leggi della figura animica: le due teste sono due variazioni sullo stesso tema. Entro questo margine ("campo di variabilità"), anche le proprietà del carattere trovano espressione come tratti della figura corporea.

    La figura animica che abbiamo descritta nelle fotografie finora considerate è la figura dell' uomo del còmpito (realizzazione), in quanto il còmpito (realizzazione) è il valore dominante nella gerarchia dei valori di questo tipo d'uomo. La sua esperienza del mondo è quella di qualcosa che sta di fronte a lui, verso cui egli si volga e tenda [damit ausgreife] e riguardo a cui egli è in stato di tensione "per portare a termine qualcosa". Questo è il comportamento fondamentale corrispondente alla sua natura e questo è lo stile dinamico che da lui scaturisce. Egli non può comportarsi in altro modo, perché quel comportamento è prescritto dalla legge della sua figura animica. Questa legge è definitiva, né è spiegabile con rinvio ad altro; alla domanda: 'perché'?, non si può dare risposta.

    Non qualsiasi tipo umano 'realizza' - 'è attivo' - in questo senso; e solo per questo tipo il 'realizzare' - il còmpito [Leistung] - rappresenta il valore supremo. Con ciò non si vuole affermare niente riguardo al risultato fattuale della realizzazione - quindi a ciò che sarà stato 'realizzato' -: se esso o no un valore intrinseco di applicabilità generale. Dalla prospettiva della legge della figura animica, il valore del 'fare' sta nel fatto che chi opera esperimenta la sua identità di soggetto operante e che solo sotto quelle circostanze egli è "veramente sè stesso". Il compimento dell'opera potrà anche dimostrarsi senza valore; anzi, in pratica, potrà anche dimostrarsi un atto distruttivo, un atto 'negativo'. Non è la legge della figura animica in sé a determinare se un individuo (o un gruppo umano) realizzi qualcosa di valido o no, ma il suo ingegno, la sua disposizione etica, i suoi principî, ecc.; in una parola, il suo carattere. Il valore dell'operare per chi opera e quello che può essere il valore pratico dell'opera appartengono a due categorie di valore del tutto diverse.

    Troveremo più avanti persone plasmate da altre leggi della forma animica, dedite a attività che potremo definire di tipo 'realizzativo'. Per es., anche il Beduino alla fine compie un'opera esercita quando mette insieme o disfa la sua tenda di pelo di capra, o quando per venti ore al giorno e per settimane di sèguito cavalca dietro a una preda lontana per ucciderla e poi portarla all'accampamento. Anche a questo riguardo, l'uso dei vocaboli 'realizzare' - 'essere attivo' - e 'realizzazione' sembrano almeno a noi adeguati. Invece, dal punto di vista del Beduino le cose stanno diversamente. Il suo agire non risulta determinato da un imperativo di 'fare', ma dalla prontezza ad afferrare ciò che l'istante gli offre. Per il Beduino la preda è, nell'àmbito della vita quotidiana, ciò che nei momenti più sublimi della sua esperienza religiosa si chiama per lui la "rivelazione". Questa è l'origine di tutti i valori della sua vita. Perciò, appropriatamente, noi chiameremo legge dell' uomo della rivelazione la legge animica predominante fra i Beduini e anche fra altre popolazioni del Medio oriente (5).

    È con la figura dell'uomo del còmpito - o della realizzazione - che abbiamo aperto la nostra serie di figure animiche - figure animiche il cui stile (legge) riconosciamo come ereditario, dunque determinato dal sangue e in conseguenza definibile come stile della razza. Nessun libro destinato al pubblico germanico e che tratti di razza e anima dovrebbe incominciare con una figura diversa, in quanto è proprio lo stile dell'uomo del còmpito quello predominante nel mondo germanico e quello che sentiamo come nostro - almeno entro i limiti in cui noi siamo ancora discendenti dei fondatori del mondo germanico. Quando si è capito che cosa è davvero nostro, diviene possibile separarne ciò che è esogeno. Chi sente come fattore della propria ereditarietà [des ihm erbeigen], come realtà che gli scorre nel sangue, e quindi come elemento fatidico, determinante nel senso più profondo, la legge dello stile dell'uomo del còmpito imperante nell'universo germanico, solo costui può individuare chiaramente ciò che è esogeno e capirlo alla perfezione, rimanendo immune dalla sua fatale influenza.

    C'è una connessione di forma fra l'esperienza di vita dell'uomo del còmpito e l'aspetto del paesaggio nordico, il quale può del pari valere come retroscena stilistico per l'esperienza animica di questo tipo d'uomo (6). Con riguardo a questa connessione, quando ci riferiamo all'uomo del còmpito possiamo anche parlare di uomo nordico o di razza nordica.

    Negli ultimi due decenni [dal 1920 - n.d.t.] s'è fatto un gran parlare di 'umanità nordica' - lo feci anch'io, per es. in questo medesimo libro, la cui prima edizione apparve nel 1925, e ancora di più nel mio scritto Die nordische Seele [L'anima nordica], il cui contenuto venne da me presentato fra il 1921 e il 1922 in una serie di conferenze e poi pubblicato come libro nel 1923. Pure affascinato dalla vastità della tensione [Schwingen] di cui è capace un'anima nordica, già allora mettevo in guardia contro l'errore banale di scorgere nell'esperienza di vita [Erfahrung] nordica un valore sopraordinato, rispetto al quale le qualità dell'esperienza vissuta dalle altre razze devono essere viste come inferiori. Questo avvertimento non fu sempre ascoltato e così successe che presso vasti strati della popolazione prese forma un nuovo dogma: quello del valore unico dell'uomo nordico. Chi era biondo o possedeva qualche altro "connotato somatico" dell'uomo nordico, vedeva in ciò la garanzia di un valore superiore, che contrassegnava lui sia come singolo che come membro della comunità etnica. Viceversa, accadde ad alcuni onesti Tedeschi, stregati da questo medesimo dogma, di provare un lancinante dispregio per il proprio valore perché, guardandosi allo specchio, non vi coglievano tratti nordici. Si dice che certi disperati siano arrivati fino al suicidio. Una conclusione profondamente tragica, soprattutto quando si consideri che la decisione di "farla finita" piuttosto che vivere nella consapevolezza delle proprie insufficienze genetiche, sembrerebbe indicare che il tratto dominante nel senso della vita di questi individui era di tipo nordico.

    La conoscenza si matura con gli errori; e là dove si combatte per ottenere la conoscenza ci sono anche dei caduti - che però non saranno caduti invano. Sta di fatto che, dalle origini, il popolo tedesco e la storia tedesca si sono sviluppati sotto la legge dell'anima nordica: il popolo tedesco e la storia tedesca non avrebbero potuto essere tedeschi se non così, cioè nordici nei loro tratti fondamentali. Qui sta, a ben vedere le cose, il valore della razza nordica: per noi tedeschi e per alcuni altri popoli dal destino affine al nostro. Questo valore della razza nordica è quindi correlato al senso storico della germanicità. Essere tedesco, in senso storico, presuppone un'esperienza di vita di stile nordico.

    Ciò che è "nordico" rappresenta perciò un valore per noi, ma non costituisce un valore di per sé. Di per sé, "nordico" non significa altro che una specifica qualità dinamica dell'esperienza: uno stile dell'anima e della sua manifestazione corporea. Significa possibili attitudini e comportamenti, un possibile modo di incedere nella vita, possibili vie per il realizzarsi delle esperienze. Ma riguardo al contenuto e alla valenza delle esperienze che in quel modo si possano sviluppare, nulla si dice qualificando queste ultime come "nordiche". "Nordico" si riferisce soltanto al come si fa esperienza della vita, non al che cosa viene esperimentato. A esempio, il contenuto dell'esperienza può essere, a seconda dei casi, buono o cattivo sotto il profilo etico. Un singolo può anche essere un malfattore o un criminale alla nordica - diciamolo pure: egli può essere un 'poco di buono' in stile nordico.

    Ne derivano conseguenze importanti per l'educatore e plasmatore di un popolo [Volksgestalter] (l'espressione 'plasmare un popolo' sta a indicare il lato creativo della politica). Essere nordico non significa necessariamente essere un membro valido del popolo tedesco. Individui aventi la forma animica nordica divengono inutili, allorché il carattere, in cui agisce lo stile nordico, è di cattiva qualità. A decidere il valore di uno in quanto membro di una comunità non è soltanto la sua forma animica né lo stile delle sue esperienze, ma anche ciò a cui quella forma e quello stile fanno da involucro [umgreifen] e danno la loro impronta - cioè le sue buone (o cattive) proprietà, ovverossia il suo carattere. La razza perciò dà la sua impronta a tutta l'esperienza: ma ciò che viene esperimentato non è di per sé razza. In conseguenza è un errore credere che limitandosi ad allevare gente di sangue nordico si possano formare connazionali [Volksgenossen] di buona qualità. È necessario risvegliare nei singoli le loro buone inclinazioni, se esse ci sono, e svilupparle fino a farne delle proprietà, strutturando così il loro carattere. Il non farlo rende inutile qualsiasi allevamento [Züchtung].

    Inoltre: "nordico" rappresenta un valore per noi tedeschi, non necessariamente per altri. Per altre stirpi probabilmente ciò che per noi è decisivo risulti privo di significato, perché assente dal loro sangue e dalla loro storia. Per quelle stirpi che rimangono totalmente estranee alla nordicità altre forme della figura animica si rivelano dominanti e perciò sono le più valide. Per stirpi siffatte l'elemento nordico, nel caso in cui questo rientrasse nella loro sfera, può divenire addirittura una maledizione, nel senso che esso disordinerebbe il loro universo di valori.

    Occorre guardarsi da un altro errore, anch'esso originato da una comprensione sbagliata della nozione di 'uomo del còmpito'. Questa nozione non significa affatto che il valore di un uomo nordico, misurato secondo criteri nordici, sia tanto più elevato quanto più elevato è il suo rendimento: ovvero dipenda dalla quantità di lavoro da lui espletato, dalla quantità di azioni da lui compiute, dalla quantità di beni da lui prodotti. Questo sarebbe uno stravolgimento totale di senso. Ciò che noi qui chiamiamo 'rendimento' non ha niente di quantitativo. Questo errore è tipico di una mentalità, ormai in via di scomparsa, che si compiace dei grandi numeri e della produzione ininterrotta e che è pronta a scambiare l'agitazione senza posa, il movimento, l'affanno, con il vero rendimento, che è invece una forma di Kultur.

    Una vita di realizzazioni, nel senso qui esposto, può svolgersi in modo tale da apparire, dall'esterno, improntata a una sfacciata pigrizia - questo sarà il caso, per es., di un uomo nordico che si concentri interamente nel proprio mondo interiore, dimenticando la sua appartenenza alla comunità e al mondo di tutti. Un uomo chiuso in sé stesso in siffatto modo sembra nullafacente"; invece egli - visto dal suo interno - 'fa' in continuazione. Se questa suo 'fare' sia creativo nel senso ordinario della parola - ossia si consolida in opere, apportando così qualcosa alla comunità e al suo universo - è un altro discorso: dipende dalla forza plasmatrice dell'individuo, dalla sua capacità di adattarsi al mondo esterno, dal suo ingegno e, in generale, dal suo carattere; non certo dalla sua legge razziale. Perciò è possibile anche una vita nordica il cui 'fare' sia diretto esclusivamente a sè stessa - e ci sono stati uomini che hanno abbracciato quel tipo di vita, da loro sentito come di alto valore anche se storicamente niente rimane di loro, né nella memoria né sotto specie di manufatti a loro riconducibili. Se poi si domandasse qual'è il senso di una vita del genere, la risposta sarebbe: il senso di superare vittoriosamente la pesantezza. In fondo, è proprio questo il senso ultimo di ogni realizzazione nordica.

    A questo punto si può liquidare anche un altro equivoco scomodo: che il frenetico 'dover-fare-qualcosa', la mania del movimento, lo spasimo del rendimento siano, dal punto di vista nordico, dei valori particolarmente alti. Non c'è dubbio che lo spasimo del rendimento è uno spasimo tipicamente nordico, ma si tratta sempre e in ogni caso di una condizione patologica, morbosa, dell'uomo nordico: di uno sfiguramento della sua natura [eine Verzerrung sines seelischen Ganges]. Spasimo significa rendere greve qualcosa che potrebbe essere lieve; significa, nel campo di validità dell'esperienza nordica, un capovolgimento nel suo contrario dell'orientamento direzionale dell'operare. Là dove la vita nordica si esprimeva in stile perfetto, presso quei ceti che determinavano la Kultur di popolazioni fondamentalmente nordiche, qualsiasi pesantezza era esclusa dalle buone maniere, in circostanze tanto ordinarie quanto solenni, fra gli uomini. Lì, il presupposto fondamentale della distinzione umana era evitare la pesantezza. Anche i princìpi [Gesinnung] sono cose per le quali meno "strepito" si fa e più se ne presuppone la realtà concreta, operativa. Far strepito è già di per sé un'accentuare la pesantezza e risulta perciò contrario alla legge nordica di vita. Anche cose intrinsecamente pesanti vengono trattate in modo tale da sembrare leggere. Nella prospettiva nordica, pesantezza significa vita priva di equilibro, 'scomposta'.

    Lievità non è lo stesso di leggerezza o sventatezza, né equivale a prendere la vita alla leggera (cioè: il contrario di prenderla sul serio), anche se tutte queste caratteristiche sono senz'altro possibili anche nell'àmbito nordico. L'uomo nordico può prendere molto sul serio il mondo, sé stesso, la sua vita e, naturalmente, i suoi còmpiti; ma fare sfoggio di questa serietà come qualcosa di pesante contrasterebbe con lo stile dinamico dell'anima nordica. Tutti noi - almeno noi della generazione della guerra [la prima guerra mondiale - n.d.t.], conosciamo fin dai tempi di scuola l'esagerazione della "serietà etica": nell'àmbito nordico essa diventa una pedanteria da maestro elementare o da curato. Solo quando venga non esagerata ma sentita come qualcosa di naturale e spontaneo, la gravità etica si rivela un valore autentico dell'anima nordica.

    Al superamento della pesantezza è destinato anche quello strumento operativo in cui si esprime la struttura psichica - animica - nordica: la sua manifestazione corporea. Per favorire la comprensione di questo, un paio di fotografie riusciranno più efficaci delle descrizioni verbali.

    Le fotografie 20 e 22 mostrano ciascuna in primo piano una figura femminile: in ambedue i casi i soggetti hanno in comune il fatto di stare in piedi con una palla in mano. In comune hanno anche anche il colore chiaro della pelle e dei capelli. Eppure nelle due immagini la figura è molto diversa, così come diverso è il modo, dalla figura determinato, di tenersi in piedi e di tenere la palla. Tutte e due le ragazze stanno erette, in posizione di riposo. Nell'un caso (fotografia 20) la stazione eretta include prontezza a staccarsi con lievità [leicht] dal suo posto e a muoversi nello spazio ("gamba di sostegno e gamba d'azione"); mentre nell'altro (fotografia 22) la ragazza poggia tutte e due le gambe per terra, in modo tale che il loro peso sembra farsi sentire sul suolo. In quest'ultimo caso tutto è costruito sulla pesantezza: le spalle sono orizzontali e larghe, il collo fa da base possente alla testa e viene a sua volta sostenuto da un tronco che nella sua ampiezza e possanza esprime la pesantezza della materia. Procedendo ancora un poco nel descrivere l'orientamento direzionale [Linienführung] questo corpo, troviamo che è costruito come una torre massiccia: le gambe fanno l'effetto di due robuste colonne, fatte per sostenere e per portare, non per muovere. E le braccia sembrano fissate alle spalle, non paiono membra di una figura mobile (7).

    Prescindendo da confronti, la fotografia 20 indica chiaramente che cosa significhi il superamento della pesantezza e come esso si manifesti già nella struttura della figura fisica. Qui il collo s'"innalza" al di sopra delle spalle, graziosamente arrotondate, dalle quali "scorrono" le braccia. Questo profilo, che è "sciolta" perfino nella posizione di riposo, si ripete lungo il tronco sottile e nelle gambe fino a raggiungere i piedi, che sembrano quasi sgravati dal peso del corpo. Basta una leggerissima scossa, un piccolo stimolo al movimento, e le membra si afferrano gioiosamente allo spazio: come indica la fotografia 21, con un'altra figura sullo sfondo che esegue lo "stesso" esercizio corporale, ma in modo diverso.

    Qualcosa di simile vale per le immagini di giovane nordico e di ragazza nordica, alle fotografie 23 e 24. In ciascuna razza, essere giovani ha un significato diverso a seconda della diversa gerarchia di valori determinata da un diverso stile. Giovinezza 'alla nordica' significa: vedere la vita davanti a sé come un campo vasto e attraente, per spaziare o per volare nel quale si richiede un superamento sempre più impegnativo della pesantezza. E vecchiaia nordica significa guardare all'indietro, a una vita realizzata, oppure irrigidirsi quando non è più possibile realizzare, cioè superare la pesantezza.

    Le fotografie 25 e 26 mostrano una vecchia contadina originaria di un isolotto della Frisia settentrionale, ove ha trascorso tutta la sua vita. È stata una delle ultime persone radicatesi nei loro focolari aviti di Frisia. I suoi figli parlano ancora il frisone; i suoi nipoti lo capiscono appena. Essa rappresenta la pietrificazione di un passato, il suo volto assomiglia a un teschio. Da lei non si riusciva a ottenere un sorriso né un movimento. Quando permise che la si fotografasse, lo fece per un favore ai suoi nipoti. Il mondo nel quale essa aveva svolto la sua vita operosa era sprofondato, ed ella non voleva avere niente a che fare con quello nuovo. Le fotografie la mostrano così: ritirata dal mondo circostante e già morta internamente. Per una persona di questo tipo, anche quando dice di sé stessa di "essersi meritata il riposo" e di dover ormai rimettersi al su Altenteil [diritto agli alimenti e all'abitazione nella sua proprietà, di cui gode un fattore a riposo], la verità è che per lei quella non è più la vita giusta, perché per lei soltanto una vita operosa è degna di essere vissuta. Una vita diversa non ha valore.

    (1) L'immagine completa di quest'uomo è riprodotta in: L. F. Clauss, Rasse und Charakter [Razza e carattere] (Fkft. a. M. 1936 und 1938). p. 42 (Fig. 18).

    (2) Cfr. L. F. Clauss, Die nordische Seele [L'anima nordica]. 7a. edizione (München 1939) 13o. cap.: La decisione nordica, in particolare pp. 98 segg.

    (3) Siffatti tentativi di variazioni arbitrarie sono presentati in L. F. Clauss, Rassenseele und Einzelmensch. Ein Lichtbildervortrag [Anima della razza e individuo. Conferenza con proiezioni] (München 1938, J. F. Lehmann). Cfr., inoltre, L. F. clauss, Rasse ist Gestalt [Razza è figura], "Scritti del movimento", editi dal Reichsleiter Ph. Bouhler, quaderno n. 3 (München 1937, Fz. Eher Nachf.).

    (4) Il significato che l'educazione può assumere in relazione alla legittimità della figura animica, è descritto nel mio libro Die nordische Seele [cit.], cap. 13 (cit.), in particolare pp. 97 segg.

    (5) Cfr. il 4o. capitolo di questo libro. Cfr. anche L. F. Clauss: Semiten der Wüste unter sich [I Semiti del deserto nel loro ambiente] (Berlino 1938, Buchmeister Verlag).

    (6) Cfr. L. F. Clauss, Die nordische Seele [cit.], cap. 6: "Anima e paesaggio, terre del Nord e del Mediterraneo". Non è certo vero che l'uomo nordico si possa rinvenire solo in un paesaggio nordico. Piuttosto, il paesaggio nordico è lo sfondo conforme al suo stile: è il paesaggio cui egli a p p a r t i e n e stilisticamente e dal quale all'inizio dei tempi deve avere tratto la sua origine.

    (7) Si noti però che la figura corporea di questa ragazza che ci è valsa da esempio non manca completamente di tratti nordici; in questa fotografia essi passano tuttavia in secondo piano, di modo che non rimane alcun accenno a un superamento della pesantezza.

    1-Contadino e operaio tedesco, originario della Frisia. Il suo livello culturale è certo modesto, ma nonostante ciò egli è un signore. La signorilità sta non nella sua vita quotidiana, ma piuttosto nella sua attitudine interna. Egli avanza verso il suo mondo circostante, il quale è il suo "oggetto", a lui contrapposto perché ne faccia un obiettivo di realizzazione. Uomo del còmpito, razza nordica.

    2 Il medesimo. Il contorno della nuca è verso l'esterno, i tratti facciali sono bene definiti e puntano in avanti. Si tratta dell'espressione corporea di un uomo sempre pronto all'azione esterna, ossia quella che tende a plasmare il mondo. La tensione verso l'esterno è la base della sua esperienza di questo.

    3/4 Figlio di contadini svedesi. Fa il cameriere in un albergo, ma anche come inserviente rimane libero e signorile. La sua mobilità animica e i suoi contorni fisici corrispondono a quelli della figura precedente; non però le sue proprietà caratteriali né l'impronta impressagli dalla storia.

    5/6 Operaio della Carinzia meridionale. I suoi contorni fisici sono quelli delle figure precedenti, ma coniati da una vita storica più intensa. Al suo confronto i visi precedenti danno l'impressione di essere "neutri".

    7 Costruttore di navi, originario dello Holstein. Uomo nordico "al lavoro". Anche l'incarico più banale diviene per lui un còmpito professionale.

    8 Avventuriero di stile nordico, originario del Baltico. Fondamentalmente della stessa razza degli esempi precedenti, dotato però di un carattere affatto diverso.

    9 Commerciante, con antenati frisoni e brandenburghesi; nordico. Per valutare qualcosa, si colloca "di fronte" e a distanza.

    10 Il medesimo. La sua forma bene delineata esprime il valore dato alla distanza e quindi il suo evitare di mettersi in posa.

    11/12 Il medesimo. Un uomo del còmpito fuori dal suo lavoro, durante la sua conversazione casuale. L'"oggetto" della conversazione viene colto con gli occhi (fotografia 11). Anche il suo sorriso (fotografia 12) contiene un giudizio e perciò una realizzazione.

    13 Il medesimo. Gaiezza nordica, "rivolta a sé stessa".

    14 Il medesimo. Il giudizio, preso come realizzazione, si rivolge adesso all'interno: un ricordo diviene "oggetto".

    15 La conversazione incontra una difficoltà, la quale viene superata 'professionalmente'.

    16 Ragazza della nobiltà ungherese, fondamentalmente nordica.

    17 Italiano della Lombardia, fondamentalmente nordico.

    18 Contorni [Linienführung] più molli, ma di massima di figura nordica.

    19 Volto nordico dai contorni più duri, appropriato per un'espressione aspra.

    20/21 Movimento e stazione nordici; superamento della pesantezza.

    22 Stazione falica. Accentuazione della pesantezza.

    23 Corporatura nordica maschile.

    24 Corporatura nordica femminile.

    25/26 Vecchia contadina di un isolotto della Frisia settentrionale. In questo caso la vecchiaia vuol dire l'irrigidirsi del movimento e il non riuscir più a operare. Il superamento della pesantezza non si verifica più; e ciò, per un'esperienza nordica di vita, significa che la vita si arresta
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    L'UOMO DELLA STATICITA' (*)

    LA RAZZA FALICA (DALICA, ATLANTICA)

    (Cfr. fotografie 27-41)


    Il superamento della pesantezza propone come suo opposto l'accentuazione della pesantezza. Esiste una figura animica la cui natura stia nell'accentuare la pesantezza e la cui espressione somatica esprima questo fatto?

    Questi due opposti - un fatto così chiaro come quello di due assunti concettuali - sono così evidenti e visibili che si è tentati di pensare che non si tratti di altro che di due fatti concettuali, di un gioco intellettuale, di un 'postulato logico'. La natura allora si prenderebbe gioco di noi, in quanto essa non prende in considerazione alcun 'postulato' di questo genere e nega loro la carne e il sangue della realtà.

    Ma qui di realtà si tratta, come già potemmo renderci conto nel capitolo precedente. Che cosa fosse il 'superamento della pesantezza' e la sua espressione somatica fu reso a noi chiaro dalla considerazione di due immagini fotografiche (fotografie 20 e 22), delle quali la seconda non solo non esprime il superamento della pesantezza ma mostra una figura nella cui struttura la pesantezza è accentuata.

    La ricerca psichica può partire dai tratti della figura animica, quando essi siano individuabili. Dalla ricerca può risultare un rapporto riguardante il comportamento di un determinato individuo sotto queste o quelle circostanze, rapporto che potrebbe anche includere alcuni dei suoi modi di espressione verbale. Inoltre, esso può proporre un po' di pedagogia, addentrandosi su di come l'individuo vede lo scopo della sua vita; per poi provare di capire la sua natura più vera e quindi anche la legge che lo regge come essere vivente totale. Alla sua totalità appartiene anche l'impressione che viene data dalla sua apparenza somatica. Così potremmo, partendo da determinati tratti appartenenti alla sua figura animica, cercare di dare risposta alla domanda: come deve essere il corpo per mezzo del quale questa figura animica può dare a sé stessa un'esprerssione completa? In altre parole: qual'è il corpo che fa da espressione stilistica migliore per un'anima avente una figura determinata?

    Viceversa, si può anche incominciare la ricerca partendo dai tratti della figura fisica, presupposti conosciuti. Allora la domanda diviene: quale deve essere la natura di un'anima per la quale un dato corpo sia lo strumento d'espressione stilisticamente appropriato?

    È chiaro che in ambedue i casi si sta lavorando con la figura [Gestalt], cioè con fatti razziali, e non con proprietà caratteriali dell'individuo. Il pericolo di confusioni è grande; perché chi in ogni caso particolare abbiamo davanti a noi è sempre questo o quell'individuo particolare, il quale deve essere specificato con proprietà di diversi tipi: dotato - o non dotato - per questa o per quella attività, coraggioso o vile, ecc. - Le proprietà prese in considerazione vengono descritte per mezzo di parole che nelle scuole vengono dette 'parole proprie' [Eigenschaftswörter] e perciò si tende a vedere in ogni identificabile specificità del vivente soltanto una 'proprietà', sul tipo di quelle menzionate poc'anzi. Usando invece un po' di sottigliezza, che allo psicologo non dovrebbe mai mancare, ci si può accorgere facilmente che espressioni come 'superamento della pesantezza' e 'accentuazione della pesantezza'; oppure 'tensione verso l'esterno' [Ausgriff] e 'mettersi di fronte (o: in contrapposizione) al mondo', con tutto ciò che da esse deriva, risiedono in un campo concettuale del tutto diverso da quello delle 'parole proprie' appena menzionate. In riguardo, noi parleremo di 'tratti della figura'.

    Si consideri adesso un'immagine come quella della fotografia 22 e ci si domandi se si tratta dell'immagine di un individuo autocontenuto o di un individuo misto. Questo lo potremo decidere per mezzo di un'indagine che ci indichi se un determinato tratto particolare dell'immagine ha lo stesso significato di un qualsiasi altro tratto, di modo che ogni tratto, avente un determinato significato, 'richiama' tutti gli altri - come già fu visto nel capitolo precedente con riferimento a questa medesima fotografia. Ogni tratto singolo - per es., l'importanza delle linee orizzontali - è allora un preludio a tutti gli altri tratti della figura, per es. la pesantezza quasi vegetale delle gambe e nel contempo il modo particolare in cui il soggetto si mantiene in piedi su di quelle gambe; che indicano non prontezza per il movimento, ma piuttosto pesantezza e staticità. Quando, come in questo caso, un contorno così coerente con sé stesso percorre ogni tratto, chiamiamo questa molteplicità di tratti aventi tutti lo stesso significato un 'insieme armonico di tratti' [ein Gezüge].

    La parola 'figura' [Gestalt], che qui finora abbiamo usato, è presa dalla lingua di tutti i giorni e viene usata anche fuori dalla scienza: non è possibile restringere il suo uso a quanto qui trattato. La sua radice sta nel verbo "porre" [stellen] e indica, in ultima analisi, alcunché di fondamentale, di inamovibile. Perciò indica qualcosa che sta al di là di ciò che uno sguardo superficiale ci aveva mostrato come un insieme di "tratti", nel senso di determinate modalità di movimento. "Tratto" [Zug] proviene dal verbo "trarre" [ziehen] e ha una comunanza di significato con "allevamento" [Zucht, Züchtung]. Sono proprio le linee (i lineamenti) "tirati" (o 'disegnati') in quest'ultimo senso quelle a cui ci si vuole riferire quando si usa la parola "tratto" [Zug]. Il concetto di "tratto" include anche quello di modalità di movimento. Quando si voglia mettere tutto in un modo verbale corretto, lo sviluppo della nostra terminologia rende evidente che l'espressione "insieme armonico di tratti" è appropriata per descriverne un insieme unitario (ciò che è tratto, ovverossia insieme di lineamenti provenienti da un "allevamento", da un fatto ereditario). Quando un "insieme armonico di tratti" si dimostri ereditario, esso è razza.

    Inoltre, non si potrà fare a meno di usare le parole "figura" e "raffigurare" in tutti i casi nei quali si dovrà elaborare il significato di una figura somatica i cui lineamenti non evochino immediatamente la sua corrispondente mobilità. Ci sono figure così poco consone con il concetto di mobilità che qualsiasi parola che indichi movimento sembra inappropriata per descriverle: ma questo solo in apparenza. Anche ciò che si muove con difficoltà è in ultima costruito sul movimento, sia pure su di un movimento pesante. Ogni esperienza animica, anche quella che sembra inattiva, è dentro alla corrente del tempo, ed è nel modo in cui procede questo movimento animico che si manifestano i tratti dell'anima, che a loro volta si rendono visibili e audibili nei tratti del corpo. Proprio questo ci ha spronati a parlare di figura animica. Più avanti si utilizzeranno espressioni come "insieme armonico di tratti animici" e "insieme armonico di tratti dell'esperienza", senza però evitare di usare la parola "figura".

    Il significato ristretto e preciso dell'espressione "insieme armonico di tratti" [Gezüge] può essere contrapposto istruttivamente a quello di "figura" [Gestalt], in quanto ne risulta una sottile ma importante differenza. Nell'uso giornaliero, il termine "figura" viene usato per indicare diverse cose: anche immagini intrinsecamente contraddittorie - nelle quali si sovrappongono insiemi disparati di tratti, non armonicamente, ma piuttosto per dare luogo a qualcosa di internamente dilacerato - possono essere designate, in linguaggio corrente, come "figure". Ma una figura del genere, quando la si sia bene osservata e si sia preso nota della sua natura contraddittoria, risulta essere una "figura deforme" e così deve essere chiamata (senza che con ciò una figura deforme cessi di essere una figura). Di contro, ci sono figure fatte di insiemi armonici puri di tratti, nelle quali ogni tratto combacia con ogni altro. Per mezzo di un nuovo linguaggio figurato (preso a prestito dalla metallurgia), possiamo dire che si tratta di figure "d'un solo getto". Il concetto di razza, dal punto di vista della scienza dell'anima, può provvisoriamente essere schematizzato così: la razza è la figura [Gestalt] ereditaria costituita da un insieme armonico puro di tratti (dell'esperienza e dell'espressione somatica). Ne segue che l'aggettivo "puro" è qui, in senso stretto, innecessario, in quanto contenuto implicitamente nel concetto stesso di "insieme armonico di tratti" - il quale non può essere se non "puro" nel senso di carente di cesure nei contorni e di contraddizioni interne. Invece, l'aggettivo "puro" è indispensabile quando usiamo la parola "figura" nel suo senso più stretto, cioè come equivalente di "insieme armonico di tratti". Il concetto di razza, dal punto di vista della scienza dell'anima, può allora essere abbreviato così: la razza è una figura pura ereditaria.

    I tratti della figura della fotografia 22 sono tutti concordanti e costituiscono perciò un insieme armonico. Due domande insorgono quando si consideri questa figura, una riguardante la scienza dell'anima; l'altra la scienza della razza. La prima domanda - psicologica - è: quel'è il senso di questi lineamenti? La seconda domanda è: è questo insieme di tratti erditario? Da queste due domande hanno il loro inizio tutte le indagini riguardanti l'anima delle razze.

    Prendiamo subito l'occasione per confutare un comune errore. Quando, per rendere chiaro il concetto di figura, ci si valse di uno specifico esempio, l'immagine fotografica 22, non era certo a quello specifico esempio che ci si riferiva, ma alla figura da esso esemplificata. Ci interessava non quella ragazza in sé e per sé, ma la figura che in essa si era incarnata. Questo è implicito già nella parola "esempio". Non ci sono "esempi fine a sé stessi", ma soltanto esempi di qualcosa o per qualcosa. Perciò noi guardiamo l'esempio individuale, senza però ad esso rivolgerci in modo specifico. Quello che vogliamo indicare e di cui parliamo è altro: cioè la cosa di cui quell'esempio è un esempio - nel nostro caso, la figura pura.

    Da una conoscenza più ravvicinata di questa ragazza oppure anche dall'osservazione di altre sue immagini, si può arrivare alla conclusione che lei - presa come individuo singolo - non è interamente concordante con quanto potesse essere stato dedotto dall'osservazione di quell'unica immagine fotografica: potrebbe darsi che dei tratti discordanti con quelli lì visibili venissero alla luce. Allora, necessariamente, ne risulterebbe una cesura nell'insieme armonico dei tratti e l'immagine si rivelerebbe contraddittoria. Questo però non riguarderebbe la figura pura a noi resa percepibile dall'analisi di questa immagine fotografica, ma soltanto la sua incarnazione attraverso questo particolare esempio. Riguarderebbe, cioè, soltanto quella ragazza, presa come immagine singola. In altre parole: riguarderebbe solo l'esempio, spronandoci forse a cercare un esempio migliore, nel quale la figura fosse più compiutamente rappresentata. Questo presupporrebbe necessariamente avere a disposizione una grande varietà di esempi (e non tutti potrebbero essere mostrati). Senza questa varietà sarebbe del tutto impossibile scegliere un caso singolo come l'esempio ottimo nel quale si manifesta la legge della forma.

    La prima domanda riguardante il senso che predomina in questi tratti (ci riferiamo ancora alla fotografia 22), e che li rende unitariamente un insieme armonico, è stata già menzionata più sopra e le è anche stata data una parziale risposta con la formula 'accentuazione della pesantezza". Questo contrassegno è certamente troppo vago perché ce ne possiamo considerare soddisfatti. I modi in cui si può accentuare la pesantezza sono molti. Però nel nostro caso particolare, si estrinseca una sola variante di quell'accentuazione che possa essere univocamente specificata. Il nostro compito è quello di sviscerare quella variante; e ciò possiamo fare affiancando al nostro primo esempio degli altri esempi che indichino lo stesso. Ogni esempio mostra la stessa figura, più o meno accentuata, in diversi tipi umani singoli; ognuno dei quali mostra lo stesso insieme armonico di tratti anche quando si tratti di persone aventi proprietà caratteriali diverse.

    La seconda domanda, invece, che riguarda l'ereditabilità dell'insieme armonico di tratti, non sarà trattata in questa sede; in quanto qui ci occupiamo dello schiarimento del senso della figura somatica. Qui si è deciso di prendere in considerazione soltanto quegli insiemi di tratti la cui ereditarietà è da considerarsi indubbiamente dimostrata. La storia ci dà testimonianza della loro invariabilità attraverso le generazioni. Senza questa testimonianza della storia (e della preistoria), non sarebbe possibile spaziare con lo sguardo su alcuna figura ereditariamente invariabile e di conseguenza non sarebbe neppure possibile una scienza della razza, sia pure una scienza somatica della razza, che avesse la pretesa di essere veramente scientifica. L'invarianza della figura lungo la successione delle generazioni è stato ciò che ha obbligato a riconoscere il fatto razziale.

    Quanto sopra non vale soltanto per le ricerche sull'anima umana, ma per ogni tipo di ricerca razziale. L'assunzione, spesso decantata dalla "comunità scientifica" [alla svolta del secolo - n.d.t.], secondo la quale per poter parlare di razze umane si dovrebbe poter dimostrare che esse trassero la loro origine da tentativi artificiali di allevamento, è una concezione falsa che sconfigge sé stessa. Usando la stessa logica, si potrebbe pretendere che un cavalleggero che vuol montare su di un cavallo - che pure è lì presente -, prima di sedersi in sella dovesse dimostrare che il cavallo esiste per mezzo di una sequenza di spintoni e di pizzichi eseguita in modo statisticamente corretto. Non è chiaro perché anche nelle scienze la cerimoniosità debba essere una virtù. Sospetto che la strana tendenza, che si manifesta nella scienza tedesca, a complicare le cose semplici (fra l'altro, con l'abuso di vocaboli stranieri e di espressioni verbali lambiccate), non ha niente di tedesco; ma è conseguenza di un tentativo - riuscito - di imitare il modo di pensare levantino importato fra noi dai dotti ebrei. - Allora: è forse possibile in un libro, sia esso pure di argomento scientifico, dire e mostrare "tutto" (nel modo in cui due comari si dicono "tutto")? È mia opinione che anche fra lo scrittore e il lettore ci può essere una collaborazione, nel senso che anche al lettore rimane da usare il suo personale comprendonio. In ogni caso, e nonostante diversi suggerimenti pervenutimi, non è mia intenzione quella di caricare questo libro di esempi tratti dalla storia e dalla preistoria, solo per far vedere che le razze sono razze.

    La domanda riguardante il senso (il senso espressivo. l'espressione) della figura proposta dalle fotografie 27 - 41, e che diviene chiaro quando le si consideri nel loro insieme, ci riconduce a quell'esempio di figura dal quale hanno preso inizio le ricerche descritte in questo testo: quello delle fotografie 1 e 2. Aggiungiamo (fotografia 29) un altro contorno della testa di quest'uomo (1) per metterlo a confronto con il contorno di un'altra testa (fotografia 31), rètto, è chiaro, da tutt'altra struttura delle linee formanti [Linienführung].

    Qui fa la sua comparsa qualcosa di strano. Uno sguardo superficiale sembrerebbe indicare che questi due profili differiscono poco l'uno dall'altro. Ambedue queste teste, osservate lateralmente, sono "lunghe", anche se nel caso della fotografia 31 questa descrizione non dà l'impressione di essere del tutto appropriata. Ma quando si misuri in ambedue i casi la distanza fra il punto più in avanti (fra le ciglia) e quello più all'indietro, si ottiene approssimativamente lo stesso numero; e il numero che esprime la relazione fra la larghezza e la lunghezza della testa (il quoziente dell'appena menzionata lunghezza orizzontale massima e della larghezza massima fra orecchio e orecchio, il cd. "indice cranico") è in ambedue i casi quasi lo stesso. Se qualifichiamo la testa nordica della fotografia 29 come "lunga", allora, dal punto di vista delle misurazioni, anche l'altra deve essere, logicamente, detta lunga. Ma se invece degli indici cranici prendiamo in considerazione la figura vivente e ci domandiamo quale sia il significato dell'insieme delle sue linee formanti, questo tipo di logica non è più applicabile. Queste due teste hanno certamente molto in comune, ma se seguiamo i rispettivi contorni ci accorgiamo che le loro linee formanti, nonostante diverse similitudini, hanno in fondo un senso diverso. Nella testa nordica ogni cosa indica direzionalità e movimento. Quando consideravamo la fotografia 2, dicevamo più o meno così: i tratti sembrano avere la loro origine in un punto unico, localizzato sulla nuca, e da loro sembra attivarsi una tensione che si proietta al di fuori dalla figura da essi delimitata. Il naso, che si lancia nello spazio completando un movimento che già si era originato nella parte posteriore della testa, sembra avanzi lungo la fronte per poi balzare leggiadramente in avanti. A ciò corrisponde anche la forza del collo lungo e magro, che da l'impressione di essere non il sostegno della testa ma una continuazione del suo contorno. Le osservazioni valide per la fotografia 2 lo sono anche, esattamente, per la fotografia 29.

    La fotografia 31 mostra qualcosa di totalmente diverso. Il cranio dà l'impressione di essere una cupola massiccia, gravante su di ciò che le sottosta. La linea nasale corrisponde anch'essa a un tipo di lineamenti che "fanno da sostegno": il naso non si proietta dal contorno della fronte, ma sembra piuttosto che aiuti a sostenere la volta cranica. Il collo corto è qui chiaramente ciò che sostiene la testa - si potrebbe quasi dire: ne è il "basamento" - accentuando così la pesantezza della mole che su di lui preme. La parola "lungo", che nella nostra lingua [in tedesco, n.d.t.] è relazionata con il significato della parola "sottile" [schlank], esclude sé stessa nel modo più naturale nella descrizione di questa testa, quando si voglia indicare il senso delle linee formanti e non i numeri che ci dicono quanti centimetri sia "lunga" questa o quella testa.

    Le deviazioni, misurate con il righello, della testa nordica da quella sotto nostra considerazione, sono relativamente piccole. Eppure sono sufficienti per trasformare le caratteristiche fondamentali dell'insieme di tratti nordico - il cui senso noi definimmo come il superamento della pesantezza per mezzo della tensione verso l'esterno - nel suo contrario, cioè nell'accentuazione della pesantezza. Naturalmente si potrà sempre indicare questo o quel dettaglio e obiettare: le cose stanno, qua o là, in modo un po' diverso. Ma non si tratta di considerare dettagli, ma l'orientamento direzionale d'insieme delle linee formanti. A quest'orientamento direzionale bisogna guardare, in quanto attraverso di esso si manifesta la legge che domina la figura. Né si tratta di una registrazione tabulare di dettagli, la quale potrebbe mostrarci soltanto una composizione di varie sfaccettature che non schiarirebbe niente riguardo alla loro armonicità né darebbe alcuna comprensione per il senso che lega il tutto rendendolo un insieme di tratti in armonia con sé stesso.

    Le differenze fra le linee formanti possono essere constatate con la stessa chiarezza guardando di fronte le rispettive figure. La fotografia 27 mostra, meglio ancora che la fotografia 30, quello che chiamammo "accentuazione della pesantezza" - che diviene staticità - essendo lì le linee orizzontali ancora più evidenti. L'ampiezza del volto sotto la fronte; la linea orizzontale che unisce gli occhi (si confronti con la fotografia 1); il naso, che sembra un blocco ad angolo retto che sostenga il cranio; sono tratti particolarmente evidenti nella fotografia 27, mentre la fotografia 30 ricorda ancora un po' la figura nordica, per esempio per il fatto che la larghezza del viso è leggermente minore.

    Quello che ci può venire indicato dal confronto della testa - per esempio, quella nella fotografia 27 - presa nel suo insieme con una testa nordica è indicato anche dal confronto di un qualsiasi dettaglio, per esempio il naso. Nella fotografia 1 il naso è, nonostante la sua forza, qualcosa di delicatamente articolato: esso si sviluppa a partire da una radice stretta, allargandosi poi leggermente come per prendere impeto e per balzare verso la punta, che fa l'effetto di una cresta. Nella fotografia 27 non si riscontra certo un'articolazione del genere. Perfino la locuzione "punta del naso" sembra inappropriata per questo tipo di naso, che è qualcosa di pesante e di disadorno, rozzamente scolpito come da un blocco di pietra.

    Anche il torso dà l'impressione di essere disarticolato, in confronto al torso nordico: nessuna sua linea indica mobilità. Nell'uomo nordico le spalle sono leggere, le braccia "crescono" dal tronco, la figura "prende slancio" a partire dalle anche. Così ha origine un insieme di linee formanti che si può designare come "slanciato", che richiama un'immagine di flessibiità e della prontezza al movimento. Nella donna nordica, come vedemmo analizzando la fotografia 20, le linee formanti procedono in modo non dissimile. L'impressione che le braccia "crescano" a partire dalle spalle ha origine nel delicato arrotondamento delle medesime; il tronco prende slancio al di sopra delle anche, che però non sono gravate dal suo peso. Il risultato di quest'insieme di linee formanti di stile nordico è sempre lo stesso: un tipo slanciato che, al limite, ci ricorda uno scudiscio - che dà sùbito l'impressione della prontezza al movimento.

    L'insieme delle linee formanti, per esempio, dell'immagine data dalla fotografia 22 è del tutto diverso. Le spalle e le anche sono quasi della stessa larghezza, le linee formanti sono quasi delle rètte, il tronco dà l'impressione di avere la fattura di un cubo, nel quale le braccia siano innestate. Il modo di stare in piedi, visibile nella fotografia, corrisponde interamente a queste linee ed è dunque consono allo stile dell'individuo: si tratta di dare delle 'fondamenta" sulle quali quel tronco possa poggiare. E siccome la figura è anche "grande", essa dà l'idea di una torre; sul tipo di quelle torri che si innalzano al di sopra delle porte delle città medioevali della Germania nord-occidentale.

    Di che genere deve essere l'esperienza [Erfahrung] - il modo di sentire le cose - di quell'essere che utilizza quella particolare entità somatica per estrinsecarsi nel modo più appropriato? - Per restringere l'argomento, possiamo subito valutare ciò che quell'esperienza non può essere: non può essere delicatamente articolata né può avere tonalità sottili, perché queste cose non saprebbero essere espresse da un siffatto corpo. Inoltre, non può essere un'esperienza di slancio gioioso verso il mondo, ma una in cui il movimento, a seconda delle circostanze, è qualcosa che fa forza contro un'intrinseca staticità.

    Qui si potrebbe obiettare che quasi tutti gli esempi addotti sono contadini e perciò gente dalla vita semplice e non intertessata in sottigliezze di alcun genere. Se avessimo scelto come esempi di questa razza degli abitanti di città, o in ogni caso delle persone dotate di un certo grado di istruzione, si sarebbe potuti arrivare a un'altra loro immagine e si sarebbe trovato anche in loro un raffinamento nell'esperienza che si sarebbe rispecchiato anche nei lineamenti somatici. Ma questa obiezione si dimostra sbagliata davanti al raffronto con la realtà dei fatti. Anche all'inizio della serie di immagini fotografiche di tipi nordici si mise intenzionalmente un contadino, in considerazione del fatto che sarebbe stato un errore il non prendere in considerazione il livello culturale dei soggetti nel fare la scelta degli esempi. Il confronto viene da noi fatto fra ciò che è confrontabile, contadini con contadini. E il risultato è che anche il contadino nordico esemplificato dalle fotografie 1, 2 e 29, è un "uomo semplice', avente un grado di istruzione molto modesto. Ma nel suo viso sta segnata la possibilità di arrivare a un qualsiasi grado di raffinatezza: le potenzialità latenti delle sue linee formanti si svilupperebbero allora, seguendo la loro natura, dando ai lineamenti un'espressione più luminosa e con un senso più raffinato. Insomma: tutto è lì in potenza, ha solo bisogno di essere 'energizzato'.

    Invece fra le teste della nuova serie, almeno quale essa finora è stata trattata, tutto è diverso: sono tutte come intagliate a guisa di blocchi e si oppongono a ogni ulteriore articolazione. La loro natura è statica e ciò significa non solo un abbarbicamento allo spazio nel quale e sul quale essi stanno, ma anche un perseverare nella condizione presente. Nessun movimento avviene in modo "naturale' quando esso debba portare fuori da una condizione stabilmente raggiunta (il contrario di ciò che avviene continuamente presso i nordici), ma solo come coseguenza di una "spinta" che sia sufficientemente forte per superare il rifiuto del cambiamento. Questa "spinta" può 'far leva' sulle più disparate possibilità animiche immaginabili, non esclusa la volontà guidata dal ragionamento, ma rimane sempre una spinta che viene da "fuori' e che in nessun modo può essere messa a confronto con la tensione verso il movimento che anima l'uomo nordico e che ha origine nel suo interno.

    La staticità è l'aspeto fondamentale del modo di sentire di questo tipo umano, perciò egli abbisogna di un'estrinsecazione somatica che metta l'accento sulla pesantezza. Di conseguenza, qualifichiamo questa razza, nel più appropriato dei modi, come quella dell'uomo della staticità. Dentro ai confini della Germania lo si riscontra in massimo grado, misto con il nordico, nel nord-ovest, soprattutto nelle Ost- e Westfalen, da dove anche la designazione di "razza falica'. Quest'ultima identificazione ha lo svantaggio di condurre a confusioni in riguardo alle caratteristiche ataviche degli abitanti di quelle regioni, le quali non sono segnate esclusivamente da tratti falici: questo deve essere tenuto sempre in mente quando si usi quando si usa questa terminologia. Il motto "falico" si riferisce a una razza, quindi a una figura pura, che - nello stato attuale di rimescolamento razziale - non si trova allo stato puro se non raramente (e non solo nella Westfalen) in qualche caso isolato. Quella di essere west-fälisch è soltanto la particolarità di un determinato ceppo tedesco nel quale si intrecciano e spesso si sovrappongono tratti falici con tratti di altre razze, soprattutto quella nordica.

