L'UOMO DEL COMPITO. LA RAZZA NORDICA
LA RAZZA NORDICA
Gli esseri viventi non si lasciano studiare a tavolino, in quanto ben pochi fra di loro hanno il tavolino stesso quale campo d'azione specifico. Perciò, la portata di qualsiasi studio fatto a tavolino non può essere se non limitata: poche fra le possibilità di estrinsecazione dell'anima umana - per es. quelle relative all'attività del burocrate o dell'insegnante - sono tanto legate all'ambiente d'ufficio o alla scrivania da poter giustificare che lo studio di queste modalità di esperienza umana si collochi direttamente nell'ufficio o al tavolino. Ancora più ristretto è il campo d'azione di quelle vite umane che si sviluppano in modo "naturale" dentro a un laboratorio. Per la maggioranza delle persone il laboratorio e i suoi apparecchi rappresentano un mondo estraneo: quando, per ragioni di lavoro, devono avere contatti con i laboratori, esse non vi sviluppano la loro vita spontanea, ma, in un certo qual modo, diventano qualcosa di diverso da ciò che normalmente sono: in altre parole, esseri diversi da quelli che sono quando si muovono nel loro proprio mondo.
Certo, anche le reazioni di un individuo strappato improvvisamente al suo mondo normale per essere gettato in un universo a lui estraneo - la sua timidezza, il suo 'non sentirsi più sé stesso - possono costituire argomento di studio. Quasi tutto può essere investigato secondo criteri scientifici. In questo caso, però, trattandosi di un'investigazione diretta alle proprietà razziali e perciò a elementi determinati dalla natura dell'anima umana, è consigliabile tenere lontana ogni condizione artificiale o eccezionale. Nostro compito è quello di osservare la