    L'uomo falico ha diversi tratti somatici in comune con l'uomo nordico: per esempio l'alta statura e il colorito chiaro, fatti su di cui si ritornerà più avanti. Queste similitudini hanno condotto diversi ricercatori, che prendevano como punto di riferimento l'aspetto somatico, a vedere fra queste due razze una stretta parentela; anzi, a negare che si trattasse di due razze diverse, per vedervi due "direzioni" di una medesima razza (2).

    Io stesso, originalmente, avevo concesso troppa importanza alla somiglianza fra le figure di queste due razze. Ma uno sguardo più approfondito sulle leggi animiche dell'uomo falico mi insegnò a capire meglio anche il senso dei suoi tratti somatici; e quelle leggi sono così diverse da quelle che reggono la nordicità come sono diametralmente diversi il superamento e l'accentuazione della pesantezza e la staticità e la tensione verso l'esterno. Non c'è dubbio che quando si voglia identificare l'anima razziale in mezzo a una congerie di proprietà caratteriali, si potrebbe essere facilmente sedotti ad attribuire ad ambedue le razze, per es., la caratteristica della "taciturnità", per poi arrivare alla conclusione che in questo dettaglio esse si assomigliano. Questo esempio illustra chiaramente a cosa possa portare una descrizione dell'anima delle razze fatta partendo da un insieme di proprietà caratteriali.

    Le parole d'uso corrente sono spesso una vera miniera di giudizi sensati; ma sarebbe un errore prenderle alla cieca, come pacchi sigillati dalla mano di un amico, nei quali la scritta esterna ne garantisca il contenuto. Nelle scienze questa fiducia non è lecita. Cosa vuol veramente dire che qualcuno è "taciturno"? - Di massima, che è difficile farlo partecipare a una conversazione. Ma occasionalmente, sotto qualche tipo di circostanza, egli parlerà: altrimenti bisognertebbe classificarlo come sordomuto. La nostra domanda diviene allora: in che modo può egli essere indotto a conversare? Qual'è la radice della sua interna resistenza alla conversazione? Il suo silenzio è causato da resistenza interna per l'espressione verbale o dal fatto che egli non ha niente da dire? Qui non si considerano eventuali impedimenti temporali alla conversazione (sul tipo di stanchezza o scossa emozionale), che possano indurre al silenzio anche uno che normalmente è un buon parlatore. Ciò che vogliamo indicare con la parola "taciturno" è qualcosa che appartiene all'essere più riposto di una persona che quindi può a buon diritto essere detto una proprietà del suo carattere. Esiste forse una "taciturnità", proprietà astratta, che ha lo stesso senso in ogni circostanza, nello stesso modo che il contenuto di un barattolo di colore rimane lo stesso quando lo si usi per dipingere un armadio o un baule? Se così fosse - e nel senso procedurale - bisognerebbe semplicemente constatare se tutti gli uomini nordici e tutti gli uomini falici (o quale proporzione di questi o di quelli) sono taciturni e dal risultato di questo conteggio dipenderebbe il decidere se la proprietà di essere taciturno debba essere vista come una determinante della natura di queste due razze. Se il risultato dovesse essere positivo, vi si potrebbe vedere anche una prova dell'affinità fra le due razze, avendo esse una determinata proprietà in comune. (Rimarrebbe comunque da mettere in chiaro se questa proprietà dovesse appartenere al "centro" o alla "periferia" della natura di queste razze. Non molto tempo fa queste domande erano veramente proposte. Il discorso del "centro" e della "periferia' può senz'altro essere valido per quel che riguarda il singolo e il suo carattere, ma non certo per la razza quale figura pura).

    Quando si esamini l'argomento più da vicino, bisogna vedere le cosa sotto altra luce. L'uomo nordico è fatto per il movimento: ogni tratto della sua figura animica e della sua struttura somatica indica il superamento della pesantezza. La descrizione delle sue modalità animiche di movimento è stata da noi riassunta con l'espressione "tensione verso l'esterno" [Ausgriff]. Ora, esistono due possibili campi di estrinsecazione per ogni tipo di modalità di movimento: la prassi e il pensiero. Nessuno di essi abbisogna di una grande abilità dialettica: si può essere pensatori oppure uomini d'azione taciturni. Viceversa, nessuno di questi due campi d'attività esclude l'espressione verbale. Perciò troviamo che dappertutto dove senz'ombra di dubbio si sviluppa lo spirito nordico, per esempio duranti i tempi creativi delle genti indoeuropee, c'è una ricca cultura dell'espressione verbale. Non è vero che l'uomo nordico ha difficoltà a conversare o che conversa di malavoglia: egli conversa, ma non sempre e non con chiunque e non su qualsiasi argomento. La conversazione è un movimento espressivo e l'uomo nordico, fatto per il movimento, può acquisire una particolare maestria per l'espressione verbale, maestria che sarà anch'essa di tipo nordico. Egli parlerà nel modo più naturale e libero nel soliloquio, ovverossia quando le resistenze interne che portano a un distanziamento fra lui e la vita sono disattivate. Il silenzio dell'uomo nordico è un discorso represso e che perciò non arriva a sorvolare lo spazio. Perciò non è raro che ci siano degli uomini nordici che sono dei buoni e magari degli ottimi parlatori. Sono quelli che si sentono sempre spronati da un certo impulso animico, sia esso sano o patologico, a superare le distanze. Abbandonati da questo impulso stimolante, si sentono senza forze e quasi come se avessero ricevuto un colpo sulla bocca.

    La condizione animica dell'uomo falico è diversa. Per lui il parlare è difficile perché la sua mobilità è lenta. Il movimento dell'uomo falico abbisogna di uno stimolo esterno: solo così la sua inerzia [verharrendes Gewicht] può sradicarsi dal suolo su di cui si sente abbarbicata. Anche la conversazione è movimento. Se la spinta iniziale è forte, può capitare che la conversazione falica, una volta in moto, conservi il suo movimento e non si fermi se non quando per fatalità essa debba fermarsi: come un macigno che una volta scalzato dal suo alveolo continua senza posa verso la valle, senza considerazione per ciò che esso possa annientare nella sua caduta. L'uomo falico può essere molto loquace, anche se qualche volta ripeterà ossessivamente le stesse parole. Le sue espressioni non sono concatenate, né articolate in modo elastico; esse vengono aggiunte le une alle altre, come un blocco viene appoggiato su un altro (3).

    Nei casi in cui il nordico tace, anche quando sarebbe stimolato dall'opportunità di parlare, ciò significa generalmente che la sua loquela non riesce a trovare lo slancio necessario per scavalcare la distanza che lo separa dall'interlocutore. Forse parla a sé stesso, ma non emette parole audibili: la parola si spezza contro l'estraneità del mondo altrui. (Questo rifiuto dell'altrui può rendersi patologico al punto di diventare un'"angoscia di contatto"). - Nei casi invece in cui il falico tace, anche quando ci sarebbe lo stimolo a parlare, significa che quello stimolo non è forte a sufficienza per vincere la sua inerzia; oppure che l'individuo falico sotto considerazione è stato raggiunto da uno stimolo specifico che fa in lui risaltare la sua natura fondamentale, davanti alla quale ogni possibilità di movimento si irrigidisce: si tratta della serrata falica [fälische Sperrung]. Questa serrata si rende attiva non appena all'uomo della staticità si presenti qualcosa a lui estraneo. L'espressione dei suoi occhi è allora quella resa dall'immagine fotografica 33.

    Nell'uomo nordico, l'incontro con l'estraneo [Fremd] - con ciò che è semplicemente estraneo - da origine a un altro tipo di reazione: egli lo lascia avvicinare, lo valuta con un suo proprio giudizio, decide se esso ha un qualche significato dentro al suo mondo della realizzazione [Leistung] e finalmente gli dice "di sì" o "di no" - lo "accetta" o lo "rifiuta". L'uomo falico invece lo "rifiuta" sistematicamente e lo esclude. Questo egli fa istintivamente; è qualcosa che "succede in lui", egli dice internamente "no", il catenaccio si tira: il tutto si sviluppa per pulsione intrinseca. Se il falico puro avesse la possibilità di mettersi di fronte a sé stesso e così di prendere posizione rispetto a questo fatto a lui interno, egli potrebbe occasionalmente rammaricarsi e anche soffrire di questa sua inclinazione. Ma quella di mettersi di fronte a sé stesso è una possibilità che ha l'uomo nordico e che invece è sconosciuta dall'uomo della staticità. La serrata ha luogo in modo automatico, per poi risolversi in modo ugualmente automatico non appena l'estraneo - dopo una presenza sufficientemente lunga - smetta di essere tale e divenga "familiare" all'uomo della staticità. Allora, e magari con grande forza [Heftigkeit], la situazione può anche rovesciarsi: per esempio, nel caso di una vita sempre inceppata dal rifiuto degli altri che senza volerlo si trovi a essere intiepidita da desideri erotici.

    La conformazione della bocca falica dà espressione a questa serrata. In un viso nordico ci possono essere delle labbra il cui contorno si alza e si abbassa disegnando un arco leggero; e quel tipo di linee formanti viene favorito dalla legge della figura nordica, entro limiti che non ledano la snellezza dell'insieme. Invece le labbra dell'uomo falico della staticità disegnano una fessura appena articolata. Questo lo mostrano le fotografie della nostra serie falica, in particolare la 28, la 37 e la 39. Di contro, la fotografia 36 mostra l'aspetto della serrata falica in un viso le cui labbra non sono di tipo falico.

    Il modo in cui questa serrata contro l'estraneo si dimostra già presso i bambini, è messo in luce dai ricordi di una mia collaboratrice (Doris Köhler), la quale frequentò qualche anno di scuola in una regione a popolazione prevalentemente falica. "Notai, fin dai primi giorni di lezione, un gruppo di nove ragazzine, che costituivano il "nucleo" della classe. Le altre avevano un comportamento più o meno indipendente. Ma quelle nove erano tutte originarie dal paese e quando mi ricordo del loro aspetto mi sovviene che erano l'una più falica dell'altra. Tutte avevano frequentato la stessa classe fin dall'inizio e si erano chiuse in un gruppo detto "la piccola corona", rimasto uguale a sé stesso fin da allora. Le "nuove" e le "forestiere" erano il resto della classe - qualcosa "d'altro", anche se nei loro lineamenti non c'era niente che le distinguesse dalle "antiche". Ognuna delle "antiche" si muoveva per conto suo, ognuna andava da sola fino alla stazione anche se tutte partivano alla stessa ora, nessuna sapeva alcunché sui fatti delle altre. A tutte si poteva riconoscere una cosa: quei tre anni di scuola erano passati senza lasciare nessuna traccia sulla loro anima. Ciascuna rimase attaccata all'ambiente dal quale proveniva, perché non c'era spazio per niente di nuovo nel suo interno. Si trattava ovviamente di una pulsione obbligata alla staticità, riscontrabile già a quella età. Nei giorni liberi, per esempio, le "forestiere" si trovavano sempre assieme nell'ultimo vagone del treno. Invece nessuna delle "originarie" avrebbe mai pensato di invitare una "forestiera", né esse venivano prese in alcuna considerazione. Preferivano rincasare nelle ore buie sotto la pioggia o la neve, dovendo prima cambiare di treno due o tre volte e poi camminare per una mezz'ora addizionale, anche quando alla mattina presto avrebbero dovuto ritornare a scuola, piuttosto di prendere in considerazione la possibilità di pernottare presso una "forestiera"."

    La serrata falica verso l'estraneo, cioè verso tutto ciò che non appartiene al suo circolo di vita proprio e abitudinario, non è perciò qualcosa che si incomincia a presentare con l'irrigidimento che accompagna la vecchiaia, ma che è presente fin dall'infanzia con l'esattezza di un meccanismo a orologeria. Tutto ciò che non appartiene all'ambiente abituale in cui si vive è soggetto a questa circostanza di chiusura animica. Mentre il bambino nordico guarda il mondo come un campo illimitato al quale conducono vie senza numero (ognuna delle quali costituisce un richiamo verso qualcosa di nuovo), il bambino falico divide il mondo in due parti: l'al di qua e l'al di là della barriera. L'al di qua ha un significato stabile e definitivo; l'al di là manca di significato. La barriera può essere occasionalmente attraversata sotto l'effetto di una forte spinta, ma si tratta sempre di uno strappo e la barriera torna a costituirsi un po' più avanti. L'effetto che fanno i bambini falici su di quelli nordici è quello di essere precocemente adulti, a loro mancando la natura della gioventù nordica: la nostalgia per ciò che è sconosciuto e la voglia di gioco e di movimento spontaneo.

    Questa "mancanza di gioventù" non deve essere confusa con quella che si riscontra presso i bambini di razza levantina, da noi descritta con lo stesso lessico soltanto perché la lingua non ci offre altra scelta. L'uomo della staticità, quando concede la sua fiducia e perciò cessa di essere "chiuso", può sviluppare una sua particolare "infantilità", che anche persone di altro tipo possono trovare addirittura commovente; un'infantilità che regge confronto con la patetica semplicità di un cagnolino appena nato. Già la qualità di essere rozzo (e poi "fatto di blocco su blocco") può dare l'impressione di un'innocente fiducia, soprattutto sotto condizioni di debolezza infantile e almeno fino a tanto che piccoli castighi non acquistino l'aspetto di brutalità - ma anche questo dipenderà dall'interpretazione dei fatti data dall'osservatore. In ultima, anche qui non si tratta della proprietà caratteriale "innocenza", ma della resistenza opposta agli stimoli al movimento. L'uomo della staticità fa resistenza anche a ciò che si potrebbe chiamare un'"esperienza (psicologica) significativa" [bedeutsames Erlebnis]: essa viene classificata come qualcosa di "nuovo" anche quando proviene dal suo intimo e come tale respinta al di là della barriera. Perciò i falici restano molto spesso fino alla vecchiaia privi di avventure e anche stranamente carenti di esperienze dell'anima; e perciò danno un'impressione di "infantilità" (cfr. fotografia 34).

    Tutto quanto sopra significa che lo sviluppo animico dell'uomo falico non può esser se non limitato. Quando apprendiamo notizie sulla tarda protostoria nord-germanica, secondo le quali quando quegli uomini, presi singolarmente, non riuscivano a fare una distinzione ragionevole fra la vecchia religione degli antenati e quella nuova della chiesa, poggiavano solo su sé stessi e alla domanda: a cosa credi? rispondevano orgogliosamente: alla mia forza! oppure: alla mia spada! - allora possiamo essere sicuri che si trattava di genti di sangue nordico. L'uomo nordico riusciva a sviluppare la propria autoconsapevolezza al punto di riuscire a sopravvivere senza riferimento ad alcunché che fosse a lui esterno, si trattasse di una comunità che lo proteggesse oppure di un dio: per lui, l'autosufficienza non costituisce qualcosa di impensabile. L'uomo falico della staticità non arriva a tanto. Neppure nei tempi presenti, quando la consapevolezza collettiva dentro ad un gruppo impersonale e avvolgente è indebolita e il singolo è rimesso a sé stesso, egli non riesce a decidersi a fare una vita isolata, nella quale i giudizi di valore dipendano esclusivamente da lui. Davanti alla sua coscienza egli rimane un membro della "tradizione" e rifiuta ancora ciò che sta al di là della "barriera".

    Su di questo si basa anche il senso dell'onore dell'uomo della staticità. Egli si sente aggredito nel suo onore quando, per es., ci sia un'intrusione nello specifico appezzamento di terra del quale lui sia proprietario o nel quale sia vissuto per lungo tempo. Si sente allora leso in quanto "cittadino del luogo da vecchia data, i cui antenati sono vissuti qui onorevolmente senza essere disturbati". Le parole che usa per esprimersi ben presto si irrigidiscono in una formula, che egli ripete continuamente senza cambiare una sillaba e con lo stesso tono, fino all'esaurimento. Al servilismo, come per esempio quello di un Till Eulenspiegel, egli non potrà mai arrivare: giocare con la propria dignità (cosa che per altri potrà essere causa di umorismo) gli sembrerà una depravazione. Il suo senso dell'umore è basato su di una costante ripetizione: una volta messa a punto una forma verbale compiuta, essa verrà ripetuta tale e quale ogni volta che l'opportunità sembri richiederlo.

    Varrebbe la pena di fare un'investigazione riguardante la diffusione l'uso particolare dell'aggettivo stur [la qualità di essere ostinatamente perseverante]. Probabilmente ci si troverebbe di fronte a un dimostrabile nesso con la figura animica dell'uomo della staticità, in quanto, da un punto di vista nordico, questo aggettivo indica qualcosa di poco accettabile. Sturheit [ostinazione] non significa il mantenersi inamovibile in una determinata direzione scelta liberamente, ma altro: l'afferrarsi rigidamente a qualcosa anche quando esso si dovesse rivelare privo di senso, qualcosa come una goffa inerzia; una perseveranza fine a sé stessa. Le azioni significative dell'uomo falico acquistano facilmente questa qualità di ostinazione. Quando il nordico esegue qualcosa, per lui è importante avere una visione d'insieme del suo campo d'azione. Il falico, agisce invece come un rullo compressore: una volta messa in moto, la sua azione procede da sola e può fare a meno della direzione della sua volontà. Per lui vale, in certo e qual modo, il detto "chi è in azione non ha coscienza", perché egli non è più sé stesso ma fa tutt'uno con il movimento della su anima massiccia. Egli spiana la sua via con forza disumana e non gli importa se deve marciare su cadaveri.

    Nella sua vita religiosa egli fa sempre riferimento a una "Parola", che per lui vale come l'essenza di ciò che non può cambiare. Ciò che è stato una volta, è per sempre la "norma", senza che interessi da dove esso è venuto. La fede dell'uomo della staticità non ammette alcuno sviluppo: essa è così com'è, per sempre. Mai una nuova fede potrà avere presa su di lui, ciò che è nuovo è "al di là della barriera" e perciò, per la sua coscienza, non esiste. La barriera può cedere solo sotto l'azione delle forzature più brutali; e allora ciò che prima era "nuovo" diventa "vecchio" e rimane inamovibilmente tale, nella forma in cui possa essere stato inteso per la prima volta; e tale rimarrà fino al tempo della sua caduta.

    Non c'è dubbio che l'uomo della staticità può essere un temibile guerriero quando un nemico esterno attacca la sua terra o quando egli, spostato da quella contro la sua volontà, venga a tovarsi nella necessità di procurarsi un nuovo spazio. Nella sua qualità di guerriero si rivela allora un tratto di cui si è già parlato: nello stesso modo che è difficile eccitarlo, una volta eccitato, per esempio dalla furia guerriera, egli non si fermerà se non quando sia del tutto esaurito. L'uomo falico che permane in uno stato di eccitazione non è in grado di ragionare e di prendere controllo su sé stesso: egli diviene una forza tellurica. Quei guerrieri germanici il cui comportamento in battaglia ispirò ai romani il detto furor teutonicus, devono essere immaginati come genti faliche. Anche il Berserkergang [il furore guerriero spinto ai limiti dell'irrazionale e dell'animalesco - n.d.t.], spesso menzionato nelle poesie del Nord arcaico, sembrerebbe essere una forma di furore guerriero falico, che permette a chi ne sia posseduto delle prestazioni belliche fuori dall'ordinario (4). Degli esempi possono essere tratti non solo dalla protostoria germanica, ma anche dalla [prima - n.d.t.] guerra mondiale.

    Il fatto che l'uomo falico possa essere un temibile guerriero non garantisce però che di lui si possa fare un utile soldato. La qualità di essere un soldato - nel senso moderno, che con il "soldo" non ha a che vedere - implica di più che essere un guerriero: necessita l'adattarsi a un'organizzazione strutturata gerarchicamente il cui vertice è in ultima lo Stato. Già questo ci dice che soldati non si nasce: c'è chi nasce guerriero, ma nessuno nasce soldato. Né si può diventare soldati "da soli", perché ci vuole un allenamento. E il successo nell'allenare l'uomo della staticità per farne un soldato dipende dal riuscire a risvegliare nel suo 'substrato' (in ciò che per lui sta al di qua della barriera) una consapevolezza di soldato. L'allenamento per farne un soldato o un uomo di stato deve incominciare quando è ancora molto giovane, altrimenti non avrà successo.

    La qualità di combattente dell'uomo della staticità è limitata da quel tratto di "ostinazione" che ha la sua radice nella pesantezza falica. Il combattente deve saper spostarsi celeremente quando una situazione inaspettata lo richieda. L'ostinato invece non riesce a trovare la via d'uscita da una situazione già data, anche dopo che ha potuto constatare che quella situazione non sussiste più. Questo può essere messo a profitto da un nemico più mobile.

    Nell'insieme del popolo tedesco, i falici puri si riscontrano soltanto in qualche caso isolato. Viceversa, in tantissimi nostri compatrioti sono visibili tratti falici in modo più o meno accentuato. Il modo di vita dell'uomo falico della staticità e l'ordine di valori da lui derivante è profondamente diverso da quello dell'uomo nordico del còmpito; per il falico puro, il 'fare' [Leistung] non è un valore importante. Quando invece l'attivismo [Leistenmüssen] nordico si combina con l'ostinazione [Sturheit] falica, si danno individui per i quali la prestazione diviene un fatto spasmodico, dal quale non riescono a uscire e del quale infine fanno una virtù. Questa è una condizione che potrebbe essere descritta come "inerzia nella prestazione"; e non c'è dubbio che è una condizione frequente fra i tedeschi e che è determinante nell'idea che del tedesco si ha all'estero. In riguardo già Hölderlin aveva notato quale fosse il pericolo dell'inaridirsi e dello sfigurarsi della natura tedesca:

    ... Aus eigene Treiben

    Sind sie geschmiedet allein, und sich in der tosenden Werkstatt

    Höret jeglicher nur und viel arbeiten die Wilden

    Mit gewaltigem Arm, rastlos, doch immer und immer

    Unfruchtbar, wie die Furien, bleibt die Mühe der Armen.

    [Essi coincidono con la loro attività e ognuno ascolta il riflesso di sé stesso nella rumorosa officina. Molto lavoro fanno quei selvaggi dalle braccia possenti, senza darsi riposo; lavoro perpetuamente sterile; come (al)le Furie, rimane (soltanto) la stanchezza delle braccia.]

    Quanto indicato in riguardo al funzionamento dell'anima falica ci permette di capire l'espressione dei volti nella serie di fotografie da noi scelte. Cosa ci dice il viso di quella donna westfalica (fotografia 35), nel quale si combinano la larghezza e la pesantezza faliche con la leggiadria nordica (per esempio, nella linea nasale)? Lo sguardo ricorda un lago in pianura sul punto di traboccare, ma l'espressione della bocca fa l'effetto di una rigida diga davanti a esso. In questa immagine si potrebbe anche intravvedere un procedere psichico animato da un'esperienza nordica della vita. Ma la tenace pesantezza dell'esperienza e la chiusura di cui ci parlano questi occhi sono qualcosa di estraneo all'uomo nordico. In occasione di una conversazione sostenuta con questa donna, essa mi disse che l'idea di dover morire lontano dalla sua terra natale era per lei assolutamente insopportabile. Invece questo tipo di desideri non hanno peso nell'esperienza dell'uomo del còmpito. Il nordico si lancia verso l'esterno, attacca e conquista. Egli è sedotto da ciò che è più lontano; e un pericolo al quale la sua anima si espone è proprio quello di "sprecarsi" e poi distruggersi inseguendo la lontananza. L'uomo genuinamente nordico va sempre "avanti", ha sempre l'idea di espandere il suo spazio: è un conquistatore, fisicamente oppure intellettualmente. La migliore delle morti è per lui quella che lo raggiunge "fuori", quando è 'sulla breccia' delle sue iniziative.

    Nessuna di queste pulsioni animiche nordiche - dell'uomo del còmpito - sono riscontrabili nel viso che abbiamo sotto esame. Qui tutta la vita appare concentrata in un regno interiore nel quale essa è costretta dal proprio peso. Ogni vita vissuta da questo tipo di persona trova il suo radicamento in questo non meglio definibile regno interiore. Quando a genti di questo tipo si domanda di dare un nome a questo 'fondo radicante' [Wurzelboden], si ascoltano come risposta frasi dal senso figurato, come "la terra d'origine", "la terra degli avi', "la fede dei padri", ecc.

    Ma in tutti i casi queste frasi figurate vogliono indicare le usanze da sempre trasmesse, ciò che "sta al di qua della barriera", del quale si ha esperienza come di qualcosa di ancorato in quello spazio dove si è nati e dove si è trascorsa la propria infanzia. Chi, senza certezza di ritorno, si allontana da quel mondo, deve usare tutta la sua forza ed è come se egli strappasse sé stesso dalla vita. Nel farlo, egli corre il rischio di perdere la sua compostezza e il rispetto per sé stesso. L'atto violento che egli esercita su sé stesso si ripercuote nel mondo in cui egli vive. Perciò capita che uomini di questo tipo diventino criminali e commettano efferatezze spaventose, pur senza perdere quell'infantilità di tipo smplice e fiducioso di cui si è già parlato.

    Il radicamento alla terra dell'uomo della staticità traspare nel migliore dei modi nella nostra fotografia 32. Il modo in cui quel vecchio si tiene in piedi - nonostante la curvatura patologica della sua gamba destra - può paragonarsi a quello di un albero radicato alla terra. Il collo è corto, le spalle larghe e diritte; nonostante la sua gigantesca statura, in lui predominano le linee orizzontali. (Le immagini di questo tipo di uomini, mostrate senza punti di riferimento, fanno curiosamente all'osservatore l'effetto che si tratti di individui piccoli, mentre in realtà l'uomo della staticità è un gigante, ancora più alto dell'uomo nordico del còmpito).

    Le linee orizzontali, secondo si è già detto, predominano anche nei tratti facciali dell'uomo della staticità: gli occhi stanno in alveoli poco profondi e hanno un'apertura stretta e lineare. Le palpebre sono di conseguenza corte e fortemente piegate. Tanto in riguardo a questi tratti come per tanti altri già menzionati più sopra, il viso dell'uomo nelle fotografie 33/34 e 72 è rappresentativo dell'uomo della staticità. Solo la fronte non è del tutto consona con lo stile falico: è troppo alta e perciò stona un po' con l'andamento orizzontale dei lineamenti falici.

    Il fratello e la sorella oriundi dal basso Elba (fotografie 37 - 39) non sono dei falici puri; soprattutto l'immagine laterale del ragazzo (fotografia 38) lascia intravvedere nei tratti del volto al di sotto della fronte dei lineamenti nordici. Anche lo sguardo di quegli occhi (fotografia 37) indica inequivocamente che questo giovane ha un'esperienza del mondo come di qualcosa che gli sta di fronte e che egli è disposto ad affrontare. Ma per lui il superamento della pesantezza non può essere totale; lo slancio e l'intraprendenza dell'esperienza nordica non riescono a svilupparsi interamente; la "volontà di fare" prende un andamento tenace e come "legato alla terra".

    Qualcosa di analogo vale per l'uomo, oriundo dalla bassa Sassonia, mostrato nelle fotografie 40 e 41; salvo che qui i tratti del viso sono alquanto più nordici. Quando si esaminino separatamente i tratti singoli, si troverà ben poco che esplicitamente possa contraddire una forma di vita di tipo nordico. Ma nell'insieme c'è qualcosa che prende la distanza dalla configurazione nordica: una pesantezza interna ed esterna, che chiaramente non è misurabile e che quindi non si può descrivere numericamente. Perfino a un occhio semplice e senza istruzione diviene del tutto chiaro che si tratta della testimonianza di un tipo di esperienza ancorata nella pesantezza e che concepisce le cose nella pesantezza. Vengono in mente delle parole che Goethe, nel suo Wilhelm Meister, ha da dire sui tedeschi: che essi pesano su tutto e che tutto è per loro pesante. Questo tratto dell'uomo della staticità, presente in tanti tedeschi soprattutto nel Nord, è riscontrabile nelle due immagini da noi date quasi soltanto nell'espressione: il che conferma che in questo singolo personaggio il lato animico è segnato in modo più forte che quello somatico dallo stile dell'uomo della staticità.

    È chiaro che parole descrittive come "pesantezza" non sono sufficienti per specificare in modo univoco il modo di sentire di una razza. In certo e qual modo, "pesante" è anche l'esperienza di vita dell'uomo asiatico della redenzione; eppure essa è molto diversa da quella dell'uomo della staticità - anche se nella storia della vita religiosa si potrebbero indicare in diverse comunità principalmente faliche tratti di spiritualità levantina. Una volta che una certa spiritualità venga accettata dall'uomo falico come la "religione dei padri" e che per lui essa divenga parte dell'"abitudinario" [alter Bestand], essa verrà caparbiamente interpretata come propria, al punto di essere vissuta come se fosse propria. La pesantezza falica è diversa da quella levantina; di conseguenza per descrivere ognuna nel suo senso specifico dobbiamo scegliere parole appropriate alla rispettiva mobilità animica. Parole del genere sono estremamente scarse; e la conseguente difficoltà di dare espressione verbale alle mobilità animiche è un grave svantaggio per la scienza dell'anima delle razze. Le parole giuste per descrivere le modalità di movimento dell'anima mancano continuamente, e quindi per descrivere ciò che è, nel senso più profondo, razziale. Nessuna lingua, nei suoi tempi creativi arcaici, ha avuto uno sviluppo diretto alla descrizione di esperienze diverse da quelle dalle quali essa stessa fu plasmata, essendo essa espressione di quelle esperienze. Le lingue germaniche, per esempio, fra le quali il tedesco, sono radicate nell'esperienza di vita dell'uomo nordico e sono perciò espressione di un'anima nordica; e contengono dunque ben poche parole adatte alla descrizione di tratti non-nordici. È anche certo che tutto ciò che è propriamente razziale è in tutte le lingue delineato in modo rozzo e inesatto, in quanto nei tempi formativi delle lingue si trattò semplicemente di capirsi e non di costruire concetti astratti. I fatti razziali, cioè le modalità dell'esperienza, sono ciò che più difficilmente si lascia descrivere discorsivamente e che più difficilmente si lascia esprimere con le parole già esistenti nella lingua. A parole dscrittive come "pesantezza", che in fondo poggiano su similitudini, si possono aggiungere altre parole per renderle più specifiche; ma con sole parole non si riuscirà mai a dare un'immagine completa, anche se all'uopo si dovesse scrivere tutto un dizionario.

    Per una scienza che si occupa di linee formanti e di modalità di movimento - in una parola: di stile - rimane come modo ultimo di rappresentazione e nel contempo come legittimazione finale soltanto l'esempio, proposto come totalità vivente. Chi non abbia mai visto un quadro cinese di un determinato periodo storico e di una determinata scuola, mai capirà ciò che volessimo dire in riguardo alle linee formanti a esso specifiche, per quanto glie lo potessimo descrivere verbalmente con un'intera biblioteca. Mostrandogli invece una copia del quadro, magari anche incompleta, egli capirà improvvisamente le nostre parole e proposizioni. È qualcosa di simile a quanto potrebbe accadere quando noi, a qualcuno che non ha mai vistoun oggetto azzurro, volessimo descrivere verbalmente il colore azzurro: potremmo parlargli per molto tempo senza che quello ci capisse niente. Soltanto mostrandogli qualcosa di azzurro e dicendogli: "è così", egli capirà che cosa è l'"azzurro", e ci seguirà anche quando non dovessimo più riferirci a quello specifico oggetto azzurro ma dovessimo parlare di "azzurro" in astratto. Solo allora egli potrà avere in comune con noi quell'esperienza visiva. Naturalmente, un insieme di linee formanti o una modalità di movimento sono cose diverse dalla semplice percezione di un colore: ma hanno in comune il fatto di essere qualcosa di "ultimo", di "fondamentale" [ein Letztes], la cui percezione non può essere trasmessa se non attraverso un esempio percepito dai sensi.

    Degli esempi utili come basamento per ricerche dirette all'anima delle razze sono offerti anche dal fatto occasionale, del quale fortuitamente si possa essere stati testimoni nella vita giornaliera oppure che possa essere stato provocato ad arte - "esperimentalmente" (anche se non nel laboratorio, come già indicammo nella prima pagina del Cap. 1). La razza è qualcosa che ha effetto in ogni istante dlla vita giornaliera e che plasma ogni più impercettibile eccitazione della nostra anima. Niente in noi o di cui intorno a noi abbiamo esperienza è percepito se non attraverso uno specifico stile razziale (o attraverso una combinazione di diversi stili razziali). Non esiste alcuna esperienza "umana", ma soltanto un'esperienza dell'uomo del còmpito, dell'uomo della staticità, dell'uomo della redenzione, ecc. Il fatto che queste constatazioni così semplici, e in ultima evidenti, siano state fatte solo così tardi, ha la sua causa nella condizione di ognuno, che non conosce in modo diretto se non la propria esperienza e perciò converte - e quindi interpreta in modo sbagliato - le esperienze degli altri secondo la sua propria legge stilistica. Soltanto l'esperienza che viene da una lunga convivenza può aprirci gli occhi. A questi occhi da poco aperti i fatti quotidiani offrono un ricco repertorio nel quale esercitarsi per riconoscere tratti razziali. Tutto ciò che capita - il modo in cui qualcuno ci guarda, il modo in cui egli si comporta e come tratta con gli altri -, ovverossia: tutto ciò che è vivente, ha i suoi connotati razziali.

    Un'altra miniera di esempi utili è offerta dalla storia, soprattutto da ciò che è da noi storicamente lontano e che perciò non può essere da noi sentito in "modo diretto" - nell'"originale" - ma che ci è stato trasmesso da altri in un modo determinato dalla loro razza. Guardare le cose da un punto di vista razzialmente critico permette in tanti casi di vedere attraverso l'intorbidimento causato dal tempo, almeno finché la linea di trasmissione storica si mantiene dentro a epoche conosciute. Certe tendenze comportamentali che possono essere seguite lungo tutta la storia - per esempio, quella dell'occidente germanico - sono ancora oggi attive e perciò a noi presenti come "originali".

    Ancora dai tempi di Tacito viene ripetuto che la "fedeltà" è una caratteristica del comportamento germanico, di contro alla quale si pone, anch'esso storicamente attivo, il tradimento, che è la violazione di quella germanica fedeltà. Questa coppia di contrari da il migliore contenuto di tutte le saghe germaniche antiche. Ma che cosa sia la fedeltà, è cosa variabile. Si tratta di decidere quale sia la radice della fedeltà e quale sia il modo di essere fedele; e quest'ultimo punto è già variabile nell'animo germanico. La fedeltà dello scherano germanico si basa su di una scelta libera: egli sceglie il suo capo, al quale si sottopone con volontà libera e dopo un libero giudizio, avendo egli riconosciuto in lui qualcuno di più grande e di superiore. Poi egli lo segue avendo fiducia in questa sua superiorità. Se la sua fiducia viene delusa, cessa anche la sua condizione di scherano. L'islandese Gode Hrafnkel scelse per suo capo il dio Frey e lo seguì fedelmente fino al giorno in cui quel dio si rivelò essere qualcosa di diverso da ciò che Hrafnkel aveva creduto che fosse. Allora Hrafnkel lo avvisò che cessava di essere suo scherano e preferì proseguire la sua vita senza capo e senza dio.

    Questa fedeltà dello scherano e questo tipo di cessazione della medesima si colloca dentro allo stile dell'uomo del còmpito: nello stile di un tipo umano che marcia verso il mondo, che osserva cose e uomini mantenendo le distanze e che li sottopone al suo libero giudizio. Parallelamente, ci fu un altro modo di essere fedele nel mondo germanico. Ci fu una fedeltà fine a sé stessa, una fedeltà a ogni costo che non tiene conto di persone né di circostanze, una fedeltà basata su una perseveranza obbligata. Essa è estranea e incomprensibile per l'uomo nordico del còmpito, in quanto lui certamente segue il capo che si è scelto fino alla morte e non concepisce una vergogna peggiore che la violazione di quella fedeltà, ma solo fino a quando il capo sia veramente tale e ricambi la fedeltà del suo scherano. Solo allora il legame è onorevole e significativo dal punto di vista della legge etica nordica. La legge etica dell'uomo della staticità, invece, si basa su di una perseveranza obbligata: egli si abbarbica alla sua fedeltà e vi si appesantisce; e non se ne libera neppure quando essa - da un punto di vista nordico - non ha più alcun senso. Per lui essa continua invece ad avere un senso, un senso radicato nella sua specifica natura e che sta al di là di ogni ragione: il senso dell'ostinazione. Questo vale per tutti i campi della vita dei quali la fedeltà sia un componente; in modo particolare per i legami della vita della comunità e specificamente per la forma che prendono l'amicizia e il matrimonio per l'uomo della staticità. Il legame fra i membri di una schiatta offre un esempio meno utilizzabile, in quanto in questo caso anche presso l'uomo nordico l'elemento di decisione non è solo la libera scelta ma anche la comunanza del sangue.

    Capita spesso agli uomini della staticità di non poter liberarsi da un'attitudine acquisita, nonostante ogni ragionevole considerazione. Una giovane contadina aveva per anni avuto fiducia nella sua suocera; e un giorno si rese conto che non solo quella non era degna della sua fiducia, ma che era pronta a farne pessimo uso per ragioni di puro egoismo. La giovane capì la sua situazione e si rese conto di quanto pericoloso potesse essere il continuare ad accordare alla suocera la sua fiducia; eppure continuò ostinatamente a concedergliela, perfino in un momento di importanza cruciale, con delle conseguenze che ebbero a danneggiare tutta la sua vita. Ogni rapporto umano e di parentela con la suocera e con il suo parentado dovette scindersi, prima che quella fiducia ormai divenuta abitudinaria potesse cessare. La radice della situazione ha da vedersi in quell'oscuro e inesplicabile Wurzelboden dell'uomo della staticità, che rifiuta ostinatamente ogni ragionevole illazione, dando così origine a situazioni apparentemente assurde come questa, in cui qualcuno si afferra a una fiducia sragionevole come conseguenza di sfiducia e dispetto contro la propria ragionevolezza. La convinzione raggiunta per mezzo della ragione non arriva, nell'uomo della staticità, a essere un'esperienza animica. Se egli occasionalmente si sforza a adattarsi a ciò che gli è estraneo e che è lontano dalle sue abitudini, nel fondo del suo animo egli non ne ha esperienza - non lo "sente" - e quindi non ne trae ammaestramento. Allora, paradossalmente, la più statica di tutte le varietà umane diventa simile alla più leggera e instabile di tutte le razze a noi conosciute psicologicamente: l'uomo desertico della rivelazione (5).

    Perciò è giusto quanto anche degli osservatori superficiali dell'uomo della staticità hanno da dire a proposito della sua "fidatezza": egli si afferra monoliticamente a un qualche accordo al quale possa essere arrivato. Tutto dipende da quale sia stato il dominio di consapevolezza sul quale quell'accordo possa essere stato basato. Se quel dominio era stato soltanto quello delle proposizioni logiche, non è il caso di abbandonarsi a una fiducia senza limiti. L'uomo della staticità capisce che l'accordo ha uno scopo, che ha un fine utilitario, che ha una necessità per lui stesso, e si compromette a osservarlo. Ma un qualsiasi momento può capitare quando da quel suo inspiegabile mondo interno si sviluppi un'onda che causi un'inondazione nel dominio delle concezioni logiche e che lavi via tutto quanto non è basato che su concezioni logiche. Soltanto ciò che è abbarbicato a quell'oscuro mondo interno nel quale 'ha acquistato un peso' [schwer geworden ist] ha diritto a una fedeltà assoluta, fino al limite dell'ostinazione e dell'autodistruzione.

    Secondo lo stile dell'uomo della staticità, tutta l'esistenza del mondo è legata "alla zolla", cioè alla terra, dalla quale questo tipo umano è cresciuto e alla uale si sente radicato. Qualsiasi che sia il mestiere al quale si possa dedicare, egli rimane in fondo un contadino. Il suo piccolo podere è per lui una fortezza: è lì che lui è signore e guerriero. Lì valgono la sua più profonda fedeltà e il suo più profondo senso di sfida. Contro tutto ciò che tenderebbe a condurlo lontano da questo suo Urgrund [ambiente radicale] egli chiude tutto il suo essere. La fedeltà e il legame ostinato alla sua terra possono portarlo a mancanze di parola e ad allontanamento da un servizio al quale si fosse compromesso quando essi dovessero implicare obiettivi a essa estranei. C'è un contadinato che ha lo stile dell'uomo del còmpito e un altro che ha lo stile dell'uomo della staticità. Nello spazio di insediamento germanico essi coesistono, fusi l'uno con l'altro.

    Il senso storico della germanicità non si esurisce certamente nell'equazione germanico = nordico + falico. Anche dentro ai limiti della figura nordica pura (e questo è il caso di qualsiasi altra razza) si dà un insime di possibilità polivalenti; e in nessun rappresentante singolo di una razza queste possibiità si sviluppano tutte. È basicamente la storia, dell'individuo oppure del popolo definito dalla sua razza, che dà a questo o a quello il suo particolare aspetto, essendo la storia ciò che sceglie fra tutti i tratti potenzialmente presenti quello che arriverà a predominare, mentre gli altri rimarranno intorpiditi per poi alla lunga deperire. "Germanico" significa perciò anzitutto - mettendo momentaneamente da parte tutte le commistioni con l'uomo della staticità - l'estrinsecazione storica di una particolare figura di uomo nordico - di una particolare nordicità -, nello stesso modo che l'"elleno delle origini" e il 'romano delle origini" furono altre due particolari estrinsecazioni della nordicità. Estrinsecazioni, come queste, dello stile nordico, non sono causate soltanto dalla particolarità del paesaggio, diverso nell'Ellade, nel Lazio, nel mondo germanico; ma anche dalla necessità di spartire lo spazio abitato con razze diverse da quella nordica. Il falico non ha soltanto immesso nel nordico tratti dell'uomo della staticità attraverso l'incrocio, ma anche attraverso la sua semplice presenza come vicino e come componente della comunità. L'incrocio è un fatto storico; ed esso non poteva mettere insieme tratti delle due razze senza che ne risultasse un effetto contraddittorio. Non c'è dubbio che la figura nordica è rimasta sempre più distorta dall'immissione falica e che continuerà a esserlo (come lo è e lo sarà la figura falica dall'immissione nordica); innumerevoli individui testimoniano già nella loro apparenza fisica di questa distorsione della figura.

    Forse le saghe paleogermaniche rispecchiano, nella storia delle guerre di Asgard e Midgard contro stirpi arcaiche di giganti, ciò che potè succedere in quel tempo primordiale, quando gli eroi nordici si scontrarono con i "giganti" falici. Come si sarebbe sviluppata la natura nordica, in un paesaggio nordico, senza questo scontro primordiale? La domanda è oziosa, questo non potremo mai saperlo. Certo è soltanto che da questa lotta primordale e da questa contrapposizione risultò un nuovo valore: l'anima germanica. Essa non rappresenta un livellamento di quei due modi di esperienza, non una "sintesi", dalla quale ognuno avrebbe perso la sua propria identità. Una tale "sintesi" non esiste. Non solo, lo stridore fra i due modi di essere e la loro opposizione di stile hanno originato una certa e quale forma stabile, un modo specifico di essere, che è la natura germanica. Nella natura germanica il nordico e il falico stanno accanto con difficoltà,in ragione delle loro contraddizioni, ma nel contempo si adattano l'uno all'altro in ragione di quei loro tratti che sono concordanti. L'unione di entrambi si è mostrata vitale e creativa e nel contempo resistente contro attacchi dall'esterno. L'influenza falica da "resistenza" contro l'estraneo: quanto più forte essa è, tanto più radicalmente si afferma il Germano di contro alla spiritualità delle terre del Sud. Enrico il Leone, originario dalla bassa Sassonia, rinuncia alla sua sudditanza verso l'imperatore Staufen perché non ne capisce niente e non vuole saperne della sua politica romantica orientata verso Roma. Questo rifiuto falico del Leone e la risposta dello Staufen valgono come simboli del pericolo di autolesionismo, sempre latente nella natura germanica.

    Lo stile falico è affermazione contro tutto ciò che è estraneo e così dà alla natura germanica il suo comportamento di chiusura verso l'esterno; ma lo stile falico si afferma anche contro lo stile nordico e così rende interminabile il bisticcio interno della natura germanica. Questo bisticcio è insolubile, perché radicato nel suo essere. Il fatto di averlo individuato non dà però alla nostra epoca i mezzi di appianarlo. Viceversa, non è certo nelle nostre intenzioni quella di attizzarlo. L'unica domanda che qui abbia un senso è: se sia in pratica possibile dare a uno dei due opposti la preeminenza, prendendo psicologicamente "la sua parte", in modo che in un lontano futuro si possa non tanto appianare l'opposizione ma almeno diminuirne la pericolosità: pericolosità della quale tanti sono stati vittime, dissanguando sé stessi internamente o distruggendosi fra di loro.

    Dal punto di vista della ricerca delle frontiere animiche non c'è niente che impedisca di rispondere affermativamente a questa domanda. Nell'istruzione delle generazioni future possiamo dare apposta a uno dei due stili la preeminenza, in modo che nella comunità germanica esso predomini sull'altro. Ogni educazione dà esempi e per mezzo degli esempi essa ha un effetto. Quale dei due stili deve essere scelto come esempio per la comunità germanica?

    Invece di fare un dogma artificiale della superiorità nordica, ascoltiamo piuttosto il libero giudizio che su questo argomento dettero i popoli germanici. Esso dà fattualmente la preferenza allo stile nordico, per esempio in ciò che per essi vale come "bello": la figura nordica è "bella", quella falica "grossolana" e "rozza". Lo stile nordico di combattimento - l'autoconsumarsi nell'attacco gioioso, la brillante temerarietà nordica - è, secondo il giudizio germanico, "più nobile" che l'automatico Berserkergang falico.

    Ciò che è nordico può sviluppare tutto il suo valore soltanto sotto condizioni di tensione verso l'esterno; ciò che è falico lo potrà fare soltanto attraverso la manutenzione costruttiva. Presa in sé, ognuna di queste due direzionali vale l'altra; considerata in sé e per sé, ogni razza ha una sua scala di valori propria e specifica; ognuna ha la sua misura intrinseca dei valori, che non è compatibile con alcuna misura estranea. La preeminenza non può essere data da criteri scientifici ma soltanto da decisioni pratiche, decisioni che non valgono mai in modo semplice e "generale" ma soltanto per una determinata comunità coniata dalla storia, la quale dà la decisione: nel nostro caso, la comunità germanica di sangue e cultura.

    Questa scelta del nordico che è in noi non può essere fatta una volta per sempre per poi dimenticarsene; è invece qualcosa su di cui si ha da lottare quotidianamente, ogni volta che ci si trovi a confronto con una sequenza di esperienze importanti e perciò "decisive". È un'attività educativa nel vero senso del termine. "Educazione" non significa "piantare in testa" a qualcuno quello che ancora non c'è, ma stimolare o sopprimere lo sviluppo di ciò che in modo latente vi è già presente. Educare noi stessi e le generazioni future a essere "di natura nordica" significa: risvegliare ciò che è nordico, accordargli la preferenza nello sviluppo e aiutarlo a raggiungere la preeminenza, sia in noi stessi che nella comunità che verrà dopo di noi. L'educazione non ha effetto attraverso l'ammaestramento ma attraverso l'esempio.

    Essere un esempio vivente di nordicità non consiste nel contare sull'applauso e vivere per il palcoscenico (così facendo di sé stessi un esempio di tipo mediterraneo); l'esempio nordico vive fondamentalmente solo davanti a sé stesso. Quando dei componenti della comunità - o delle sue molteplici e sempre rinnovantesi generazioni - scelgono come esempio il vivere solitari davanti a sé stessi, essi scelgono la libertà incondizionata: non vi sono costretti da alcuna coercizione, alcuna opera di convinzione, alcuna umana sentenza. Coloro che fanno da esempi devono fare una vita esemplare, nient'altro.

    Quanto più nordici sono un individuo o una stirpe; quanto più una gioventù è nordica, tanto meno essi si lasceranno costringere o convincere a seguire un determinato esempio. La gioventù nordica sceglie, ma con libertà assoluta; essa vuole essere guidata ma "in stile nordico", fino al momento in cui potrà guidare sé stessa. In senso nordico, guidare non significa togliere agli altri la loro libertà. Dirigere ed educare "alla nordica" significa aiutare il giovane a trovare in sé stesso il suo esempio, il quale in lui è già latente come immagine della sua propria ed esclusiva nordicità. Quando si volesse fare altro, si porterebbe a termine un'intromissione diretta nel suo mondo psichico.

    (*) Verharrung - donde Verharrungsmensch - viene tradotto in italiano preferenzialmente come 'perseveranza' - e quindi 'uomo della perseveranza'. Ma la denominazione 'uomo della staticità' corrisponde in modo più esatto all'immagine animica che l'Autore dà di questo tipo umano.

    (1) Nell'opuscolo "Rasse ist Gestalt [la razza è la figura]" (Schriften der Bewegung, Heft 3, München 1937, Franz Eher Nachf.) e nella collezione fotografica "Rassenseele und Einzelmensch [l'anima razziale e il singolo]" (München 1938, J. F. Lehmann)si è provato di rendere evidente la legge a cui obbedisce questo contorno con l'espediente di cambiare arbitrariamente l'orientamento direzionale delle linee formanti. Il risultato fu che il cambiamento di qualsiasi tratto funziona come un "deragliamento": vero è che una volta incominciato a disegnare una linea formante secondo il contorno dato, siamo costretti dalla forza della legge che regge questo tipo, a completarla così come abbiamo incominciato. In questo "così" sta racchiusa la legge che rende un fascio di linee formanti un insieme armonico di tratti. La legge della forma è sempre lì, latente e generalmente inosservata, fino a quando essa non venga offesa: allora essa diviene evidente. - Nella fotografia 29 abbiamo girato la testa di 180º per poterla contrapporre alla fotografia 31, rendendo così il confronto dei due contorni più facile. Volendo fare un'analisi delle espressioni, questo procedimento non sarebbe stato giusto, in quanto le due metà del viso non sono mai esattamente uguali; ma quando ci intreressa soltanto il contorno, non cè niente da obiettare.

    (2) Von Eickstedt, per esempio, parla di un'orientamento direzionale teuto-nordica e di una direzionale dalo-nordica nella razza nordica: nel primo caso si tratterebbe dell'uomo nordico del còmpito, nel secondo dell'uomo falico della staticità.

    (3) Cfr. L. F. Clauss, Die nordische Seele [l'anima nordica] (7a. edizione, München, 1939), dove si discute l'esempio di Hermann Olewagen, tratto dalla saga degli Olewagen di Hans Grimm (pp. 58 segg.).

    (4) Dalla descrizione islandese antica blár berserkr si arrivò a concludere affrettatamente che i Berserker dovevan essere uomini dai capelli neri, indicando una commistione di sangue mediterraneo. Questa conclusione poggia su di un'interpretazione sbagliata della parola blár. Essa deriva dalla stessa radice del tedesco blau e significa "azzurro scuro", senza alcun riferimento al colore dei capelli. Perché non dovrebbe riferirsi allora al fenomeno nel suo insieme: a guerrieri che presi dalla furia acquistavano una colorazione scura che ricordava l'azzurro?

    (5) Cfr. il Cap. 4 di questo libro.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    L'UOMO DELLA SCENEGGIATURA

    La razza mediterranea (occidentale)

    (Cfr. fotografie 42-58)


    L'uomo nordico del còmpito e quello falico della staticità hanno in comune le grandi dimensioni spaziali e il colorito chiaro. Questa comunanza di aspetto indica, entro certi limiti, possibilità d'espressione simili. Il colorito chiaro (biondismo) ha come effetto che la presenza o la mancanza di sangue nei vasi sanguigni superficiali acquista un valore espressivo molto maggiore che fra razze dal colorito più opaco. Arrossendo o impallidendo capita che, anche senza volerlo, cose siano manifestate che altrimenti l'autocontrollo e il senso della distanza del nordico o la lentezza del falico terrebbero sotto silenzio.

    Invece, il modo di ergersi nello spazio non ha lo stesso significato in queste due razze. Qello del nordico è un ergersi slanciato che significa il superamento della pesantezza; quello dell'uomo della staticità è un ergersi rozzo, che esprime l'accentuazione della pesantezza. Anche se in qualche caso singolo l'altezza di uomini nordici, misurata in millimetri, viene a essere la stessa di quella di singolo uomini falici, i due casi sono facilmente distinguibili, perché diverso è lo stile in cui essi sono "alti". "Essere alto" in senso nordico, quando questo 'essere alto' esprima in modo giusto l'anima della razza, significa elasticità [Mächtigkeit] verso un possibile movimento; "essere alto" in senso falico, significa una possente staticità. I lineamenti corrispondenti e il loro significato sono stati descritti, tratto per tratto, nel precedente capitolo (1).

    L'elasticità e la possenza non sono "proprietà animiche", come lo sono, per es., la bontà, la pazienza o l'impazienza. L'elasticità e la possenza sono tratti stilistici dell'esperienza, che hanno la loro origine nella modalità di movimento dell'anima, cioé nella razza. Né elasticità e possenza sono concetti senza legame con le proprietà caratteriali del singolo, ma hanno con esso delle relazioni che, psicologicamente, sono specificabili in modo univoco. Ciascuna proprietà caratteriale posseduta da una persona singola è resa attiva da quei tratti stilistici che sono stati sopra discussi: l'elasticità del nordico e la possenza del falico (2). Questa è la ragione dell'aspetto diverso che la medesima proprietà caratteriale acquista presso un nordico, presso un falico, presso un mediterraneo, ecc. Il nordico e il falico hanno in comune: ambedue si ergono con forza nello spazio. Se ciò non si verifica in qualche caso, allora l'anima "elastica" oppure "possente" non può dare alla sua specifica esperienza un'espressione ugualmente specifica: il suo manifestarsi viene spezzato dal venir meno della sua figura somatica.

    Qui si pone la domanda: l'insieme dei lineamenti non rimane forse uguale a sé stesso, indipendentemente dal fatto che esso si sviluppi in uno spazio grande oppure piccolo? Non si può, per es., rimpicciolire il contorno della figura nordica nello stesso modo che delle immagini che mostrino il contorno nordico possono essere ridotte o ingrandite quanto si voglia? Forse un contorno nordico rimpicciolito cessa di essere nordico?

    La risposta a questa domanda è: la figura razziale non si riferisce soltanto allo "spazio" quale spazio geometrico; ma appartiene allo spazio tangibile, terrestre. Questo spazio ha relazioni precise e fattuali con ciò che esso contiene; alle quali deve adattarsi anche la vita umana e la sua estrinsecazione spaziale che è il corpo. Una giraffa sta nello spazio in modo diverso da un topo; un uomo 'grande' sta nello spazio in modo diverso da un uomo 'piccolo'. Solo questa relazione corpo-spazio giustifica che possiamo parlare di un "ergersi verso l'alto" della manifestazione nordica, che esprime l'elasticità della sua esperienza.

    Le immagini possono essere ingrandite o rimpicciolite quanto si vuole, perché l'occhio coglie colui che è rappresentanto in una relazione giusta con lo spazio terrestre che lo circonda. Viceversa, non è possibile concepire figure reali, adattate alla misura dello spazio terrestre, arbitrariamente più grandi o più piccole di quel che sono, senza che il senso della loro manifestazione ne venga cambiato. È vero che un'alta montagna può essere riprodotta per mezzo di un modello ridotto messo sopra un tavolo: ma queste "Alpi" sopra un tavolo saranno percepite - anche se ornate con neve genuina e percorse da correnti di acqua vera - come qualcosa di totalmente diverso dalle Alpi di "grandezza reale". In modo analogo, difficilmente si può estraniare un contorno nordico dalla sua vera relazione con lo spazio terrestre senza modificare o perdere il senso della sua espressione.

    Il senso del corpo è quello di essere l'espressione dell'anima; nella figura del corpo si manifesta la figura dell'anima; nel movimento del corpo si esprime il movimnto dell'anima. Di conseguenza, le nostre domande devono essere formulate così: è concepibile una vita animica avente una figura e una modalità di movimento che per esprimersi abbisognino di una figura somatica nordica rimpicciolita?

    Il nocciolo della nostra domanda sta nel verbo "abbisognare". Sta di fatto -basta guardarsi intorno per le strade - che esistono molti individui la cui estrinsecazione somatica è una figura nordica rimpicciolita. Ci sono persone la cui figura somatica è nordica per quel che riguarda i lineamenti; ma essa è "piccola" in relazione agli oggetti poste nello spazio terrestre in cui esse si muovono: esse non si 'ergono"nello spazio; non hanno l'altezza sufficiente per contrapporsi al mondo in modo dominante; la loro figura rimane "indietro" rispetto alle potenzialità della loro esperienza animica. Essi perciò non hanno l'apparenza fisica di cui abbisognerebbero per esprimere in modo adatto la loro natura e la loro esperienza nordica. Questa à una circostanza da noi già presa in considerazione, quando dicevamo: l'espressione di queste persone è spezzata dal venir meno della loro figura somatica. Una figura somatica senza uno slancio che si erga nello spazio non è in condizioni di dare espressione a un'esperienza di elasticità.

    Può capitare che anche là dove un corpo non abbia un'esperienza di elasticità particolarmente forte, alla quale esso perciò non può dare espressione, l'individuo in questione esteriorizzi nel mondo con impeto ancora maggiore la sua elasticità interna: come per piegare il mondo nella sua totalità a 'divenire il suo corpo': il campo, cioè, adeguato a dare espressione alla sua elasticità. Un esempio in riguardo fu Napoleone. A giudicare dalle sue immagini e dai resoconti dei suoi contemporanei, i suoi lineamenti erano fondamentalmente nordici, ma egli non si ergeva, era "piccolo". È possibile che il suo impulso a voler dare la sua impronta a tutto il mondo, così obbligandolo a diventare l'espressione della sua propria elasticità, non sarebbe cresciuto fino a proporzioni titaniche se egli non fosse stato continuamente pungolato dal venir meno della propria espressione somatica.

    La risposta alla domanda appena posta è negativa. Una vita animica che abbisognasse di lineamenti nordici carenti di elasticità è impensabile. Tutto l'insieme delle linee formanti della figura nordica esprime il suo senso per mezzo dell'estrinsecazione dell'elasticità della sua esperienza e abbisogna dell'altezza, dell'ergersi nello spazio, per esprimersi compiutamente. La maggioranza delle parole da noi usate per la descrizione del contorno della testa nordica portano un'indicazione all'elasticità. Noi chiamiamo i lineamenti nordici: tesi verso l'esterno, scandaglianti, aggressivi, protesi in avanti, angolosi, duri. Solo occasionalmente si usarono aggettivi che non hanno relazione con l'elasticità: stretto, bene articolato, sottile. Si potrebbero aggiungere: bene modellato, armonioso, mobile.

    Di nuovo proponiamo due teste nordiche: teste di giovani che - anche se dal carattere molto diverso - indicano perfettamente quale deve essere l'insieme nordico di lineamenti: cfr. le fotografie 42 e 43. Tutti e due sono abitanti di città; l'uno è un liceale; l'altro non ha fatto alcuno studio superiore e lavora come manovale in una cittadina vicino a Berlino. Nessuno dei due ha una personalità di spicco; il secondo, poi, è un "figlio del popolo minuto" e perciò, dal punto di vista sociale, un "piccolo uomo". Eppure i tratti della sua figura hanno un'espressione carica di evidente elasticità, tanto forte, e forse anche più forte, che in quelli del primo. I lineamenti di ambedue le figure abbisognano, per evidenziare il loro vero senso, di una figura corporea complessivamente alta, nello stesso modo che una figura alta era necessaria alle teste della nostra prima serie (fotografie 1-26).

    Si può affermare lo stesso dei lineamenti nella fotografia 44? Certo, alcune delle parole con cui si erano descritti i lineamenti nordici potrebbero essere ripetute qui: anche questo viso è stretto e i suoi tratti sono ben modellati e sottili. Essi sono anche armoniosi e, a modo loro, mobili. Inoltre: anche questi lineamenti sono tesi e si è tentati di dire che anche qui il contorno della nuca "scandaglia verso l'esterno". Eppure indugiamo a usare queste parole. Sono parole che usiamo perché già pronte nella lingua parlate; ma che non sono veramente appropriate. Scandagliare è un movimento che ne suggerisce un altro che dovrà seguirlo; e questo secondo movimento non ce lo possiamo aspettare se non con elasticità o con possenza. Qui invece il caso è diverso: la pur innegabile elasticità di questi lineamenti risveglia in noi un altro tipo di aspettativa. Potevamo chiamare le linee formanti di questa nuca scandaglianti, oppure balzanti, oppure anche danzanti: si tratta di usare parole che portino, nel loro significato, un'indicazione al tipo di mobilità di questi tratti. Tutte quelle descrizioni applicabili al tipo nordico che implicavano l'espressione di un'interna elasticità sono qui inutilizzabili: teso verso l'esterno, aggressivo, proteso in avanti, angoloso, ecc. Non c'è dubbio che sussiste un'area di comunanza fra la figura della fotografia 44 e quella dell'uomo nordico del còmpito. Ma qui il còmpito, la prestazione, non è il canone principale, come non lo è il superamento della pesantezza, in quanto qui non cè alcuna pesantezza né alcun legame con la pesantezza: questa figura è del tutto senza peso e non può essere resa immobile.

    Abbisognano forse questi lineamenti, per dare un'espressione compiuta al loro senso, di una figura alta, ergentesi nello spazio? No. Non solo non abbisognano dell'altezza, ma una figura alta sarebbe contraria al loro senso. La mobilità di questi tratti non ha origine in un'esperienza di elasticità e non ha per scopo la tensione verso l'esterno e la prestazione: può addirittura darsi che sia stato inappropriato parlare di uno scopo - di un orientamento direzionale - nei riguardi di questa mobilità. L'orientamento direzionale - il "verso dove" - è un'attività di tipo nordico, che non ha attinenza con la figura sotto esame. Una vita che per estrinsecarsi ha bisogno diquesti tratti è, in ogni istante, "lì", senza farsi domande, in un presente carente di passato e di futuro; non tende ad alcun obiettivo perché per essa ogni istante costituisce di per sé un obiettivo. I suoi momenti migliori hanno origine nella consapevolezza di essere attore in una preziosa rappresentazione, sentita come un gioco eccitante.

    La figura mostrata nelle fotografie 44, 45 e 46 fa l'effetto di essere un'unità chiusa, dotata di un suo significato specifico: ogni tratto ha lo stesso senso di ogni altro (cosa che sarà dimostrata più avanti per casi singoli); ogni tratto indica la forma di ogni altro. Tutto è qui come fatto d'un solo getto; è un insieme armonico di tratti, chiaro e chiuso in sé stesso. E questo insieme di tratti richiede, per estrinsecare la mobilità animica del quale è l'espressione, non l'altezza nello spazio ma una piccolezza elegantemente modellata, che rifletta in modo compiuto l'eccitazione del gioco. Anche se questa figura ha certamente dei tratti in comune con quella dell'uomo del còmpito, essa non è semplicemente una versione rimpicciolita della figura nordica - la quale occasionalmente si dà nella pratica ma che non rappresenta un piano raffigurante [Gestaltplan] avente un senso in sé, ma piuttosto una deformazione della figura nordica, secondo è stato indicato più sopra. L'insieme nordico di tratti mal sopporta il rimpicciolimento, perché allora tutto ciò che in lui indica prontezza perde il suo senso. Invece la figura che le fotografie 44-46 ci mostrano, porta compiutamente in sé il suo proprio significato - il quale non è nordico.

    Questa figura è sottile come quella nordica; e, vista dal punto di vista della sottigliezza nordica ergentesi nello spazio, potrebbe sembrare quasi potenziata in forma irreale; ma in una direzione che è aliena al senso dei tratti nordici, per cui il suo senso non può essere descritto nella nostra lingua con parole più appropriate che: prezioso, giocoso, ben modellato. Sappiamo perfettamente quanto poco queste parole dicano e che, usandole, il senso della figura non è colto fino in fondo. Ma servono come indicatori del fatto che tutti i suoi singoli tratti hanno uno stesso significato e che nel loro complesso costituiscono un unico insieme chiuso di lineamenti. Si tratta di una sottigliezza di tipo tutto particolare, diversa da quella nordica nonostante il sussistere di similitudini nei lineamenti. La nuca è lanciata verso l'esterno, i tratti del volto si compongono in modo soave, il collo è lungo, la vita stretta e slanciata, le anche sono pure strette (nel maschio) e le membra relativamente lunghe e arrotondate. La figura scorre, nel suo insieme, in modo leggero e molle, come volesse piacere e trovasse il proprio senso nel fatto di piacere.

    Ciò che piace e che vive in questa soddisfazione di piacere, pur senza rendersene necessariamente conto, abbisogna di qualcun altro [Partner] a cui piacere. L'esperienza di piacere include in sé la consapevolezza di mostrarsi davanti a un "tu" che viene "sentito" come spettatore [Zuschauer].

    Descritte in questo modo le cose sono ancora troppo semplificate, come se si trattasse soltanto di una volontà di risultare piacevoli; volontà che, in termini generali, può capitare di esistere presso individui di ogni razza, non esclusa quella nordica. Ma qui si tratta di alcunché di più profondo: quando parliamo di "piacere a qualcuno", pensiamo anche troppo facilmente alle pure apparenze e perciò mettiamo in mostra la nostra tendenza a giudicare dal punto di vista dei valori dell'uomo del còmpito. Così facendo non ci accorgiamo che il rendersi piacevole può essere raffigurato come un genuino valore: quello di un dono e di un rendere felici; addirittura un'esperienza della divinità e un rito di tipo del tutto particolare. Per fare subito un esempio, riproduco qui la parte principale di una breve poesia teatrale francese del XII secolo: Il giocoliere della Madonna [Del tumbeor de Nostre-Dame] (3):

    Un giocoliere viaggiava di luogo in luogo

    e saltava e danzava dove gli capitava,

    finché si stancò di girare

    e di tutto il trascorrere mondano.

    Allora si disfece di tutti i suoi guadagni;

    denaro, cavallo, indumenti;

    ed entrò, per consacrarsi al Signore,

    nel chiostro di Chiaravalle.

    Ben presto però si rende conto di non aver imparato niente da ciò che nel convento è abitudine e obbligo; e sprofonda sempre di più nella disperazione:

    Cosa faccio io qui?

    Cosa può fare per me questa casa di Dio?

    Non posso pregare, non posso far niente

    se non oziosamente bighellonare e guardarmi attorno.

    In realtà non valgo il pane

    che qui mi è benignamente concesso.

    Quando se ne renderanno conto dovrò andarmene,

    mi manderanno via vergognosamente

    perché non servo a niente.

    O Signore, prendi la mia anima!

    Egli cerca un angolo buio

    dove nascondersi preda del dolore

    e sfugge alla luce del giorno

    verso una cappella sotterranea

    dove, sul muro in mezzo a candele

    stava l'immagine della Madre di Dio.

    pieno di preoccupazione in un angolo

    si nascose. Improvvisamente suonò

    la campana della cattedrale, con suono chiaro e profondo,

    chiamando il convento alla Messa.

    Egli sollevò la testa e balzò in piedi:

    "Rimarrò io qui come uno stolto

    mentre tutti lassù, di nuovo,

    si affrettano ad andare a lodare la Madonna?

    Cosa festeggio? Perché in verità

    non sono digiuno di ogni arte!

    Ciascuno fa quello che può;

    voglio anch'io fare quel che posso!

    Egli getta gli indumenti conventuali,

    la lunga tonaca egli butta via,

    e con mani leste si cinge

    attorno ai fianchi la sua sottile giacca.

    Poi, con fare umile, avanza

    verso l'immagine della Madonna,

    la guarda e le si inchina davanti:

    "Madonna, mi concedo a te anima e corpo;

    Regina al di sopra di tutte le donne,

    mi avvicino a te con il cuore pieno di fiducia;

    accetta la mia diligenza.

    Le belle rappresentazioni che io conosco

    scelgo per tua delizia,

    nello stesso modo che il capretto sul prato

    salta in alto e in basso davanti a sua madre.

    Ciò che ti porta un cuore fiducioso,

    non rifiutarlo: fàllo per me!

    Guarda: ciò che ho te lo porto!

    Mentre fuori gli altri cantano, egli si mette

    con tutte le sue forze a saltare

    avanti e indietro, in alto e in basso.

    Ballando egli contorce le docili membra,

    cammina sulle mani in giro per l'antro,

    si lancia alto per aria.

    Dopo ogni danza egli si inchina

    e dice: "Lo ho fatto solo per Te".

    Con agilità da artista,

    esegue la danza del macellaio e la danza romana,

    quella lorenese e quella dello Champagne,

    quella spagnola e quella bretone;

    e ogni volta torna a volgersi all'immagine

    dicendo: "È stata una bella esecuzione!

    Che mostro a Te con tutta la mia fede

    perché i tuoi occhi ne gioiscano.

    Fa Tu la gioia di tutto il mondo!"

    Dopo egli saltella di nuovo, mette giù

    i piedi preziosamente, mette le mani

    sulla fronte e danza abilmente

    con piccoli passi su di un cerchio;

    e piange dal fondo del suo cuore:

    "O Madonna, Ti invoco e Ti saluto,

    con il cuore e con il corpo, con le mani e con i piedi.

    Lassù cantano adulti e bambini:

    sia io invece il tuo fedele danzatore!

    Nel tuo celeste palazzo

    dove hai tante stanze

    dà anche a me una stanzina!

    Perché appartengo a Te e non più a me stesso!"

    Così continua a ballare senza stancarsi, salta in alto e in

    basso,

    Fintanto che fuori continuano a cantare.

    Guarda senza fiato e madido di sudore

    verso la Regina delle delizie,

    mette assieme tutte le sue forze

    e danza fino a quando le tempie gli ardono.

    Finalmente, le membra gli vengono meno,

    egli vacilla e cade

    dinanzi ai suoi piedi.

    E allora - la Regina dei Cieli

    si piega con un sorriso amoroso

    per fargli aria con il suo fazzoletto

    e rinfresca la sua fronte ardente,

    la sua dolce e misericordiosa mano.

    Come via verso la Divinità è stata scelta la sceneggiatura [February 29, 2004arbietung]: il devoto giocoliere offre 'la sua più bella rappresentazione" alla Madonna, che se ne "diletterà". Quelle sue rappresentazioni non sono soltanto belle, ma sono anche la messa in atto di quanto di meglio egli può, il che, messo nei termini della poesia appena trascritta, sembrerebbe a noi (forse anche al poeta, certamente al traduttore) l'espressione di un valore proprio all'uomo del còmpito. Ma ciò che qui è sentito non è un "còmpito"; e tanto meno significa che il nostro giocoliere, anche se dovesse essere stato bello, possa essere descritto come di "figura imponente". La parola "bello" implicava nella parlata medioevale, anche francese, il concetto di "imponente" (nello stesso modo in cui anche i malfattori di peggiore qualità erano detti "cavallereschi" quando appartenessero alla classe nobiliare): l'imponenza era, secondo l'opinione germanica valida anche in Francia, una componente inseparabile della bellezza. È addirittura probabile (anche se niente lo dice esplicitamente), che il nostro poeta fosse un francese di origine franca e perciò un Germano. La sostanza della poesia e l'evento da essa comunicato non hanno invece niente di germanico. Che la piacevole esibizione della persona possa essere un'offerta gradevole alla Divinità e un alto valore, è un punto di vista estraneo alla spiritualità germanica.

    Qui si rivela la legge intrinseca di una razza che un tempo dovette vivere secondo il suo proprio stile in tutte le terre rivierasche del Mediterraneo e anche nell'Occidente europeo; razza che prima della conquista di quelle terre da parte di stirpi indoeuropee di tipo nordico - fra le quali gli Elleni e i Romani - dovette attraversare la fioritura della propria vita creativa. Ma il loro sangue non è scomparso e si rivela continuamente, sia pure solo attraverso l'espressione creativa - spezzando la sovrastruttura nordica che lo tiene prigioniero. La parte che ha la bellezza nella religiosità ellenica può essere compreso soltanto tenendo questo in considerazione: sotto questo aspetto, l'Ellade arcaica non è nordica, ma diretta dalla legge di un tipo umano il cui aspetto somatico è quello da noi appena descritto. La Kultur della Creta antica è quanto a noi di più specifico è rimasto di quel che doveva essere l'Ellade arcaica: là erano le donne a dominare la struttura della comunità e la sua espressione creativa. Le immagini che ci rimangono di quelle donne e degli uomini cretesi da esse dominati mostrano figure dai contorni incredibilmente sottili e preziosamente modellati: si tratta di un'inconfondibile esagerazione artistica di quell'insieme armonico di tratti rappresentato nella nostra nuova serie fotografica. Il risultato di questo dominio femminile, avente un suo proprio stile, è una Kultur della messa in mostra della bellezza.

    Di questo tipo di esperienza fa parte un culto religioso fatto dall'esibizione della bellezza: il sacrificio deve "dilettare" la divinità. È significativo che anche il nostro devoto giocoliere esegua la sua "rappresentazione più bella" davanti a una divinità, vista come "Madre di misericordia" e perciò femminile.

    Cerchiamo adesso una descrizione che colga questo tipo umano, partendo da quello che per lui è il valore supremo e che centri nel suo intimo il contenuto, quale che esso possa essere, della sua esperienza di vita. La parola scelta deve indicare chiaramente quell'istante gioioso e datore di gioia nel quale c'è una totale sceneggiatura [Darbietenheit] davanti a un compagno [Partner] o davanti a un pubblico osservante e nel contempo partecipante: è quello l'istante in cui l'esperienza di questo tipo umano raggiunge il suo punto più alto. Si può perciò parlare con correttezza di uomini della sceneggiatura [Darbietungsmenschen]. Nel contempo, essendoci un innegabile nesso fra questo tipo umano e le terre del bacino del Mediterraneo, usiamo il termine "uomo del Mediterraneo" o "uomo mediterraneo" (4). E siccome in quelle terre questa figura si è dimostrata ereditaria lungo una successione di generazioni che raggiunge la più antica preistoria, ci sentiamo giustificati nel chiamarla una razza.

    Le fotografie di uomini della rappresentazione da noi riprodotte mostrano capigliature scure, leggere e setose. Anche la capigliatura dell'uomo nordico ha una consistenza setosa e leggera; e perciò è mobile sotto l'impulso dell'aria irrequieta; ma è di colorito chiaro. Ambedue le colorazioni, chiara e scura, fanno parte ognuna di una scala diversa di valori cromatici, che dirige il colorito della figura nel suo insieme e non soltanto quello dei capelli. Capelli chiari e setosi fanno parte di una scala di valori cromatici chiari; nello stesso modo che una pelle trasparente (più esattamente: diafana), che rivela qualsiasi variazione nella circolazione sanguigna come un arrossire o un impallidire, e occhi chiari. I capelli scuri fanno parte della scala di valori cromatici scuri, così come la pelle opaca e gli occhi bruni.

    Queste due scale di valori cromatici danno origine a possibilità di espressione diverse. L'uomo nordico mantiene la distanza anche da sé stesso: a lui è concesso di guardare in faccia anche sé stesso e di controllare ogni sua espressione, sia essa il sembiante o un movimento degli arti o un tono di voce, con riferimento alla sua volontà consapevole. Questo autocontrollo di ogni espressione, della quale si ha consapevolezza e che può essere diretta dalla volontà, può diventare un'abitudine fissa che ne fa un automatismo. Il cambiamento di colorito è invece quasi del tutto indipendente dalla direzione della volontà. Perciò può capitare che la pelle diafana dell'uomo nordico riveli cose che egli preferirebbe tacere. (Qualcosa di analogo vale per la pelle dell'uomo falico della staticità: essa lascia intravvedere addirittura movimenti animici che hanno luogo nel subconscio e che sono ancora insufficienti per cambiare la sua inerzia in azione.) La pelle diafana possiede perciò una certa capacità intrinseca di espressione - si potrebbe dire: una certa eloquenza [Beredtheit] - la quale, a seconda del tipo di esperienza che ci possa essere, può essere d'aiuto o di disturbo nella sua manifestazione o addirittura fare da spia (6).

    La pelle opaca - od olivastra -, che non manifesta cambiamenti importanti di colorito, non ha una tale 'eloquenza'. Essa è uno degli strumenti di espressione di un tipo umano (più esattamente: dell'estrinsecazione visibile di una figura animica) che non abbisogna di questo tipo di 'eloquenza' indipendente dalla volontà. Esistono diverse razze per le quali vale questo fatto, e in ciascuna sussistono ragioni diverse per rinunciare al cambiamento di colorito come mezzo importante di espressione. L'uomo della sceneggiatura non abbisogna dell''eloquenza' della pelle perché egli, secondo la sua natura, 'parla'con tutto il suo essere: per lui non ci sono quelle limitazioni, causate dal distanziamento da sé stesso, che invece nell'uomo nordico del còmpito rendono difficile l'uso dei modi volontari d'espressione, fra i quali il movimento delle membra e il gioco della mimica facciale. L'uomo della sceneggiatura può sviluppare in modo totale, libero e gioioso una molteplicità illimitata di espressioni: e quando ci riesce nel modo più bello, dando una rappresentazione perfetta ed eccitante, allora la sua espressione, presa in sé e per sé, rappresenta nel suo mondo un alto valore - valore che è superato soltanto da un altro: quello racchiuso nella totale messa in scena di sé stesso di fronte a un compagno [Partner] che gli consideri capace di apprezzarla. In relazione a ciò, il valore dell'espressione non è se non in poca misura determinato da ciò che viene espresso: nello stesso modo che in un'opera lirica il valore dell'arte musicale ha poco a che vedere con il senso delle parole cantate.

    Quando si descrisse l'uomo del còmpito, e ancora di più l'uomo della staticità, appoggiandoci su fotografie, si mise in primo luogo l'immagine della testa. Finché non si trattava di esercizi corporali, era nei lineamenti del viso che l'espressione si manifestava nel modo più completo e duraturo. Nel caso dell'uomo della sceneggiatura la situazione è diversa: la capacità espressiva delle membra, il gesto, è tanto importante se non più importante di quanto si possa riflettere nel volto. L'espressione nordica e quella falica hanno la loro massima intensità in ciò che è durevole: e perciò nell'orma impressa nel volto. L'espressione mediterranea è invece percepibile in massimo grado in ciò che è istantaneo. La testa non è in questo caso il punto più importante; lo è invece tutta l'estrinsecazione somatica con l'insieme di tutti i suoi movimenti, visibili e audibili, dal gesto della mano fino all'armonia sonora e alla risonanza danzante della parlata. Il volto di un uomo della sceneggiatura, visto isolatamente, potrà sembrare vuoto in confronto, per es., a quello di un uomo del còmpito, in quanto il senso dell'espressione di quell'uomo non può essere manifestato in modo completo se non da tutto l'insieme.

    A noi Germani, che siamo "pratici" e che vediamo le cose dal punto di vista dell'uomo del còmpito, sembra spesso strano il modo così serio e la grande importanza che il mediterraneo dà in ogni istante alla sua apparenza fisica. Ogni altra cosa egli può prendere allegramente alla leggera, ma quello è proprio il dettaglio nel quale egli è serio. Questo fatto divenne evidente ogni volta che lo si volle fotografare. Uomini di questo tipo sono più difficili da fotografare per scopi di studio che, per es., uomini nordici psicologicamente sani. All'uomo del còmpito, a meno che sia affetto da qualche forma patologica che indebolisca la consapevolezza del proprio valore, importa poco il fatto di essere fotografato. Se ha capito perché lo si fotografa e ne è d'accordo, si lascia fotografare senza difficoltà, "si rende disponibile"; e se la conversazione che segue lo interessa, si dimentica facilmente che poco prima è stato fotografato. Il suo comportamento ridiventa quello di sempre. Per l'uomo della sceneggiatura, invece, il fatto di venire fotografato è una cosa della massima importanza, che tocca un punto fondamentale della sua natura animica. L'attenzione di quel giovane veneziano di razza mediterranea la cui immagine è data dalle fotografie 44-46, non poté essere distolta per mezzo di alcuna conversazione dalla macchina fotografica e dai movimenti del fotografo. Nel caso delle fotografie 47 e 48 (ragazza greca ad Atene), la sua attenzione poté essere distratta soltanto facendole credere che l'azione fotografica non sarebbe incominciata se non più tardi. Ma essa non cessò mai di pensare al momento in cui sarebbe stata fotografata, per il quale si andò preparando.

    La fotografia 48 coglie un istante in cui la ragazza non si aspettava di essere fotografata, ma era eccitata dalla consapevolezza di essere 'in mostra' e nel contempo preoccupata da come la sua apparenza sarebbe stata accettata dall'osservatore. Questo tipo di comportamento non deve essere confuso con una vanagloria causata da egoismo. La preoccupazione che si manifesta in questo viso è impregnata da una delicata bontà, una bontà che ha lo stile caratteristico dell'uomo della sceneggiatura. Non fa parte della natura della sua rappresentazione un gioco senza senso fatto di forme vuote che vorrebbero essere di più di quanto in realtà siano. La preoccupazione che sussiste sempre è: se lo spettatore di quanto davanti a lui viene rappresentato ne sia veramente soddisfatto, perché si vorrebbe sempre comunicargli qualcosa di reale valore.

    In ultima: la bontà è una proprietà del carattere. Appartiene al singolo, non alla figura animica come tale, né alla razza. Esistono tantissimi individui di razza mediterranea carenti di qualsiasi traccia di bontà. In questi, il gioco rappresentativo può divenire qualcosa di vuoto, fatto di forme vuote, espressione soltanto di vano autocompiacimento. Ma anche allora la relazione con un possibile spettatore e la conseguente preoccupazione riguardo alla qualità scenica della propria apparenza, di necessità rimane - si tratta probabilmente della sola preoccupazione che possa opprimere un uomo di questo tipo.

    Che cosa sia il gioco vuoto di senso e che cosa esso possa originare in una vita oziosa nello stile dell'uomo della raffigurazione, è stato narrato da Edmond Rostand nella sua "Giornata di una preziosa" (tradotto [in tedesco] da F. v. Oppeln-Bronikowski):

    Una rappresentazioe.

    Fin dal principio dell'anno fu obiettivo

    di Doralisa quello di fare come se amasse

    Filanto, poeta, moschettiere e marchese.

    Ma, segretamente, il suo cuore spasima

    per l'alchimista e cavaliere Tiridate.

    Filanto copre l'ardore di Doralisa -

    In fede mia! un lussuoso mantello per la prescelta.

    Sa rappresentare soltanto un ruolo, ma così bene

    che lo metteremmo fra i traditori

    se il suo cuore non fosse ardesse già

    per un'amica della sua Doralisa

    che si chiamava Caramantide, nel regno di Febo.

    Sembrava che Tiridate ardesse per costei

    e lei per lui - ma, gioco molto audace -

    lo scopo di tutti era quello di simulare.

    Ma perché quest'impulso alle false apparenze,

    minacciato dal sospetto che l'amante

    s'accorga del falso amore?

    Perché l'amore senza complotto

    e senza misteri è soltanto un bruciare senza fiamma,

    buono per cuori grossolani e anime inerti.

    Chi è sottile ama il segreto

    e, quando non simula, si sente legato.

    O poeti, forse che le rime incrociate

    non valgono tanto come quelle diritte?

    Perciò anche un quartetto di coppie di amanti

    deve, come fanno i versi, intrecciare i cuori.

    Questo esempio potrebbe indurre alla conclusione che, secondo il canone dell'uomo della sceneggiatura, ogni cosa, anche semplice, deve essere resa ingarbugliata. Ma sarebbe una conclusione sbagliata, da essere evitata (e in ogni caso l'arrivare a conclusioni non fa parte della ricerca sull'anima delle razze). L'uomo della sceneggiatura ha la tendenza a rendere complicate le relazioni umane, anche quelle che per natura sarebbero semplici, solo quando egli ha perso il collegamento con la natura, e cioé nel contesto della vita urbana. Quando segua i suoi propri indirizzi per dare raffinatezza alla vita - come già era stato il caso nei palazzi delle città dell'antica Creta, dove dominava un ordine ginecocratico - egli può raggiungere un punto in cui le cose semplici gli sembrino insipide e senza stimolo; e allora l'"amore senza complotto" può sembrargli "fuoco senza fiamma di cuori grossolani". Allora egli soggiace, come qualsiasi altro essere umano che si sia del tutto estraniato dalla natura, alla smania di cercare stimoli sempre nuovi. Caratteristico di ciascuna razza è che cosa, in una tale circostanza di 'inurbamento interno', diviene un nuovo stimolo e che cosa non lo diviene. L'abitante di grandi città che sia di tipo nordico, cerca di passare i suoi giorni liberi "nella natura", che per lui è divenuta qualcosa di del tutto diverso di quanto essa può essere per l'uomo schietto con essa ancora a contatto: la natura ha perso per lui la sua immediatezza e ha acquistato nella sua coscienza la qualità stimolante di ciò che è strano, divenendo così oggetto di un godimento artificioso. Per gli uomini nordici rimangono anche altri campi di attività stimolanti, anche in città, ma in nessun caso essi complicheranno le cose per puro gioco, mantenendosi sempre entro i limiti imposti da quella praticità che governa così, in modo semplice, anche le sue vacanze e i suoi riposi serali. La cavillosità fine a sé stessa è per lui ridicola. Per l'uomo della sceneggiatura invece - nel modo già descritto - essa può diventare una necessità da prendersi molto sul serio, quando per suo mezzo un gioco che si sia indebolito possa riacquistar forza e vivificarsi come stimolante rappresentazione: allora non si interpreta più una parte semplice e "grossolana" davanti al compagno e con soltanto quel compagno, ma invece, segretamente, con tre diversi compagni allo stesso tempo, ognuno dei quali ha nel contempo una parte specifica da rappresentare. Tutte le relazioni dell'uomo della sceneggiatura con gli altri membri della comunità e con il prossimo in generale sono determinate dal quesito: se ciascuno può essere un compagno di rappresentazione, nel ruolo di amico o di oppositore (6). Ma il compagno viene necessariamente concepito non solo come qualcuno assieme al quale o contro il quale si gioca, ma nel contempo come uno spettatore. Da una molteplicità di compagni risulta allora anche una molteplicità di spettatori, il che rende il gioco più stimolante. La vita dell'uomo della sceneggiatura, nel suo insieme, viene esperimentata come una rappresentazione fatta a molti spettatori che nel contempo sono anch'essi attori dello stesso spettacolo. Il mondo dell'uomo della sceneggiatura è durevolmente circondato da una tribuna il più piena possibile; e solo all'interno di questo anello, che può essere inclusivo o protettivo ma anche distruttivo, la sua vita ha ha una libertà di movimento. Da ogni giocatore singolo egli si tiene tanto distanziato quanto lo consentono le regole del gioco. Dal proprio sé invece egli non può allontanarsi e perciò non potrà mai essere per sé stesso un compagno di gioco sufficiente. Una vita di solitudine, un creare soltanto sotto il proprio occhio giudicante, fine a sé stesso o a un'opera da sé stesso scaturente - una vita senza applauso - non è una vita che valga la pena di essere vissuta, perché la vita ha per lui un senso soltanto come messa in scena. Per questo tipo d'uomo, a differenza dell'uomo del còmpito, non esiste "lo" spirito in sé, senza legame con la tribuna della società. "Non riuscire a imporre il prorprio spirito alla società significa non averne uno" dice Lionardo Bruni.

    Sarebbe un'incomprensione il dedurre dai molti esempi di uomini della sceneggiatura tratti dall'Italia e dalla Francia che le genti di quelle terre siano nel loro insieme di questo tipo umano. Nella commistione genetica dalla quale questi popoli sono risultati e nel tessuto culturale da loro creato, l'espressione di vita dell'uomo della sceneggiatura rappresenta una componente fra diverse altre. Se volessimo riassumere con una formula semplice la storia spirituale di questi due popoli (anche se così facendo si falserebbero un poco i fatti) dovremmo dire: nello stesso modo che la Kultur germanica risultò da un vicendevole scambio, ma anche da un confronto, del tipo nordico con quello falico, così la Kultur romanica risultò dalla combinazione deltipo nordico con quello dell'uomo mediterraneo della sceneggiatura (7). E può benissimo darsi che questa combinazione - nel senso più completo della parola - sia più "riuscita" della nostra, in quanto non ha da superare opposizioni sul tipo di quella che sussiste fra il superamento nordico della pesantezza e l'accentuazione falica della medesima. La combinazione nordico-mediterranea, dell'uomo del còmpito con quello della sceneggiatura, significa mettere assieme la razza che tende alla superazione della pesantezza con una razza che non ha conoscenza di questa superazione, in quanto non ha in sé niente di greve che debba essere superato. Nordico e mediterraneo rappresentano il compimento di un'antichissima nostalgia. Ciascuno di questi tipi rappresenta per l'altro ciò che esso vagheggia nei suoi sogni, ma che egli stesso non può essere. Tutti gli uomini creativi del còmpito lo hanno esperimentato almeno una volta, osservando la natura mediterranea: desiderio di poter essere così: lievi, carenti di distanza, legati al presente e a null'altro che al presente! Quando Albrecht Dürer era conturbato dal ricordo delle terre del Sud, non era soltanto del sole che egli sentiva nostalgia.

    È il caso però di dire che la combinazione nordico-mediterranea in nessun modo garantisce a coloro che da essa siano formati una condizione di felicità spirituale. Ciò contraddirrebbe le nostre cognizioni riguardanti la natura e le conseguenze delle mescolanze di razze. Proprio nelle figure di spicco del rinascimento italiano si riconosce spesso la contraddizione interna fra i due tipi, che porta a un conflitto nella vita psichica dell'individuo. Così, le vie della solitudine in petrarca devono essere interpretate come un'espressione di tipo nordico, che poi egli sviluppa con stile mediterraneo. In un campo d'esperienza che sia puramente nordico, la solitudine significa la manutenzione di un àmbito interno impenetrabile per ogni estraneo; manutenzione che non richiede necessariamente l'isolamento nello spazio. Per l'uomo della sceneggiatura, invece, la solitudine non ha senso e perciò non dà origine ad alcuna esperienza in quanto essa inceppa proprrio la molla motrice di ogni sua esperienza. petrarca si rifugia nella solitudine e là si dedica a un'attività creativa come pensatore e poeta, lontano dagli sguardi meravigliati del suo tempo. Eppure egli concede che; egli ha cercato la solitudine soltanto per essere ancora più rinomato e applaudito dalle genti.

    Se questa ammissione dica tutta la verità oppure no, non sarà qui esaminato. Quello che in riguardo ci interessa è che nell'analisi che Petrarca fa della sua esperienza come solitario - la quale egli generalmente descrive in termini nordici - egli sviluppa una rappresentazione: solitudine nordica per un pubblico mediterraneo.

    Anche nella concorrenza che i popoli si fanno l'uno all'altro per la preeminenza mondiale negli sport, cosa che oggidì prende il posto dei grandi confronti culturali di altri tempi, il pubblico rappresenta per l'uomo della sceneggiatura un fattore molto più importante che non per altre razze. Per l'uomo del còmpito esso rappresenta più un disturbo che uno sprone quando egli non riesca a ignorarlo completamente: il pubblico intralcia il suo orientamento naturale che sarebbe quello di concentrare tutte le sue forze nella sua volontà di realizzazione. Egli riesce a dare il suo meglio nell'assenza di pubblico piuttosto che davanti a una tribuna. Per l'uomo della sceneggiatura, invece, la presenza di una tribuna estesa e formicolante di pubblico rappresenta il punto algido, l'istante massimo della sua vita; nel quale egli si sente pungolato a usare tutte le sue forze in grado massimo e nel contempo a superare sé stesso. È per questa ragione che tra le genti del Sud si riscontra spesso il caso dello sportivo che raggiunge l'àpice delle sue prestazioni una volta in vita sua e poi non più.

    La denominazione "mediterraneo" vuole indicare una correlazione di stile fra questo tipo umano e e il paesaggio del bacino del Mediterraneo (8). Ma niente in questa parola implica che gli uomini di razza mediterranea vengano a trovarsi soltanto nel bacino del Mediterraneo. In quella zona geografica si incontrano non soltanto genti mediterranee (nel senso della parola da noi usato): vi si trovano, soprattutto nella sua parte orientale, altri tipi umani. Un'altra denominazione che viene utilizzata, quella di 'uomo del Sud", a ben vedere le cose è alquanto vaga. La figura animica dell'uomo della raffigurazione deve avere preso forma dalla relazione con questo paesaggio, cosa che è evidenziata dalla sua parte somatica. Ma ciò non ha impedito che già in tempi protostorici la si trovi nell'Ovest e perfino nell'estremo Nord-est dell'Occidente. La popolazione pre-germanica della Francia (Gallia), dell'Irlanda e delle isole britanniche, che era di lingua celtica, mostrava una forte influenza mediterranea, cosa ancora riscontrabile in quelle terre. E all'est dello spazio di popolazione tedesca si trovano impronte evidenti della presenza di sangue mediterraneo che si estendono dal Mar Nero al baltico e che, fra i nostri vicini, sono più forti nel popolo polacco e meno in quello lituano.

    Provenienti da due direzioni opposte, Ovest ed Est (molto meno in modo diretto dal Sud, da cui ci separano alte montagne), il sangue mediterraneo è penetrato anche nella zona di popolazione tedesca. In molti insediamenti occidentali del nostro popolo si riscontra, nel loro modo di essere, una partecipazione di sangue mediterraneo. Ma l'influenza mediterranea nella popolazione tedesca, presa nel suo insieme, è scarsa. Non c'è dubbio che occasionalmente lo stile dell'uomo della sceneggiatura ha esercitato un'influenza nella forma in cui la vita tedesca si è manifestata; ma ciò non è stato dovuto a mescolanza di sangue quanto all'effetto esercitato storicamente da esempi razzialmente e culturalmente esogeni. Un'ovvia influenza mediterranea può essere percepita nei Minnesingern, discepoli dei trovatori della Francia meridionale, che diedero regole di condotta per il gioco di società fra cavalieri e dame che si protrassero fino al rococò. Questa tendenza poi prosegue lungo tutti quegli ondeggiamenti della vita intellettuale e quelle forme di comportamento che ebbero per centro le corti signorili.

    (1) La parola Mächtigkeit [elasticità, potenzialità nel senso di 'energia potenziale'] è correlata a ver-mögen/können [potere]; Wucht [possenza] a wiegen [pesare]. La prima perciò indica superamento della pesantezza, la seconda accentuazione della pesantezza. Nell'uso corrente di queste parole non c'è sempre coscienza di questa profonda differenza di significato.

    (2) A proposito di 'facciate' nordiche carenti di elasticità/potenzialità interne, cfr. il mio libro Rasse und charakter [Razza e carattere], I parte (2a. edizione, Frankfurt a. M., 1938), 4a. sezione: Contorno e ripieno, essere e dover essere.

    (3) Wilhelm Hertz, Spielmannsbuch, Novellen und Versen aus dem 12. und 13. Jahrhunderts (14. edizione, Stuttgart, 1912), p. 257 sgg. [Libro degli attori, novelle e rime del XII e XIII secoli].

    (4) Cfr. il mio libro Die nordische Seele [L'anima nordica], 6a. parte (Anima e paesaggio: terre del Nord e terre del Sud). Nello stesso libro, nell'11a. parte (Nordico e mediterraneo; "romanico" e "forestiero") viene dato uno schizzo dello stile dell'uomo della raffigurazione quale esso si manifesta in diversi campi - amore sessuale, odio, vendetta, gloria, ecc.

    (5) Un esempio significativo di come nella vita dell'uomo della raffigurazione anche l'avversario può divenire indispensabile, è tratto da Eduard Wechsler (Esprit und Geist [Esprit e spirito], p. 163) dal romanzo Bernard Quesnay di André Maurois. Quello che era stato per anni il rivale di un grande industriale è stato definitivamente portato alla rovina. Il suo ex-nemico gli mette a disposizione quattro milioni: si le rival disparaît, le jeu est fini [se il rivale scompare, il gioco è finito].

    (6) Chiamiamo Kultur romanica la Kultur dei popoli di lingua neolatina (cioè derivata dal romano antico). Il cd. stile romanico in architettura non è romanico in questo senso; esso è una rielaborazione tipicamente germanica di orientamenti meridionali e dovrebbe essere denominato, a rigore, uno stile germanico.

    (7) Denominato, in modo appropriato, "la terra del mezziogiorno" da Ewald Banse nel suo importante lavoro sulla geografia del paesaggio.


    Fotografia 42: Scolaro in una scuola superiore in una città della Germania nord-occidentale. Fondamentalmente nordico.

    Fotografia 43: Giovane originario da una piccola città del Brandenburgo. Nordico.

    Fotografia 44: Scolaro di Venezia. Uomo della raffigurazione, razza mediterranea (cfr. p. ...).

    Fotografie 45 (sinistra) e 46 (destra): Il medesimo. La figura, per quel che riguarda i lineamenti, ha molto in comune con quella dell'uomo del còmpito, ma il suo significato ultimo è diverso. Il suo valore principale non è il superamento della pesantezza (perché qui non cè alcuna pesantezza e nessun legame con la pesantezza), ma presentazione perfetta davanti a uno o più compagni di gioco, che nel contempo sono spettatori.

    Fotografia 47: Ragazza greca ad Atene. Le si era domandato se voleva patecipare a un certo viaggio. Essa non pensa neppure a capire la portata pratica di questa domanda, ma la interpreta piuttosto come un inchino del "cavaliere" di fronte alla "dama" (cfr. L. F. Clauss, Anima della razza e individuo).

    Fotografia 48: La medesima. La preoccupazione per la propria apparena può avere le sue radici nella bontà: preoccupa il se lo spettatore vuole partecipare anche lui a ciò che gli viene mostrato. Allo spettatore deve essere trasmesso un mondo a lui accettabile.

    Fotografia 49: Dama romana, nodico-mediterraneo.

    Fotografie 50/51: Ragazza berlinese, fondamentalmente mediterranea ma - vedasi l'espressione della fotografia 51 - allevata secondo valori nordici.

    Fotografie 52/54: Tedesco della Prussia occidentale. Mediterraneo-nordico, ma allevato in un mondo nordico improntato dai valori dell'uomo del còmpito.

    Fotografia 55: Ragazza lituana, dai lineamenti fondamentalmente mediterranei.

    Fotografia 56: Croato, nordico-mediterraneo.

    Fotografia 57 e (di fronte) 58: Dotto renano, falico-mediterraneo.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    L'UOMO DELLA RIVELAZIONE

    La razza desertica (orientalide)

    (Cfr. fotografie 59-83)


    Quando considerammo la figura nordica, sia nel suo insieme che nei suoi dettagli, e penetrammo nel significato della sua manifestazione somatica, la confrontammo con un'altra figura che chiamammo - d'accordo con il senso che in essa riconoscemmo - la figura dell'uomo della sceneggiatura. Questo, dovuto al fatto che la qualità fondamentale e la modalità di movimento di questa razza era la sceneggiatura, davanti a uno spettatore che nel contempo è compagno di rappresentazione; il valore più alto per questa razza è quello di piacere. Questo valore domina tutti i campi della sua esperienza, non esclusa l'esperienza di Dio, su di cui poggia l'espressione formale della sua religione.

    In quelle due figure, quella nordica e quella mediterranea, sembrava che ci fosse ben poca differenza nei tratti delle loro espressioni somatiche. Ci fu bisogno di un lavoro scientifico imparziale per poter capire in tutta la sua profondità la diversità del loro significato. Di fianco alla già capita figura dell'uomo della sceneggiatura, poniamo adesso una nuova serie di immagini, la quale sembra proporci qualcosa di nuovo.

    Quando ci domandiamo quale possa essere il senso di questo 'qualcosa di nuovo', e lo avviciniamo per capirlo e per afferrarlo, esso sembra scansarci, sottraendosi a ogni tentativo di fissazione. Forse crediamo di coglierlo, ma non appena cerchiamo di ragionarci sopra esso è scomparso. Se confrontiamo i lineamenti di queste teste con quelli dell'uomo della sceneggiatura, riscontriamo poche differenze: la linea nasale si piega delicatamente verso la punta e gli occhi, guardati di fronte, si avvicinano alla forma di una mandorla di più di quelli di altre razze (1). Questo è tutto; da un'osservazione più dettagliata forse risulterebbe qualcosa d'altro. Se ne potrebbe concludere che se le differenze non possono essere percepite che con tanta difficoltà, esse non possono essere importanti e quindi insufficienti per poter parlare di una nuova figura rètta da leggi proprie. Ma sarebbe una conclusione sbagliata. Si dovrebbe forse tentare di interpretare le teste della nuova serie secondo i canoni dell'uomo della sceneggiatura? Questo tentativo fallisce: non ci si riesce. Ma è proprio per questo che ci sentiamo spronati alla ricerca di tratti che distinguano i due tipi: dall'espressione dei visi si indovina subito che la rappresentazione non è per loro l'esperienza più importante e che nella loro natura non sta l''essere per la tribuna'. Qual'è allora la loro natura?

    Chi sappia leggere un alfabeto, deve per forza conoscere le lettere. Eppure nel nostro caso, siamo convinti di star leggendo in continuazione qualcosa, ma quando vogliamo vederci più da vicino non riusciamo a distinguere le lettere. Possiamo affermare con certezza soltanto ciò che quello che abbiamo davanti non è. Di che cosa possa specificamente trattarsi, è cosa difficile da indicare: perché non è 'scritto' con quelle lettere che sono decifrabili anche da chi sia povero di esperienza e di conoscenza diretta dei soggetti. Capire un'espressione, quale essa può evidenziarsi dalla figura visibile, non è, a ben vedere le cose, lo stesso che leggere un testo. Le lettere sono dei segni a cui si attribuisce un significato, in ultima analisi, soltanto per mezzo di una convenzione arbitraria: arbitraria perché quei segni potrebbero anche essere diversi e avere lo stesso significato: popli diversi indicano lo stesso suono con segni grafici diversi. L'espressione facciale e il comportamento, la mimica e l'atteggiamento, non sono invece generati da convenzioni arbitrarie; ma portano in modo intrinseco ciò che noi vi percepiamo: sono cose che non potrebbero essere altrimenti, perché se fossero altro, vi dovremmo necessariamente percepire qualcosa di diverso. Quando vediamo che due occhi "si illuminano", non vogliamo dire che questa 'luce' sia un segno di gioia (nello stesso modo che, basandoci sul nostro apprendistato scolastico, sappiamo che le lettere c, a, s, a, indicano dei suoni determinati, i quali messi insieme formano una parola, la quale a sua volta ha uno specifico significato); e neppure ci scomodiamo a considerare la conclusione logica: gli occhi si illuminano e ciò indica gioia. In quell'illuminarsi degli occhi vediamo la gioia di per sé, la gioia di chi ci sta di fronte: l'illuminazione degli occhi è la manifestazione di una gioia vissuta (né, come con ogni apprezzamento visivo, un errore può essere escluso). La manifestazione è visibile per noi 'altri', non per colui che vive l'esperienza: l'illuminarsi degli occhi è l'esteriorizzarsi di ciò che in lui ha il suo lato interno. Questa espressione esterna dell'esperienza, a noi percepibile, è diverso per ogni esperienza interiore: l'illuminazione causata dalla gioia può essere subito differenziata dall'arroventarsi causato dall'odio, dall'avvampare dello sdegno, dalla fluorescenza della brama. Le parole della lingua comune con cui si descrivono queste esteriorizzazioni di un'esperienza e queste manifestazioni espressive contengono invariabilmente delle similitudini e perciò sono "poetiche" e ovviamente imprecise. Questa insufficienza linguistica si incontra sempre che si sia sulla frontiera della comunicabilità verbale delle esperienze psicologiche e non può mai essere del tutto abolita. In ogni caso, quelle parole sono più appropriate e dicono di più sulla natura dell'argomento che un fiotto di parole straniere tratte dall'inventario delle scienze da tavolino.

    L'espressione di ogni esperienza psichica, cioè ogni manifestazione che abbia il corpo come strumento, ha sempre due aspetti: 1. che cosa viene espresso (un'esperienza di gioia, di sdegno, di brama o di qualcos'altro), 2. in che modo ciò viene espresso. Il primo aspetto sarà da noi chiamato il materiale dell'espressione [Ausdruchsstoff], il secondo lo stile dell'espressione [Ausdrucksstil]. "Sdegno', "gioia", "brama" sono parole che si riferiscono a un materiale dell'espressione. Ogni lingua superiore mette a disposizione una quantità sufficiente di parole per i materiali dell'espressione. Non è invece lo stesso per quel che si riferisce agli stili d'espressione, né per l'aspetto che prendono i lineamenti [Linienführung] nell'atto dell'espressione, quando la modalità di movimento dell'anima, cioè ciò che è razziale, si rende evidente. È una mancanza frequente nelle lingue storiche, perché nei tempi quando le lingue si formarono lo stile d'espressione non era qualcosa di capito coscientemente e che potesse essere messo in forma discorsiva per mezzo di parole. Di conseguenza, ciò che nell'espressione è stilistico spesso non può essere esplicitato se non con parafrasi, con un discorso a base di indicazioni, suggerimenti, confronti - un modo di far capire qualcosa che è appena esprimibile.

    La nostra distinzione fra materiale dell'espressione e stile dell'espressione è una distinzione puramente intellettuale: nello stesso modo che il contenuto di nessuna esperienza può palesarsi o essere vissuto fuori da una specifica modalità di movimento che chiamiamo stile, nessun materiale dell'espressione può essere vissuto fuori da uno stile specifico. Il materiale "sdegno" non può essere vissuto "in sé", fuori da ogni stile, in modo amorfo. Appena esso c'è. cioè: appena esso è vissuto, esso è determinato da uno stile: il dover essere determinato da uno stile fa parte della sua natura. È possibile (in persone razzialmente miste) che in un'esperienza e nella sua manifestazione diversi stili si trovino mescolati oppure che lo stile dell'esperienza non corrisponda interamente, almeno in qualche caso, allo stile della sua manifestazione. Ma un'esperienza che non sia determinata da alcuno stile, è tanto poco possibile come un'espressione cromatica senza estensione. (Anche un'espressione che potessimo chiamare "senza stile" è sempre legata a uno stile, sia pure per negarlo o per mettervisi in contrapposizione.)

    Vedere un'espressione non significa necessariamente capirla. Ognuno ha un ventaglio di possibilità di capire che dipende dal suo personale ventaglio di possibilità di avere esperienze. Ciò che sta 'al di là della frontiera' non lo capiamo più: ci rendiamo ben conto che qualcosa viene espresso, ma che cosa l'espressione che vediamo voglia dire non lo possiamo capire perché contiene un'esperienza a noi aliena. Quando arriviamo 'alla frontiera' incominciamo a dover indovinare e interpretare, spesso sbagliandoci.

    Può darsi che ci siano persono che, per via di chiaroveggenza, capiscono anche ciò che si sviluppa al di fuori delle proprie possibilità di esperienza. La ricerca scientifica, invece, non può appoggiarsi a questi metodi. Eppure nessuna ricerca, sia pure quella matematica, può rinunciare del tutto a quell'intuizione premonitrice che afferra una verità e che rende di essa certi ancora prima che lo scienziato, con tenace lavorìo, le si avvicini passo a passo per renderla finalmente accessibile a tutti. È proprio nella ricerca psichica che queste premonizioni abbisognano di un esame rigido e metodico che può richiedere anni (2).Io, per es., dovetti vivere per molti anni assieme a genti dell'oriente arabo nel loro proprio ambiente prima di raggiungere una comprensione sicura delle loro espressioni; anche se fin dal primo giorno avevo visto quale fosse il loro andamento consuetudinario.

    La prima cosa che notai guardando in faccia queste genti fu che tutti sembravano 'esserci improvvisamente'. Quando si dece tutti, si vuol dire: tutti coloro il cui viso corrispondeva a quello di una delle teste nella nostra serie fotografica. Nella loro maggioranza, questi tipi si incontrano in terre di lingua araba. Concepii allora che per poter fare il mio lavoro in modo giusto, dovevo imparare quella lingua, e non tanto dai libri quanto dalla parlata della gente. Chi conosca quella lingua, sia egli pure un conoscitore accademico, troverà in essa quelle caratteristiche dell''essere improvvisamente presente', che, nel campo delle nostre proprie esperienze, non corrisponde a niente che si possa chiamare 'esserci'. Per noi il concetto di 'essere' è legato a quello di durata: noi vediamo ciò che 'è' nello stato in cui esso si trova in un determinato istante; ed è da quell'istante in poi che concepiamo il suo divenire, i suoi cambiamenti e le sue trasformazioni. Già la parola "situazione, stato" [Zustand], che viene da 'stare' [stehen], indica in modo chiaro che noi, usando la nostra consapevolezza giudicante, associamo all''essere' un determinato istante nel tempo.

    La lingua araba non ha nessuna parola che significhi "stato" nel senso in cui noi la intendiamo. I dizionari traducono la parola tedesca (o quella latina, francese, italiana, inglese, tutte originalmente imparentate con il tedesco "stehen": status, état, stato, state) con quella araba hâl (plurale: ahwâl), che viene dalla radice hwl. Questa radice significa: girare, trasformarsi, cambiare.

    Adolf Wahrmund, uno dei migliori conoscitori della lingua araba, osserva in riguardo: "Questa parola ... non ha niente in comune con il concetto della permanenza, significa invece tutto l'opposto; cioè: il girarsi, il trasformarsi, il cambiare; - il che è ragionevole. Nello stesso modo che per il contadino ciò che è fisso e durevole condiziona la sua natura - la sua abitazione, le sue abitudini di vita, le sue pratiche - per il nomade invece la prima condizione del suo particolare modo di vita è il cambiamento continuo che accompagna i suoi spostamenti di pascolo in pascolo; e perciò egli non parla della sua situazione e del suo stato, ma di cambiamento e di trasformazione. La parola araba per 'abitare' [sakan] significa in realtà soltanto 'riposare'; e allo stesso modo la parola per 'tenda' e, in ultima, anche per 'casa' [bejt] vale per 'pernottare'. Il concetto di 'soggiorno prolungato in un certo luogo' viene reso dall'arabo con 'lasciare indisturbato' [iqâmet], che viene a essere anche la tenda. Per 'stirpe' o 'popolo' egli può utilizzare la parola qaum, che significa un alzarsi o mettersi in piedi - in origine usata soltanto da un gruppo che si metta in moto per cambiare la zona di pascolo o per combattere - i Francesi in Algeria dicono: les goums [qaum] se sont levés - e l'impermanenza della sua abitazione è qualcosa di così legato ai presupposti insostituibili della sua felicità che il concetto di 'rimanere fermo' e quelli di 'sofferenza' e di 'povertà' sono per lui imparentati e lui li descrive con la stessa radice [skn] - i poveri e i sofferenti sono detti miskîn, il che, in fondo, indica soltanto la loro incapacità di muoversi da dove giacciono."

    Wahrmund parla della "legge del nomadismo" e la fa derivare dalla "legge del deserto". Ma dietro a questa legge deve essercene un'altra, più potente, che costringr questi uomini - proprio questi - a vivere secondo la 'legge del deserto'. Nessun potere esterno li obbliga a fare la vita che fanno: i nomadi, i pastori-guerrieri (Beduini) della libera steppa araba, sono da tempo immemorabile i temuti signori del mondo arabo. Se volessero darsi una stabilità di dimora, lo farebbero e lo avrebbero potuto sempre fare. È il loro canone interno che fa loro scegliere una vita rètta dalla "legge del deserto". Genti che fossero di natura diversa, per es. nordica o falica, imporrebbero, al contrario, la loro legge al deserto (3), fino a che esso non fosse più un "deserto"; oppure se ne andrebbero.

    Cosa c'entra il girare, il cambiare, il trasformarsi, con ciò che abbiamo chiamato 'esserci improvvisamente'? - Sono la stessa cosa, vista da un altro punto di vista. La nostra parola "improvvisamente" significa trovarsi in presenza di qualcosa che un momento fa non c'era e che forse fra ancora un momento non ci sarà più - o che sarà qualcosa d'altro, avendo subìto una trasformazione. Sarebbe meglio evitare la parola "essere" (e anche "esserci"), perché questa parola nordica racchiude la tendenza a 'rendere stabile' anche ciò che nel mondo è fluido e sfuggente. Invece ciò che viene espresso dai volti della nostra nuova serie fotografica è del tutto diverso: essi fanno tutt'uno con la sfuggevolezza e né conoscono né vogliono quello che noi chiamimo "stato" [nel senso di: essere in un determinato stato - n.d.t.]. Questo tipo umano vive nel cambiamento - si potrebbe dire, in cambiamento permanente, perché qui l'unica cosa che 'permane' è proprio il cambiamento.

    Anche il parlare di un 'esserci improvvisamente" si rivela in fondo un ripiego: un tentativo a metà fallito di esprimere qualcosa che è totalmente non-nordico con parole di una lingua che è nordica nella sua forma e che perciò tende a dare una formulazione nordica a tutto ciò di cui, usandola, si parla. Eppure non c'è alcun modo, quando vogliamo esprimere l'estraneo nella nostra lingua, se non quello di usare, sia pure in modo artificioso, questo tipo di ripieghi; il che ci lascia la speranza di poter completare il significato insufficiente delle parole con immagini appropriate.

    Il miglior modo di cogliere, per l'analisi visiva posteriore, l'attimo sfuggente, è la fotografia, la quale lo fissa in una frazione di secondo: il 'cambiamento permanente', il girarsi continuo che, secondo la sua natura, vive colui che è immerso nella continua trasformazione, viene così fissato. Così facendo - come lo è qualsiasi rappresentazione di ciò che vive nel continuo movimento -, dal punto di vista di quest'uomo, si esegue un'intromissione peccaminosa nell'opera del Creatore. I dieci comandamenti dell'Israele arcaico proibiscono di fissare in immagini ciò che è vivente; e per il credente islamico di sangue arabo, a meno che non voglia essere "moderno" all'occidentale, questo costituisce qualcosa di orribile; ed egli si lascia fotografare solo se costrettovi da forze a lui superiori.

    Per l'uomo della sceneggiatura il fatto di essere riprodotto in un'immagine può costituire un'ebbrezza piacevole: egli gode allora di un'istante di totale rappresentazione di sé stesso davanti a una tribuna riempita continuamente dagli spettatori futuri. Gli uomini della nostra nuova serie fotografica hanno invece una relazione ben diversa con l'istante, come ce lo rivela un solo sguardo ai loro volti, per es. quello del vecchio Beduino nella fotografia 69. Egli si lascia immobilizzare in una fotografia solo perché non vuole affliggere l'onorato ospite: internamente però, egli si volta via e fugge. E tutta questa sofferenza non ha la sua origine nel ricordo di qualcosa che sia accaduto prima, ma in un'altra fonte: quella specifica modalità di movimento animico che costituisce la natura razziale di quest'uomo e della quale si potrebbe dire che obbedisce alla legge della variabilità incondizionata.

    Tutti e due vivono nell'istante presente: sia l'uomo della sceneggiatura che questo tipo umano, al quale provvisoriamente abbiamo rinunciato a dare un'etichetta aspettando di avere dimostrato che in lui si rivela un modo specifico di movimento animico. Ma proprio in ciò che essi hanno in comune, e cioè il vivere nell'istante, si rivela nel contempo essere ciò che li rende diversi. La sceneggiatura non è l'unico modo di infondere vita all'istante e neppure il solo comportamento per mezzo del quale è possibile catturare ciò che arriva dall'esterno. Il comportamento che si rivela dalla nostra nuova serie fotografica è diverso.

    Può darsi che il nostro còmpito non sia - lo si è già detto esplicitamente - quello di interpretare l'espressione dei visi fotografati per trarne delle conclusioni. Nelle fotografie noi mostriamo solo vita già compresa: le fotografie sono modi di comunicare là dove la parola viene meno. Lo strano indovinello che l'espressione di questi soggetti ci pone, si risolve soltanto per coloro che partecipano della loro vita. Prendere parte alla vita allogena è l'unico modo di capirla: cioè partecipare alle vibrazioni che muovono la vita aliena. Solo ciò che si rivela attraverso questa partecipazione (che qualche volta, per correggere tutti gli errori, necessita di anni) può essere veramente detto vita compresa. Chi quella vita ha condiviso può vederla rispecchiata, per es., nell'espressione dei volti, e riesce a renderla parzialmente comprensibile anche ad altri. Volendo restringere il significato del vocabolo "interpretazione" al nostro caso, allora possiamo chiamare il nostro sforzo un procedimento interpretativo.

    Cosa ci dice il comportamento e il viso del giovane Beduino nelle fotografie 59-61? La fotografia 59 lo ha fissato mentre cavalca. Una moltitudine gli sta attorno e gli rivolge la parola, rendendolo allegro e un po' imbarazzato, senza però che ciò intacchi la sua padronanza di sé. Le fotografie 60 e 61 furono scattate dopo che era smontato e, appoggiato al suo cavallo, conversava con me. Nell'intervallo fra due scatti fotografici 'qualcosa lo chiamò dall'alto' percui egli diresse la sua attenzione verso quella chiamata. Quell'istante è fissato nella fotografia 61.

    Non si tratta di un istante "speciale": niente che possa essere considerato un estremo di gioia. Qualcuno chiama per qualche motivo - in modo occasionale. E del tutto occasionale è anche questo sguardo, originato dalla chiamata. Preso come fatto singolo, tutto questo non ha nessun significato. Ma questo sguardo, risvegliato da una chiamata, ha un contenuto molto superiore a quello di un fatto singolo. Chi mai abbia convissuto con genti di questo tipo, sa che in loro a ogni 'caso' - fatto accidentale - corrisponde questo comportamento.

    "Caso" significa qui qualcosa di più di quanto la parola significhi nella nostra lingua quotidiana. Tutto ciò che accade è qui un caso": capita "da sopra" e viene come tale recepito. La vita è un'interazione fra evento esterno ed evento interno; e quello interno non ha altro significato che: recepire ciò che da sopra il caso ci getta. Essere pronti a recepire questo è l'attitudine fondamentale comune a tutti i volti di questa serie; attitudine che è solo leggermente indebolita là dove l'imitazione di un modello "moderno" di tipo occidentale ha indotto ad adottare un'attitudine sul tipo di quella dell'uomo del còmpito. Tutta la vita è diretta verso l'"alto", cioè verso ciò da cui proviene il 'caso'; tutta la vita è un rimanere in aspettativa di ciò che verrà presentato dal caso. Quest'aspettativa permanente permea ogni esperienza, indipendentemente dal contenuto che, per il singolo, essa possa avere.

    In questo 'essere in aspettativa' stanno racchiuse tre cose. Esso costituisce il comportamento animico fondamentale di queste genti, dal quale scaturisce la loro modalità di movimento: che consiste nell'accettare ciò che il caso getta. Questa è la cosa che rimane invariata in questo tipo di esperienza. Ma si tratta di un rimanere nell'aspettativa dell'istante casuale: cioé di qualcosa che cambia continuamente e che non può mai essere invariabile. Inoltre, questo implica che l'anima si concede senza condizioni a questi istanti in flusso continuo, sia con l'imperturbabilità del credente o con una febbrile attività: il gioco del caso diviene un gioco di prodigi, che proviene dalla mano di un Dio. Qui sta il pericolo - si potrebbe dire: la "debolezza" - di questo tipo animico e nel contempo la sua grandezza e la fonte della forza creativa che gli è specifica. Quando un'anima di questo tipo racchiude una scintilla creativa, essa rimane ad aspettare un bisbiglio della voce del suo Dio. Una conoscenza delle cose divine sarà allora la sua più preziosa proprietà e questa conoscenza sarà stata a lui elargita per mezzo di una rivelazione.

    Quando si prenda in considerazione tutto quanto fino a qui è stato esposto, non può rimanere alcun dubbio che ci troviamo di fronte a un tipo animico dai lineamenti proprî e dotato di un'espressione somatica attraverso la quale esso si manifesta in modo adeguato: si tratta di un tipo umano con una sua propria forma e con una sua propria mobilità. E siccome questa figura si è rivelata ereditaria per millenni, lungo una successione di innumerevoli generazioni, si può a buon diritto parlare di una razza.

    L'uomo nordico fu da noi detto l'uomo del còmpito - in base ai valori dominanti nella sua scala di valori - e l'uomo mediterraneo uomo della sceneggiatura - per le stesse ragioni. Qui scegliamo la denominazione di uomo della rivelazione. La parola "rivelazione", in questo contesto, deve essere intesa non in modo arbitrariamente vasto, ma in modo concordante con quanto da noi appena esposto. Nel contempo, usiamo intenzionalmente la denominazione "uomo desertico". Con ciò vogliamo dire che consideriamo quel paesaggio che è posto in mezzo a deserti, come la terra è in mezzo a mari, e che sembra affiorare dal deserto - cioé: la steppa dell'Arabia - come il retroscena stilisticamente appropriato per questa figura e come il luogo di abitazione naturale di questa razza (4). Ogni spazio in cui essa si mosse e ogni spazio nel quale essa potrà muoversi, è stato e verrà da essa, involontariamente, trasformato in un deserto: finché vi rimarrà qualcosa, queste genti vi faranno pascolare i loro armenti, ne raccoglieranno i frutti, ne taglieranno la legna, senza darsi pensiero per ciò che ne sarà nel futuro. Tutto ciò che accade è un caso che va da istante a istante: chi volesse cambiare le cosa usando un'umana previdenza, bestemmia. Tutta la vita è contenuta nell'istante casuale, è una briciola che cade dalla mano dell'eterno Dispensatore - e guai a chi non riesce a metterla a profitto! Solo il Dispensatore sa che cosa getta al credente: una moneta scintillante o un'opulenta carovana male difesa e così messa a sua disposizione quale preda; oppure un libro sacro di rivelazioni - tutto è una preda e guai a chi non lo capisce! (5).

    Quando ci addentrammo nello studio del senso della manifestazione dell'uomo deseretico, prendemmo come punto d'appoggio la figura dell'uomo mediterraneo della sceneggiatura. La similitudine fra i lineamenti di questi due tipi sembrava tanto grande che ci trovammo sul punto di porre la domanda se qui ci fosse veramente una diversa legge animica, sovraordinata a una nuova figura; cioé se fosse proprio vero che l'espressione che ci veniva trasmessa dalla nostra nuova serie di immagini ci rivelasse un'attitudine e una fondamentale mobilità ben diverse da quelle dell'uomo della sceneggiatura. Ma sono proprio l'attitudine e la mobilità di questi nuovi tipi a indicarci una diversa legge della forma animica: una nuova legge razziale. E andando avanti trovammo che: anche se i lineamenti di questi nuovi volti - salvo leggere deviazioni in qualche tratto singolo - si accordano con quelli dell'uomo della sceneggiatura, è chiaro che nel nostro caso i medesimi lineamenti vengono 'usati' in modo ben diverso: per dare espressione a una vita la cui tendenza fondamentale non è quella di mettersi in scena [Dargebotenheit] e la cui mobilità non è la rappresentazione. Quello fu il nostro apprezzamento.

    Si darebbe forse qui il caso che una medesima figura servisse per manifestare due diverse espressioni? - Le fondamenta della nostra scienza rimarrebbero allora scosse e dovremmo ricominciare daccapo. Avevamo trovato che ogni figura animica aveva una propria legge: e le modalità di movimento a essa proprie e specifiche, a loro volta non possono manifestarsi compiutamente se non in una sola figura somatica, il cui canone corrisponde esattamente a quello dell'anima. La mobilità dell'anima si rispecchia nei lineamenti della figura somatica. Viceversa, ciò significa che a ogni figura somatica "pura" non può abbinarsi se non una sola figura animica, della quale essa è strumento espressivo perfetto - o, meglio ancora: di cui essa è l'espressione. Dimostrare questo era il principio e lo scopo principale del nostro lavoro. Invece adesso un'unica figura somatica dovrebbe servire per dare espressione a molteplici attitudini animiche - essere la manifestazione di svariate modalità animiche?

    Che si tratti di un errore, dovrebbe essere ovvio; ma che si annidi proprio nelle fondamenta del nostro assunto, è meno chiaro. Forse che nel valutare quelle "leggere deviazioni" dei lineamenti dalla figura mediterranea, da noi già rilevati, non abbiamo valutato tutto oppure ci siamo dati troppo presto per soddisfatti? Le considerazioni di tipo ragionato e cerebrale da noi già fatte stanno sempre però di fronte a un fatto semplice e innegabile: che i volti della nostra nuova serie rivelano un'espressione stile diverso da quello dei volti mediterranei visti in precedenza; al punto che una nuova esperienza vi si rivela come espressione autocontenuta - fatto innegabile anche se le differenze misurabili fra questo tipo e l'uomo della sceneggiatura sono molto piccole. Non potrebbe essere che questi dettagli sono sufficienti per fare da fondamento a un nuovo significato e a una nuova legge? oppure che, quando si tratta di leggi della figura, dobbiamo affidarci soltanto alle differenze misurabili?

    Anche le differenze nell'apparenza somatica ci sono e sono chiare; soltanto non sono tanto facilmente afferrabili e individuabili in modo tanto specifico cpme, per es., la differenza fra alto e basso o chiaro e scuro o anche fra delicato e massiccio oppure fra superamento e accentuazione della pesantezza. Qui è appena possibile puntare il dito e poter dire: questo è così e là è diverso; e non ci si riesce se non con pochi tratti. Eppure qui siamo in presenza di 'qualcosa d'altro'; e non solo nell'apparenza somatica. Nell'insieme, almeno per quel che riguarda il viso, si può intuire nell'orientamento direzionale di tutti i tratti qualcosa che non è valido per la linea mediterranea: qualcosa che rende questi tratti appropriati per l'espressione di un'esperienza di stile proprio: una vita di instabilità incondizionata. Sta nella natura di questa modalità di esperienza l'abbisognare di questa forma somatica per la sua manifestazione visibile, la quale ha un orientamento che si svincola da qualunque stretta - che non si lascia in alcun modo 'fissare' -, da qualunque stretta che volesse renderlo "durevole", sia usando concetti di tipo nordico che con un cieco strumento di misura.

    Certo che dal punto di vista anatomico questi corpi si lasciano misurare tanto accuratamente come qualsiai altri: la parola "corpo", in fondo, non sta a indicare qualcosa di vivente, che si muove e muovendosi esprime un'esperienza, ma ciò che rimane della manifestazione somatica quando si ignori il suo significato quale cosa vivente. Ciò che è senza vita è chiaro che non può svincolarsi: resta fermo. Lo si può misurare - perché no? Lo si può anche dividere in pezzi e parti componenti (da lì viene il motto 'anatomia', che significa fare a pezzi) e così facendo si porta avanti del lavoro di ricerca importante; ma attraverso le misure, anche se accurate, e tagliando in pezzi, magari piccolissimi, non si arriverà mai ad avvicinare ciò che a noi interessa: il senso della figura somatica, nel cui movimento si esprime il movimento dell'anima. A cosa ci servono allora le misure numeriche "esatte"? Tanto quanto ci serve sapere qual'è la lunghezza d'onda dei suoni quando ascoltiamo una canzone. Ciò che è vivente, che fa 'vibrare' i lineamenti come suoni di svariata intensità, è comprensibile soltanto per coloro che vibrano assieme a lui. Il grande numero non potrà mai capire ciò che è vivente, perché prima lo uccide.

    Incominciammo col concentrarci sul movimento del viso mostrato dalla fotografia 69; vi possiamo mettere adesso accanto tutte le altre immagini della nostra serie e trovarvi lo stesso. Il Beduino nella fotografia 71 sembrerebbe che stesse gridando: - dà proprio quell'impressione quando ci mettiamo a interpretare le sue modalità di movimento dal punto di vista della nostra. Invece non emette alcun suono, ma ascolta un altro - io in questo caso - che gli racconta qualcosa che si sviluppa in una terra a lui estranea e che gli sembra meraviglioso. Ciò che il suo volto qui esprime lo potremmo chiamare meraviglia mista a tensione: denominazione appropriata, ma soltanto per il materiale dell'espressione, che è qualcosa che può venire esperimentato da uomini di ogni tipo. Ma ciò che adesso ci interessa non è che cosa viene esperimentato, ma come viene esperimentato: in questo 'come' si manifesta il modo di movimento dell'anima, nella fattispecie di uno stile di espressione. Questo si riconosce in modo chiaro quando a fianco del volto meravigliato del beduino ne mettiamo un altro (fotografia 72), che esprime un altro tipo di sorpresa. L'espressione di sorpresa qui non si sviluppa completamente, perché già al suo inizio essa è interrotta dalla serrata falica e il suo movimento è trattenuto. La sorpresa è la risposta all'incontro con l'inaspettato; e nell'uomo falico questa risposta si risolve nella serrata. Nella modalità di esperienza dell'uomo della staticità, il movimento dell'espressione di sorpresa non può svilupparsi: esso rimane inceppato e viene soffocato. - Potremmo anche mettere a confronto il Beduino, che si meraviglia in modo desertico, con quella ragazza ostide [ostisch] di cui parleremo nell'ultimo capitolo (L'uomo dell'esonerazione) e che (cfr. fotografia 111) manifesta la sua sorpresa in stile ostide. La risposta ostide all'incontro con l'inaspettato e con qualcosa di cui si diffida è una specie di 'collasso su sé stesso': quello è il modo di movimento della razza ostide, che scatta non appena dentro all'orizzonte nebbioso che circonda ciò che è vicino, e entro il quale ci si sente a proprio agio, si percepisca l'intrusione di qualche fattore di disturbo.

    La sorpresa dell'uomo della rivelazione ha un altro andamento. Essa lo 'afferra', egli vi si 'concede'. La tensione aumenta rapidamente e ben presto diviene insopportabile: allora si rilassa con un 'urlo psichico', che si esprime come nella fotografia 71. Può capitare che chi è sorpreso si copra il volto incrociandovi sopra gli estremi del suo copricapo o del suo mantello, come per proteggere la sua anima dal 'concedersi' [Preisgegebenheit]. L'istante casuale, quando porta qualcosa di lancinante, attraversa la sua anima fino in fondo: nel suo interno non rimane nessun angolo protetto, dal quale possa prendere forza un atto di riflessione. L'anima arde tutta intera di una fiamma istantanea, per poi spegnersi di nuovo quando quell'istante è passato. E quando si è spenta è passata anche l'incandescenza, senza lasciare tracce, come se non ci fosse mai stata.

    Non solo la sorpresa infiamma, ma anche altri tipi di esperienza, per es. la collera. La fotografia 73 mostra la collera di un Beduino della sponda orientale del Giordano. Egli si trovava a Gerusalemme, nel mercato del bestiame presso il Birket-es-Sultân, e un suo associato commerciale lo accusò di averlo imbrogliato di due sterline d'oro. Il Beduino fu allora preso da collera, infiammandosi sull'istante, al punto di non vedere o sentire più ciò che avveniva attorno a lui (neppure notò me, che gli girai attorno con la macchina fotografica in mano). Eppure il suo associato aveva ragione. Pochissimo tempo dopo o si vedeva camminare piano, agitando il suo bastone e con un andamento trotterellante mentre canticchiava in modo leggero e allegro. Io mi trovai a dubitare che il suo comportamento volesse nascondere qualcosa. Ma quando, dopo anni di convivenza, ebbi accumulato una maggiore dimestichezza con la forma dell'esperienza di quelle genti, capii anche quello che allora era accaduto. Il Beduino non nascondeva niente, perché non aveva più niente da mantenere sotto controllo: l'istante della collera era passato, la fiamma si era spenta e perciò era ormai inesistente. Egli viveva già in un nuovo istante, senza nessuna relazione con quanto avesse potuto succedere poco prima.

    Visto dal punto di vista del canone dell'uomo nordico, sembrerebbe che queste genti fossero senza "disciplina". L'uomo del còmpito si "autocontrolla", cioè si mette a confronto con sé stesso, quale objectum, e si sottomette - prendendo la distanza da sé stesso - al suo proprio giudizio pratico. Così facendo egli sercita un'azione su sé stesso. Anche l'uomo della sceneggiatura è capace di esercitare una padronanza su sé stesso: egli riesce a esercitare un comando sulle proprie forze interne, che secondo la sua volontà, egli può - per gioco - lasciare che si manifestino. Ambedue questi comportamenti sono estranei e incomprensibili per l'uomo della rivelazione: volere interferire con il gioco degli istanti casuali sarebbe per lui qualcosa di abborracciato e di blasfemo. Mentre tanto l'uomo puro del còmpito come l'uomo puro della sceneggiatura sono calcolatori, questi non lo è: gli istanti vanno e vengono, come soffia il vento senza che alcuno sappia da dove e verso dove; meno di tutti egli stesso. In questo momento egli può essere paragonabile a un bambino che gioca, un istante dopo è un inviato di Dio che proclama la rivelazione, e ancora un istante più tardi un rapace predatore.

    Tutte le proprietà che un uomo di questo tipo possa avere sono impregnate dei tratti stilistici appena descritti. Quando, per es., egli è coraggioso, il suo coraggio scaturisce nell'istante per spingerlo all'azione rapida e temeraria, salvo poi scomparire un istante più tardi. Quando l'istante si infiamma, il coraggio è lì, e quando l'istante si spegne non c'è più ed è come se non ci fosse mai stato.

    La capacità e la virtù guerriera di queste genti è necessariamente di altro tipo di quanto essa possa essere nel nostro mondo. Quando i combattenti del nostro tipo vengono improvvisamente assaliti, la prima reazione è: rimanere fermi e organizzarsi per la difesa. Per il guerriero nomade della steppa araba la cosa ovvia e immediata è fuggire. Cosa significa questo - forse che lui è meno intrepido e coraggioso?

    In nessuno dei due casi bisogna presupporre che ci sia un ragionamento che precede l'azione. Vogliamo soltanto indicare la reazione immediata al fatto "attacco di sorpresa": da noi è il tener fermo, per il guerriero nomade la fuga. (Anche da noi una considerazione ragionata della situazione può condurre a una rapida ritirata; la fuga è però qualcosa di diverso: per noi una condotta spregevole, per loro del tutto normale.) Ciò che umanamente tutti e due i casi hanno in comune è la spinta all'autoconservazione. Quando si tratti di azione istintiva questa spinta si manifesta in modo opposto nei due casi. La nostra domanda non può essere: cos'è eticamente migliore (secondo un riferimento al di sopra delle razze, riferimento che non esiste)?, ma: qual'è la causa dell'uno e dell'altro comportamento?

    Le nostre genti, fin dai tempi primordiali, sono legate al suolo, che ci nutre e con il quale abbiamo un legame di fedeltà: il concetto di "nostro" è in noi qualcosa di radicale. Sul suolo bisogna stare in piedi e su di esso, se necessario, bisogna morire: questo è per noi un fatto basilare della nostra vita e perciò, per noi, qualcosa di "ovvio". Il guerriero nomade non ha nessun legame con il suolo, nessun dovere di fedeltà, nessuna radice: tutta la sua vita è casuale e immediata, un infiammarsi e uno spegnersi, un ruotare e un permanente cambiare e trasformarsi. Essere in un posto o in un altro, è per lui in fondo lo stesso. Perciò, quando si sente la minaccia di un pericolo improvviso, la prima cosa da farsi è cambiare di posto: andarse in fretta! Dopo, le cose possono cambiare, e colui che è stato aggredito può prendere (a modo suo) una decisione diversa a seconda che sia coraggioso oppure no: il gruppo che prima era fuggito ragiona, si raccoglie e, se si sente forte a sufficienza, decide di portare a termine un contrattacco improvviso che costituisca una sorpresa per il nemico.

    Questo semplice esempio indica come da due modo diversi di porsi di fronte al mondo scaturiscano due modi diversi della qualità guerriera e due etiche guerriere diverse. L'origine umana di queste due etiche ha origine in due forme diverse di vita - quella contadina e quella della pastorizia nomade. Ma allora si pone la domanda: questa differenza ha qualcosa a che vedere con la razza? Non ci sono forse contadini di ogni razza? Enon ci sono pastori nomadi di ogni razza?

    Certo. Ma non ogni razza è ugualmente dotata per dare origine a un buon contadinato, né ogni razza è ugualmente adatta per il nomadismo. Un nomadismo puro e una qualità di guerriero nomade ugualmente pura esercitati in modo incondizionato - quello del Beduino - sono stati prodotti da una sola razza, quella che abbiamo chiamato desertica. Il nomadismo puro è la sola forma di vita per mezzo della quale la mobilità dell'anima desertica può svilupparsi in modo illimitato e totale: è la forma di vita dove niente è duraturo se non il cambiamento di pascolo in pascolo a seconda delle stagioni: dove niente è dato incondizionatamente se non l'istante: un''adesso' permanente e pure sfuggevole. La più alta virtù del guerriero nomade è: essere pronto ad afferrare in ogni istante ciò che il caso gli può offrire.

    Su di questi fondamenti e con questo senso della guerra è del tutto possibile che un tipo temibile di guerriero prenda forma: un guerriero che nel corso della storia non di rado ebbe la meglio su combattenti del nostro tipo, a cominciare dalla lotta di Davide contro Golia. Dovrebbe essere del tutto chiaro che dei guerrieri di questo tipo sono tutt'altra cosa di quanto noi chiamiamo soldati, e che essi non possono venire 'educati' a divenirte tali. Il nomade, o per lo meno il nomade 'assoluto' di razza desertica, per quanto coraggioso e per quanto temibile egli possa essere nel suo proprio ambiente, non è mai un soldato. L'essere un soldato (nel senso moderno della parola, che non ha niente a che vedere con il 'soldo') è qualcosa di legato alla stabilità, allo Stato, e abbisogna di una tensione etica che abbracci molto di più del semplice istante. L'uomo che sta nell'istante casuale non può vivere in questo stato di tensione prolungata. Tutto ciò a cui egli aspira deve essere fattibile subito, anche il successo guerriero. Se il successo non è dato dall'attacco improvviso che coglie l'avversario di sorpresa, la battaglia è già perduta.

    Sembrerebbe perciò che l'uomo di razza desertica è poco utilizzabile per azioni militari prolungate e di grande portata. A ciò si aggiunga che l'essere un soldato, come abbiamo visto, implica necessariamente un legame con lo Stato. Dove non ci può essere né il soldato - che è un guerriero stabile - né alcun tipo di stabilità, neppure lo Stato è possibile. Di conseguenza, sembrerebbe che una struttura statale di stile desertico, cioè in stile veramente arabo, sia una contraddizione e perciò una impossibilità. Forse uno stato in stile desertico non è ancora mai esistito, in quanto nelle zone dominate da Arabi, quali esistettero nel passato, il guerriero arabo di sangue desertico era sì il padrone, ma mai il costruttore e il dominatore di una struttura statale. Solo adesso [anni Trenta, n.d.t.], nel nostro tempo, si sta facendo un tentativo dal notevole significato e le cui conseguenze si sentono su scala mondiale: quello di imbastire uno Stato veramente arabo organizzato e mantenuto da Arabi. Si tratta dell'attuale Grande Arabia [Hocharabien - en-Nedjd], assieme a tutto quanto a essa fu aggiunto: soprattutto il Hedjâs con le due città sante dell'Islâm. La forza motrice di questo Stato è una dinastia, Al Sa'ûd, che si appoggia a una comunità di fedeli, i wahhabiti. Questo giovane regno, l'Arabia Saudita, è la minacciosa potenza che sta dietro alla lotta degli Arabi per la loro libertà contro Inghilterra e Francia.

    Due sono i mezzi che servono alla consolidazione di questo Regno. Il primo è quello di avere cambiato il modo di vita dei guerrieri nomadi togliendo loro il nomadismo. Questo potrà sembrare una contraddizione: quando un nomade acquista una residenza fissa, egli non è più un nomade. Inoltre: immobilizzarlo significa obbligarlo a qualcosa che per lui non è naturale. È forse possibile? Non si starà tentando di violentare qualcosa che in ultima è intangibile e che alla lunga riaffiorerà senza che se ne possa far niente: la mobilità dell'anima, la legge del tipo umano?

    Queste domande conducono alla considerazione della seconda condizione, già implicita nella prima. Obbligare degli uomini desertici della rivelazione a ridursi a fare una vita del tutto estranea alla loro natura, è qualcosa che può essere fatto soltanto attraverso ciò che a loro estraneo non è: il 'fuoco che cade dal cielo', cioè il comando del dio onnipresente. A lui l'anima dell'uomo della rivelazione è concessa senza resistenza, in quanto Allah, creatore onnipotente sul quale non pesa alcun destino, è tutto e la creatura è niente. La parola islâm non significa altro che questo: il concedersi [Preisgegebenheit] e il sottomettersi incondizionato [unbedingte Ergebung] della creatura alla volontà del creatore. Si potrebbe anche dire: il servaggio senza condizioni verso Dio. Nei libri della rivelazione dell'Islâm sta una linea che dice: "Ho creato il folletto e l'uomo solo perché mi siano servi" (5).

    Tutta la vita religiosa di stile desertico non può essere altro che un esercitarsi senza posa a mantenere questa attitudine di servaggio incondizionato verso Dio; nel curare e nell'aumentare sempre più la consapevolezza della propria insignificanza davanti al creatore onnipotente.

    Se si riuscisse a fare che la volontà di mantenere uno Stato divenisse parte della vita religiosa e del suo continuo esercizio, si potrebbe raggiungere quello che prima sembrava impossibile. E questo si è potuto fare. Non in modo automatico né per azione del caso, ma - almeno così ci sembra che siano andate le cose - attraverso la forza e la grandezza di un uomo, 'Abd el-Asîs, l'Ibn Sa'ûd che adesso ne tiene il comando, il quale - come lo dimostra la sua poderosa figura fisica - non è di sangue desertico puro. Come strumento di potere non ebbe se non il fanatismo religioso della setta wahhabita. A partire da questo gli riuscì a mettere insieme un numero crescente di credenti (e a fanatizzarli) in modo che essi sentissero l'esperienza di ogni loro azione - non solo di tipo guerriero, ma anche di questa: cessare di fare i nomadi - come di qualcosa comandato in ogni istante da Dio. Quando si incontri un wahhabita in qualsiasi luogo, egli incomincierà subito un interrogatorio di tipo religioso; e guai a chi ne risulti 'bocciato'. Ogni pretesto anche futile verrà usato per destare in lui una scintilla del suo 'fuoco sacro'. Quelle scintille che non vengano usate subito per l'azione si riversano verso l'interno fino a rendersi insopportabili: per bruciare e poi spegnersi.

    Una guerra che sia un insieme prolungato di azioni militari pianificate, non può essere condotta da genti di questa razza se non quando ogni loro singolo istante sia infuocato da ciò che chiamammo "il fuoco che cade dal cielo". Ogni istante il comando del Dio deve rinnovarsi in modo che ogni azione guerresca divenga una rivelazione. Una guerra di grandi proporzioni e che si prolunghi nel tempo non è possibile se non come 'guerra santa' [djihâd]: una guerra voluta da Dio e sentita come un servizio a Dio. Chi allora cade nel momento ardente della lotta, verrà trasportato dal Dio immediatamente in paradiso.

    Perciò, volendo capire questa razza - non escluso il suo lato guerriero - siamo necessariamente approdati al suo comportamento religioso. L'uomo nordico poggia interamente su sé stesso: egli può vivere secondo la sua natura anche senza nessun nesso diretto con un Dio; egli può vivere lontano da Dio o anche senza Dio, senza divenire di conseguenza necessariamente malvagio. Allontanarsi volontariamente dalla fede quando questa non venga più genuinamente sentita, può rappresentare - da un punto di vista nordico - una decisione che ha un suo valore etico. Per l'uomo della rivelazione questo non è possibile: una vita che domina sé stessa (eticamente autonoma), quale essa può essere dal punto di vista dello stile nordico, è per lui una vita perversa e perfino la credenza in un Dio che abita nell'anima e che parla dall'interno è per lui un orrore senza limiti e una bestemmia. Dio è "nelle altezze": egli è tutto, ogni valore e la vita stessa cadono dalla sua mano. Ciò significa che l'uomo della rivelazione non può realizzare niente di decisivo, sia pure nel campo politico o militare, se non in questo suo modo particolare di legame con Dio. Non è accidentale che tutti i dirigenti che abbiano avuto un successo nell'attuale mondo arabo portino le stigmati di 'uomini di Dio': così il capo della setta wahhabita, Ibn Sa'ûd, nonché Hâdj Amîn, gran muftì di Gerusalemme, che oggi dirige dall'esilio la rivolta araba.

    Solo dentro a questa cornice è possibile per gli uomini desertici un'educazione che possa essere detta militare, in un senso anche per noi comprensibile: deve essere intersecata da esercizi religiosi giornalieri e, in fondo, deve fare tutt'uno con essi. Invece, un esercizio di scavo di trincee, fatto con quell'umore da trincea che a noi è ben noto, non è possibile; e delle semplici esercitazioni fatte a imitazione di quanto è in uso in occidente non faranno mai di un Beduino un soldato.

    Forse abbiamo descritta l'esperienza dell'uomo desertico della rivelazione troppo unilateralmente, prendendo in considerazione soprattutto il suo comportamento come guerriero. Ma ciò ci può essere permesso in un tempo nel quale tutto un mondo, vasto e improntato dalla razza desertica - il mondo dei popoli arabi e, assieme a loro, il mondo islamico in generale - si sta rendendo conto della propria natura e dei propri diritti e che per lui non c'è se non una sola via verso la libertà: quella delle armi. Il problema della legge intrinseca di una determinata razza significa per noi in questo momento di più di una semplice sete di sapere. È pur vero che la scienza, per sua natura, ha un obbiettivo che sta fuori dal tempo, perché essa cerca la verità, che a sua volta è fuori dal tempo. Ma anche la scienza sarà sempre fatta da uomini, i quali - volens nolens - non possono essere se non uomini del loro tempo. A noi è concesso, oppure imposto, il voler vedere ciò che avverrà partendo da ciò che è. Se fosse altrimenti, non parteciperemmo alla storia del mondo.

    (1) La forma degli occhi si vede meglio nelle fotografie 62-64; la forma del naso nelle fotografie 65-67 e 81.

    (2) Cfr. L. F. Clauss, Rasse und Charakter I [Razza e carattere I] (2a. edizione, Frankfurt am Main 1938), p. 105 segg.: Sul metodo della ricerca psichica: la via della vita in comune (il metodo mimico).

    (3) Ciò che qui chiamiamo 'deserto' sono quelle zone steppose del mondo arabo, dotate di scarsa vegetazione e attraversate da veri deserti. I deserti veri possono essere percorsi, ma non ci si può abitare, sia pure come nomadi, perché lì non c'è alcun pascolo.

    (4) L'aggettivo "desertico" non significa che queste genti abitino nel deserto. Neppure le genti "mediterranee" abitano nel Mediterraneo.

    (5) Dio è detto "il dispensatore": el-wahhab. Da qui il nome proprio 'Abd-el-Wahhab: Servo del Dispensatore, Servo di Dio (tedesco: Gottschalk).

    (6) el-Qor'ân, sura 51.


    Fotografia 59: Il Beduino arriva a cavallo ed è "improvvisamente presente". Attegiamento rilassato di uno che afferra ciò che gli viene offerto dall'istante.

    Fotografie 60 (a sinistra) e 61: Il medesimo. Qualcuno gli sussurra qualcosa da 'sopra', ed egli concentra la sua attenzione nella direzione della chiamata. Preso come fatto singolo, questo è senza importanza. Ma questo comportamento, risvegliato da un caso, non è soltanto un fatto singolo. Il fare attenzione a ciò che arriva casualmente è l'attitudine animica fondamentale dell'uomo desertico della rivelazione.

    Fotografia 62: Ragazza seminomade della Palestina. Paura e odio espressi in stile desertico.

    Fotografia 63: Bambina araba di cinque anni, figlia di un farmacista di Gerusalemme. Occhi infantili desertici.

    Fotografia 64: Giovane arabo appartenente a una stirpe palestinese che vive a metà esercitando l'agricoltura e a metà in modo nomade. Viso desertico: appropriato per l'spressione di un'esperienza che da istante a istante si infiamma e si spegne.

    Fotografie 65/66: Il contorno della figura desetica e la sua mobilità sono mostrati qui in modo particolarmente esplicito.

    Fotogradia 67: Sar'a, una delle quattro mogli dello sceicco Mithkâl Pascià, della stirpe beduina dei Beni Sachr (Trasgiordania). Espressione di trionfo che prorompe in stile desertico.

    Fotografie 68 e 69: Vecchio Beduino del "deserto della Giudea". Egli è qui disturbato soltanto da una cosa: che uno sguardo a lui diretto lo ferma e lo afferra; lo fissa e lo vuole immobilizzare in un'immagine. Questo è in contradizione con la legge desertica dell'instabilità incondizionata di tutto l'essre e di tutte le esperienze.

    Fotografie 70/71: Beduino del "deserto della Giudea". Espressione di sorpresa in stile desertico (cfr. p. ...).

    Fotografia 72: Contadino frisone. Espressione di sorpresa in stile falico (cfr. p. ...).

    Fotografia 73: Beduino del lato orientale del Giordano, durante un'accalorata discussione. Espressione di collera in stile desertico.

    Fotografia 74: Il Beduino è saltto in groppa al suo cammello già carico e sta per scivolare dentro alla cabina da viaggio. Nonostante il suo vestiario imbarazzante, i suoi movimenti sono leggeri come quelli di un gatto.

    Fotografie 75 e 76: Ragazza araba cristiana del Libano. Viso fondamentalmente deseretico. Nella seconda fotografia: espressione di un senso di disorientamento interiore.

    Fotografie 77 e 78: Arabo di Tunisi, educato all'europea, desertico (-nordico). Dalla mescolanza del sangue è risultato un particolare orientamento dei lineamenti riscontrabile anche presso quegli spagnoli discendenti da antenati misti mori e visigoti.

    Fotografie 79-81: Beduino algerino, fondamentalmente desertico, ma con quell'aspetto nordafricano che gli arabi chiamano "occidentale".

    Fotografia 82: Arabo di Damasco, educato all'europea, desertico con un'aggiunta nordica. - Nell'insieme del mondo arabo, il sangue predominante è quello desertico. Anche in questo caso - come fra altre popolazioni -, è stato il paesaggio ad allevare il suo tipo proprio, nel quale però sono riscontrabili aggiunte di altro sangue: ma il 'sangue arabo' è, in generale, quello desertico.

    Fotografia 83: Donna araba della Palestina: desertico-nordica.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    L'UOMO DELL'ESONERAZIONE

    La razza ostide (alpina)

    (cfr. fotografie 106-118)


    Le fotografie 106-107 mostrano il viso di un uomo originario della Georgia (Transcaucasia), che adesso fa del lavoro occasionale a Gerusalemme. È ebreo, ma nel suo volto non è riscontrabile alcun tratto ebraico. Chi non sapesse che egli è ebreo, troverebbe difficile assegnarlo a un qualsiasi popolo o stirpe: genti con il suo stesso aspetto somatico si trovano in tutto lo spazio che va dalla parte centrale dell'Europa sud-occidentale fino all'Asia centrale. L'autore mostrò queste fotografie a ebrei, nessuno dei quali indovinò che il soggetto fosse ebreo.

    Per incominciare, è il caso di dire che questo tipo somatico non è determinato né dalla legge dell'uomo della redenzione né da quella di alcun altro dei tipi da noi fin qui presi in considerazione. La sua forma non è comprensibile prendendo come punto di partenza qualsiasi delle forme da noi viste in precedenza: essa dà l'impressione di essere qualcosa di specifico, che da espressione a un insieme particolare di tratti. Sfogliando le fotografie da noi messe insieme per questa nuova serie, si potrà confermare questa impressione iniziale: ognuna di queste immagini esprime - con sfumature diverse - qualcosa che non è uguale se non a sé stesso.

    Qui non è il caso di parlare di un orientamento chiaro e preciso, come poté essere il caso dell'uomo del còmpito o della sceneggiatura o anche, sia pure nella sua inafferrabilità, dell'uomo della rivelazione; né qui c'è traccia di una 'carne pesante' che deve ricevere la sua forma dalla mano dello spirito. Quello che constatiamo è un arrotondamento di tutta la figura, quasi essa fosse fatta di cera, dove ogni separazione netta e ogni angolosità è evitata e dove ogni tratto si fonde con quello seguente in modo molle. Il naso non si spinge in modo deciso fuori dal viso, ma neppure pende come una massa carnosa; esso si innalza come un'ondulazione piatta al di sopra degli altri tratti, quasi considerasse una sfrontatezza essere al di sopra di loro. Gli occhi non sono infossati nelle orbite, e neppure spaziano in modo amplio e libero, ma si collocano in avanti senza quasi interrompere la superficie del viso; e sono talmente 'ovattati' dalle parti molli che li circondano che nel trascorso dei cambiamenti di sembiante che quelle muovono, tendono a farsi impercettibili.

    Anche l'espressione del viso di quest'uomo della Georgia (fotografie 106-107) è del tutto diversa da quanto trovammo nei tipi precedenti - non c'è né l'irrequietezza di una prestazione senza posa né un gioco continuo né uno spirito che vuole staccarsi dalla carne. Quando gli si domandò della sua famiglia (fotografia 107), egli ne parlò in modo affezionato, ma senza impegno e senza quell'eccitazione che, per es., traspare nel volto di un uomo della redenzione quando gli si fa ricordare quella cerchia interna che è la sua famiglia. Sembrava che quest'uomo non potesse star bene senza sua moglie e il suo bambino, ma essi non rappresentavano per lui un fatto passionale. Quando gli si domandò del suo lavoro e della sua condizione economica gli venne quasi da sorridere (fotografia 106) e rispose che ne era soddisfatto, anche se tutti sapevano che era povero e che il suo guadagno quotidiano era molto scarso. Il suo lavoro, che gli dava il suo sostentamento, egli lo faceva con serietà e, almeno così sembrava, egli lo faceva con competenza ed era buon conoscitore di tutte le cose e di tutte le persone che gli stavano attorno. Eppure era chiaro che non si sentiva oppresso dalle preoccupazioni materiali.

    Dall'espressione della fotografia 106 ci si accorge di qualcosa che sembrerebbe contraddire quanto appena constatato. È qualcosa che s'annida nel retroscena di quest'anima e che consiste in un'insoddisfazione, forse del tutto inconscia ma sempre presente, carente però di un vero obiettivo. Non si tratta di essere insoddisfatto di qualcosa di specifico ma, in generale, di quest'esistenza terrena che è sempre movimentata e che non concede a quest'anima la pace che desidererebbe. Pensare alla vita come lotta, nella quale si passa di difficoltà in difficoltà, e amare questa lotta - è un comportamento alieno alla natura di questo tipo umano. Ma ciò non significa che egli tenti di slegarsi da ogni "carne" e da ogni "mondo" per trasformarsi in uno spirito; la sua nostalgia lo porta piuttosto a voltare le spalle all'ordinamento imperfetto di tutto ciò che è terrestre e guardare a un ordine più alto, sovraterrestre (egli direbbe forse: celeste), dove non ci fosse alcun fattore di disturbo e dove permanesse un'armonia nella quale ci si sente a proprio agio. Nel viso di qust'uomo traspare anche la possibilità di liberarsi internamente dalla durezza della sua vita lavorativa giornaliera.

    La ragazza raffigurata nelle fotografie che seguono (fotografie 108-112) - quando si consideri soltanto la sua struttura somatica e non la sua impronta espressiva - potrebbe essere stata incontrata sia nel Medio Oriente o in Asia centrale che nella Foresta Nera, da dove effettivamente è originaria. Lavora come donna tuttofare presso una casa borghese di una cittadina del Baden e, entro quella cerchia ristretta che le è confacente, dà buona prova di sé come lavorante fedele, servizievole e di buon cuore. Sembrerebbe che queste proprietà di persona singola non siano indipendenti dalla sua figura somatica: esse sarebbero, cioè, potenziate dallo stile della sua figura, ossia: lo stile avrebbe qui un effetto - sotto circostanze esterne come queste - particolarmente favorevole su di queste proprietà, quando esse esistano nell'anima singola. La fotografia 112 mostra un sorriso fiducioso e che vuole incutere fiducia, nel quale i tratti si sciolgono ed esprimono intimità con l'interlocutore. La fotografia 11 fu scattata in un momento in cui questa intimità era stata disturbata: durante la conversazione con la ragazza si menzionò qualcosa che quella non capì e che la colpì come qualcosa a lei estraneo. Essa non si fece allora avanti per domandare che le si spiegasse quello che non aveva capito, come sarebbe stato il modo giudicante e di presa di posizione di un uomo del còmpito: ma essa si ritrasse all'indietro - subì un collasso su di sé stessa - verso un ambiente protettivo interno, come può esserlo la conchiglia di una chiocciola dalla quale essa poi proietta con attenzione le antenne. Nella fotografia 110 essa è - se vogliamo mantenere il nostro confronto - già del tutto fuori dalla sua conchiglia - del tutto distesa -: partecipa a una conversazione rilassata, che percepisce come interessante e cordiale, e i suoi lineamenti si distendono, in modo del tutto naturale, in un sorriso soddisfatto di contentezza.

    È questo aspetto dell'andamento espressivo che rende palese la differenza maggiore fra questo tipo umano e l'uomo nordico del còmpito. Il corpo nordico è fatto di superfici taglienti; questo di superfici arrotondate. Dove là ci sono angoli, qui ci sono transizioni molli. Là tutto è diretto verso movimenti ampli, qui predominano i toni tranquilli. Là, nella struttura della figura presa nel suo insieme, predomina una dura sottigliezza, qui tutto si ritrae dentro a progettualità molli. Tutta l'espressività che proviene da questo viso indica che quest'anima non vive mantenendo un calmo distanziamento dalle cose e dalle persone che la circondano, ma ha con essi una relazione di sentimento e di vicinanza. Noi concepiamo l'uomo del còmpito come uno che anche quando rende servizio rimane un signore; invece le persone di questo nuovo tipo, quali esse sono mostrate nella nostra presente serie fotografica, si immedesimano con la sottomissione del servizio. Qualsiasi pretesa di padronanza o di dominio è per loro, nel loro intimo, estranea e senza valore, almeno fino a quando la scala di valori a loro propria non venga a essere confusa (o a meno che un'infltrazione, per es., di sangue nordico, non vi immetta qualcosa di estraneo, cfr. le fotografie 116 e 117). Quando persone di questo tipo si innalzano al di sopra della media nel loro sviluppo interno e si rendono consapevoli della loro natura, allora trovano la loro dignità nella dedicazione assoluta: si sentono sottomesse, fiduciose e vicine a tutto e a tutti; tutto ciò che può crescere e maturare esse lo vogliono attorno a sé, e tutto è per loro ugualmente vicino e ugualmente importante; ed esse sono là per assisterlo nella sua crescita e nella sua maturazione. "Servizio" non significa qui l'obbligo verso il còmpito (questo significherebbe sentirlo in stile nordico), ma l'impulso verso una gioia tranquilla sia per chi serve che per chi riceve il servizio e per tutti coloro che si trovano nella vicinanza, più numerosi possibile.

    Quando si riscontra della grazia in genti di questo tipo, essa non viene esibita o sceneggiata come la grazia mediterranea, né possiede quell'alone luminoso e brillante che accompagna la grazia nordica, né ha quell'instabilità da gazzella della grazia desertica: essa piuttosto si afferma nella fattispecie di un'attiva prontezza al servizio, con l'intenzione di attrarre gli altri entro la cerchia della propria simpatia e nel contempo di poter percepire l'altrui simpatia come qualcosa di vicino.

    Come si concilia ciò che le fotografie 110-112 ci insegnano con l'espressione del tutto opposta delle fotografie 108-109? Già nella fotografia 106 avevamo notato un'insoddisfazione latente nello sfondo; ma ciò che le fotografie 108-109 ci mostrano è piuttosto una cupa deformazione del sentimento quale esso sarebbe se determinato dallo stile animico puro, che allora sarebbe un sentimento di di calda vicinanza. Ci si potrebbe immaginare che l'espressione che qui si manifesta con diverse sfumature rispecchiasse una durevole avversione per la vita in generale; se ciò non fosse contraddetto in modo palese da dalle immagini seguenti. Senza dubbio quest'espressione ha il significato di una difesa, ma non nel senso di una spinta in avanti e neppure in quello di una ritirata, e che in nessun caso è diretta verso 'l'esterno", cioè verso qualcosa che sta 'davanti': ogni"stare davanti" presuppone una distanza e una certa lontananza e perciò è fuori dall'àmbito della vicinanza proprio a questo tipo umano. Già la parola "difesa" è qui in realtà inappropriata, in quanto essa implica una direzione verso l'esterno. Il movimento che si rivela nelle fotografie 108/109 è verso l'interno: è il "collasso" che già notammo nella fotografia 111. Può anche darsi che, con l'aumento della scomodità, si arrivi a essere immusonito o imbronciato o a imprecare dentro di sé. Quest'espressione è frequente su visi di questo tipo presenti nell'occidente nordicizzato: pare che sia la reazione all'effetto di un mondo circostante nel quale non c'è né la pace né la tranquillità necessarie per sviluppare quel raccoglimento e quella posatezza a loro congeniali e senza i quali non può crescere e maturare un'esistenza graziosa e cordiale sul tipo di quanto ci mostra la fotografia 112. È come se quest'espressione fosse sempre latente dietro alle quinte e se la sua influenza fosse penetrata in tante abitudini: è quel senso di inevitabile estraneità che affiora verso un interlocutore, oppure dopo un ammonimento, o nel dirigersi verso qualcosa che non è abitudinario; o che è risvegliato dall'improvvisa consapevolezza di essere osservato - ogni occasione, per quanto inoffensiva, richiama quest'espressione sul volto. Allora, generalmente in modo inconscio, si manifesta quella deformazione del senso della vita propria a questo tipo umano: genti fatte per percepire e per accogliere anche le cose più piccole e ogni essere vivente, anche senza importanza, con lo stesso amore tranquillo e con un caldo sorriso, si trovano gettati in un mondo orientato verso i contrasti stridenti, la dura lotta e la prestazione prosaica, che esige anche da loro una prestazione dello stesso tipo. Già a scuola, quando nei "soggetti" di studio viene loro addossato tutto il sistema di valori nordico, a loro totalmente estraneo, è come se venissero punzecchiati da tutte le parti. Ed essi si difendono con un diligente imparare a memoria tutte quelle nozioni estranee alla loro natura e più avanti applicano la medesima solerzia nella "vita pratica": sgobbano diligentemente da un giorno all'altro. È il loro modo di rassegnarsi al destino di essere nati in un mondo contrario al loro modo di essere (1).

    Uomini di questo tipo sono presenti in tutti i popoli d'Europa; e mai essi hanno determinato in alcuno la sua impronta storica. Ma il ruolo che questo tipo umano può giocare all'interno di una popolazione determinata storicamente è diverso di caso in caso e può anche variare all'interno di un medesimo popolo a seconda della condizione storica in cui esso si venga a trovare. In tempi di autoconsapevolezza indebolita, come successe a noi in Germania dopo la [I - n.d.t.] guerra mondiale, può capitare che genti di questo tipo arrivino ad acquistare una posizione importante anche all'interno di una popolazione articolata in modo nordico. Allora essi non "dominano", non determinano il suop orientamento, non danno una fisionomia, ma si 'sistemano': questo è l'unico modo per loro possibile di "organizzare".

    Dentro a una nazione indirizzata in modo nordico, come quella tedesca, essi riescono a dare il loro meglio quando possono servire, preferibilmente nel modo che a loro è proprio, che è diverso dal modo nordico di servire. Ci sono modalità diverse di 'servizio'. Servire in stile nordico significa: accettare su di sé un'autorità sovraordinata per scelta autonoma (il che, in individui dal carattere dominante, può avere origine in una qualche esperienza particolarmente paurosa) e poi eseguire ciò che viene imposto come se avesse origine nella propria volontà. Obbedire allora significa: obbedire in un modo tale che l'obbedienza provenga dalla propria decisione e perciò acquisti l'aspetto di un'attività indipendente. Ben diverso è il modo di servire del tipo umano presentato nella nostra ultima serie fotografica. In queste genti la necessità nordica di conservare anche nel servizio la propria responsabilità, rimanendo così un signore, non sussiste: essi sono sé stessi nel più perfetto dei modi quando vivono al di fuori della volontà consapevole che di loro dispone. Adattarsi senza fare domande a una volontà dominante è per loro la realizzazione di un valore a loro proprio.

    Ogni popolazione, e anche ogni stirpe avente un'esistenza storica specifica, porta una sua distribuzione propria e duratura di orientamenti intrinseci. Nel Sud della Germania le classi sociali non sono tanto nettamente differenziate come nel Nord-est, dove lo strato signorile non è concepibile e non potrebbe sussistere senza una classe di persone ad esso interamente dedite e che non possono fare altro che servire: questa classe di vassalli non saprebbe più cosa fare quando da loro si dovesse pretendere un'iniziativa autonoma; ma in compenso ha un comportamento perfetto quando su di essa viene esercitata una volontà signorile. L'unica circostanza in cui essa può essere veramente "genuina" è quando si trova ad essere esonerata da una qualsiasi decisione autonoma.

    In ogni popolazione o stirpe questi visi hanno un'impronta diversa, senza però che l'orientamento specifico di questo tipo umano possa scomparire. La "Mariell" della Prussia Orientale delle fotografie 113/114 ha senza dubbio un'impronta locale che la rende diversa dalla ragazza della Foresta Nera descritta più sopra oppure dal giovane contadino dell'Oberinnviertel (Austria meridionale) della fotografia 115. Ma l'orientamento direzionale [Linienführung] comune è visibile nei lineamenti di tutti questi volti: un orientamento direzionale il cui senso è sempre lo stesso e attraverso il quale si esprime sempre la medesima modalità di movimento animico.

    le fotografie 116 e 117 mostrano un viso con un'impronta diversa e avente proprietà individuali di altro tipo; ma con una struttura somatica e una stile d'espressione fondamentalmente uguale ai casi precedenti. Si tratta di una ragazza dello Schleswig-Holstein, con antenati slavi. C'è certamente una certa infiltrazione nordica, la quale le permette un adattamento e una collaborazione felice con il suo ambiente, improntato dallo stile del còmpito; cosa resa ancora più facile in quanto quest'anima è di per sé attiva e dotata di una tenace volontà. L'occhio si apre in modo libero e domina il viso: ciò rivela la mescolanza nordica. Ma, in fondo, troviamo anche qui una discordia nei tratti, che mal s'accordano l'uno con l'altro. Anche qui, in particolare nel sorriso della fotografia 117, c'è la ricerca dell'avvicinamento all'interlocutore, anche se la distanza è riconosciuta e mantenuta. Non c'è in questo carattere una tendenza alla contemplazione pura, perché quella viene durevolmente spinta nel retroscena dallo stile del còmpito. Questa donna lavorava con successo in una grande fabbrica di articoli di lana, dove poteva contemporaneamente applicare il suo gusto artistico e la sua capacità commerciale, la sua sagacità e il suo senso per la pubblicità. Eppure, in ultima, ciò che essa fa non lo fa perché lo senta come un còmpito. Le sue prestazioni lavorative le procuravano la comunicazione con altri che avevano gli stessi scopi e probabilmente le stesse esperienze, che essa incontrava, ai quali essa si rendeva simpatica e che essa si rendeva amici per farne dei compagni di viaggio verso una crescente contentezza. Anche la sua pubblicità commerciale raggiungeva i suoi migliori successi quando era possibile stabilire rapidamente una vicinanza umana con il cliente singolo. La ricerca della vicinanza è qui la molla che dà impulso a ogni prestazione e che ne condiziona il successo. L'oggetto della prestazione può anche cambiare, sempre che il risultato, che è sempre quello di creare un legame di simpatia, rimanga. Perciò non c'era mai un fallimento nel suo lavoro, né c'era mai un fallimento nelle sue relazioni con la comunità. Il destino ingrato, le delusioni, i travagli di ogni tipo, mai la portavano alla disperazione o a una perdita completa di fiducia, ma venivano resi innocui da un meccanismo di compensazione psichica che la liberava da ogni interna confusione.

    Qui si rivela una possibile via di accettazione della vita, che non è solitaria ma si restringe al cerchio nebbioso delle cose e delle persone vicine, che sono familiari all'anima. Una volta che qualcuno sia entrato a far parte di questo àmbito, il senso della comunanza si rende attivo nella forma di un'attenzione, una protezione, un incessante tener stretto; una specie particolare di sentimento materno, rivelato in parte dalle nostre fotografie 116 e 117. La spinta più profonda non è qui il senso della responsabilità, ma la necessità di irradiare gioia su ciò che è vicino. L'altruismo e l'egoismo vanno qui insieme. La fedeltà e la vicinanza sono la stessa cosa.

    La disamina che si è fatta delle fotografie 116 e 117 si è concentrata apposta sui tratti corrispondenti al nuovo tipo, dando meno attenzione a quelli, pur riconoscibili, dell'uomo del còmpito; in ragione del fatto che qui non consideriamo individui singoli come tali ma come esempi nei cui tratti si trova incarnata una determinata figura animica e somatica. Ma anche volessimo considerare questa ragazza come persona singola, ci accorgeremmo che i tratti del nostro nuovo tipo sono in lei predominanti e che non potrebbe essere altrimenti. Quando nella persona sotto esame si risveglia una spinta nello stile del còmpito, quella spinta viene avviluppata e ammollita dallo stile della nostra nuova figura (la quale chiamiamo la figura dell'uomo dell'esonerazione, in base al tratto ad essa più caratteristico); facendo sì che l'unica approssimazione umanamente possibile alla perfezione non possa essere se non nello stile dell'esonerazione. Non ogni individuo singolo di questo tipo è capace di quella perfezione, nel senso che non tutti riescono a percorrere fino in fondo la via della sapienza per mezzo dell'esonerazione interna. Chi non trova la via o non riesce a percorrerla, diventa un diligente collezionista, il cui impulso a collezionare è fine a sé stesso e non comporta alcun legame con la vitalità profonda delle cose: si accontenta del semplice possedere, del quale si sente sazio. Fa anche collezione di proverbi che si riferiscono alla 'vita pratica', e crede che sia sapienza il sapere che, per es., in tutto il mondo quando si ha da bollire qualcosa si usa acqua. Tutto ciò a cui egli dirige la sua attenzione viene trasformato in una realtà piatta. Da questo modo di vedere le cose egli deduce di avere il diritto di mancare di considerazione per le cose e per le persone che lo circondano, perché gli manca quell'amore che in questo tipo umano è l'unica cosa che porta alla sapienza. Quando invece un uomo di questo tipo è veramente sulla via della saggezza, egli è preso sempre di più dalla venerazione per le cose, delle quali la più piccola è per lui non meno importante della più grande. Il suo collezionare non è più un ammucchiare ma un innalzare le cose, ognuna delle quali è per lui qualcosa che cresce matura nella direzione di un significato più alto. Né egli conosce la "carne" nel senso che le è dato dall'uomno della redenzione, che la svaluta e la combatte: la parte animale dell'umano è per l'uomo dell'esonerazione qualcosa che è semplicemente 'presente', che ha la sua parte nell'interazione delle forze animiche e che può essere innalzata assieme al resto attraverso un processo di costante raffinamento. E il raffinamento è qui il risultato di quel profondo senso di attenzione per ciò che è piccolo o anche piccolissimo, attenzione che in questo tipo umano si riscontra soprattutto nelle donne: per loro ciò che dà il suo "senso" all'esistenza di un fiore o di un uccellino può servire da modello interiore.

    La fotografia 118 mostra una vecchia originaria dalla Georgia. Appartiene al popolo ebraico, ma in questo riguardo vale praticamente lo stesso che si disse dell'uomo nelle fotografie 106/107: non ha niente di tipicamente ebraico. La sua professione è quella di levatrice, la sua natura quella di "donna saggia". Quando le si domandò di lasciarsi fotografare, si avvicinò sorridente e mostrò servizievolmente il viso. I presenti raccontarono come questa donna fosse l'anima e il sostegno di tutta la comunità: come sapesse dare indicazioni e buoni consigli in ogni emergenza, come curasse gli ammalati e spesso li guarisse, come essa avesse per tutti gli infelici il discorso adatto nel momento adatto. E mentre tutti facevano a gara per lodare le virtù di questa donna, lei rimaneva silenziosa in mezzo a loro, né imbarazzata né lusingata o insuperbita; solo la sua espressione rivelava in modo crescente un senso di soddisfazione che derivava dall'essere amata e dal poter essere utile per mezzo di una saggezza da lei accumulata attraverso tutta una vita di stretto contatto con la comunità e che adesso lei elargiva, per guadagnarsi così la beatitudine.

    Questa donna aveva raggiunto, entro i limiti delle sue forze, la perfezione, quale essa è per il suo tipo umano: non è concepibile che la sua pace animica possa essere più scossa. Disturbi nel tipo a lei prorprio del sentimento animico, come esso, per es., si esprime nella fotogradia 109, non sono più possibili al livello da lei raggiunto. Essa ha raccolto il suo interno tesoro e gode di poter condividerlo con coloro che le sono vicini. Per lei la vecchiaia è il gradino della perfezione; invecchiare, nello stile di questo tipo umano, significa: essere maturo per l'esonerazione. La perfezione e la vecchiaia, secondo questo stile, sono la stessa cosa. A questo punto l'uomo dell'esonerazione può essere messo a confronto con l'uomo della redenzione, per il quale invecchiare significa aumentare la spiritualizzazione e perciò costituisce una via verso l'apice di quella scala di valori che gli è propria; mentre, per es., l'uomo del còmpito vive il punto più alto della sua esistenza quando è al massimo della sua capacità di prestazione e l'uomo della sceneggiatura quando la sua grazia come attore è in piena fioritura - punti che una volta raggiunti vengono anche oltrepassati. Colui che è esonerato completamente sopporta ingiustizia, sofferenze e morte senza sentirsi né un martire né un eroe e senza sentire una qualsiasi forma di pathos, ma con la calma pura e suprema del saggio. La lotta di Giobbe contro Dio e per arrivare a Dio sarebbe per questo tipo umano un'impossibilità intrinseca, perché ogni lotta ha perso il suo senso e il suo valore quando si è raggiunto il punto dell'esonerazione totale.

    Quale sia il paesaggio appropriato per fare da sfondo stilistico all'uomo dell'esonerazione, è qualcosa di tanto poco studiato come il paesaggio proprio dell'uomo della redenzione. Rivolgere lo sguardo verso l'Est non ci rivela nessuno stile paesaggistico; e la parola "Est" presuppone un legame con l'estremo dell'Europa; e diviene senza senso quando si ricordi che ogni figura viene definita non esternamente ma internamente. Le razze umane divengono perciò qualcosa che non trova necessariamente il suo riferimento nel laboratorio di un qualche ricercatore europeo - come se qul laboratorio fosse l'ombelico del mondo - ma che sono qualcosa di autonomo. Esercitare su di esse una ricerca significa doversi spostare nel loro proprio àmbito, il quale, visto dal loro punto di vista, non è né a Est né a Ovest. L'uso normale della parola "nordico" si riferisce a degli spazi specifici del globo terrestre, i quali evocano un determinato paesaggio; la parola "ostide" rinincia a una tale evocazione. Quando, nonostante tutto e dopo molti ripensamenti, abbiamo deciso di parlare di una razza ostide [ostisch], lo abbiamo fatto per non introdurre più confusione che chiarezza attraverso l'uso di un'altra denominazione.

    (1) Cfr. L. F. Clauss, Die nordische Rasse (L'anima nordica), sez 12: L'anima ostide e la sua caricatura; e sez. 13: La decisione nordica.


    Fotografie 116 e 117 (a destra): Uomo della Georgia. Ebreo (come tale, atipico). Uomo dell'esonerazione, razza ostide.

    Fotografie 108/109: Ragazza della Selva Nera (valle dell'Elz), fondamentalmente ostide. L'uomo dell'esonerazione non si sente a suo agio in un mondo dove un problema segue l'altro.

    Fotografia 110: La medesima. Il volto ostide è segnato dalla forma arrotondata e dalle variazioni molli. Questo orientamento direzionale è rivelato nel miglior modo dal sorriso ostide.

    Fotografia 111: La medesima. L'ostide non vive mantenendo la distanzza dagli altri, ma invece cerca una calda vicinanza con loro. Qui, questo senso ostide della vicinanza è disturbato per un momento da un incidente apparentemente senza importanza.

    Fotografia 112: La medesima. Dopo che si è stabilito un rapporto di confidenza, i suoi tratti manifestano di nuovo l'esprssione ostide di intimità.

    Fotografia 113 (sopra): Ragazza della Prussia orientale. Figura ostide, colorito nordico.

    Fotografia 114 (a sinistra): La medesima. L'ostide può sentirsi sé stesso nel più perfetto dei modi quando riesce a vivere appoggiandosi alla consapevolezza di essere a disposizione di qualcun'altro e che da lui non viene domandata alcuna responsabilità autonoma.

    Fotografia 115: Figlio di contadini, suonatore in una banda di paese nell'Oberinnviertel (Austria meridionale). Viso fondamentalmente ostide.

    Fotografie 116/117: Donna dello Schleswig-Holstein. Tratti soprattutto ostidi. Una certa influenza nordica dà ai tratti sciolti ('liquidi') del tipo ostide una consistenza alquanto più ferma.

    Fotografia 118: Donna della Georgia, ebrea (come tale, atipica). Levatrice. Esonerazione perfetta entro la sua piccola cerchia; la "donna saggia".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Tipologia razziale dell'Europa
    (tratto da)
    di Hans F.K. Gunther

    PRECISAZIONI SUL CONCETTO DI RAZZA, SULLA SPECIFICAZIONE DELLE CINQUE RAZZE EUROPEE E SULLE MISURE CRANICHE.

    Riguardo alla composizione dei popoli europei a partire da diverse razze vi sono nel complesso idee molto poco chiare. Spesso, per esempio, si sente parlare di una "razza bianca", o "razza caucasica", alla quale apparterrebbero gli europei. Ma nessuno sa esattamente descrivere, quando gli si domanda di farlo, l'aspetto fisico di questa razza, in quanto è chiaro - o almeno dovrebbe essere chiaro - che una qualsiasi "razza" dovrebbe rendersi percepibile in un determinato gruppo umano, tutti gli appartenente del quale dovrebbero mostrare lo stesso aspetto somatico e psicologico. Ma si consideri quanto grandi siano le differenze somatiche e psicologiche non solo all'interno dell'Europa (la zona nella quale la cosiddetta razza "bianca" o "caucasica" sarebbe autoctona) o all'interno di una determinata frazione dell'Europa, ma addirittura all'interno di una qualche ristretta regione di una qualsiasi nazione europea. Non esistono una "razza tedesca", "russa" o "spagnola". Non bisogna confondere i concetti di popolo e di razza.

    Si sente parlare anche di una razza "germanica", "latina" oppure "slava". Ma ci si renderà subito conto che all'interno delle regioni nelle quali sono parlate lingue germaniche, neolatine o slave, si incontra una straordinaria varietà di tipi umani e mai quell'uniformità somatica che ci si dovrebbe aspettare se ci si trovasse davanti a una razza unica. Ne risulta che i gruppi umani sotto esame - "germani", "latini", "slavi" - costituiscono comunità di lingua e non di razza. Si faccia la seguente considerazione, per non confondere più l'apparteneza linguistica con quella razziale: è forse "germanico" il negro americano, che pure parla l'inglese americano - una lingua germanica - e anzi lo considera la sua lingua materna? La risposta corretta è: no, perché il germano è alto, biondo e con gli occhi azzurri. In Scozia non mancano uomini alti, biondi e con gli occhi azzurri, che pure parlano lingue celtiche. Ci sono perciò dei celti che hanno l'aspetto di "germani"? Secondo una nozione ancora molto diffusa nella Germania meridionale, celti verrebbero a essere le genti piccole e scure ancora presenti nella zona. Nel contempo, molti greci e romani antichi vengono descritti come "germani". Gente bionda con gli occhi chiari se ne trova spesso nel Caucaso. Non mancano gli italiani dall'aspetto "germanico".

    Io stesso ho portato a termine misure antropologiche su di uno spagnolo di questo medesimo tipo. Viceversa: ci sono tanti tedeschi - quindi genti appartenenti a un popolo linguisticamente germanico - che non hanno assolutamente un aspetto "germanico". Eppure i tedeschi non sarebbero i ''discendenti degli antichi germani"? - Come si fa a vederci chiaro in mezzo a questa confusione? Perché non c'è dubbio che tutto quest'insieme di fatti sembra carico di contraddizioni.

    La migliore cosa che si possa fare è analizzare in profondità il concetto di "razza". Chi si voglia occupare di problemi razziali, deve in primo luogo fare attenzione a non confondere: razza ed etnia (generalmente caratterizzata da una lingua parlata) oppure razza e nazionalità oppure ancora (soprattutto nel caso del popolo ebraico) sangue e appartenenza religiosa. "Razza" è un concetto che appartiene al mondo dell'antropologia; la quale a sua volta, quando è antropologia fisica, si interessa soltanto dei dettagli somatici misurabili e quantificabili; per esempio l'altezza, la lunghezza degli arti, la misura del cranio e delle sue parti, il colore della pelle (con riferimento a una determinata tabella di colori), il colore dei capelli e degli occhi, ecc. L'eccellente "Lehrbuch der Anthropologie [Manuale di antropologia]" (Jena, 1914) di Martin può essere consultato con profitto anche dai non specialisti, i quali, quando considerino la sua mole, si potranno rendere conto di quante misure e constatazioni sono necessarie prima che un corpo umano possa essere descritto dettagliatamente dal punto di vista razziologico (antropologico). Inoltre, assieme alla forma fisica, è indispensabile studiare il comportamento animico, anche quello proprio a ogni razza.

    Che cosa è, quindi, una "razza? - La razziologia e la discussione dei problemi razziali sono stati non poco pregiudicati dal fatto che tanti testi e libri, scritti a proposito delle razze - reali o presunte -, molto spesso non dicono niente di che cosa si deva intendere per "razza" (questo è un difetto soprattutto di quei libri che dalla problematica razziale vogliono trarre conseguenze ideologiche). Questo è stato da me discusso in dettaglio nella mia "Rassenkunde des deutschen Volkes [Tipologia razziale del popolo tedesco]"; di cui do un riassunto in quanto segue:

    Una razza si incarna in un gruppo umano unitario, che si ripete tale e quale generazione dopo generazione.

    Per gruppo umano unitario si intende un gruppo umano che si distingue da qualsiasi altro in quanto ha una combinazione tutta sua di caratteristiche somatiche e psicologiche.

    Combinando queste due ultime proposizioni risulta che: una razza si incarna in un gruppo umano che, in conseguenza di una sua specifica combinazione di caratteristiche somatiche e animiche ["seelischer"], si differenzia da qualsiasi altro gruppo umano; e queste caratteristiche non cambiano di generazione in generazione.

    Ne segue subito che: l'etnologia non conosce praticamente alcun esempio di un gruppo umano del genere. Nessuna razza conosciuta è rinchiusa in un unico popolo o in un'unica comunità linguistica, nazionale o religiosa. In particolare, i popoli europei vengono perlopiù ad essere mescolanze delle cinque razze europee, anche se in qualche caso soltanto di due o tre di esse. In Europa Orientale ci sono mescolanze ancora più molteplici. Ciò che fa la differenza fra i diversi popoli europei è costituito, dal punto di vista razziologico, dalle diverse proporzioni in cui ogni singola razza europea è rappresentata in ognuno.

    In tutti i popoli europei sono rappresentate le seguenti cinque razze, allo stato puro oppure in svariate proporzioni di incrocio:

    La razza nordica: alta, dolicocefala, dal viso stretto, con il mento forte; naso stretto con la radice alta; capelli biondi (o biondi dorati), flessibili e lisci od ondualti; occhi infossati e chiari (azzurri o grigio-azzurri); pelle bianco-rosa.

    La razza occidentale: piccola, dolicocefala, dal viso stretto, con il mento meno pronunciato; naso stretto con la radice alta; capelli castani o neri, flessibili e lisci o ricciuti; occhi infossati marroni; pelle abbronzata.

    La razza dinarica: alta, brachicefala, dal viso stretto; nuca ripida che fa l'effetto di essere stata fatta con un colpo di scure; naso molto forte, con la radice alta e che si proietta con forza all'infuori, con la punta che si rivolge al basso e che diviene carnosa; capelli ricciuti neri o castani; occhi infossati marroni; pelle abbronzata.

    La razza estide: piccola, brachicefala, dal viso largo, con il mento debole; naso corto e ottuso con la radice piatta; capelli duri, neri o castani; occhi marroni che protrudono; pelle abbronzato-giallastra.

    La razza baltico-orientale: piccola, brachicefala, con la mandibola pesante e massiccia e il mento debole; naso ottuso, corto e piuttosto largo con la radice piatta; capelli duri e chiari (colore biondo cenere); occhi chiari (grigi o azzurro acquoso) che protrudono; pelle chiara con tonalità grigie (1).


    --------------------------------------------------------------------------------

    In quanto segue si discuterà brevemente la composizione del popolo ebraico, anche se in realtà gli ebrei non rappresentano un'influsso razziale extraeuropeo in Europa ma piuttosto un raggruppamento di persone di sangue alieno incistito fra i popoli europei. Gli ebrei sono un eccellente esempio del significato delle caratteristiche ereditarie psicosomatiche, in quanto le loro caratteristiche ereditarie sono all'origine dell'estraneità che essi stessi sentono davanti ai popoli ospitanti e che da questi è sentita nei loro confronti. È un'estraneità reciproca, che si è resa palese fin dai primi tempi, quando incominciarono a esserci ebrei in Europa.

    Ci sono tutta una serie di nozioni sbagliate a proposito degli ebrei. Per esempio, essi apparterrebbero alla "razza semitica". Ma una 'razza semitica' non esiste, ci sono soltanto popolazioni di lingua semitica e dalla composizione razziale variabile (se ne è parlato più sopra). Gli ebrei, poi, sarebbero essi stessi una razza, quella "ebraica". Anche questo è falso: a un'analisi anche superficiale si vede subito quanto diversi essi siano fra di loro. Essi, poi, sarebbero una confessione religiosa. Qui si tratta parimenti di un errore dovuto a mancanza di approfondimento, perché ci sono ebrei che praticano tutte le religioni europee; e fra i più intellettuali di loro, i sionisti, ce ne sono molti che non si identificano con la religione mosaica. Benjamin Disraeli ('Lord Beaconsfield'), primo ministro d'Inghilterra e di religione anglicana, andava orgogliosissimo della sua ebraicità.

    Gli ebrei sono un popolo e, come qualsiasi altro popolo, possono essere divisi in molte religioni diverse ed essere composti da molte razze diverse. Le due razze che inizialmente formarono il basamento dèi popolo ebraico, sono quella orientalide e quella levantina. Poi vennero influssi marginali di razza camitica, nordica, centroasiatica e negroide e, più forti, di razza occidentale e baltico-orientale. Questo segue dalla storia razziale del popolo ebraico, che ho descritto m appendice alla "Rassenkunde des deutschen Volkes"[*], con accompagnamento di immagini appropriate.

    Entro il popolo ebraico si possono distinguere due componenti: gli ebrei meridionali (sefarditi) e gli ebrei orientali (aschenaziti), i primi costituiscono circa il 10% del totale, i secondi il 90%, su di una popolazione complessiva di circa 15 milioni. I sefarditi costituiscono la maggioranza della popolazione ebraica dell'Africa, dei Balcani, dell'Italia, della Spagna, del Portogallo e, in parte, della Francia, dell'Inghilterra e dell'Olanda. Essi dimostrano una mescolanza di razze orientalide-levantina-occidentale-camitica-nordica-negroide, con predominanza della razza orientalide. Gli aschenazi sono gli ebrei della Russia, della Polonia, della Galizia, dell'Austria e della Germania, la grande maggioranza di quelli dell'America e una parte di quelli dell'Europa occidentale. Essi dimostrano una mescolanza di razze levantina-orientalide-baltico-orientale-mongolide-nordica-camitica-negroide con predominanza della razza levantina.

    Tutti gli ebrei hanno sempre esercitato una stretta selezione razziale. Questo ha avuto come conseguenza che le proporzioni delle diverse razze nella mescolanza ebraica hanno avuto la tendenza a stabilizzarsi, e perciò con il tempo negli ebrei gli stessi tratti somatici e psicologici sono divenuti sempre più diffusi; cosicché gli ebrei delle diverse nazioni si assomigliano al punto di dare l'impressione che ci sia una "razza ebraica" . Almeno fino ai tempi della cosiddetta emancipazione giudaica, gli ebrei erano sulla strada di diventare (attraverso chiusura verso l'esterno ed endogamia), un poco alla volta, una "razza di secondo grado" - su di questo argomento si parlerà nel prossimo capitolo.

    I fenomeni razziali all'interno del popolo ebraico sono stati discussi in dettaglio nell'appendice alla "Rassenkunde des deutschen Volkes" e qui non si ripeterà l'argomento. Chi sia interessato agli aspetti razziali ed etnologici del problema ebraico, sìa riferito a quella mia opera.

    II problema ebraico potrà essere risolto soltanto se trattato come problema etnico e razziale. "Bisogna rendersi conto che gli ebrei hanno esercitato delle importanti influenze di tipo generale, culturali e spirituali, sugli sviluppi della storia europea, utilizzando quei mezzi di potere che sono la finanza, le banche, la letteratura, i giornali e tante associazioni sovranazionali" (1).

    Il problema ebraico non è stato originato, e reso tanto acuto come oggi, dalla preponderanza finanziaria degli ebrei in quanto tale. Il più grande pericolo per i popoli europei e americani, adesso, sta nella forza che l'influenza psicologica ebraica ha raggiunto attraverso il tramite della preponderanza finanziaria. "Qui si tratta dello sviluppo libero del più grande portatore di cultura del genere umano, che si viene a trovare in pericolo in ragione di un processo di mescolanza innescato da quei missionari

    orientali; con la possibilità, fisica e psicologica, di smarrire la via ad esso prescritta dal proprio genio" (1).

    Una soluzione degna e chiara del problema ebraico è stata proposta dai sionisti, e consiste nella separazione degli ebrei dai non-ebrei e dall'allontanamento degli ebrei dai popoli ospiti. Nel caso dei popoli europei, la cui composizione razziale è del tutto diversa da quella degli ebrei, questi ultimi hanno l'effetto secondo lo scrittore ebreo Buber, "di un cuneo asiatico incastrato nell'organismo europeo, causa di fermentazioni e di disordini" (2).

    Questo, al giorno d'oggi, non manca di manifestarsi anche in Nordamerica, dove la discussione del problema ebraico è diventata molto vivace da quando il libro di Ford, "The Interntional Jew", ha conosciuto in pochi anni una notevole diffusione[*].




    --------------------------------------------------------------------------------

    LA RAZZA NORDICA NELLA PREISTORIA E NELLA STORIA

    I ritrovati delle scienze delle razze e della preistoria indicano che nell'Europa Nord-occidentale, e in particolare nella Germania Nordoccidentale, esisteva nell'alto Paleolitico una zona caratterizzata da forme di civiltà specifiche. Questi ritrovati indicano che la parte più antica di questa zona stava nella Germania Nord-occidentale, e che a partire da là fu popolata anche la Germania centrale e, più tardi, la Germania meridionale. I ritrovati più antichi di tipo nordico nella Germania meridionale indicano stadi di civiltà che già nella Germania centrale corrispondono agli stadi più recenti. L'ondata umana la cui espansione è testimoniata dai ritrovati porta sempre le caratteristiche della razza nordica e, alla fine del Paleolitico, quando le stirpi nordiche adottarono l'arsione dei cadaveri, esse portarono con sé, nelle terre che andavano conquistando, assieme alle loro specifiche varietà di armi, utensili e vasellame e il loro particolare tipo di casa, anche l'abitudine dell'arsione dei cadaveri.

    Anche se le vie seguite dai conquistatori nordici, nei periodi durante i quali essi bruciavano i cadaveri, non sono identificabili attraverso resti ossei, esse lo sono comunque attraverso lo studio archeologico dei cambiamenti stilistici: "È possibile identificare le vaste correnti dei cambiamenti stilistici che, all'età della pietra, si propagano dalla Germania meridionale fino ai Balcani. La casa diviene quadrata, e i movimenti hanno caratteristiche guerriere: la loro via è segnata da fortificazioni. Non si trattò di infiltrazioni pacifiche, ma di conquiste. Così, Troia sull'Ellesponto fu raggiunta e anche, attraverso Tessaglia e la Beozia, Tirinto e Micene ... La corrente nordica raggiunge l'Italia seguendo la via di Valona, per raggiungere le contrade del Po e del Tevere. A Occidente, in Francia e in Spagna, si arrivò ai tempi di Hallstadt notevolmente più tardi. In questi movimenti provenienti dallo stesso centro allo stesso tempo dobbiamo intravvedere l'indoeuropeizzazione del nostro continente" (1).

    Sono sempre le vie seguite dalle stirpi nordiche, fra le quali i frigi verso Troia e l'Asia Minore, gli elleni nordici verso la Grecia e gli italici nordici (romani) verso l'Italia, i celti nordici verso la Francia e la Spagna, tutti luoghi dove esse portarono le loro lingue indoeuropee e dove esse si impongono come classe dirigente sugli abitanti del luogo, principalmente di razza occidentale.

    Ma le conquiste di questi popoli costituiscono soltanto una parte dell'espansione delle stirpi nordiche. Le loro conquiste si spingono in profondità verso l'Asia e toccarono anche l'Africa settentrionale. Qui non possiamo dare attenzione alla totalità della zona geografica da loro raggiunta. Arldt, nel suo libretto "Germanische Volkerwellen und ihre Bedeutung in der Bevòlkerungsgeschichte Europas [Le ondate germaniche e il loro significato per la storia del popolamento dell'Europa]" (1917) (1), ha descritto in dettaglio questi movimenti di popoli, preistorici e storici.

    L'"indoeuropeizzazione" si è estesa molto al di fuori della sola Europa. Le stirpi nordiche hanno diffuso le loro lingue indoeuropee fino ai confini occidentali della Cina e all'India occidentale; e molte di queste lingue possono anche essere andate perdute, nello stesso modo che con la decadenza degli ultimi esponenti germanici della razza nordica, la lingua gotica, longobarda, burgunda e altre sono scomparse dall'area mediterranea.

    Eccoci davanti alla relazione fra lingua e razza: dove adesso sono parlate lingue indoeuropee, ci deve essere stato prima il predominio di una classe dirigente di razza nordica. Il sangue nordico della classe dirigente (nobiltà e contadini liberi) si è verosimilmente prosciugato nella maggioranza di quei popoli. Le lingue portate dalle genti nordiche sopravvivono ancora, sia in Europa che in Asia, sia pure modificate dalle parlate delle classi inferiori non nordiche. I popoli che adesso parlano lingue indoeuropee sono, in questo senso, gli "eredi linguistici dei popoli arcaici indoeuropei" (2).

    Le più importanti fra le lingue indoeuropee ancora parlate o per lo meno conosciute sono: l'indiano, il persiano, l'armeno, le lingue slave, il latino e le i lingue romanze da esso derivate e le lingue celtiche e germaniche (cfr. mappe XV e XVI). Nelle notizie storiche e nelle opere pittoriche di queste popolazioni trapela più o meno chiaramente l'esistenza, nel passato, di una nobiltà e di un ! contadinate nordico, e sono spesso rimasti ricordi di un'immigrazione proveniente da Nord.

    Durante il secolo XIX si è molto dibattuto su dove si dovesse cercare la sede originale degli "indoeuropei", ovverossia dei popoli di lingua indoeuropea. Oggi ci si accorge che quello che bisogna cercare è la sede originale delle classi dirigenti di quei popoli; e ne risulta la risposta: "La sede originale degli ! indoeuropei non stette in Asia, ma nell'Europa Nord-occidentale, includendo le isole del Baltico occidentale. Essa era delimitata a Occidente del Mare del ' Nord; verso Sud, essa raggiungeva le montagne che adesso tagliano la Germania, dallo Harz alla foresta della Turingia, dalle montagne di Fichtel, Erz e Riesen fino alle ultime alture dei Carpazi. (3)



    Da quando Much sentenziò in questo modo, sono venute a galla tutta una serie di altre prove dell'origine Nord-ovest-europea delle stripi nordiche, portatrici di lingue indoeuropee. La linguistica, la scienza della preistoria, la razziologia, indicano che quello deve essere stato il punto d'origine, e in quella zona, già dall'alto paleolitico, era presente una cultura relativamente elevata: fu lì a essere inventato l'aratro, che è il più alto sviluppo nel campo dell'agricoltura; e fu lì che già nel Paleolitico c'era un'industria dei vasi di terracotta di gran lunga superiore, sia in bellezza che in varietà di forme, a qualsiasi altra a essa contemporanea nel resto dell'Europa. Da quelle zone incominciò, già nel Paleolitico, la diffusione verso est e verso Sud, verso le Alpi, il medio Danubio, i Balcani, la grecia e la Russia meridionale. Nell'età del bronzo essa valicò le Alpi per raggiungere di nuovo la Grecia e poi la zona attorno al Mar Nero e l'Asia Minore. Si può forse ammettere che le ondate successive di conquistatori nordici siano penetrate, seguendo il Danubio, in zone popolate prevalentemente da genti dinariche, scacciando in quel modo le stirpi dinariche verso Nord e verso Sud e così dando origine alla due zone prevalentemente dinariche esistenti al giorno d'oggi: l'una, quella degli sloveni, croati, albanesi, montenegrini e serbi; l'altra quella dell'Ucraina Nordoccidentale (cfr. mappa XIV).

    Nei loro movimenti verso Sud e verso Est, le genti nordiche portarono con sé diversi tipi di cereali di origine Nord-ovest-europeo, assieme all'uso dell'aratro e all'allevamento rette da determinate direttive giuridiche del possesso della terra. Essi diffusero l'ambra, proveniente dal Baltico, la casa quadrata fatta di legno, l'arco per la tessitura il cui uso poi si diffuse fino all'Asia orientale (I).

    E, dalla fine dell'età della pietra, essi diffusero la costumanza dell'arsione dei cadaveri, determinate forme religiose e giuridico-etiche e una particolare classificazione delle stagioni: tratti comuni a tutte le popolazioni di lingua indoeuropea, che stanno a indicare l'origine comune delle loro classi dirigenti (2).

    Le tracce delle prime migrazioni nordiche sono probabilmente scomparse o per lo meno sono divenute poco riconoscibili. Fin dall'alto Paleolitico sembrerebbe che l'Europa settentrionale sia stata T'utero dei popoli" (vagina gentium), come la chiamarono dopo i romani. I dolmen, grandi colonne di pietra, sembrerebbero essere opera di una o varie ondate nordiche che si imposero come classi dirigenti su popolazioni occidentali: essi sono rintracciabili dalla Svezia meridionale attraverso la Danimarca, lo Schleswig-Holstein, la Germania settentrionale, il Belgio, la Francia occidentale, la Spagna, il Portogallo e l'Africa settentrionale per raggiungere perfino la Palestina e l'Etiopia. Schuchhardt attribuisce erroneamente i dolmen alla cultura occidentale; nei dolmen dell'Algeria sono state trovate le ossa di una popolazione alta e dolicocefala e in Abissinia, ancora adesso, ci sono dei casi isolati di individui biondi e con gli occhi azzurri (3).

    Può darsi che i berberi e i cabili biondi siano discendenti di una di queste ondate nordiche - i cabili biondi costituiscono da un terzo a un quinto della popolazione totale. Questo è un problema che ho trattato in maggiore dettaglio nella mia "Rassenkunde des deutschen Volkes".

    Non è questo il luogo per seguire in dettaglio ognuna delle ondate nordiche ancora identificabili. La diffusione delle stirpi nordiche incominciò prima che esse si differenziassero linguisticamente, cioè prima che nell'indoeuropeo primevo insorgessero le prime differenziazioni dialettali. Le prime differenziazioni importanti nella lingua indoeuropea incominciarono a esserci, forse, nel III millennio a.C. o alla svolta fra il III e il II millennio. Le lingue indoeuropee singole sono apparse per la prima volta nelle zone conquistate e vennero a essere l'espressione del destino di ogni stirpe nordica in un ambiente estraneo. Ciò che ha reso le diverse lingue indoeuropee tanto diverse - pur rimanendo ovviamente imparentate - è identificabile nell'influenza linguistica della componente non-indoeuropea dei popoli che parlano quelle lingue (1).

    Fra i diversi insediamenti di popoli nordici, in quel che segue saranno presi in considerazione soltanto quelli che sono stati storicamente i più importanti o che ancora adesso hanno importanza per la nostra cultura, i Si devono menzionare gli amarriti, in quanto furono loro a immettere nel popolo ebraico del sangue nordico (il sangue dei "figli di Enak"), soprattutto nel regno di Israele, che era il più settentrionale. Davide, che era figlio di madre amorrita, fu descritto come biondo. Sembra che verso la metà del II millennio a. C. gli amorriti, provenienti dall'Egeo, siano penetrati assieme ad altre stirpi, in Asia Minore. Il loro dio supremo era un dio delle tempeste, che brandiva un martello. I documenti egiziani menzionano gli assalti di questi "amurru" contro la frontiera egiziana nel XV secolo a. C., e dipinti egiziani rappresentano questi uomini biondi dagli occhi azzurri e tratti nordici ancora fino alla svolta fra XIV e il XIII secolo a.C. Anche gli sciti, pure nordici, guerreggiarono in Palestina nel VII secolo a. C. e sembra che, come gli amorriti, essi siano stati in parte assorbiti dalla popolazione locale. Può darsi che il popolo ebraico abbia ricevuto una parte del sangue della classe dirigente dei filistei nordici. Adesso è soprattutto fra i drusi del Libano, e anche fra i samaritani, che si incontrano ancora persone dai coloriti chiari. I drusi hanno un livello culturale generale relativamente alto e posseggno una letteratura abbastanza importante. Vengono descritti come coraggiosi, laboriosi, puliti, generosi, ombrosi, crudeli e vendicativi, il che corrisponde a un miscuglio razziale di nordico, levantino e orientalide. La loro particolare religione è una forma particolare dell'isiam (una specie di "gnosticismo") che sotto molti aspetti ricorda le forme religiose dei popoli di lingua indoeuropea, può forse essere spiegata come una conseguenza della loro componente nordica.

    Ogni cosa sembra indicare che i filistei fossero un popolo razzialmente affine agli achei, aventi perciò una classe dirigente nordica e una classe inferiore occidentale, e che avessero come capi dei "giganti" nordici. Probabilmente si trattò di un popolo che penetrò in Palestina proveniente da Creta portando con sé una cultura di tipo miceneo. "La loro ceramica è di forma micenea declassata, come anche lo è l'armamento di Golia, con gambali ed elmo; e micenea è la sua inclinazione al combattimento individuale, tanto paurosamente alieno alla mentalità ebraica, che corrisponde al comportamento degli eroi omerici" (1).

    Quando il "gigante" Golia, secondo la costumanza dei duci nordici, avanza fra i due eserciti per cercare il combattimento individuale aspettandosi un comportamento analogo da parte del nemico, egli è mortalmente colpito da un sasso scagliato da lontano. La costumanza del combattimento individuale era molto generalizzata fra le stirpi nordiche: fra gli indiani, quando i comandanti degli eserciti contrapposti si affrontavano "in modo che il mondo li vedesse" (2); fra i persiani, dove essa è riflessa nella saga della singolar tenzone fra padre e figlio (Rostem e Sohrab); fra i germani, dove la Hildebrandslied [carme di Ildebrando] canta di una singolar tenzone in mezzo a due eserciti ("untar heriun twèm") quando padre e figlio (Hiltibrant e Hadubrant) si affrontano. In molte storie germaniche risulta l'abitudine del combattimento individuale: le saghe islandesi raccontano ripetutamente delle "Holmgang" fra due combattenti singoli e la Nibelungenlied [carme dei Nibelunghi] descrive la caduta dei burgundi come una sequenza di combattimenti individuali, non dissimilmente da come fa l'Iliade con riferimento alla guerra di Troia. Anche presso i romani e i celti c'era l'uso del combattimento individuale, come per esempio il combattimento fra T. Manlius Torquatus e di M. Valerius Corvus contro capi celtici nei tempi delle guerre nell'Italia settentrionale (367 - 349 a.C.).

    Questi combattimenti individuali sono simbolo del fato che pesava sulle classi dirigenti delle genti di lingua indoeuropea. Proprio queste classi dominanti avevano sempre combattuto le une contro le altre per estendere gli stati da esse stesse fondati o per difendere i loro vassalli non-nordici. In quanto carente di qualsiasi consapevolezza razziale, la nobiltà nordica degli elleni combatteva, durante la guerra troiana, contro quella dei frigi e di altri popoli; i persiani combatterono contro medi e indiani e poi contro gli elleni; i celti contro i romani; i germani contro i celti. Di conseguenza l'abilità guerriera dell'uomo nordico portò alla distruzione di tanto sangue nordico, e in tutte le guerre fra i popoli europei i gruppi più colpiti furono le loro componenti nordiche. Ciò fu vero nella storia dell' Occidente soprattutto durante il Medioevo, quando la guerra era fatta soltanto dalla classe nordica, ma continuò a esserlo anche nella guerre che vennero dopo, non esclusa la guerra mondiale. Solo il risvegliarsi di una consapevolezza razziale nordica, in tutti i popoli che ancora oggi mantengano un sufficiente contenuto di sangue nordico, potrebbe ancora evitare la progressiva e forse definitiva estinzione del sangue nordico - e magari portare a un rafforzamento dell'elemento nordico nei medesimi.

    L'analisi delle tracce lasciate dal popolo dei saci (sciti) - ricco di molteplici stirpi e diffuso su vaste aree geografiche - merita una particolare attenzione (1).

    Esso occupava le steppe dell'Europa Sud-orientale, dalle quali esso si diffuse fino al Turchestan, all'Afganistan e perfino all'Indo. Gli scrittori antichi (Polemone di Ilio, Galieno, Clemente di Alessandria, Adamante) ci informano che i saci erano simili ai celti e ai germani e li descrivono come biondi o rosso-biondi. Ci si informa che anche la stirpe scitica degli alani era di aspetto nordico; e secondo Ammiano (circa 330 - 400 d.C.) essi "erano quasi tutti grandi e belli, con i capelli gialli e lo sguardo cupo".. I loro discendenti sono probabilmente il cavalieresco popolo degli osseti i quali, fra i popoli del Caucaso, si distinguono per essere più alti e di colorito più chiaro (50% di biondi) (2).

    Sembra che una parte dei saci siano stati assorbiti da altre ondate di origine nordica, come i medi e i persiani; altri si sarebbero diretti verso la Cina e la Siberia (Semirjescensk), dove scomparvero come tali, non senza avere dato alle popolazioni locali turcofone di razza mongolide molte importanti classi dirigenti. E probabile che fra gli afgani rimanga ancora parecchio sangue scitico. Già nel 1914 Hildén aveva constatato un influsso nordico fra gli ugri dell'Ob, probabilmente dovuto a contatti con i saci o con i nordici tocari (3).

    E fra i tartari si incontrano ancora adesso "occasionalmente, persone bionde con le guance color latte e sangue, che avrebbero potuto essere degli svedesi sbandati" (4).

    Negli affreschi del monastero di Bàzàklik, vicino a Murtak (oasi di Turfan), persone appartenenti a una stirpe turca sono rappresentate come bionde e dagli occhi azzurri. Forse vi si ha da riconoscere il sangue nordico dei saci o dei tocari.

    In tempi recenti sono state scoperti in Asia centrale dei documenti attestanti una lingua indoeuropea, resti che risalgono forse al secolo Vili d.C. e che indicano il popolo dei tocari, proveniente dall'Ovest e che si spinse fino ai confini occidentali della Cina. I documenti storici cinesi menzionano, verso il 200 d.C., il popolo dei 'wusun', descritto come biondo e dagli occhi azzurri - e medesimi documenti ne fanno il confronto con gli indiani e persiani di quei tempi. Coloro che costruirono i templi nell'oasi di Turfan sono anch'essi del medesimo tipo chiaro e dal viso stretto. Nel 140 a.C. i 'wusun' respinsero l'attacco di una popolazione mongola (di razza mongolide). Il ricercatore razziale russo Grum-Grshimailo (1) ha messo insieme la documentazione esistente su queste stirpi tocariche che si sono dirette verso l'Asia centrale, e descrive il loro aspetto somatico come segue: statura media e spesso alta, corporatura forte, viso piuttosto lungo, guance rosse, capelli biondi, occhi chiari, naso alto, diritto oppure arcuato. Una volta che l'origine europeo-occidentale delle classi dirigenti dei popoli di lingua indoeuropea sia stata riconosciuta, non può più sorprendere che ci sia una coincidenza fra i resti linguistici indoeuropei in Asia centrale e le notizie storiche riguardanti popoli di tipo nordico provenienti dall'Occidente. Bisogna vedere nei saci e nei tocari le stirpi nordiche che più profondamente penetrarono verso l'Oriente; e soprattutto ai saci sono attribuibili delle importanti influenze negli sviluppi artistici del Medio Oriente e dell'Asia centrale, se non addirittura l'insieme della cultura dell'Asia occidentale e centrale (2).

    Sembra anche che il sangue nordico immesso riaffiori continuamente in Asia orientale. In riguardo, Kurz ha da dire quanto segue: "In quell'angolo Sud-orientale del mondo ci fu un incrocio razziale, ancora percepibile nella qualità di una parte delle classi superiori del popolo cinese. In generale, per quel che riguarda l'altezza, la pelle, i capelli, la struttura del volto e del cranio, il cinese è un tipico homo asiaticus [con il cranio corto o medio], ma, nelle classi superiori, ci si incontra spesso con teste più lunghe e coloriti quasi bianchi combinati con tratti facciali belli, di tipo europeo" (3).

    Diversi si sono già accorti della qualità ben poco 'asiatica' di tanti condottieri delle stirpi mongole e turche, che le trascinarono a compiere vaste conquiste, e si può supporre che quelle stirpi di condottieri fossero di origine scitica (1).

    Ondate nordiche imparentate con i traci furono i cosiddetti cimmeri, i quali sembra che abbiano raggiunto e attraversato il Caucaso, partendo dal Mar Nero, verso il VII od Vili secolo a.C. In quello stesso tempo gruppi frigi di origine nordica, che già verso il 1400 a.C. avevano attraversato l'Ellesponto, raggiungono gli altopiani armeni provenienti da Ovest. Queste due ondate nordiche sembra abbiano formato le classi dirigenti dell'Armenia; e la lingua armena deriva da quella dei frigi (ascani). Gli immigranti nordici trovarono in Armenia una popolazione di lingua non-indoeuropea, della quale fecero un popolo e alla quale trasmisero la loro lingua indoeuropea, che ancora adesso sopravvive come lingua armena. Secondo Hùsing, nella lingua armena è molto evidente come le classi inferiori armene, di razza levantina, abbiano modificato questa lingua indoeuropea adattandola alle loro proprie inclinazioni linguistiche - quindi, nel senso delle lingue caucasiche (alarodiche) che, in origine, erano specifiche a tutti i popoli di razza levantina. I suoni armeni hanno ritenuto un"'impronta caucasica", nonostante la lingua armena abbia acquisito pochissime parole dalle lingue del Caucaso (2).

    Il cambiamento linguistico deve essere stato assolutamente totale, in quanto fra gli armeni la classe dirigente nordica si assottigliò molto rapidamente e adesso è praticamente scomparsa. L'antico eroe armeno Dikran, ancora nel V secolo d.C., è descritto come biondo; ma gli armeni moderni sono essenzialmente levantini. Eppure nel Caucaso, che è stato attraversato ripetutamente da ondate nordiche, del sangue nordico è spesso riscontrabile anche fra popolazioni che non parlano lingue indoeuropee (Fig. 186 a, b).

    Sembra che anche i nordici indiani siano passati per il Caucaso, secondo Hùsing verso il 1700 a.C. Per moltissimo tempo essi erano stati tanto strettamente associati con i persiani che tutte e due le stirpi parlavano la stessa lingua, l'indo-iraniano (detto anche "ario"). Le tracce di questa lingua comune (l'indo-persiano) indicano un che ci fu un itinerario comune seguito da queste due popolazioni dalla Russia meridionale fino al Caucaso. Si deve presupporre che i popoli indo-persiani abitassero l'Europa Sud-orientale per molto tempo, perché nelle lingue ugro-finniche si trovano, fra le parole allogene acquisite più anticamente, un considerevole numero di parole indo-persiane. Ne segue che le stirpi indo-persiane (cioè: quelle stirpi di razza nordica che poi si stanziarono in India e in Iran, dove diedero origine a popoli storici) dovettero abitare nell'Europa Sud-orientale quali vicini di genti di lingua ugro-finnica (e di razza baltico-orientale). Ancora ai tempi di Erodoto (nel V secolo a.C.), la Russia centrale e settentrionale era abitata da genti di lingua ugro-finnica; perciò è probabile che la Russia meridionale sia stata la zona di incontro fra gli indo-persiani e le genti di lingua ugro-finnica. Anche i nomi di diversi fiumi indicherebbero che la Russia meridionale sia stata il luogo temporaneo di residenza degli indo-persiani, nomi che possono essere spiegati come derivanti dalla parola persiana danu = fiume (osseto don,), come Don, Dnepr (Danapris), Dnjestr (Danastrus), Donau [Danubio]. Anche l'archeologia ha identificato questa zona Sud-est europea come un luogo di permanenza di genti indo-iraniane (1).

    Già prima del 1400 a.C. gli indo-persiani devono essere penetrati in zone adiacenti a quelle degli ittiti (prevalentemente di razza levantina); questo è indicato da parole indo-iraniane prese a prestito dalla lingua ittita. Non molto tempo dopo, gli indo-persiani devono avere raggiunto la zona armena. Verso il 1400 a.C. gli indiani acquistano una fisionomia specifica, nelle terre armene, e chiamano sé stessi "Hari", cioè "i biondi" (2).

    Nelle saghe indiane antiche, gli dei e gli eroi sono sempre descritti come "biondi". Una vecchia saga indiana indica il Kasmir come loro prima contrada di popolamento; mentre sia i Veda indiani che l'Avesta iraniano racchiudono tracce di una festa solstiziale invernale, il che può essere spiegato soltanto in base a un'origine Nord-europea. Nelle lotte fra Indra e in mostro Vrtra sembrerebbe che i Veda indichino ancora il combattimento dell'estate contro l'inverno; e gli indiani, come i romani, si immaginavano che la sede degli dei fosse nel Nord. I combattimenti descritti nel poema indiano Rig-Veda (come è stato scoperto per la prima volta da Brunnhofer) hanno come scenario l'Afganistan. Dall'Afganistan seguì la migrazione verso le pianure indiane e la diffusione dalla valle dell'Indo verso Est e Sud-est. Gli immigrati portarono con sé l'architettura lignea e la costumanza dell'arsione dei cadaveri, e avevano una struttura sociale di relativamente alto livello. Nei documenti indiani più antichi le genti conquistatoci di lingua indoeuropea vengono descritte come "grandi", "bianche", "chiare" e di "bell'aspetto", mentre gli aborigeni del luogo vengono detti "dalla pelle scura", nonché "piccoli", "neri" e "con il naso piatto" o "senza naso". È indicativo il fatto che la parola indiana per 'casta' ("varna") significa lo stesso che 'colore'. Ancora adesso, dopo millenni, gli indiani di alta casta sono riconoscibili dalla loro pelle più chiara e l'europeo nordico - così successe a Hàckel (Fig. 46) durante un suo viaggio in India - causa la sorpresa degli indiani, che pensano che egli deva appartenere a una casta superiore. E gli antichi indiani si immaginavano il loro dio supremo - Indra, dio della tempesta, biondo dalla barba rossa come simile a loro; nel quale, secondo le vecchie poesie religiose, ha da vedersi la figura di un genuino eroe nordico.

    I Veda danno testimonianza che, per gli antichi indiani, una numerosa famiglia era segno di ricchezza. C'è da credere che la mortalità infantile nella classe degli immigrati nordici fosse relativamente alta - perfino nell'Europa meridionale, durante l'estate, i bambini nordici sono più in pericolo dei bambini di razze più scure. È anche probabile che gli indiani siano divenuti consapevoli dei pericoli del meticciato, in una regione alla quale essi erano male adattati. Perciò, una rigidissima legislazione garantì le caste, impedendo il mescolamento fra i signori nordici e i nativi. Il libro delle leggi di Manu (scritto all'inizio del nostro computo cronologico ma che conservava lasciti molto più antichi), il codice giudiziario più antico dell'India, contiene leggi dirette ad impedire il meticciato nonché tutta una serie di interessantissime indicazioni eugenetiche. Sembra che il meticciato sia stato evitato per moltissimo tempo; e furono quei tempi di ancora relativa purezza razziale a produrre i canti eroici, la filosofia indiana del brahmanesimo e la poesia indiana, tutte testimonianze della forma indiana dell'anima nordica. Le creazioni intellettuali indiane meritano continuativamente di essere apprezzate, e non cessano mai di stupire. Quale sia per noi il significato del pensiero indiano, è stato indicato in modo preciso da H. St. Chamberlain nel suo libretto "Arische Weltanschauung [Visione del mondo ariana]" (1917). Gli indiani erano un insieme di popoli nordici aventi una loro specifica fisionomia, e presso di loro si riscontra un accordo di religione, pensiero e poesia ancora non disgiunti e vicini alla fonte primigenia dello spirito nordico, che poi si sviluppano in una creatività intellettuale. In quei tempi primordiali la lingua indiana - che ci è stata trasmessa nella sua forma sanscrita - sviluppò tutte le sue ricche potenzialità e ci sono stati degli eruditi della linguistica i cui lavori, nel campo della grammatica, non sono stati uguagliati e tanto meno superati.

    Potrebbe darsi che sia stato l'insorgere di Buddha (nato nel 570 a.C.) e della sua dottrina, il buddhismo, che non è più di spirito nordico, che abbia irreversibilmente disciolto lo spirito di consapevolezza razziale di questo splendido popolo. Originato in una regione dove la popolazione indiana nordica era scarsa e diffuso, a quanto sembra, soprattutto da missionari non nordici, il buddhismo distrusse le vecchie tradizioni fedeli alla razza; e al posto della filosofia indiana antica mise una problematica dottrina della salvazione, la quale (e questo è fondamentale) non faceva appello soltanto alla classe dominante nordica, ma a genti di ogni casta e razza. La coraggiosa specificità della sapienza indiana arcaica fu dilacerata dal buddhismo, che a essa sostituì lo spirito della rinuncia, al punto che il grande pensatore indiano Sankara, nella sua confutazione del buddhismo, gli rimproverava di "non avere proposto se non il suo proprio immenso squilibrio oppure il suo odio per il genere umano" (1).

    Il buddhismo non da segno di alcun pensiero creativo e non fa altro che avversare e distruggere ciò che nei tempi antichi era stato creato dal brahmanesimo. Dalla sintonia che l'India arcaica concedeva a tutta la natura, il buddhismo trasse la negazione della volontà di riproduzione. È possibile che attraverso il suo consiglio di evitare l'amore carnale e la sua avversione per il matrimonio e per la proprietà esso abbia contribuito alla scomparsa del sangue nordico; in quanto probabilmente furono più gli elementi nordici che accolsero questa nuova dottrina, che dall'antichità indiana aveva preso molto, che non persone provenienti dalla classi inferiori dalla pelle scura. Il saggio brahmano si dedicava a una vita di contemplazione e di pensiero soltanto dopo che era stato sposo e padre, aveva preso parte alla vita pubblica e conosciuto i suoi figli e nipoti. Il buddhismo, invece, era contrario sia al matrimonio che al radicamento del singolo nel suo popolo, slegandolo dal divenire storico. Al buddhismo ci si può riferire come alla "manifestazione del trionfo di una potenza distruttiva" (1).



    È del tutto ovvio che anche la situazione climatica dell'India deve avere contribuito alla denordizzazione del popolo indiano. In ragione delle loro caratteristiche genetiche maturate nell'Europa Nord-occidentale, la costituzione degli indiani nordici non era appropriata per la vita nelle regioni tropicali. L'ambiente indiano deve avere esercitato una vera selezione a rovescio nei riguardi della componente nordica della popolazione. Già in Asia Minore, durante l'estate, la mortalità infantile fra i bambini biondi è molto superiore a quella dei bambini scuri (2).

    Sia questo tipo di controselezione che il meticciato devono avere portato alla decadenza della civiltà indiana. L'attacco mecedone contro l'India (327 - 326 a.C.) dimostrò già allora quanto debole fosse lo stato indiano. La penetrazione delle popolazioni che i greci chiamavano indo-sciti (anch'esse provenienti dal Nord-ovest) sembra che abbia portato a una ripresa « dell'elemento nordico. Essi fondarono, nell'India Nord-occidentale, un regno che durò dal 120 a.C. fino al 400 d.C. e che per un certo tempo (dopo circa il 45 d.C.) portò la sua frontiera occidentale fino ai bordi della Persia. In questo regno "indo-scita" si ebbe anche un rinascimento della poesia indiana. Fu nel IV o V secolo d.C. che Kalidasa - il più grande poeta indiano di cui si sappia il nome - scrisse le sue grandi poesie (1).

    L'instaurazione del dominio mongolo (che durò dall'VIII secolo fino al 1536) segna la vittoria della componente asiatica della popolazione dell'India. La religione, il pensiero e la creazione artistica rispecchiarono, dopo, soltanto i tratti del substrato indostano e dei meticci scuri che adesso predominano in India. "Lo spirito indiano, sempre più alienato dall'antico arianesimo, diede origine agli dèi dell'induismo, con le loro immagini policefale e dalle molte braccia, carichi di sensualità, crudeltà e sregolatezza" (2).

    Eppure, ancora nei secoli VI o VII d.C. ci dovette ancora essere una debole presenza di sangue nordico. Gli affreschi di Ascianta, che sono di quell'epoca, rappresentano, assieme a esemplari uguali agli indiani moderni, genti di alta statura, dal naso e il viso stretto, dal colorito chiaro, bionde e dagli occhi azzurri. Oggidì il colorito chiaro si da solo occasionalmente, e gli occhi chiari ancora meno frequentemente. Alcune stirpi delle frontiere Nord-occidentali, fra le quali Kisley aveva incontrato dei biondi dagli occhi azzurri, hanno distintamente conservato il sangue nordico in proporzione un poco maggiore; come forse è anche il caso dei sikh, la cui statura media è di 1,71 m (3).

    Altrimenti, sono le caste indiane più alte - i bramini - a mostrare più chiaramente una componente nordica. Essi hanno una statura media di 6 - 9 cm più alta di quella delle caste inferiori, hanno un colorito più chiaro in confronto al marrone o marrone-nero delle medesime, hanno nasi e visi più stretti. Fra i bramini della zona di Bombay ancora adesso si trovano individui dagli occhi grigi (1). - La lingua indiana : oppure, più esattamente, quel che è divenuto della lingua indiana dopo il meticciato - è ancora parlata in vaste zone dell'India, ma il sangue di coloro che quella lingua introdussero è scomparso quasi senza lasciare traccia. Dal punto di vista linguistico, gli attuali abitatori dell'India sono nella loro grande maggioranza indoeuropei, ma somaticamente sono il risultato della mescolanza di diverse razze scure. Ma anche nella parlata si può riscontrare l'influsso degli strati non-nordici del popolo indiano, almeno nella sintassi: "Dal punto di vista sintattico, è lecito dubitare che le lingue indiane moderne possano ancora essere classificate come indoeuropee" (2).

    I persiani sono identificabili verso il 900 a.C. nelle vicinanze del Lago di Urmia, nell'Azerbaigian. Da lì essi si mossero verso l'Iran, dietro a un'altra ondata di popolazione nordica, i medi. I medi appaiono spesso come una stirpe imparentata con quella persiana, quasi fossero una diramazione degli stessi persiani. Non appena i persiani furono numerosi e forti a sufficienza, attaccarono il regno nordico posto sulle loro frontiere settentrionali e sottomisero i medi. Ma la resistenza dei medi non si spense se non molto lentamente (di questo si ha notizia lungo tutta la storia persiana); e le lotte che ne seguirono è probabile che abbiano contribuito molto alla distruzione reciproca delle rispettive classi dirigenti. Nel secolo VII a.C. il dominio persiano si estendeva su tutto l'Iran occidentale. Dopo, incominciò l'estensione del loro potere verso Est, seguito più tardi dalla conquista di tutto il Medio Oriente fino all'Egitto.

    Quando penetrarono in Iran i persiani possedevano un'organizzazione politica non dissimile a quella di tutti gli altri popoli nordici: uno stato costituito da un'insieme di stirpi dipendenti le une dalle altre e una forte struttura familiare, tenuta insieme dalla predominanza del padre (la patria potestas del popolo romano). Ogni stato che avesse una classe dirigente nordica aveva una struttura piramidale che dalla famiglia attraverso le strirpi arrivava fino alla totalità del popolo: è la stessa struttura che troviamo presso i romani e gli elleni, presso i quali dalla famiglia si passa al casato (ghenos, gens), all'' insieme di casati (phratria, curia, presso i germani la "centuria"), alla stirpe (phyle, tribus, presso i germani il "Gau") e finalmente al popolo nel suo insieme (populus) (1).

    Nei tempi più antichi, la vita dei popoli di origine nordica era il risultato di una collaborazione molto sciolta fra diverse stirpi e non era ancora uno stato vero e proprio. Il popolo era comandato da una nobiltà che aveva ben poco potere fuori dalla sua propria stirpe. Tutti coloro che avevano sangue nordico erano ancora uguali e liberi. Tutti i procedimenti giuridici erano diretti da idee giuridiche ereditate dagli antenati e che valevano come sacre. Ogni padre di famiglia era, all'interno della medesima, sacerdote e giudice. Religione, etica e giurisprudenza costituivano un'unità; e a seconda che una certa forma di diritto si andò sviluppando, lo si vedeva come scaturente dal diritto familiare, considerato come originario. C'era un profondo radicamento religioso della sacralità dei legami del sangue e dell'obbligo di avere una figliolanza, in quanto i padri defunti volevano essere onorati dai loro figli. Chi non aveva figli, veniva visto come un maledetto; e quindi il matrimonio veniva visto come qualcosa di sacro (un sacramento). Questo è documentato da documentazioni indiane arcaiche e in molte città elleniche per chi non si sposava erano previste punizioni; mentre fra i romani il matrimonio era visto come obbligatorio, in modo che la stirpe potesse essere continuata (matrimonium liberorum quaerendo causa). Fra i persiani arcaici le cose più lodevoli erano il coraggio e la prolificità. Questo è un tratto comune a tutti i popoli di lingua indoeuropea, che giustamente sono stati descritti come "stirpi prolifiche e amanti dei bambini" (2).

    Quando queste idee furono dimenticate, presso tutti i popoli a dirigenza nordica ebbe inizio la minaccia della scomparsa del sangue nordico.

    All'inizio della loro storia, i persiani mostrano delle condizioni corrispondenti a quelle arcaiche, non dissimili da quelle che Tacito attribuisce ai germani. Alla svolta dei secoli VII e VI a.C. si percepisce un cambiamento, quando le diverse stirpi persiane si sottomisero al dominio di un re; il che diede loro delle rinnovate energie che permisero nuove conquiste, popolo persiano, in ogni caso, rimase fino al secolo VI a.C. prevalentemente nordico: "essi erano quasi tutti biondi o biondo-rossi come i greci" (1).

    Verso la fine del VII secolo o gli inizi del V secolo a.C. - secondo Hertel verso '1 550 a.C. (2) - dal popolo persiano insorse la grande figura di Zarathustra che, facendo riferimento alla loro eredità culturale arcaica e adattandola alle nuove circostanze, diede loro una religione che fu la prima nella storia a essere autoconsapevole - molto prima di Buddha e dei più antichi profeti degli ebrei -| e che nel contempo abbia attribuito ai fatti storici e all'ordinamento statale un fondamento etico e che abbia addossato all'uomo la sua parte di responsabilità, attraverso la sua condotta, nella manutenzione di quell'ordine. Le dottrine di Zarathustra sono contenute, in forma poetica, nei Gatha dell'Avesta (3).

    Queste dottrine sono indirizzate a un popolo di contadini e di allevatori e attribuiscono a ogni loro attività, nel corso della giornata e dell'anno, un significato sacrale - come fu anche il caso nella religione romana arcaica, che invece era di tipo più pratico, mentre quella zoroastriana era più metafisica.

    La religione di Zarathustra mette in risalto l'elevato senso etico caratteristico dei persiani i&-modo particolarmente augusto. Il dio unico di Zarathustra, Ahura Mazda, sorveglia la lotta continua fra lo spirito buono e quello malvagio. Lo spirito buono è il medesimo Ahura Mazda, nel senso che egli si rende palese nella vita degli uomini attraverso il loro retto agire. Lo spirito cattivo si manifesta in modo precipuo, secondo Zarathustra, fra coloro che "non hanno armenti", i "ladri" nomadi delle pianure dell'Iran meridionale -le genti semitiche (di razza prevalentemente orientalide) che lui sentiva come completamente aliene e davanti alle quali egli percepiva il suo popolo come uno di lavoratori (4).

    Zarathustra parteggiò per i cambiamenti politici che diminuirono il potere delle singole stirpi in favore di una monarchia. La religione persiana antecedente, di forma politeista, poggiava su una casta sacerdotale e sui piccoli nobili e si era fossilizzata in un vuoto ritualismo. Zarathustra e i suoi discepoli si aspettavano che la monarchia favorisse la credenza in un dio unico.

    Il mazdeismo, introdotto presso i persiani da Zarathustra, ha un suo significato per la comprensione dello spirito nordico; spirito che si manifesta in forma specificamente persiana ma che rispecchia la sua forma arcaica in modo estremamente esatto.

    "Il mazdeismo concede un metro di misura utile e maneggevole per giudicare i valori della cultura religiosa, ed è nel contempo esemplare e universale. Attraverso il mazdeismo, un determinato insieme di popoli, gli iraniani, ha costruito un'etica religiosa basandosi su abitudini tramandate dal passato pagano. Questo metro di misura è del tutto naturale, originato dal popolo. Esso poggia sulla fiducia in buona fede sulla propria natura, fiducia che fu propria anche degli elleni e di tutti i popoli che seppero stare in piedi. Gli elleni però, si lasciarono trascinare da questa fiducia autoconsapevole, che venne a essere qualcosa di semplicemente abitudinario e automatico. Gli iraniani invece, attraverso Gautama Zarathustra e i suoi discepoli, plasmarono una visione del mondo che fu nel contempo costruttiva, educativa ed etica. Quello che la coscienza del popolo degli ariani puri intuiva come nobile o malvagio, o come utile o dannoso, dopo Zarathustra divenne eticamente buono o cattivo, come valore universale da difendere e da proteggere oppure come non-valore da distruggere. Per la prima volta nella stria del mondo apparve il concetto di religione positiva, il quale si diffuse in tutto il mondo sotto le fattispecie di svariati sistemi etici. E nel contempo fu fissato il concetto di cultura, universalmente valido, chiaro e poggiante su solide fondamenta" (1).

    Il mazdeismo (2) viene a essere la creazione religiosa più eccelsa che sia stata creata da un popolo di origine nordica, e nella figura di Zarathustra (ancora piuttosto oscura dal punto di vista storico) si intravvede una delle personalità più auguste che siano state prodotte da quei popoli, pertanto così ricchi di grandi personalità. Il persiano è collocato al centro della tensione, profondamente sentita, fra Bene e Male - un Bene e un Male come potevano essere compresi dal persiano nordico - e deve decidere per il Bene, deve guardare verso l'alto e dare il suo contributo alla vittoria finale di dio, signore di ogni purezza, per mezzo delle sue "azioni, parole e pensieri". Mai la tensione etica nell'uomo fu concepita in termini più appassionati e profondi che nel mazdeismo né mai fu insegnata all'uomo una tendenza più alta e augusta verso la purezza. La dottrina di Zarathustra plasmò tutta la vita dei persiani dirigendola verso il potenziamento della vita attiva e vigorosa. Perciò il celibato e il digiuno sono proibiti in quanto pratiche contrarie alla vita, mentre viene raccomandato tutto ciò che innalza la vita, dall'attenzione data ai bambini alle pratiche agricole ("chi semina grano, semina sacralità") a quella della purezza e della devozione. Attività, vigore corporale e psicologico e prolificità sono cose da essere favorite; mentre il disordine sessuale e la pratica dell'aborto erano considerate cose particolarmente impure e segni dell'allontanamento da Ahura Mazda. Il re dei persiani concedeva doni alle famiglie più numerose, ce lo dice Erodoto.

    Dopo la vittoria finale di dio agli impuri toccherà l'annientamento, assieme ai malvagi, ai diavoli e a tutti i detrattori di Ahura Mazda; mentre ai puri toccherà l'eternità. È un'escatologia di augusta grandezza, nella quale il persiano vede sé stesso come una parte importante dell'ordine generale; e perciò egli poteva identificarsi con tutto sé stesso con questa dottrina che corrispondeva tanto bene alla sua più profonda natura. Il mazdeismo forgiò una brillante immagine della natura più genuina del persiano, portò l'anima persiana arcaica al'dispiegamento della laboriosità, della semplicità, dell'amore per la verità e per la giustizia e in conseguenza fece dei re persiani dei genuini re del popolo, capaci di combinare la saggezza con la clemenza.

    Quanto più il mazdeismo viene messo a nudo dalle ricerche, tanto più ne risulta la grandezza della persianità che, per quel che riguarda la creazione etica, sta alla pari, se non al di sopra, dell'ellenicità e della romanità. Gobineau fu il primo a indicare questo fatto, tanto diverso da quella che è la nostra generalizzata nozione a proposito dei persiani antichi.

    Le abitudini degli antichi persiani rivelano continuamente una natura nordica: questo popolo, nei suoi primi tempi, dimostra semplicità e forza temperata da giustizia. Erodoto descrive i persiani come alti, forti e dall'aspetto superbo; ed Eracleide Pontico dice che sono "fra i barbari, i più umani e civili". Fino a tempi recenti la reputazione dei persiani ha sofferto del fatto che i greci ne hanno sempre parlato male e trattati con disprezzo, e che questi giudizi ellenici hanno continuato ad essere ripetuti. Gobineau fu il primo a riconoscere l'alta qualità umana dei persiani nonché il fatto che essi, "per quel che riguarda la loro natura e il loro sangue erano popoli germanici" (1).

    Dall'esame che, più tardi, autori capaci di visione in profondità hanno fatto dell'antica persianità è sempre risultato che i persiani erano gente magnanima, cavalieresca e intraprendente; e che avevano alcunché di fresco e quasi di infantile nel loro carattere che era tutto "poesia e grandezza" (Gobineau). Di particolare importanza la profondità etica della loro religione, attraverso la quale essi erano educati alla gratitudine, la verità e la giustizia. Questi tratti dei persiani li rendono ancora più nordici degli elleni. Di contro alla sottomissione levantina delle religioni del Medio Oriente, l'iniziativa nordica si rivela anche dal fatto che il persiano non chiudeva un occhio riguardo alla malvagità che potesse allignare nelle sue vicinanze, ma la combatteva "con il pensiero, le parole e l'azione".

    Sotto Kuras (Ciro) II, re dal 560 a.C., il regno persiano incominciò a diventare una grande potenza. Tutto l'Iran divenne persiano, Babilonia fu conquistata, l'Asia Minore annessa al regno. In questo modo il dominio dei persiani si estese su regioni a popolazione relativamente densa di razza prevalentemente levantina e orientalide. Ciro, descritto come un re particolarmente nobile, impose una dominazione molto clemente, lasciando ai popoli conquistati una certa autonomia sotto l'amministrazione di funzionar! sia persiani che aborigeni. Così si gettarono le fondamenta del rimescolamento razziale, nonché i presupposti per l'assottigliamento della classe dirigente nordica che adesso doveva dissanguarsi al servizio del regno persiano. Nella storia di tutti i popoli a dirigenza nordica troviamo la medesima tendenza alla creazione di imperi, anche a costo della diminuzione dell'elemento nordico, il che a sua volta ha portato invariabilmente al declino. La classe dirigente nordica, che faceva le guerre quasi da sola, si sparpagliò sempre su territori sempre più vasti, con diminuzione della sua densità di popolamento e alla fine con la sua scomparsa.

    Già verso il 400 a.C. nozioni pre-persiane, proprie delle classi non-nordiche, incominciarono a penetrare la religione dei persiani. Si diffonde il culto di Mitra e anche quello della dea della fertilità Anahita, che includeva pratiche orgiastiche aliene allo spirito nordico non dissimili a quelle presenti nel culto semitico di Astarte o in quello di Afrodite nei tempi della tarda grecita: era lo spirito della razza levantina o di un miscuglio levantino-orientalide, il cui insorgere indica la denordizzazione sia di elleni che di persiani. La purezza, concepita secondo lo spirito nordico, era in decadenza. Verso il 330 a.C. Alessandro Magno, con un esercito di macedoni prevalentemente nordici, mise fine all'indipendenza persiana. I popoli che erano stati sottomessi dai persiani, medi, babilonesi, egiziani, microasiatici di stirpi diverse, avevano già gioito della diminuzione della gloria persiana che era seguita alla sconfitta che i persiani avevano subito per mano dei greci quando tentarono l'invasione dell'Ellade. E l'impero persiano non fu in grado di contrastare il vittorioso attacco di Alessandro, per quanto egli dovette concedere che i suoi nemici persiani avevano combattuto con forza e con coraggio.

    La classe di guerrieri che affrontò Alessandro era ancora, a quanto sembra, prevalentemente nordica. Sui bassorilievi colorati dei sepolcri di Sidone i persiani sono rappresentati ancora con gli occhi e i capelli chiari, i baffi biondi o rossicci e i nasi diritti, anche se ogni tanto affiorano gli occhi a mandorla della razza orientalide o anche tratti levantini (cfr. Figg. 198 e 199) (.1).

    Dopo lo smembramento dell'impero macedone, il popolo persiano si risollevò, ma decadde ben presto come conseguenza dell'estensione del suo potere su di vaste zone non-nordiche, con assottigliamento della sua classe dirigente di guerrieri e di signorina Persia sottostette dopo il 250 a.C. circa al potere dei parti, una stirpe persiana, e fra il 228 e il 651 d.C. a quello dei sassanidi, che ne fecero ancora una potenza di una certa consistenza, capace di resistere ai romani e ai bizantini. Il sangue nordico è ancora riscontrabile nel VII secolo d.C.; così, per esempio, negli affreschi indiani di Ascianta di cui parlava von Ujfalvy. Dei tre ambasciatori persiani rappresentati, il primo è scuro, il secondo chiaro di pelle, capelli e occhi e il terzo di carnagione olivastra ma con gli occhi azzurri e la barba bionda; mentre un altro persiano, che gli ambasciatori accompagnava, è chiaro, biondo e ha gli occhi azzurri. Ma non cè dubbio che già allora il grosso della popolazione doveva essere levantino o levantino-orientalide.

    La dominazione degli arabi, che portarono con loro l'Islam, incominciò in Persia nel 651 d.C. e significò l'intromissione di un'ondata di sangue orientalide. Il mazdeismo fu soppresso dagli islamici attraverso una serie di sanguinali interventi (1), che colpirono probabilmente soprattutto le classi dirigenti e la parte migliore del popolo. Eppure le capacità creative dei persiani continuarono ad affiorare. Da quando Goethe scrisse il suo "West-òstliche Diwan" [Divano occidentale-orientale], sono ridiventati conosciuti almeno i nomi dei poeti persiani Firdusi, Nisami, Gelal-ed-Din Rumi, Saadi, Hafis e Giami, che vissero ai tempi del Medioevo occidentale. Gli scritti 'arabi' del Medioevo sono dovuti nella loro maggior parte a scribi persiani che scrivevano in arabo. Né deve essere visto come un puro caso che il sufismo - la mistica islamica - ebbe origine probabilmente in Persia e che in ogni caso fu in Persia che ebbe la sua massima forza. L'islam, come tutte le forme religiose semitiche, è sempre stato insoddisfacente per il sentire nordico, che lo ha trovato arido e rigido. Il sufismo fu un tentativo di trasformare l'islam in un qualcosa di più vicino allo spirito, scoprendo un'esperienza del sacro più profonda e più ricca.


    --------------------------------------------------------------------------------

    La storia greca può essere interpretata come lo scontro fra lo spirito delle classi dominanti nordiche e quello delle classi aliene sottomesse. In un popolo composito, fatto di dominatori e di dominati, in nessuna parte la composizione razziale degli uni e degli altri è tanto ovvia come fra gli spartani. La popolazione di Sparta era divisa in tre classi rigidamente separate: la classe superiore era quella dei signori dorici, i nordici spartiati; la seconda era composta anch'essa da uomini liberi, i perieci, soggetti al servizio militare e alla tassazione, che erano i discendenti degli achei predorici ma ancora prevalentemente nordici; la terza erano gli iloti, già precedentemente sottomessi dagli achei, e nella loro maggior parte servi di razza occidentale. Ogni famiglia spartiata aveva ricevuto una proprietà terriera che non poteva essere alienata - anche la parola tedesca Adel [nobiltà] è collegata a una radice che indica proprietà terriera. Lo stato spartano si conservava essenzialmente per mezzo della rigida disciplina guerriera nordica, alla quale erano sottomessi tutti i cittadini liberi durante tutta la loro vita. Attraverso regole eugenetiche - di igiene razziale - gli spartani facevano il possibile per mantenere forte la classe dirigente nordica; mentre nel contempo non si permetteva alla classe degli iloti di essere troppo prolifica. Brasida vedeva chiaramente quanto una classe dirigente potesse essere assediata e minacciata da una classe sottomessa razzialmente aliena: "Siamo in pochi in mezzo a tanti nemici" (1).

    Di conseguenza, c'era la proibizione dell'emigrazione e c'erano multe per i celibi e premi per le famiglie numerose. Chi avesse quattro figli o più, noia doveva pagare tasse (una misura che è stata proposta anche dai moderna ricercatori dell'eugenetica). Ma anche i bambini delle classi superiori erano! soggetti a una rigida selezione: gli anziani decidevano se un bambino appena nato doveva essere allevato: se era debole o deforme, veniva esposto. "Era meglio sia per il bambino che per lo stato che egli non vivesse, se non era forte e di figura armoniosa" (1).

    Questo, ce lo dice Plutarco, il quale aggiunge che gli spartani furono i primi a cercare di migliorare, per mezzo della selezione, non soltanto i cani e i cavalli ma anche gli uomini; impedendo la riproduzione incontrollata degli idioti, de malati e dei deboli. E il giudizio di Senofonte era: "È facile vedere come per mezzo di queste misure si potè produrre un popolo di prima qualità, forte possente. Difficilmente si potrà trovare un popolo più sano e sveglio di quelle spartano" (2).

    La bellezza delle donne spartane era proverbiale, mentre la loro salute e : loro autocontrollo erano le qualità più stimate. Bacchilide (quinto secolo a.C. le cantò definendole bionde.

    Le idee eugenetiche contenute nelle leggi di Licurgo non poterono se non indebolirsi a seconda che la mentalità arcaica veniva aggredita da dottrine 'illuministiche' che enfatizzavano l'unicità del singolo (individualismo) di contro alla collocazione del medesimo all'interno della comunità e nella successione delle generazioni passate e future - punto di vista adesso stigmatizzato come 'fuori moda'. Già ai tempi di Piatone a Sparta la denordizzazione e la degenerazione - i due invariabili araldi della decadenza -erano in uno stadio avanzato. Agide III (244 - 240 a.C.) cercò, senza riuscirvi, di rimettere in piedi i costumi sanciti dalle leggi di Licurgo, dando anche buoni consigli e un personale esempio di semplicità di vita: ma per Sparta la libertà era divenuta libertinaggio, e Agide venne ben presto condannato a morte. Anche il buddhismo, nell'India antica, aveva messo l'accento sul singolo, sganciandolo dalla comunità popolare. Tutti i fenomeni di decadenza di nazioni basate sulla cultura nordica furono innescati da idee 'illuministiche' e 'individualiste'. L'Atene della decadenza lo dimostra in modo ancora più evidente di Sparta nei suoi tempi di illuminismo sofistico, con il loro individualismo potenziato al massimo.

    La composizione razziale dello stato ateniese, che prima fu una monarchia e poi una oligarchia aristocratica, è meno ovvia che a Sparta, ma anch'essa perfettamente documentabile. Anche ad Atene, come a Sparta, araldo della decadenza fu l'inaridimento del sangue nordico. Non appena in uno stato basato su stratificazioni razziali la categoria sociale smette di dipendere dalla qualità razziale per passare a dipendere dal censo, la strada è aperta agli incroci. Gli arricchiti di razza non-nordica divennero sempre più potenti nella cosa pubblica; la classe dei nobili e dei contadini liberi, proprietari della terra, perse il suo potere politico. Inoltre si assottigliò con le guerre, che venivano combattute soltanto dai liberi, e con le lotte intestine per il potere, tanto tipiche delle classi dominanti nordiche, per poi finire con l'accettare i matrimoni misti, che sono il mezzo più rapido per cancellare ogni frontiera razziale. La costituzione ateniese di Solone (549 a.C.), che originalmente si era orientata verso possedimento terriero, si orienta in seguito verso il possedimento del denaro; questo è un indicatore di cambiamenti razziali. L'insorgere di tiranni, che si appoggiavano al "popolo" (demos) - Pisistrato, per esempio, si appoggiò agli abitanti della costa, che vivevano di commercio, e ai più poveri fra quelli delle montagne; ambedue, probabilmente, componenti non-nordiche della popolazione - sono un indicatore di una avanzata condizione di rovesciamento delle proporzioni razziali. Seguirono le condanne a morte di dirigenti politici nobiliari, cioè l'eliminazione dei più arditi esponenti delle classi superiori nordiche, e l'esilio dei cittadini migliori, il che significava un montante potere in mano a una massa che vedeva in ogni grande uomo una disgrazia pubblica.

    Le guerre contro i persiani e, più ancora, le lotte fratricide fra elleni dovettero portare a una rapida diminuzione numerica nelle classi superiori, dalle quali provenivano i guerrieri. "Sia la gloria che la decadenza di Atene si può spiegare con riferimento alla composizione della sua cittadinanza, che non fu mai di più di 30000 anime. Gli ateniesi, durante la guerra del Peloponneso soltanto nella loro spedizione in Sicilia persero 60000 uomini, dei qua naturalmente non tutti erano cittadini a pieno diritto. Dopo la battaglia Cheronea si dovette dare la piena cittadinanza a 20000 non-cittadini; e così il demos ateniese perse il suo carattere nobiliare. Qui vale la pena di ricordare quel famoso passaggio del discorso che l'eupatride Licurgo pronunciò contro Leocrate, nel quale egli si pronuncia contro l'estensione del diritto di cittadinanza anche dopo la situazione di emergenza che si diede dopo la battaglia di Cheronea, descrivendola come la più grande disgrazia che sia toccata allo stato, e dicendo che fino ad allora il più grande orgoglio del popolo ateniese era stato quello di avere un'origine contadina pura. Atene decadde per mancanza di ateniesi; e quel che rimase della sua gloria fu qualcosa come la luce di quei pianeti che da un pezzo si sono spenti" (2).

    Atene decadde allo stesso ritmo con cui il sangue della sua classe dirigente nordica si prosciugò. Ancora durante i tempi della predominanza 'popolare' insorse, dal sangue dell'alta nobiltà, il grande Platone (427 - 347 a.C.), che percepì la fine: nella sua opera "Le Leggi" egli propone dei piani di costituzione improntati ad una straordinaria comprensione per l'eugenetica (igiene razziale); piani che erano diretti a mantenere e a salvare Atene, alla quale si sarebbero volute trasferire le cure eugenetiche della Sparta dei primi tempi - ma era troppo tardi. Le guerre civili e internazionali avevano intaccato in profondità le classi nordiche. "Sembra poi che la malaria abbia avuto un importante effetto, in quanto la razza nordica è meno resistente a questa malattie che i meridionali scuri" (1).

    Sotto queste circostanze, si fece avanti anche il cambiamento delle idee etiche. "Ma il vero e proprio colpo di grazia gli elleni lo ricevettero dalla diminuzione intenzionale delle nascite, la quale, come è il caso anche adesso presso di noi, colpì principalmente le classi superiori. Come dice Polibio in un suo conosciuto passaggio, gli elleni del suo tempo non volevano più sposarsi, e quando lo facevano avevano pochissimi figli. C'erano diversi metodi di contraccezione in uso, e gli aborti volontari erano frequenti. L'amore omosessuale, che già ai tempi di Piatone non era visto come qualcosa di ripugnante, godeva di grande popolarità anche perché non era adatto alla riproduzione. Anche l'ideale dell'etera, cioè della donna interamente libera che concedeva i suoi favori a un uomo solo perché le piaceva e senza alcun legame sancito da matrimonio, ebbe la sua origine, in parte, dal poco interesse per la procreazione. Uno scritto sul monumento a Lais da un'idea di quanto queste cose abbiano contribuito al collasso della grecita: Ellade, un tempo indomita e feconda di eroi, fu sottomessa dalla divina bellezza di Lais. Tutte queste circostanze cooperarono per fare sì che, per esempio, la casta guerriera degli spartiati, che al tempo delle guerre persiane poteva ancora mandare a combattere 8000 uomini, alla battaglia di Leuttra ne contasse 2000 e nel 230 a. C. soltanto 700" (2).

    Il sangue non-nordico riaffiora chiaramente in tutta la Grecia: Dicearco (II secolo a. C.) ci descrive le classi più ignoranti di Atene, gli "attici" (3), come "chiacchieroni curiosi", di contro alla classe superiore, gli "ateniesi", che erano ''magnanimi, cortesi e retti nella loro amicizia". Per questi ultimi fare gesti troppo palesi con le mani era segno di diseducazione. Perfino gli oratori dovevano essere tanto parchi nei loro gesti da non mettere in disordine le pieghe del loro vestiario; e questo era qualcosa di incomprensibile per genti di razza occidentale.


    --------------------------------------------------------------------------------

    Gli eredi del potere in tutta la zona mediterranea antica furono alla fine i romani, anch'essi di sangue nordico. Già verso il 2000 a.C. le costruzioni palafitticole dell'Italia settentrionale mostrano "caratteristiche che indicano influenze provenienti dal Nord delle Alpi, caratteristiche osservabili anche nel modo di vita generale. Gli immigrati abitavano villaggi protetti da zone lagunari e incineravano i loro morti" (3).

    Sia lo stile delle loro terrecotte che la pratica dell'incinerazione dei cadaveri indicano una provenienza nordica. L'archeologia degli stanziamenti palafitticoli dell'alta Italia ha rivelato che la popolazione era sia dolicocefala che brachicefala; e ciò può essere spiegato assumendo che la popolazione proveniente dal Nord - che paraticava l'incenerazione dei cadaveri e che perciò non lasciò dietro di sé tracce scheletriche - si istallò come classe dirigente su degli aborigeni estide-occidentali. Si trattò forse di una qualche stirpe italica che fece da avanguardia alla massiccia penetrazione italica che doveva seguire? Si trattò forse degli oschi (sanniti) e degli umbri? Comunque, i villaggi palafitticoli dell'alta Italia erano organizzati in modo molto ordinato, come poi lo fu la "Roma quadrata". Ai ponti che portavano sulla terraferma si collegavano figure religiose, che forse diedero luogo alla denominazione di pontifex. poi adottata dalla principale figura religiosa a Roma. - L'immigrazione italica massiccia, che poi portò alla fondazione di Roma, venne dopo, "nell'età del bronzo" (1). La forma delle terrécotte indica una sede primigenia che doveva stare nella Germania centrale; e lo stesso viene indicato da diversi studi linguistici. Secondo Much (2) "Che gli itali (italici) provenissero da Nord delle Alpi, è una conclusione obbligata quando si considerino le loro relazioni di parentela con i popoli del Nord". In ragione della stretta parentela fra l'italico, il celtico e il germanico, e di quest'ultimo con il greco, la scienza delle lingue deve obbligatoriamente arrivare alla conclusione che ci fu nella preistoria una zona di contatto fra le popolazioni che parlavano queste lingue (o per lo meno fra i popoli dai quali italici, celti, ecc. poi derivarono): si pensa che la Boemia o la Moravia possano essere state questa zona di contatto. La migrazione degli italici verso l'Italia ebbe luogo a partire dal medio Danubio attraverso i passi più bassi delle Alpi orientali. Il percorso delle forme culturali italiche è descritto da Schuchhardt: "Questa cultura si propaga lungo l'Adriatico, attraversa il medio Appennino e poi segue il Tevere fino a Roma; e a essa corrispondono le sepolture preromulee del Foro. Un altro gruppo si mantenne più a Nord per raggiungere Tarquinia nell'Etruria meridionale; ma le propaggini culturali italiche si riscontrano anche a Est degli Appennini, fino a Tarante". È importante il fatto che questa nuova cultura gira attorno all'Etruria; ovviamente perché lì c'erano degli stati consolidati che fecero resistenza. E difatti l'Etruria era un'unità culturale antica e consolidata (3) (cfr. Gap. 7).

    Quando si considera la storia romana nel suo insieme, se ne riceve l'impressione che le popolazioni nordiche arrivate in Italia - e che dopo si prepararono a fondare un impero mondiale - non dovevano essere molto numerose in confronto agli aborigeni non-nordici. Ma le stirpi nordiche (gentes), dotate di una volontà di ferro e di abitudini semplici e guerriere, imposero e mantennero la loro fisionomia romana fino a tempi molto tardi, quando ancora gli uomini appartenenti alla razza creatrice risaltavano come dotati di una durissima capacità di azione. I romani ci appaiono ancora più nordici dei greci, in ragione della loro grande serietà - le qualità romane della gravitas e virtus - nonché della posizione molto libera della donna. Ancora nei tempi della tarda romanità valeva quanto ha da dire Giuffrida-Ruggieri: "Nella tranquillità e nella crescita silenziosa del popolo romano, i discendenti delle stirpi nordiche allevarono quegli uomini acuti e capaci di violenza che noi riconosciamo di tempo in tempo nella storia romana" (1).

    Dai tempi semimitici dei re di Roma ci sono tramandati molti degli aspetti caratteristici della lotta dei primi intrusi nordici contro gli etruschi per il dominio dell'Italia. È lecito supporre che anche gli etruschi, con la scomparsa della loro classe dirigente nordica, avessero perso i loro più validi condottieri Probabilmente, nel popolo etrusco le componenti estidi e levantine avevano preso sempre più il sopravvento; e gli etruschi degli ultimi tempi rivelavano una sensualità di tipo levantino, venendo altresì descritti dai romani come obesi e pingui. Erano anche additati come esempi di avanzata degenerazione etica.

    Le testimonianze storiche più antiche che si abbiano sui romani si riferiscono alle lotte contro le altre stirpi nordiche (umbri, oschi, sanniti, sabelli, sabini) e la loro annessione. Gli umbri, nei quali si ha forse da vedere l'avanguardia della penetrazione nordica in Italia, avevano già fondato uno stato nella zona dello sbocco del Po.

    La prima costituzione romana, come già quella spartana, ci da un'immagine esatta della stratificazione razziale: i 300 patrizi, che da soli costituivano lo stato romano, corrispondevano alle 300 stirpi latine, che erano quelle dei conquistatori nordici: i plebei, mancanti di ogni diritto politico, erano le popolazioni autoctone, di razza prevalentemente occidentale anche se già misti di estide, dinarico e levantino. Patrizi e plebei, inizialmente, non costituivano una contrapposizione di classi sociali, ma una separazione razziale: i plebei erano i discendenti di genti liguri e iberiche, prevalentemente di razza occidentale. Rimangono delle indicazioni secondo le quali i plebei erano retti da istituzioni matriarcali; mentre i patrizi di razza nordica avevano usi patriarcali, sui quali si insiste in modo particolare nelle loro leggi (patria potestas) (2).

    L'educazione alle virtù civiche e le abitudini semplici e guerriere che erano proprie degli antichi romani ricordano sotto molti aspetti le costumanze nordiche pure documentate per l'Islanda nei secoli X e XI; e perfino nelle espressioni verbali della lingua latina si è trovato molto in comune con quelle usate nelle saghe islandesi. C'è poca informazione sulla storia delle popolazioni locali preromane; comunque sembra che esse mancassero completamente della dura volontà e del senso di decisione dei romani. I romani biondi non si fidavano delle genti scure: il detto "Romano, non ti fidare di chi è 'nero'" (hic niger est; hunc tu, Romane, caveto!), del quale da notizia Grazio (Saturnali, I, 4, 85) risale probabilmente ai primi tempi della romanità, con le sue contrapposizioni nordico-occidentali. Naturalmente, Grazio non poteva ormai sapere quale fosse l'origine di questo adagio.

    Gli scopi eugenetica erano raggiunti con l'uccisione dei nati deformi, comandata dalle legge delle dodici tavole (1).

    Ma questo sembra che avesse condotto ad abusi; e difatti le leggi romane posteriori tesero a favorire la prolificità, pur senza dimenticare le misure eugenetiche. Ancora Seneca (2) scriveva: "Noi affoghiamo i deboli e i deformi. NIon è la passione, ma la ragione, che ci indica che chi è valido deve essere distinto da chi non lo è"; ma ai tempi di Seneca (circa 41 d.C.) sembra che questo fosse più un consiglio che la descrizione di una pratica fattuale. A idee eugenetiche consapevoli arrivarono alcuni romani soltanto quando la denordizzazione e la degenerazione avevano ormai acquisito proporzioni incurabili.

    La legge delle dodici tavole, che costituisce il documento primordiale del diritto romano, è il risultato di una regolamentazione giuridica delle relazioni fra patrizi e plebei. Sotto la repubblica ci furono i primi cambiamenti importanti nella stratificazione sociale. Il console P. Valerius Poplicola fece passare leggi mirate ad assicurargli la simpatia della plebe; con la conseguenza che nel senato penetrarono molti arricchiti che non erano di sangue patrizio (510 a.C.). Ci furono lotte fra la due stratificazioni sociali, ci furono dei giovani patrizi che proposero di ristabilire la monarchia, i plebei si ritirarono sul Monte Sacro per costringere lo stato ad accettare le loro pretese, le stirpi patrizie finirono anch'esse per essere divise da litigi; e finalmente fra patrizi e plebei si arrivò ad accordi di compromesso che però significarono l'inizio della mescolanza razziale. Nel 445 a.C. la lex-Canuleia de connubio rese legali i matrimoni fra patrizi e plebei. Prima, i figli di matrimoni misti appartenevano alla pars deterior o, per usare un'espressione legale tedesca antica, alla ''argeren Hand" ['colui che è sottomesso']; e così il sangue della classe superiore , era mantenuto puro. In seguito, i figli vennero ad appartenere alla classe del , padre; e così il limite fra le razze venne cancellato. E questo, alla lunga, portò anche nella plebe un quantitativo tale di sangue nordico che proprio fra i plebei poterono insorgere famiglie di eccellente mentalità nordica, che ebbero una notevole influenza nella nobiltà burocratica (nobilitas) fino ai tempi delle guerre puniche.

    Il progressivo cambiamento della costituzione romana può essere riportato ai cambiamenti che seguirono nella stratificazione razziale. Il sangue nordico si inaridiva lentamente; nordici erano soprattutto i guerrieri che combattevano e morivano per la grandezza di Roma; e i funzionari che amministravano le terre conquistate. Il confronto con i celti, genti nordiche che irrompevano dal Nord, portò a lunghissime guerre nelle quali si scontrarono le rispettive classi dirigenti, nordiche da una parte e dall'altra. Il sangue nordico si disperse al servizio della patria. Catone fu un genuino romano (morto nel 149 a.C. appartenente all'alta nobiltà, egli fu maestoso, un grande patriota e un genuino uomo di stato e combattente nordico. Secondo Plutarco (e anche secondo una certa poesia canzonatoria) egli era biondo e aveva gli occhi azzurri; ma m possibile che già ai suoi tempi il tipo nordico non fosse più tanto abbondante, nomi paleoromani, che venivano scelti per indicare i tratti nordici delle persone (come Fulvius, Flavus, Rufus, ecc.) continuarono a essere usati anche dopo, per inerzia, oppure proprio perché nei tempi di decadenza i capelli biondi erano divenuti così rari. È probabile che le guerre civili abbiano contribuito parecchio alla distruzione dello strato nordico, perché in ambedue i campi a cadere erano ogni volta i dirigenti nordici, oppure rimanevano vittime della vendetta dei vincitori. E' ben noto come Mario, dirigente dello strato plebeo, dopo aver vinto Siila (il duce della nobiltà, che Plutarco ci descrive come biondo dagli occhi azzurri), avesse fatto strangolare moltissimi uomini eminenti della nobiltà; come Siila, più tardi, si fosse vendicato nella stessa sanguinaria maniera contro i dirigenti a lui ostili. I casati nobiliari della Roma antica si estinsero anche perché, sotto la pressione di una alta tassazione, riducevano sempre più la loro discendenza attraverso una limitazione consapevole delle figliolanza. I Fabi si erano dovuti dare una legge privata secondo la quale bisognava obbligatoriamente allevare ogni bambino nato nel loro casato. Ma la malaria, le guerre, le guerre civili, la dissoluzione etica e l'estensione del potere su di tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, non potevano se non diluire sempre di più lo strato nordico, soprattutto quando si consideri che non c'era più alcuna immigrazione nordica. La diminuzione della classe contadina, come conseguenza delle importazioni di grano provenienti dalle colonie, ebbe conseguenze fatali per il nerbo razziale di Roma (come fu molto più tardi il caso dell'Inghilterra). Sembra che nei paesi di campagna un salutare tipo nordico si sia mantenuto più a lungo che altrove; e perciò la diminuzione della classe contadina comportò una rapida denordizzazione e degenerazione. Eppure, ancora sotto l'impero, a Roma rimaneva una classe dirigente abbastanza nordica.

    La caduta della repubblica coincise con la scomparsa degli ultimi uomini che incarnavano la Roma nordica. La sconfitta di Bruto, di Cassie e dei loro alleati significò il collasso dell'ideale repubblicano e di quel che rimaneva della nobiltà romana. Avevano assassinato Cesare, capo del "popolo", il che, a quei tempi, significava ormai le classi inferiori urbane. Ma i progetti monarchici di Cesare sopravvissero alla sua morte e trionfarono sugli ideali repubblicani, che non avevano trovato per rappresentarli alcun dirigente valido. Cesare è l'esempio principe di un uomo dalle immense capacità al servizio della "vita calante" di un tempo di decadenza. Egli fu il fondatore dell'impero romano che, un poco alla volta, come conseguenza della deriva razziale, acquistò i tratti di una monarchia medio-orientale e finì per divenire l'involucro di lusso di un mondo putrefatto.

    Un poco alla volta la nobiltà scomparve dalla vita romana. L'ultimo a estinguersi fu il casato dei Calpurni, che fino all'ultimo produsse delle nobili figure (ancora fino alla fine del I secolo d.C.). Gli imperatori non di rado si vedevano costretti ad accattivarsi il favore del "popolo" per mezzo di azioni di -violenza contro le persone più nobili che ancora rimanevano. Al posto della contrapposizione razziale arcaica fra patrizi e plebei, ai tempi dell'impero era ' intervenuta la contrapposizione fra ricchi e poveri. I vecchi casati rimanevano impoveriti se rifiutavano di entrare nei giri di affari delle grandi città, i quali in tempi imperiali diventarono sempre più scellerati. A partire dal 122 a.C., a fianco della vecchia nobiltà venne accettata anche una 'nobiltà' del censo, gli equites, maggioritariamente elementi arricchiti provenienti dalle classi inferiori, che già negli ultimi tempi della repubblica eseguivano speculazioni finanziarie e la cui vita privata era particolarmente sensuale. Il loro pessimo esempio fu una delle cause principali della decadenza dei costumi; e le loro manipolazioni finanziarie portarono al logoramento della classe dei liberi - la classe media romana - e allo snaturamento etico della classe dei funzionari; al punto che anche Cesare (nella sua De bello gallico, I, 39,40) faceva dei commenti sulla loro nefasta influenza (1). Questi grossi capitalisti comperavano le proprietà terriere e così l'Italia da terra di contadini passò a essere una di latifondi, mentre grandi estensioni vennero abbandonate (latifundia perdiderunt Italiani). La decadenza dell'Impero Romano, della quale tanto si è parlato, incominciò in Italia. La religione romana antica, che imponeva la discendenza, era da tampo dimenticata. L'importazione di schiavi portò non poco sangue levantino in una terra già impoverita del suo proprio sangue. Le leggi che tentavano di mettere rimedio alla denatalità non attaccavano il male - la degenerazione dei costumi - alla sua radice. Allora come adesso, gli strati sociali con le peggiori caratteristiche genetiche erano i più prolifici: e in quel modo si arrivò alla degenerazione e alla denordizzazione, entrambi fattori che resero gli ultimi tempi di Roma così orrendi. Plinio se ne rese conto, ed elogiava i primi tempi di Roma, quando non c'era ancora bisogno di medici; ma ormai era troppo tardi per una ripresa. Era il proletarius (da proles = figliolanza) a determinare, con la sua vittoria numerica, le circostanze dell'impero in rovina (2). Il sangue delle centinaia di migliaia di schiavi e di liberti procedenti da tutti gli angoli del mondo allora conosciuto aveva fatto dell'impero romano nient'altro che una discarica razziale. E l'eliminazione di tutte le barriere razziali fu sancita giuridicamente dalla concessione della cittadinanza a tutti i cittadini liberi dell'impero (lex Antoniniana). Questa legge fu promulgata nel 212 d.C. sotto Caracalla, figlio di un africano e di una siriaca (Fig. 238), egli stesso una spaventosa figura di degenerato criminale. Questa estensione del diritto alla cittadinanza "fu salutata con comprensibile giubilo da tutti i proletari dell'impero, perché adesso il socialismo accattone del governo romano, la distribuzione di granagle, ecc. arrivavano anche alle plebi di quelle città che, attraverso qualche speciale decreto, non avevano ancora ottenuto la cittadinanza" (1).

    I pochi ancora nobili e consapevoli non potevano se non cercare quella dignità e tranquillità che ancora si potevano conservare in mezzo alla decadenza e al disfacimento generalizzati. Ormai non si poteva intraprendere più niente. Ai migliori fra i romani non rimase se non rivolgersi allo stoicismo, una filosofia diretta al singolo e mirata ad aiutarlo a sopportare un destino opprimente. Lo stoicismo (dovuto a Zenone e a Posidonio, Figg. 221 e 222), una filosofia della probità, che rifiutava ogni ozioso gioco di parole e insisteva su di una condotta onesta, ma che nel contempo esortava alla tranquillità e alla estraneità dal mondo, probabilmente attrasse quelle genti che ancora in quei tempi di disfacimento avevano una natura nordica e che in mezzo alla dissoluzione dell'Impero Romano tenevano alla propria dignità. Anche lo scritto di Cicerone "Dei doveri" (de officiis), di ispirazione stoica, rivela una natura virile e nordica in quei tempi crepuscolari.


    --------------------------------------------------------------------------------

    Il cristianesimo in espansione fu inizialmente la religione degli strati infimi della popolazione romana, per la quale la cultura dei romani liberi era tanto estranea come poteva esserlo il pensiero e l'arte ellenica. La sua origine e la qualità razziale dei suoi primi aderenti lo ponevano molto più vicino alla mentalità levantina che a quella nordica dei romani e degli elleni antichi. Le leggi promosse dal primo imperatore cristiano, Costantino, proibirono l'esposizione dei neonati - una pratica che persisteva da moltissimo tempo e che in origine aveva avuto obiettivi eugenetici ma che probabilmente era decaduta a un fatto puramente criminale. La chiesa cristiana di stato aperse orfanotrofi, nei quali però venivano allevati anche i ciechi, i sordi, i mutilati e i deformi, permettendo così anche la loro riproduzione "e un bene fu accompagnato da un male" (1).


    --------------------------------------------------------------------------------

    Da un'esame generale dello svolgimento della decadenza di tutti i popoli a dirigenza nordica, risultano delle caratteristiche comuni che io, nella mia "Rassenkunde des deutschen Volkes [Composizione razziale del popolo tedesco]" ho descritto come segue: dallo studio dello sviluppo della nordizzazione e poi della denordizzazione di tutti i popoli di lingua indoeuropea, è possibile dedurre una teoria strutturale della diffusione e della sequenza storica della razza nordica; che mette in risalto tutti i tratti comuni sia dell'insorgere che della scomparsa di tutti i popoli culturalmente nordici. La forma sociale e quella politica - entro i limiti in cui, per quei tempi arcaici, si possano usare queste espressioni - cambiarono soltanto con l'abbandono delle sedi originali. Dove la razza nordica rimase pura e abitò ambienti chiusi, c'era una forma di sovranità popolare amministrata dagli uomini più illustri delle diverse stirpi. Nelle regioni razzialmente pure ci poteva anche essere un ordine politico repubblicano, perché tutti gli abitanti erano realmente liberi e uguali, e qualsiasi stratificazione poteva esserci solo come risultato della capacità e attività specifica di determinati gruppi, e poteva durare soltanto fino a che queste differenze di capacità e di attività si fossero mantenute. La sovranità del popolo, una forma repubblicana, poteva affermarsi e sostenersi fra gli islandesi nordici, fra i nordici abitanti della Dithmarsch e, nei tempi arcaici, in tutte quelle zone dove la popolazione fosse nordica pura. Ma non appena la terra d'origine veniva abbandonata, le forme aristocratiche divenivano necessarie, con il monopolio del potere da parte di una nobiltà o una monarchia. Il gruppo nordico attraversava terre aliene e sottometteva a sé genti aliene sulle quali esercitava il dominio sotto la forma di classe dirigente nobiliare o contadina. Per esercitare il dominio bisognava costruire castelli; ed è significativo che nella patria originale dei nordici, la Germania Nord-occidentale, non ci siano castelli. Ed è ugualmente significativo che le fortificazioni segnino le vie seguite dai conquistatori nordici, all'interno dei quali stavano le abitazioni e gli spazi di riunione costruiti con spigoli ad angolo retto.

    Le migrazioni nordiche verso l'Europa meridionale e orientale ebbero luogo a seconda che si muovessero i popoli dominatori provenienti dall'Europa Nord-1 occidentale; e non ebbero il carattere di infiltrazioni più o meno lente, ma di conquiste.

    Con una successione di lotte e di guerre il destino portò ogni raggruppamento nordico verso il luogo destinato a essere la sua sede stabile. Una volta che i popoli nordici divennero radicati in una certa regione nella quale l'immigrazione nordica a un certo punto si interruppe, incominciarono i processi che portarono alla formazione di nazioni nordiche diverse le une dalle altre. La classe dirigente in definitiva non si sentì straniera, ma piuttosto considerò sé stessa come la nobiltà e il contadinate di un certo e quale popolo -oppure come un certo insieme di stirpi all'interno del medesimo (in tutti i popoli di lingua indoeuropea la vita associativa era basata sul concetto di stirpe, questa a sua volta essendo formata da diverse famiglie, rètte da capi aventi un potere limitato). L'unione statale di quelle stirpi per formare un popolo sottomesso a un re costituisce uno sviluppo posteriore della vita associativa. Ma la combinazione delle due stratificazioni razziali per formare un unico popolo al quale ambedue si sentissero appartenenti era ancora da venire. Nella loro consapevolezza storica, questi popoli vedono sé stessi come entità chiuse: il greco nordico vede nel macedone nordico il suo nemico; il romano nordico (patrizio) vede nel celta nordico il suo nemico, e lo affronta quale difensore anche dello strato inferiore (plebeo), occidentale ed estide. In questo modo si preparava la fusione delle razze. Fu un lento cambiamento: finché sussistettero la nobiltà e la monarchia e sussistette ancora una netta consapevolezza di classe, quelle che erano state divisioni razziali poterono permanere come divisioni di classe. I tempi di chiara scissione sono anche i tempi eroici dei singoli popoli a dirigenza nordica. In un turbinìo di intelligenza, di viaggi e di lotte il popolo si innalza verso quegli estremi di potenza poi cantati dalle poesie indiane e persiane antiche, dall'Iliade ellenica, dal Beowulf anglosassone, dall'Edda, dalle saghe islandesi e dalla Nibelungenlied tedesca. Le genti superiori di quei tempi si pongono sempre la stessa domanda: e cioè se tutte le loro azioni siano degne dei "padri"; essi hanno una ferrea legge dell'onore, danno grande importanza al proseguimento della stirpe, scelgono la propria consorte quasi sempre nelle altre libere stirpi e sposano le loro figlie entro le medesime. Quelle stirpi che erano particolarmente famose per le loro capacità e attività, stringevano patti matrimoniali. I piccoli deboli o deformi erano esposti o uccisi (1). La prima legge era l'eroismo; e il singolo pensava meno a sé stesso che all'onore di stirpe e casato. Si esigeva che tutte le vecchie leggi, della vendetta, della tenzone singolare, dell'eredità e della religione, fossero esattamente tramandate. Valevano gli obblighi della fedeltà verso sé stessi, fedeltà agli altri membri della stirpe, difesa ed espansione del dominio del popolo che si fosse costituito e al quale si appartenesse; erano apprezzate la liberalità, la magnanimità, la nobiltà, la sincerità, l'autostima. Il "colorito innato della decisione" (2), questo 'colorito' genuinamente nordico, era proprio degli uomini nordici nei loro primi tempi. Così insorse l'etica arcaica dei popoli a dirigenza nordica, che non cessano mai di sorprenderci per la loro istintiva comprensione delle leggi della purità del sangue, della discendenza sana e dell'onore guerriero.

    Già il fatto che lo strato dirigente nordico fosse diventato, assieme a quello sottomesso non-nordico, un 'popolo' aperse le porte alla possibilità degli incroci razziali. Ogni cambiamento di costituzione potè pregiudicare le delimitazioni razziali: e questo gli studi storici ce lo fanno adesso percepire. Con la diminuzione numerica delle classi superiori, quelle inferiori si spingevano con crescente successo verso posizioni di potere. Di conseguenza la miscelazione razziale progrediva perché il "popolo" (il demos, la plebe, le caste inferiori) era riuscito a intaccare le frontiere fra gli strati sociali; e questo molto frequentemente succedeva sotto la dirigenza di individui di razza nordica che, per qualche ragione personale, erano diventati odiatori della nobiltà. Lo strato inferiore acquistava diritti; molti dei suoi componenti si erano arricchiti e il loro denaro li rendeva influenti nello stato. Così, poco alla volta, si era arrivati a una "sovranità popolare"; che però ora aveva un significato del tutto diverso da quello che poteva essere nelle zone a popolamento nordico puro, dove i liberi erano fattualmente uguali nella loro propria terra (3).

    Ora la sovranità popolare non significava nient'altro che massificazione, dove non si sopportavano più gli uomini migliori. Questo fu illustrato sinistramente dal filosofo Eraclito da Efeso, proveniente dalla nobiltà, che dopo avere soppesato la qualità dei suoi conterranei, concludeva che avrebbero fatto bene a impiccarsi tutti, uno dopo l'altro, in quanto essi stessi affermavano che "fra di noi non ci deve essere alcuno migliore degli altri, e se ci dovesse essere, dovrebbe andarsene da qualche altra parte" (1).

    E la massificazione fu pilotata da singoli rivoluzionari e dal denaro degli arricchiti non-nordici; le costituzioni divennero costituzioni fatte per la massa. A valere non erano più la proprietà terriera e il casato, ma il possesso di denaro; e la classe nobiliare, che deteneva la proprietà terriera, si impoverì in relazione agli arricchiti non-nordici. La povertà portò i nobili a problematici accordi con la classe degli arricchiti, e molti dei suoi componenti incominciarono così a degenerare. Le condizioni capitalistiche sono sempre un'avvisaglia di un cambiamento negli equilibri razziali e portano a una rapida decadenza della classe superiore nordica. Il greco Teognide, conosciuto poeta elegiaco e moralistico a cui toccò vivere uno di quei periodi di cambiamento, e che rappresentava il punto di vista nobiliare, dice chiaramente che "La ricchezza ha inaridito la razza".

    Dal punto di vista razziologico è molto significativo che l'arricchito venisse notato e trovato ridicolo. La ricchezza era considerata nobile soltanto se consisteva in proprietà terriera e apparteneva a una classe razzialmente all'altezza di poter essere educata alla dirigenza e alla proprietà; per la quale la ricchezza non era un bene intrinseco ma serviva alla diffusione del suo potere, all'accumulazione di tesori e al potenziamento del suo onore. Invece, quando è in mano a uno strato sociale che non ha questi alti ideali, la ricchezza è qualcosa di volgare; e questo succede nel momento in cui in un popolo culturalmente nordico essa giunge in mano agli elementi di genti non-nordiche. Queste non hanno nel sangue quel'approccio alla vita che permette di essere ricchi anche senza essere spregevoli. L'arricchito, per il quale il potere e la proprietà sono estranee al sangue, viene da queste spinto alle esagerazioni e all'imitazione, nel vestiario e nei movimenti, delle classi nordiche; e, diventando spesso dimentico del suo ruolo di attore, si rende in tal modo ridicolo. Le figure del "millantatore", dell'arricchito, dell'arrivista sono molto rare nella razza nordica. Quando un uomo nordico da povero che era diviene ricco, conserva comunque il carattere della sua razza appartenente per natura a una classe alta. Quello che invece fa l'arrivista ridicolo e scostante è il suo volere imitare il comportamento nordico (2).

    Nella storia di tutti i popoli culturalmente nordici c'è un momento in cui affiora la figura dell'arricchito divenuto politicamente influente - egli è raffigurato spesso dagli scrittori satirici romani - e quello è il momento del rovesciamento razziale. Da quel momento in avanti la decadenza di quei popoli diviene sempre più rapida.

    Le spaccature sociali diventano visibili nella vita giornaliera. Le classi inferiori divengono ricche; e quelle componenti sociali che di per sé non avevano alcun senso dell'onore, senza alcuna remora imposta da una qualsiasi dignità, usano fino in fondo la loro nuova potenza finanziaria. Tutto diventa comperabile: lo stato, i capelli biondi che danno l'apparenza di nobiltà, gli stessi titoli nobiliari. Gli ideali della vecchia classe dirigente divengono ridicoli per un popolo che non è più lo stesso; i tempi eroici ormai appartengono al passato remoto. E costumanze che erano proprie delle popolazioni locali prenordiche tornano ad affiorare. Le norme morali cambiano; e le stratificazioni sociali divengono indefinite, soprattutto come conseguenza dell'insorgere dei nuovi ricchi. Gli incroci razziali hanno squassato la nobiltà; e i nuovi ricchi, che determinano le politiche statali, si rivolgono contro i contadini liberi, i quali, ormai, sono i portatori di quel che rimane di un sangue nordico più o meno incorrotto. Le campagne vengono abbandonate e le città crescono. Il meticciato (Lundborg: "il caos del sangue"), aggravato dall'immigrazione di individui razzialmente allogeni, da origine alla plebaglia urbana, una massa che, come conseguenza del suo sangue composito, è incapace .di carattere e può essere manovrata a piacere. La Roma della decadenza è l'esempio principe di questo tipo di situazione.

    I tempi arcaici erano ancora caratterizzati da una condotta che manteneva un certo inconsapevole ordine razziale e senso dei valori; ma poi venne a completarsi quel cambiamento che favorì piuttosto la continuazione degli elementi geneticamente peggiori, portatori di tratti ereditali malaticci. La qualità non è più il criterio fondamentale di selezione ed essa viene sostituita dal caos genetico delle grandi città: chi vuole fare un 'buon matrimonio' non cerca una ragazza di buon casato, ma la figlia del ricco, anche se è portatrice dì tare ereditarie. Quando c'è un rifiuto di prendersi delle responsabilità verso le generazioni venture, si arriva a generare un numero crescente di bambini che in altri tempi sarebbero stati esposti o uccisi. L'unico deforme nominato da Omero è Tersite; invece gli scrittori romani del Basso Impero danno elenchi interminabili di individui degenerati o somaticamente deformi. In quei tempi crepuscolari non esisteva alcuna preoccupazione per quel che potesse avvenire nei tempi futuri: le persone onorevoli venivano volentieri assassinate o esiliate (ostracismo, proscrizione, persecuzione religiosa, esilio in massa della nobiltà), eliminandoli in quel modo dal patrimonio genetico della collettività. I processi degenerativi si acceleravano al punto che in brevissimo tempo cambiava tutto l'aspetto della popolazione. La ricchezza finanziaria, consapevolmente o no, favoriva la degenerazione e l'insorgere della plebaglia, in quanto questi fenomeni le convenivano: la massa è molto più inclinata di un'aristocrazia a cadere sotto l'influenza anonima di chi manovra l'invisibile ricchezza monetaria; il quale può offrirle vettovaglie e divertimenti gratuiti per poi utilizzarla contro gli ultimi ad avere ancora qualche, sia pure scarsa, ricchezza tangibile sotto forma di proprietà terriera.

    La proprietà della terra, ancora in tempi di decadenza avanzata, era rimasta in mano a classi sociali di antico casato che conservavano ancora alcuni tratti nordici; ma alla lunga finì in mano dei finanziocrati urbani. E nei tempi ultimi dell'Ellade e di Roma, fra gli arricchiti delle grandi città abbondavano gli elementi dai tratti razziali levantini - e sappiamo la razza levantina essere particolarmente dotata per il commercio e per lo psicologismo (cfr. Gap. 4). Gregorio di Tours (morto nel 594) ci informa di commercianti ebrei e siriaci residenti in Gallia; e gli ebrei e i siriaci sono popolazioni con una forte componente levantina (cfr. Fig. 242).

    Gli ultimi tempi, sia di Roma che dell'Ellade, sono caratterizzati dalla mancanza di persone di alta levatura - il sangue nordico era in massima parte inaridito - nonché dal predominio, più o meno invisibile, di alcuni finanzieri e della plebaglia che ormai costituiva la maggioranza della popolazione, sempre più razzialmente plurima e sempre più degenerata, fino ad arrivare allo spopolamento di regioni intere. Le notizie che ci vengono dall'antichità ci descrivono lo spopolamento di città un tempo popolose; le terre perimediterranee erano esaurite. Soltanto i discendenti degli schiavi provenienti da terre remote non sentivano alcun disgusto. E intanto migliaia di individui, molti dei quali fra i migliori che rimanevano, abbracciavano volentieri il monachesimo, raccomandato dal montante cristianesimo, voltando le spalle a un mondo in putrefazione e morendo senza discendenza. Ormai si era in pieno "crepuscolo".

    Questo fu l'inevitabile destino di tutti i popoli culturalmente nordici che avessero imboccato una via che portasse, per necessità di cose, alla scomparsa della loro componente razziale nordica. E la discesa si accelerò presso quei popoli che si erano allontanati e poi tagliati fuori dalle loro sedi primordiali nordiche. Indiani, persiani, elleni, romani e, in parte, celti, si isolarono dall'insieme delle popolazioni nordiche; a differenza dei germani, stanziali in zone più vicine alla patria di origine. Un rinnovamento del sangue nordico divenne impossibile presso quei popoli stanziatisi a Sud.

    Si dia un'occhiata ai processi di declino di tutti i grandi imperi e di tutte le culture creative, dall'India al nostro Occidente: ogni volta diviene chiaro come il declino di ogni popolo di lingua indoeuropea sia stato innescato dall'inaridirsi del sangue della razza creativa, quella nordica.

    C'è un libro che attualmente gode di notevole notorietà in Germania e in Europa: "Der Untergang des Abendlandes" [Il tramonto dell'Occidente*]" di Oswald Spengler. L'autore ha dato considerazione a tutti i sintomi del declino della nostra grande cultura; ma non si è accorto della causa del declino, che è la diminuzione del contenuto di sangue nordico all'interno delle popolazioni considerate. Vale la pena di esaminare le affermazioni dello Spengler da un punto di vista razziologico. In quanto segue userò del materiale tratto, da uno scritto da me preparato per la pubblicazione periodica "Beitrdge zur Philosophie des deutschen Idealismus [Contributi alla filosofia dell'idealismo tedesco]" (1).

    L'importanza che viene adesso data al libro dello Spengler giustifica che ci si dilunghi un po' ad analizzarlo, sia pure utilizzando del materiale da me altrove già reso pubblico:"Per Spengler, il cosiddetto approccio antropolgico alla storia non si è ancora dimostrato fecondo - cosa che al giorno d'oggi è però difficilmente sostenibile. Di conseguenza egli arriva a conclusioni sbagliate. Per esempio:Spengler vede nella grecita una specie di anima autoconsapevole, senza storia e senza tempo, 'simbolo di prim'ordine e senza uguale nella storia dell'arte', mentre assicura che gli elleni arcaici, 'improvvisamente', sarebbero 'ritornati' alla costruzione in legno tralasciando temporalmente quella in pietra. E continua: 'Nei tempi omerici, come in quelli vedici, si da il cambiamento dalla sepoltura alla cremazione dei cadaveri, cambiamento non dovuto ad alcuna circostanza materiale'; senza però arrivare alla conclusione esplicita che allora non può essere la stessa 'anima' che si rivela in un caso o nell'altro. Non si rende conto che i conquistatori nordici (ari) che penetrarono in India nei tempi vedici e quelli parimenti nordici (elleni) nei tempi omerici portarono con sé 'improvvisamente' abitudini nordiche proprie della 'qualità della loro anima'. Essi portarono la pratica della cremazione, comune a tutti i popoli nordici (2), e la costruzione in legno (cfr. Gap. 7), che ancora adesso è praticata dai nordici scandinavi. Ne risulta che Spengler non si accorge mai dei condizionamenti razziali dei processi storici; gli esempi potrebbero essere accavallati a iosa. Se Spengler avesse utilizzato un paradigma razziologico per interpretare la storia, si sarebbe certamente accorto che, in senso stretto, non è possibile parlare di un 'invecchiamento' del popolo ellenico o del popolo romano, e meno ancora di un 'nuovo senso della vita' che si sarebbe sviluppato in tempi più tardi. Il popolo greco 'degenerato' non è più quello di prima, di razza nordica, del quale gli scultori ci hanno lasciato l'immagine su marmo. La Roma degenerata non era più da un pezzo la Roma nordica, che aveva fondato un impero mondiale. Il 'nuovo senso della vita' era quello delle popolazioni miste e massificate che, nei tempi di decadenza tiravano avanti una vita opaca e senza creatività; e ogni 'declino', dall'India all'Occidente, fu sempre il segno dell'inaridimento del sangue secondo Kollmann, indicavano un 44% di dolicocefali e un 10% di brachicefali; la popolazione attuale, secondo Ranke, è all'83% brachicefala e solo all'1% dolicocefala. "La Monaco di Baviera del Medioevo e del Rinascimento era tanto diversa da quella attuale quanto adesso può essere una città della Germania settentrionale da una della Germania meridionale" (I).

    La Svizzera, forse, perse parecchio sangue nordico nei tempi in cui i mercenari svizzeri formavano le truppe d'urto di tanti eserciti europei e che molto spesso dovevano pagare con la vita la loro fedeltà: un caso specifico fu quello degli svizzeri che furono massacrati all'inizio della Rivoluzione Francese, quando cadde la Bastiglia.

    La dottrina rivoluzionaria francese, biologicamente assurda (dovuta all'Illuminismo e a Rousseau), secondo la quale gli uomini "sono tutti uguali", finì per abbattere non solo in Francia ma in tutta l'Europa le ultime barriere che tenevano a bada i mescolamenti di razze. Fu allora che incominciarono gli incroci generalizzati, che continuano ancora, e che hanno accelerato la denordizzazione a un punto tale che, per esempio, Schliz potè osservare come, nel brevissimo periodo che va fra il 1876 e il 1898, si diede una notevole diminuzione nel biondismo nel Wiirttemberg (Heilbronn) (2).

    Le fenomenologie di denordizzazione nel popolo tedesco nel secolo XIX sono le stesse che hanno colpito gli altri popoli di lingua germanica e in ciò che segue esse verranno considerate da un punto di vista generale.

    La forte prevalenza della razza nordica fra i grandi uomini della storia tedesca è del tutto evidente. Ci si riferisca alle illustrazioni riportate da Weckmeister nei 5 volumi del suo "Das 19. Jahrhundert in Bìldnisse" [II secolo XIX nelle sue illustrazioni] (1899 - 1901) (3).


    --------------------------------------------------------------------------------

    IL NOSTRO TEMPO, DAL PUNTO DI VISTA RAZZIOLOGICO

    Con il secolo XIX arrivò in tutta Europa l'epoca della rivoluzione industriale, con rapidità variabile a seconda dei paesi, ma dappertutto cambiando radicalmente le condizioni di vita. Le grandi città, punti cruciali di ogni tipo di mescolanza, crebbero rapidamente. Le grandi industrie poterono offrire a un numero crescente di maestranze dei salari sempre migliori, ma il tipo di gente che serviva alla grande industria e che essa attraeva non era più quello dei tempi artigianali, ormai alla loro fine. Allora, si faceva strada nel migliore dei modi l'uomo dotato di giudizio indipendente e capace di creatività nelle piccole cose, il quale aveva le migliori opportunità per farsi una famiglia e allevare una prole numerosa; mentre chi mancava di quelle caratteristiche si trovava in svantaggio e spesso non arrivava a procurarsi quel tipo di posizione che rendeva possibile la creazione di una famiglia. La società industriale, invece, offrì a tanti che non avevano alcuna caratteristica ereditaria di buona qualità, l'opportunità di aumentare di numero. Alla grande industria servivano individui che non avessero il carattere indipendente e solitario dei nordici e per i quali la vita comunitaria nella massa non fosse di peso o che addirittura fosse desiderabile. Questo migliorò, nell'Europa centrale, la posizione degli elementi estidi e baltico-orientali, come in Inghilterra era successo con quelli occidentali. Al contrario, la razza nordica "non riusciva ad adattarsi alle esigenze a lei imposte dalla grande industria. Essa abbisogna di una vita più libera e meno regolamentata e non ha la capacità di sopportazione necessaria per un lavoro monotono" (I).

    Ne segue, probabilmente, che un popolo che abbia ancora un contenuto nordico relativamente alto, corre un pericolo tanto più alto di rovinarsi quanti più elementi nordici finiscono fra le masse operaie delle grandi industrie dove, in ragione delle loro superiori capacità, raggiungono posizioni di dirigenza e di supervisione. Questo tipo di persone può essere simbolizzato dalla testa di un minatore di Meunier (Fig. 305).

    Dove gli ostacoli non siano troppo grandi, la capacità media più alta del nordico comporta che esso si trovi nelle classi superiori e che abbia una famiglia meno numerosa. È assodato che le classi più alte, che in media hanno un contenuto di sangue nordico superiore a quello delle classi più basse, hanno il tasso più basso di incremento numerico. Proprio i casati che dimostrano le caratteristiche ereditarie più salienti sono quelli che vanno incontro all'estinzione con il massimo di rapidità, per cui se la direzione attuale della selezione dovesse continuare ci si dovrebbe aspettare una rapida diminuzione del livello intellettuale europeo. Questo era già stato segnalato da Galton per l'Inghilterra (cfr. Cap. 10). In Germania la situazione è stata resa chiara dall'igienista sociale Grotjahn, il quale, in quanto appartenente al partito socialdemocratico non è sospetto di essere favorevole alle classi alte: "La condizione attuale è tale che le cerchie superiori vengono rinsanguate non tanto dalla loro propria riproduzione ma dall'ascesa di individui singoli provenienti da quelle inferiori; e questo, alla lunga, non può risultare se non in un completo impoverimento della nazione per quel che riguarda la popolazione più abile, intelligente e volitiva" (1).

    Ne segue che, se non ci dovessero essere cambiamenti, si è davanti a quel "declino dell'Occidente" indicato per la prima volta dal Conte di Gobineau. "La continua ascesa degli elementi nordici verso le classi più agiate e più colte fa sì che la loro natalità diminuisca al di sotto del minimo necessario per il rinnovamento delle generazioni. La popolazione del territorio e le classi inferiori possono ancora, per un certo tempo, essere una sorgente di sangue nordico, ma alla lunga esso deve essicarsi ed esaurirsi, soprattutto in vista del fatto che le guerre eliminano in primis gli elementi nordici. I popoli in questione, un poco alla volta, discendono dalle altezze un tempo raggiunte" (2).

    Adesso (contrariamente al Medioevo) i popoli di lingua germanica mantengono la loro entità numerica per mezzo di un flusso di popolazione che dalle clssi inferiori sale verso quelle superiori; mentre le loro zone ancora relativamente nordiche sono soggette a un'immigrazione proveniente dal Sud.

    Tutti e due questi movimenti di popolazione stanno ormai raggiungendo i territori centrali della razza nordica: perfino in Svezia, le provincie più nordiche hanno la più bassa natalità (3).

    La percentuale dei matrimoni, che in Svezia è la più bassa di tutta l'Europa, è anche là, molto probabilmente, più bassa fra le classi superiori più nordiche che fra quelle inferiori. La natalità europea diminuisce da Est a Ovest e da Sud a Nord, cioè in proporzione inversa al contenuto di sangue nordico nelle popolazioni.

    Si è data troppo poca considerazione, fino adesso, al significato del differenziale di natalità fra le diverse classi sociali di un determinato popolo come fattore determinante della sua ascesa o declino. Siemens (1) da un semplice esempio, molto utile per raddrizzare l'opinione che, a proposito dell'evoluzione dei popoli, tanti potrebbero avere: "Se la natalità di due razze, A e B, inizialmente numericamente uguali, ha un andamento di 3:4, già dopo la prima generazione la proporzione A:B non è più 1:1 ma 3:4 (o, in forma percentuale, 43%7%); dopo due generazioni essa è 9:16 (36%:64%); dopo tre generazioni, quindi neanche un secolo, 30%:70%; e dopo 300 anni, se tutto continua nello stesso modo, la razza A, da essere stata la metà del totale sarà divenuta un insignificante 7%".



    La rivoluzione industriale non ha modificato soltanto la stratificazione razziale dei popoli, ma anche la loro eugenetica. Nell'esempio appena riportato si può anche mettere al posto della 'razza A' la parte della popolazione di buona qualità genetica per quel che riguarda salute e senso della responsabilità; e al posto della 'razza B' la parte portatrice di tare genetiche e di inferiorità etica; e questo darà un'idea addizionale del perché l'Occidente sta andando incontro a un suo 'declino". La denordizzazione e la degenerazione sono caratteristiche del declino di un qualsiasi popolo a dirigenza nordica. Il problema della degenerazione - che appartiene al campo della ricerca sull'ereditarietà (eugenetica, igiene razziale) - non sarà trattato in dettaglio in questa sede. Nel secolo XIX si arrivò al pericoloso "attentato dell'industria contro la razza e contro la salute dei popoli", descritto in modo pregnante da Lundborg (*) e che noi ci accontentiamo di indicare per mezzo di un'illustrazione (Fig. 306).

    L'incremento galoppante dei tratti genetici negativi, portato dal secolo XIX, avrebbe dovuto comportare un'attenzione ugualmente forte, in tutti i popoli, per le problematiche dell'eugenetica; attenzione che avrebbe dovuto portare a legislazioni corrispondenti, come adesso si è incominciato a fare negli Stati Uniti. Invece le legislazioni del secolo XIX, per quanto benintenzionate, favorirono la degenerazione e la denordizzazione dei popoli dell'Occidente in quanto improntate di "umanitarismo" - un fatto, questo del quale già Goethe aveva detto che c'era da temere che portasse a una diminuzione della qualità dei popoli, in quanto attraverso T'umanitarismo" si rischiava che "il mondo divenisse un grande ospedale popolato solo da malati e da infermieri" (1). Un male inteso "amore per il prossimo" ha ormai portato i popoli occidentali a un punto nel quale T'assistenza" e le "misure sociali" sono dirette in modo precipuo verso coloro che hanno le peggiori caratteristiche ereditarie: deboli, instabili, scansafatiche, puttane, vagabondi, alcolizzati, idioti e anche criminali. Ormai quasi tutte le "istituzioni per il bene comune" vengono pagate da chi, geneticamente, è migliore, a favore di chi è peggiore. E questo si ripete per tutti i tipi di "assistenza sociale" nei paesi occidentali. Alla parte attiva e geneticamente sana del popolo vengono tolte continuamente grandi somme di denaro e usate per assistere i geneticamente viziati e i criminali; con il risultato, fra l'altro, che questi aumentano anche la loro natalità e che quelli che hanno le migliori caratteristiche genetiche limitano la loro figliolanza per poter pagare delle tasse sempre maggiori. È perfettamente risaputo che i figli di una coppia geneticamente tarata possono costare milioni allo stato nella fattispecie di 'assistenza sociale' (2).

    Presso i popoli europei le cose starebbero in modo diverso se i grandi finanziamenti che sono stanziati continuamente per gli inutili e i criminali, fossero invece indirizzati ad aumentare la prolificità dei più validi. Ma quella perspicacia che negli Stati Uniti ha portato a praticare la sterilizzazione degli idioti e dei criminali non ha ancora raggiunto le legislazioni europee. Le leggi europee moderne non sono altro che un tentativo di "venire incontro" alle necessità giornaliere spicciole degli individui singoli. Manca il coraggio di guardare in faccia le regole rigidissime che determinano l'esistenza dei popoli e manca il senso della responsabilità verso le generazioni future. Le legislazioni europee sono di tipo femminile, piene di compassione per ogni eccezione, pronte a impietosirsi di ogni parassita e di ogni criminale e quindi a dargli "assistenza"; mentre uno spirito maschile si inclinerebbe a volere il rafforzamento dell'insieme, che richiede che si prendano in considerazione le leggi della vita e per il quale, quindi, lo scopo principale deve essere quello di rafforzare la parte della popolazione geneticamente migliore. Goethe, in un'occasione, scrisse che."tutte le leggi sono fatte da uomini e da anziani. I giovani e le donne vogliono l'eccezione, i vecchi la regola". Se egli vivesse adesso si accorgerebbe che le legislazioni europee portano il marchio "dei giovani e delle donne", che esse sono "umanitarie" - cosa contro la quale egli aveva messo in guardia - e che quindi sono fallimentari, perché "rifiutano incondizionatamente di guardare in faccia i fatti non appena quei fatti diventano sgradevoli" (1). La proposizione di Nietzsche, secondo la quale "ciò che cade deve anche essere aiutato a cadere" sarebbe il miglior fondamento per una legislazione che, per quanto apparentemente dura, servirebbe a fortificare i popoli. Quella "compassione" che fa da fondamento alle nostre leggi attuali - e che è particolarmente clemente verso quegli imputati che si possa dimostrare che sono "geneticamente sfavoriti" - fa da trampolino perché i tratti ereditari criminali diventino sempre più diffusi. Essa ha aiutato a plasmare il "volto criminale della modernità", descritto da Aschaffenburg ("Das Verbrechen und scine Bekàmpfung" [La criminalità e la sua soppressione], 1923) - si faccia il confronto invece con il diritto consuetudinario germanico, del quale si è parlato al Gap. 9. - Quanto segue è quel che l'igienista sociale Grotjahn ha da dire a proposito della degenerazione dei popoli europei: "La prima nazione che riuscisse a mettere tutta la sua organizzazione ospedaliera e assistenziale al servizio della sarchiatura di tutti i tarati, somatici e mentali, si metterebbe in pochi decenni alla testa di tutte le altre." ("Soziale Pathologie" [Patologia sociale], terza edizione, 1923).

    La legislazione degli Stati Uniti d'America ha dato degli esempi eccellenti: essa ha reso chiaro quali sono i mezzi che gli stati devono utilizzare perché l'assistenza sociale non diventi soltanto una specie di incoraggiamento alla riproduzione (2).

    Bisogna trovare il modo per tagliare fuori dall'insieme genetico della nazione la sostanza genetica di ognuno che sia portatore di qualche tara ereditaria, senza però danneggiarlo in modo diretto come singolo. Bisogna fare la differenza fra il "diritto alla vita" e il "diritto a dare la vita" (1). Per tutta una serie di tratti ereditari di malattia e di inferiorità etica vale quanto Grotjahn aveva, a suo tempo, detto a proposito della tubercolosi: "Solo dopo che ai tubercolotici sarà impedito avere una discendenza che perpetui la loro debolezza somatica, sarà lecito estendere a loro ogni tipo di misure medica, infermieristica, economica e di igiene sociale, senza dovere temere che per l'insieme della popolazione ne risultino più danni che benefici" (2).

    Quelle cure che rendono possibile per elementi geneticamente tarati di avere una discendenza, hanno portato a che in tutta l'Europa si diano delle circostanze non dissimili a quelle della Germania, descritte da Kuhn (nel suo raccomandabile libretto "Von deutschen Ahnen und Enkeln [Sugli antenati e i discendenti dei tedeschi]"): "Un calcolo parecchio cauto ci indica che ci sono 240.000 pazzi, 20.000 epilettici, 170.000 alcolizzati, 36.000 ciechi, 18.000 sordomuti e 156.000 disabili e 300.000 tubercolotici in Germania; dei quali un'alta percentuale devono la loro condizione a tare ereditarie. A questi si aggiungono i psicologicamente tarati di ogni tipo e l'esercito dei criminali". La legislazione americana sull'eugenetica ha raggiunto la regolamentazione della sterilizzazione dei tarati e dei criminali; ed è un fatto che gli individui coinvolti desiderano quasi sempre di essere sterizzati, se ciò non implica la distruzione del godimento sessuale. Le esperienze positive che in Nord America si sono potute fare con la sterilizzazione, ha causato che là si sia istituita una commissione per l'ampliamento delle leggi rilevanti alla salute genetica (eugenetic laws [leggi eugenetiche]); secondo la quale, a lunga scadenza, forse un decimo di tutta la popolazione dovrà essere sterilizzata (3).

    Questo porterebbe a uno straordinario miglioramento nella qualità media del popolo nordamericano.

    In Europa sarà difficile che insorga un senso di responsabilità verso le generazioni future tanto forte come negli Stati Uniti. Ma è incoraggiante che, per esempio, in Svezia, la consapevolezza delle necessità reali dell'igiene sociale (uniche sulle quali si può fondare un'assistenza sociale funzionale) abbia portato alla costituzione di un istituto statale per la ricerca sull'eugenetica ("Statene Institutet fòr Rasbiologi") - e l'esempio svedese è stato seguito anche dalla Russia Sovietica -; mentre questa consapevolezza sta insorgendo anche in Germania, soprattutto da quando la diffusione del "Grundriss der menschlichen Erblichkeitslehre und Rassenhygiene [Lineamenti di teoria dell'ereditarietà umana e dell'igiene razziale]" di Baur-Fischer-Lenz ha incominciato ad avere un effetto. Per il futuro della Germania è della massima importanza che, attraverso gli scritti del ricercatore eugenetico socialdemocratico Grotjahn (cfr. sopra), la dottrina dell'eugenetica stia penetrando anche nelle cerehie democratiche e socialdemocratiche, che prima avevano sempre dimostrato verso di loro una notevole diffidenza.

    Gli stati europei e le loro classi dirigenti dovrebbero fare ancora più attenzione ai fatti dell'eugenetica dopo che la guerra mondiale[*] ha esercitato una controselezione spaventosa nei riguardi degli strati più validi della loro popolazione. I migliori rimasero al fronte per quattro anni e molti morirono; mentre intanto i meno validi, gli "inetti", potettero continuare a riprodursi. Le perdite tedesche sono descritte da Lenz (1) nel modo seguente: "Nell'esercito tedesco sono andati al fronte 10 milioni di uomini dei quali il 19% sono morti (dispersi inclusi). Ci si può fare un'idea delle perdite di ogni classe di età facendo il confronto con la popolazione, maschile e femminile, per classe che risulta dal censimento del 1919. Fra le età di 25 a 30 anni il quantitativo di uomini rimane indietro del 26% rispetto a quello di donne, mentre prima della guerra in quelle classi di età c'erano un numero equivalente di uomini e donne. Siccome anche la mortalità femminile durante la guerra aumentò un poco, si deve concludere che per quelle classi di età, includendo i non combattenti, durante la guerra la mortalità fu di più del 26%; e fra i combattenti di oltre un terzo. Nelle classi di età fra 20 e 25 anni gli uomini rimasero indietro rispetto alle donne del 21%; fra i 30 e i 35 del del 18%; e globalmente, fra i 20 e i 40 anni, del 20%. Di tutti i soldati al fronte dai 20 ai 40 anni, ne devono essere morti non meno di un quarto. Il 39,2% degli ufficiali morirono, e fra i più giovani oltre il 50%. Dei sacrifici di sangue analoghi furono subiti dalle classi borghesi istruite. Fra gli studenti e i ginnasiali che si presentarono come volontari, ne morirono la metà; e fra quelli che già nel 1914 si erano presentati, oltre la metà. Non si esagera quando si afferma che la maggior parte del 10% dei giovani più dotati della Germania sono morti in guerra".

    Tutti i popoli che parteciparono alla guerra subirono degli analoghi sacrifici di sangue, e anche peggio. Ma - e questo è importante per la nostra trattazione -: in tutte le guerre europee, e in particolare durante la guerra mondiale, le perdite relativamente più gravi sono state subite dalla classe dirigente nordica. L'uomo nordico è il più dotato come guerriero ed è il primo ad affrontare il nemico. "Già inizialmente egli si trova a essere reclutato in preferenza del resto della popolazione, in ragione della sua corporatura più prestante; e il suo tipo è il più frequente fra gli ufficiali. È il più rappresentante anche fra le truppe d'elite che, nella maggior parte delle guerre, subiscono perdite più gravi che le altre componenti dell'esercito. Egli è molto spesso un ufficiale, e gli ufficiali, in quanto devono esporsi con maggiore frequenza, subiscono perdite due o tre volte più alte che il resto della truppa. Le guerre frequenti hanno perciò avuto la tendenza a diminuire il numero degli individui di tipo nordico e nel contempo a renderlo più grossolano, sia perché i sopravvissuti furono generalmente i meno dotati fra gli stessi nordici (come ve ne sono all'interno di tutti i tipi per via dell'ampio raggio di variazione), sia per mescolanza" (1). Le perdite relativamente più gravi che la razza nordica ha subito in Germania sono indicate dai ritratti che "Woche [Settimana]", pubblicava, durante la guerra, degli ufficiali e dei soldati insigniti con croce di ferro di prima classe, molti dei quali già morti alla data di pubblicazione della loro immagine. Qualcosa di analogo successe in Inghilterra, dove diverse figure nordiche erano riscontrabili sui giornali che durante la guerra pubblicavano la fotografia degli ufficiali caduti. Questo è menzionato da Grani, il quale aggiunge: "Nessun popolo, neanche l'Inghilterra che ha una classe dirigente tanto prevalentemente nordica, può rimettersi dalla perdita di tanto sangue di prima qualità" (2).

    Una parte della nobiltà dei popoli in lotta, come conseguenza di matrimoni misti con ebree, dimostra tratti propri delle razze che costituiscono il popolo ebraico ancora di più delle classi medie e basse di questi popoli. Ma la maggior parte si dimostra ancora prevalentemente di tipo nordico, molto di più della media nelle rispettive nazioni. Comunque, le forti perdite subite dalla nobiltà di tutte le nazioni in guerra hanno contribuito alla loro denordizzazione. L'opinione di un neutrale, il razziologo e storico americano Stoddard (3), che descrisse la nobiltà prussiana come "la più valida e virile fra gli stati nobiliari dell'Europa", può servire come indicatore della controselezione alla quale l'Europa è andata incontro attraverso le perdite al fronte di questa nobiltà; essa fu quella che diede e perse il più grande numero di giovani volontari; nessuno dei quali potè lasciare una discendenza a beneficio del popolo tedesco.

    L'inclinazione della razza nordica, dotata militarmente, a essere in prima linea negli eserciti fu particolarmente evidente negli Stati Uniti, dove il servizio militare era volontario. Nella sua introduzione al libro di Grant, Osborn scrive considerazioni appassionate sull'appartenenza nordica dei volontari statunitensi; e il razziologo francese de Lapouge conferma l'aspetto nordico che egli potè osservare nelle truppe americane. La guerra mondiale fu, per tutti i popoli che vi presero parte, un massacro e un indebolimento genetico che fece rabbrividire tutti quelli che ne capirono qualcosa - e che fu seguito con interesse da tutti i popoli di razze extraeuropee, soddisfatti dalla scomparsa degli strati dirigenti europei, e sostanzialmente accomunati da questa soddisfazione (4).

    In tutti gli stati europei, anche quelli che non presero parte alla guerra, alla profonda denordizzazione dovuta al corso degli eventi bellici seguì una denordizzazione dovuta alla crescente pressione tributaria, che obbligò proprio le classi sociali più ricche di sangue nordico a limitare ancora di più la loro natalità. Il sangue nordico - per dirla con Grant - fu efficientemente inaridito a forza di tasse. La disintegrazione economica delle classi medie, che fece da araldo anche alla decadenza romana (cfr. Gap. 8), colpisce soprattutto l'incremento demografico nordico concentrato in quella classe, diminuendone la prolificità. Le qualità etiche della razza nordica la rendono schiva a fare assegno sull'assistenza sociale, cosa che invece de Lapouge aveva indicato come normale fra gli estidi (1).

    La scomparsa della razza nordica può essere ostacolata soltanto da una rinnovata consapevolezza razziale da parte delle genti ancora prevalentemente nordiche. La domanda è: in che modo è possibile che le genti ancora prevalentemente nordiche possano raggiungere di nuovo la più alta natalità? Se si vuole che ci possa essere una ripresa, questa domanda deve diventare l'imperativo fondamentale in tutti i popoli prevalentemente nordici. La Francia ormai cerca l'assimilazione razziale dei suoi cittadini africani e, politicamente, tende ad avvicinarsi agli estremo-orientali, in particolare ai giapponesi. Quindi, l'idea nordica, capita e sistematizzata per la prima volta dal francese conte di Gobineau, può essere proposta, probabilmente, soltanto ai popoli di lingua germanica. Se le classi dirigenti di questi popoli dovessero accettare l'idea nordica come un bene comune, si sarebbero gettate le fondamenta di una rinordizzazione dei popoli di lingua germanica.

    La situazione razziale degli Stati Uniti d'America non è meno spaventosa di quella della Germania o dell'Inghilterra. Se Ploetz avesse ragione - a suo parere in Nord America c'è ancora il 30% di sangue nordico, ma probabilmente la sua stima è bassa -, là la situazione sarebbe ancora peggio che in Germania. Fino al 1888 gli immigrati provenivano per il 72,6% dall'Europa settentrionale od occidentale; mentre il 1892 fu .l'anno della svolta fatale per tutti gli americani che avessero una consapevolezza razziale, in quanto fu allora che per la prima volta più della metà degli immigrati provennero dall'Europa orientale o meridionale. Nel 1901 gli immigrati provenienti dall'Europa settentrionale erano ancora il 23,7 %; nel 1907 gli immigrati sud- ed est-europei erano il 76,2%. Secondo certe statistiche provenienti dall'America, gli Stati Uniti ricevettero dopo il 1900 ben sei milioni di immigrati classificabili, dal punto di vista genetico, come "inferiori" (inferior) o "molto inferiori" (very inferior). Così anche il popolo nordamericano è sotto la minaccia della degenerazione e della denordizzazione; e la denordizzazione procede a passi accelerati perché le classi più nordiche hanno un natalità spaventosamente bassa (2).

    Grant caratterizza la situazione come segue; "Noi americani dovremmo renderci conto che l'ideologia altruistica, che ha guidato lo sviluppo del nostro popolo negli ultimi secoli, e la sentimentalità dolciastra (maudlin sentimentalism) che ha fatto dell'America il 'rifugio degli oppressi', potrebbe trascinare l'insieme del nostro popolo verso un abisso razziale" (1).

    Le stesse fenomenologie che sono attive in Europa sono causa della bassa prolificità dello strato nordico in America. Lo storico dell'ereditarietà svedese Fahlbeck ha dato, come natalità minima necessaria perché la popolazione non diminuisca, 4 figli per coppia. Nelle nazioni di lingua germanica, le coppie con almeno 4 figli negli strati sociali più ricchi di sangue nordico sono molto più rare che fra quelle meno ricche del medesimo. Nei casati che dimostrano qualità ereditarie al di sopra della media, la regola è una posizione economica migliore e un'ascesa sociale. L'incremento nella ricchezza che la rivoluzione industriale ha portato all'Europa occidentale e all'America, è toccato in massima parte alla popolazione prevalentemente nordica. Ma è sufficiente che ci sia un piccolo aumento nel benessere perché la natalità si abbassi. Le qualità dirigenziali della razza nordica e la sua tendenza a migliorare il suo livello culturale, sono causa del fatto che i nordici si sposino tardi. Lo strato nordico è quello che, in ragione della sua capacità di giudizio e di azione, molto spesso si assottiglia al servizio della nazione. Quelli fra i nordici che scelgono mestieri utili ma relativamente male pagati, in ragione della loro preveggenza restringono il numero dei loro figli; e la loro dannosa tendenza a volere avere un "livello di vita consono con la loro posizione sociale" ostacola i matrimoni e limita la figliolanza nelle coppie sposate. La pressione delle tasse colpisce - lo abbiamo già detto - soprattutto le classi più prevalentemente nordiche, le quali devono continuamente sborsare quei soldi che servono per F'assistenza" e la riproduzione di quelli che hanno invece caratteristiche ereditarie scadenti o criminali. E fra le "assistenti sociali" si incontrano spesso ragazze sane e nordiche che, in ragione del loro mestiere, molto probabilmente rimarranno zitelle.

    La situazione attuale - ovvero il pericolo di decadenza - è stata qua e là riconosciuta come tale in Germania, ma soprattutto è stata riconosciuta in Nord America. I risultati della ricerca eugenetica incominciano a penetrare nelle coscienze dei più intelligenti, rendendo possibile l'insorgere dell'ideologia nordica.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  7. #7
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Nota introduttiva



    Nota: il presente scritto costituisce la Nota introduttiva a Tipologia razziale dell’Europa di Hans Friedrich Karl Günther, pubblicato dalle Edizioni Ghénos di Ferrara (2003, 224 pagine, 320 illustrazioni, 20 cartine. Costo 20 Euro). Prima edizione a cura del gruppo di studi Ghénos.Traduzione della seconda edizione tedesca (Rassenkunde Europas, von Dr. Hans F. K. Günther,J. F. Lehemanns Verlag, München, 1926) ad opera di Silvio Waldner.


    Sull’utilità della prima parte del presente libro (capp. 1-6), quella più sistematica, data la totale esclusione delle nozioni razziali dall’ambito divulgativo (relegate in un iperspecialismo che quasi si vergogna di trovarsi di fronte al dato razziale, e che per ‘rimediare’ aggioga la ricerca al ‘dogma’ egualitarista), è già stato fatto cenno da parte dell’editore, Invece, vale la pena qui di soffermarsi un po’ di più sulla seconda parte del testo di Günther (capp. 7-12). Essa tratta piuttosto argomenti storici e temi di attualità (quali essi potevano essere negli anni Venti). In particolare, al Cap. 8, l’autore fa una sintesi di quegli sviluppi storico-razziologici che portarono alla decadenza dell’Ellade e di Roma, argomenti che poi egli avrebbe sviluppato in grande dettaglio in due sue opere specifiche mai tradotte in alcuna lingua diversa dal tedesco (eccettuati alcuni stralci in inglese) (1). Indipendentemente dalla fissazione del Günther sull’idea nordica (che aveva certamente i suoi pregi ma che fu portata all’estremo), la lettura di questa seconda parte ha una sua notevole utilità, in quanto vengono prospettate tematiche sociali che, incipienti all’inizio del secolo XX, sono adesso di tragica attualità.

    Quanto alla fissazione sull’idea che l’unica ‘razza portante’ della civiltà europea fosse stata e sia ancora quella nordica, è basata soprattutto su constatazioni storiche; e ‘l’idea nordica’, probabilmente valida ancora diversi secoli addietro, non è detto che continui ad esserlo adesso. Ogni cosa sembra indicare che la ‘razza’ nordica (in termini razziologici più esatti, la sottorazza nordica della razza europide) abbia subito un collasso interno dal punto di vista dell’evoliana ‘razza dello spirito’, con conseguente affievolimento della capacità di retto giudizio. Ne resterebbe, al massimo, una maggiore intraprendenza e, forse, serietà di propositi (ma probabilmente non una maggior intelligenza, laboriosità o inventiva) rispetto alle altre sottorazze europidi – qualità messe a profitto spesso e volentieri da elementi di torbida origine per scopi che con ‘l’idea nordica’ poco avevano a che vedere. Già Julius Evola aveva osservato che la facilità con cui le popolazioni a prevalenza nordica accettarono, quasi tutte, il Cristianesimo prima e il protestantesimo dopo (e l’americanizzazione in tempi recenti), non deponeva in loro favore: contro il veleno psichico biblista, la ‘razza nordica’ dimostrò di avere ben pochi anticorpi.

    Il Günther, poi, dimostra anche lui un'ottusa anglofilia, che si estende anche all’America del Nord – cosa non del tutto atipica della Germania della svolta dei secolo XIX e XX e anche dopo - la quale, per i Tedeschi, fu ancora più esiziale della loro slavofobia, anch’essa spesso ottusa ma che, se non altro, aveva dei precisi radicamenti storici. I ‘fratelli di razza’ anglofobi sono stati la rovina della Germania (e della razza europoide). In riguardo, valgono, fra l’altro, due osservazioni: (a) la ‘nordicità’ inglese (quale che possa essere l’importanza di questo fatto) fu sempre sopravvalutata: la popolazione dell’isola inglese è ed è sempre stata fondamentalmente di ceppo occidentale/mediterraneo; con buona pace del Günther, che va incontro agli anglofobi che hanno orrore di essere confusi con i centro o sud – europei, classificare l’inglese come lingua germanica è, scientificamente, un grossolano errore. L’inglese non è una lingua germanica – e tanto meno una lingua neolatina, nonostante il suo lessico neolatino al 70% - ma un liquame fonetico, grafologico, lessicale, grammaticale e sintattico che ha molto del ‘papiamento’ (3) e che, quale idioma profondamente degenerato, è stato classificato come strutturalmente affine alle lingue bantù (4).


    Silvio Waldner


    (1) Lebensgeschichte des hellenischen Volkes (Storia biologica del popolo ellenico) e Lebensgeschichte des römischen Volkes (Storia biologica del popolo romano) pubblicati ambedue da Franz Freiherrn Karg von Bebenburg, Verlag Hohe Warte, Pähl, 1965 e 1966 rispettivamente. (Verlag Hohe Warte, Tutzinger Str. 46 D-82396 Pähl. Tel: +498808267. Fax: +498808921994)

    (2) Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee, Roma, 1969(3).

    (3) Il papiamento è quell’intruglio di spagnolo, olandese, portoghese e inglese che è adesso lingua ufficiale nelle ex-Antille Olandesi (Curacao, Aruba, Bonarie).

    (4) Dal linguista francese Claude Hagège, Storia e destini delle lingue d’Europa, La nuova Italia, Scandicci, 1995. Da notarsi (!) che l’Hagège è tutt’altro che un anglofobo o un americanofobo.


    Nel dopoguerra, nella più grande operazione di censura e distruzione culturale della storia, anche tutte le opere di Hans Friedrich Karl Günther furono messe all’indice. Il 13 maggio 1946 la Commissione Interalleata di Controllo emanò una legge “sull’estirpazione della letteratura a carattere nazionalsocialista o militarista”. Contemporaneamente si creò nella zona di occupazione sovietica un organismo specializzato (“Schriften-Prüfstelle bei der Deutschen Bücherei”) che intraprese subito la redazione di una nuova lista di libri proibiti (Liste der auszusondernden Literatur). La lista iniziale di 526 pagine comprende 13.223 libri e 1502 giornali proibiti dal 1 aprile 1946. A completamento di questa prima escono altri tre volumi rispettivamente il 1 gennaio 1947 (179 pagine, 4.739 libri e 98 giornali), il 1 settembre 1948 (366 pagine, 9.906 libri e giornali) e il 1 aprile 1952 (circa 700 libri e giornali). In totale furono proibiti poco più di 36.000 libri e periodici editi prima del 1945. Queste liste di proscrizione sono consultabili in quanto ristampate nel 1983 dall’editore antiquario Uwe Berg (Uwe Berg Verlag und Antiquariat, Tangendorferstr. 6, D – 21442 Toppenstedt, Tel. 04173 6625, Fax 04173 6225).
    Un’interessante selezione delle opere di Hans Friedrich Karl Günther è stata messa in rete ed è consultabile al sito http://www.white-history.com/earlson/gunther.htm
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  8. #8
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Tradotti oggi in Italia i suoi controversi studi antropologici
    HANS GÜNTHER: UNA “MENTE PERICOLOSA”



    Per tutta la sua vita, Hans Günther maneggiò idee pericolose. Le idee della antropologia fisica a orientamento innatista-razziale, idee allora assai diffuse non solo in Germania, ma anche in Inghilterra e in America. Sul finire della sua vita – per un discernibile karma – quella pericolosità gli si ritorse contro. Günther fu imprigionato in campo di concentramento. Patì la fame e maltrattamenti per tre anni. Quindi nel 1948 fu liberato, visse come un pesce fuor d’acqua nella Germania Occidentale, ma negli anni Cinquanta ebbe anche l’ “onore delle armi” di essere nominato membro onorario della American Society of Genetics. Günther non era infatti un ciarlatano, piuttosto era quello che gli Americani chiamerebbero “a dangerous mind”.

    Le idee dell’antropologia fisica sono corresponsabili di quanto di grave è accaduto nel XX secolo. E per quanto i danni prodotti dal riduzionismo biologico non siano neppure minimamente paragonabili a quelli del riduzionismo economico di Marx, una macchia oscura permane su quegli studi che con un certo compiacimento approfondiscono il tema delle distinzioni degli uomini in razze. E tuttavia, se non vogliamo fiabescamente considerare gli uomini come angeli senza corpo, è pur doveroso indagare e comprendere – con la massima tolleranza – le distinzioni che intervengono tra i vari gruppi umani. Distinzioni di colori e di forma, di sistemi ghiandolari e di ritmi di crescita. Per questo può giovare rivedere quanto Günther scriveva nel 1925 in Tipologia razziale dell’Europa, oggi per la prima volta edito in Italia dalla Ghenos di Ferrara. La parte più bella, meno spinosa del libro è probabilmente quella in cui l’antropologo descrive gli affascinanti movimenti dei gruppi paleo-europei nella preistoria, il loro incrociarsi, scontrarsi sui terreni selvaggi che ancora portavano i segni dell’ultima glaciazione.

    Sul discusso argomento della distinzione in razze il XXI secolo dovrebbe raggiungere un equilibrio di interpretazione. Oggi il fattore razziale è del tutto escluso dalle considerazioni storiche. Eppure basta guardare la cartina delle confessioni europee per capire che essa in realtà ricalca lo schema delle sottorazze europee... col cattolicesimo dei mediterranei, il protestantesimo dei nordici, l’ortodossia degli slavi etc. D’altra parte l’elemento razza non deve essere esagerato altrimenti non si comprendono molte cose: perché i puri Germani del IV secolo si convertirono ad una tipica religione del Levante? Come hanno fatto i purissimi nordici dell’Olanda ad auto-rincoglionirsi in quaranta anni di stile di vita “caraibico”? E così via.

    Forse bisognerebbe abbandonare lo stesso concetto di “razza”, termine di ascendenza zoologica, equina e reimpostare su nuove basi il discorso. Ma è altrettanto necessario liberarsi da un tabù che è tanto forte come il tabù del sesso nell’Ottocento: il tabù che impedisce di accettare l’esistenza di “nature”, di corporeità (e forse anche di psicologie) differenziate all’interno della generica umanità.


    Alfonso Piscitelli


    Articolo pubblicato su Linea del 7 gennaio 2004.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  9. #9
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    1)Tipo Protonordico, molti ricercatori non differenziano questa tipologia è quasi esclusiva dei cimiteri longobardi essendo pressochè assente in cimiteri simili dei Franchi, degli Alamanni, Merovingi, Goti e Bavari.E’ tipico della Scandinavia dell’Età del Ferro e del periodo delle Volkerwanderungen. E’ assimilabile al tipo nordico ma con fattezze " ancestrali". Il cranio è Iperdolicocefalo e l’altezza è per gli uomini di 1,72 , mentre per le donne di 1,65. La composizione dell’osso è molto grossa e quella della struttura scheletrica molto robusta.

    --------------------------------------------------------------------------------

    2) Tipo Nordico, tipo assimilabile alla codificazione di Razza Nordica dello Ecker (1863-1865) molto frequente nei cimiteri longobardi , la sua tendenza alla brachicefalia dimostra ibridazioni con tipologie locali (Alpine ?). E’ probabilmente il gruppo più consistente e più peculiare all’interno del Volk dei Langbärten.Il cranio è sia iperdolicocefalo che dolicocefalo , senza le caratteristiche del primo tipo, la radice del naso è alta. L’altezza degli uomini varia da 1,68 a 1,74 mentre quella dello scheletro femminile varia da 161 a 172 cm.

    --------------------------------------------------------------------------------

    3) Tipo nordico brachicefalo , è presente soprattutto nei cimiteri germanici occidentali. E’ in tutto e per tutto simile al tipo nordico eccetto per la sua brachicefalia. E’ presente sia in Rugiland che in Pannonia ed anche in Lombardia ( per esempio è abbastanza frequente a testona , dove certamente deriva dalla fusione con etnie alpine tipiche del luogo, questa è una distinzione importante , perché il tipo nordico, tra i Celti, è iperdolicocefalo come il tipo nordico longobardo, e dunque questa rappresenta una variante "locale"). Statura maschile dai 169-170 cm . da notare che , a questo proposito, essa è spesso frequente tra i guerrieri della classe - per così dire " media".

    --------------------------------------------------------------------------------

    4)Tipo Gracile Cro-magnoide , per intenderci è assimilabile a quello che più recentemente si definisce tipo "falico" (caratteristico della Westfalia). E’ presente dal Nord al Sud dell’Europa e comprende anche i nostri cimiteri , è caratteristico di gruppi etnici locali. L’altezza degli uomini è di cm.168-172, quella delle donne ( caratterizzate da una tipologia scheletrica fortemente mascolina) è di 163 cm. Non siamo riusciti a definire il loro tono di pelle. I capelli erano biondi e luminosi, gli occhi grigi e/o blu ma era frequente anche la variante scura.

    --------------------------------------------------------------------------------

    5) Tipo Nordico cro-magnoide , è un tipo misto frequentissimo tra i Langbärten , a lungo lo si è chiamato "Nordendorfer" (Ecker 1865,Hauschild 1921,1926, Kramp1938, 1939,Bauermeister 1955) . E’ un tipo che Ecker assimila tra Franchi ed Alemanni , e probabilmente si è formato nei loro territori di origine oltre che in quelli dei Burgundi. Asmus (1939) lo identifica con tipi risalenti alla dominazione romana e lo chiama "ostdeutsche Langschädel" , l’altezza degli uomini è 1,73, quella femminile 1,65. La forma del cranio è prevalentemente nordica mentre l’aspetto cro-magnoide è caratteristico solo del volto.

    --------------------------------------------------------------------------------

    Varianti presenti nelle sepolture longobarde.

    --------------------------------------------------------------------------------

    1) Tipo Nordico-mediterraneo :è un tipo molto frequente nei cimiteri alemannici , è un tipo non caratteristico tra i Langbärten , viene individuato nel 1939 dall’Asmus col nome di "Aunjetizer" analizzando i resti dei cimiteri del Mecklenburgo e della Pomerania . Saller , nel 1934 , esaminando dei resti nella marca orientale bavarese , egli li individuò come ibridazioni tra elementi autoctoni e invasori romani . L’altezza degli uomini è all’incirca di cm.166 e di un metro e 58 cm per le donne. Pur avendo il cranio di misura mediterranea , i tratti somatici nordici si concentrano nei lineamenti del volto.

    --------------------------------------------------------------------------------

    2) Tipo Cro-magnoide atlanto-mediterraneo . Sia in Pannonia che in territorio italiano , i cimiteri hanno una consistente parte di questi tipi. Nei nostri territori, in particolare , è riscontrabile nei cimiteri non -longobardi dell’"Età berbarica" ( Brescia, Brescia-Gussago ) e si ritiene che sia frutto di fusioni con elementi locali, allo stesso modo come accadeva al punto 3 col tipo nordico-brachicefalo piemontese. In questo tipo il cranio se è dolicocefalo tende al mesocefalo e viceversa. L’altezza maschile si regola sui 170 cm e l’impalcatura dello scheletro è di tipo robusto.

    --------------------------------------------------------------------------------

    3) Tipo Ligure : questo tipo risulta fortemente " disarmonico ", in un testo del 1979 di Istvan Kiszely , l’autore stesso non si spiega le similitudini di questo tipo con il simile ceppo celtico francese . Questo anche perché risulta fortemente mischiato e simile alle tipologie alpina e nordica . La differenziazione viene fatta sulla struttura gracile dello scheletro. L’altezza degli uomini è di cm.160-164 mentre quella delle donne è di 150 cm.

    --------------------------------------------------------------------------------

    4) Tipo atlanto-mediterraneo : Questo è il tipo presente tra i Longobardi tra il Rugiland e la Pannonia , sino all’area padana. Questo tipo è quello che viene fatto risalire quale discendente dei conquistatori romani in diverse zone di passaggio ( Vindabona-Vienna, Ulcisa Castra-Szentendre,Aquincum-Budapest , Szépvölgyi út , Ala Nova-Schwechat, Sopiane-Szombathely... sino a Cividale , Castel Trosino ecc...). Un dato particolare viene dal fatto che , in diversi cimiteri, questo tipo è spesso puro ( il che lascia presupporre ad un’integrazione ma non ad un’ibridazione o ad un assorbimento vero e proprio tra Longobardi e Romani . L’altezza degli uomini è di cm.167-171 , quella femminile di cm. 162-163. Il cranio è dolicocefalo e differente da quello gracile precedente . I tratti somatici del viso nono più "alti".

    --------------------------------------------------------------------------------

    5) Tipo Alpino : definita anche "Razza Celtica " ( Broca ), "Homo Alpinus" (Lapogue, 1889), "Sud-Germanico Brachicefalico" (Vircow). Come il tipo ligure non è mai chiaramente individuabile nei cimiteri longobardi. E’ mischiato e caratteristico di non tutti ma solo di determinati cimiteri. La struttura dello scheletro è più tarchiata ed il cranio è brachicefalo ed il corpo , probabilmente tendeva all’obesità.

    --------------------------------------------------------------------------------

    6) Tipo Alpino-Cromagnoide : questo tipo si è formato nell’area dell’attuale Germania Centrale , tra le Alpi e nella Francia occidentale . E’ associabile alla fisionomia "Est-europea". Il cranio tende alla mesocefalia ma è "chiuso" nel tipo alpino. Può anche essere individuato come un tipo alpino dolicocranico. La struttura scheletrica è snella ma non gracile e la statura media degli uomini è di cm.166-167.

    --------------------------------------------------------------------------------

    7) Tipo Alpino-mediterraneo, è frequente nei cimiteri germanici dell’Europa occidentale e nasce dalla ibridazione tra diversi tipi ; per esempio è presente anche tra gli Slavi (Bach-Dusek 1971), tra gli Alemanni (Abels-Gaebele-Schröter 1972), tra i Turingi (Holter 1929). Sostanzialemte si protrebbe riassumere la sua tipologia in questo modo : cranio alpino e volto mediterraneo , il cranio è meso-brachicefalo. L’altezza degli uomini è di cm . 162, quella delle donne è di cm.154-156.

    --------------------------------------------------------------------------------

    8) Tipo Tauride è un tipo che è fonte di numerose problematiche per la sua identificazione( periodo delle migrazioni nell’Europa del Centro - Nord). E’ associabile al tipo "Dinarico", identificabile anche con quello "armenoide". E’ molto differente dal tipo "Vero - Tauride" dell’Asia Minore e del Caucaso ( Kiszely ). Viene definito anche "Tauride atipico". Dolicocefalo con naso aquilino. Molto frequente in cimiteri alamanni in Svizzera ma presenti in un cimitero franco di Colonia od in aree cimiteriali bavaresi. In Austria, infine , troviamo la variante di questo tipo dal cranio brachi-mesocefalo e dalle ossa del naso prolungate a formare il naso " a becco". Altezza maschile 1 m e 64-66 cm , quella femminile è sui 156 cm. Il viso è lungo e la struttura scheletrica è gracile.

    --------------------------------------------------------------------------------

    14)Tauride - Cromagnoide : Questo è definito come un tipo caratteristico del Rugiland meridionale , si trova con una certa frequenza in Austria. : il gruppo etnico al quale facevano parte questi elementi è dubbio : Heruli o Rugii. E’ una tipologia ibrida tra i due tipi e la struttura delle ossa è solida ma non grossa, la struttura del volto è simile al tipo precedente nella struttura degli zigomi e del naso (aquilino) , tuttavia la massa del cranio è meno lunga ma non compatta come nel Cro-magnoide puro.

    --------------------------------------------------------------------------------

    15)Tipo Tauride Gracile-mediterraneo, E’ la variante più frequente del tipo Tauride nei cimiteri Longobardi( da Várpalota a Tamási , sino a Castel Trosino o Testona ecc....) E’ moòlto presente nei cimiteri Alamanni e probabilmente venne inserito nel Volk Longobardo da questa componente etnica , non è presente nei territori ad Ovest dell’Elba. La struttura del volto è simile al tipo tauride puro con il caratteristico naso ad unco , nella struttura , lo scheletro è gracile ma ben proporzionato ed armonico.

    --------------------------------------------------------------------------------

    16 ) Tipo Franco-Turingio, comune nei cimiteri franchi, turingi e merovingi e caratteristico dei cimiteri longobardi della Boemia, dove è anche caratteristico delle genti locali che non seguirono le fare longobarde negli spostamenti successivi. La struttura di questo tipo ,m nello scheletro , è gracile-mediterranea ma il cranio è dolicocefalo ( con variante dolico-.mesocefala) , l’osso occipitale è fortemente curvo , le ossa del naso sono prominenti e spiccano dal profilo , gli zigomi alti sono un ‘altra caratteristica del cranio . L’altezza è decisamente elevata e caratteristica dei popoli nordici : negli uomini 170 cm e simile quella delle donne (167 cm).

    --------------------------------------------------------------------------------
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  10. #10
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Teorie e verifiche scientifiche : Alfredo Niceforo


    Lo scienziato siciliano Alfredo Niceforo eleborò uno scrupoloso studio dei caratteri fisici e biologici delle popolazioni a sud delle Alpi, riecheggiando Metternich egli affermava : "L’Italia è una , ma politicamente soltanto..." . I suoi studi craniometrici lo associano alla figura di un "Kosinna nostrano" . I suoi postulati si basano sulle teorie già espresse dal Meigs per l’America , dal Kollmann e dal Quatrefages secondo cui "Le Razze ed i Popoli possono perdere e mutare i loro caratteri , ma conservano sempre quelli del cranio "("Compres-rendus de l’Académie des Sciences"1887).
    Migliori ? Peggiori ? Siamo certamente diversi .
    Niceforo divide le popolazioni "italiane" in due razze distinte : gli arii al Nord , i mediterranei al Sud. : "I crani arii si trovano nel Nord-Italia , dominano nella valle del Po , e s’infiltrano più o meno numerosi nell’Italia centrale fino alla valle del Tevere ; i crani mediterranei predominano invece al sud e nelle isole : il che indica una distribuzione ben netta delle due stirpi nei due estremi d’Italia , con una certa mescolanza nel centro"(1) ed ancora "oggi l’Italia è pur sempre divisa, in linea generale, in queste stesse due zone abitate dalle due razze diverse , gli ari predominanti al nord e fino alla Toscana( celti e slavi), e i mediterranei predominanti al sud. E gli attuali ari dell’Italia settentrionale , vale a dire i piemontesi , i lombardi, i veneti , i romagnoli , che appartengono a quella stirpe che venne a invadere l’Europa primitiva , sono perciò - antropologicamente - fratelli dei tedeschi , degli slavi, dei francesi celti ."(2) Involontariamente , date le cognizioni scientifiche dell’epoca , Niceforo fu un assertore del concetto di "imprinting" ante-litteram .Tali teorie , al riguardo delle due stirpi , divennero abbastanza comuni nell’ambiente accademico dell’epoca , prima di venire soppiantate dai nazionalismi guerrafondai . A.Mosso , nell’opera " Le cagioni dell’effeminatezza dei popoli latini"( Nuova Antologia " , 16 Nov. 1897) dice : "La popolazione dell’Italia settentrionale è poco diversa dalle razze anglo-sassoni".
    Per ciò che riguarda i mediterranei , Niceforo suddivide questa categoria in due tipi differenti meditarranei bruni e mediterranei biondi ( che sarebbero assimilabili ai mediterranei inglesi ) e riconduce il tipo mediterraneo "più vicino alla spagnuolo, al greco, che non al piemontese ; e viceversa il piemontese è - per razza - più fratello di uno slavo o di un tedesco di quel che non sia un siciliano ".(3)
    Il Butter fa eco nei suoi "Alps and Sanctuaries" : "Gli italiani del nord sono più somiglianti agli Europei del nord, tanto nel corpo quanto nella mente, di qualunque altro popolo io conosca".
    Il Niceforo parla della nostra famiglia aria come risultante dell’unione di due civiltà : quella dei proto-celti e quella , più tardiva dei proto-slavi , che vennero attraverso le Alpi-orientali , ad occupare la regione veneta e quella bolognese " collocandosi accanto ai fratelli invasori della valle del Po"(4)
    L’opera prosegue per 620 pagine circa , con catalogazioni , tabele numeriche e grafiche : dati scientifici atti a zittire le critiche dei "patriottardi" ai quali egli volle rispondere contro i "Seguaci di una scuola che , alle aprioristiche e metafisiche affermazioni e denegazioni , antepone lo studio vivo e palpitante dei fatti reali , offriamo , come risposta alle critiche e come nuova affermazione delle nostre credenze, questa lunga serie di fatti . I fatti , se non ci sbagliamo , valgono assai più delle parole e delle idee astratte : queste sono carta moneta senza valore , mentre quelli sono moneta in oro . "(5)
    .


    1 In A.Niceforo "Italiani del Nord-Italiani del Sud" , "Le due Razze" p.18-19, Torino 1901
    2 ibid.,p.22.
    3 Ibid., p.22.
    4 Obod., p.20 .
    5 Ibid., "Al lettore", VII -VIII
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 11-05-13, 19:10
  2. Tipologia Razziale dell'Europa -
    Di Avamposto nel forum Socialismo Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 06-10-10, 11:14
  3. tipologia del fesso
    Di Antibus nel forum Fondoscala
    Risposte: 15
    Ultimo Messaggio: 17-11-05, 12:33
  4. Risposte: 8
    Ultimo Messaggio: 27-03-04, 19:07

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito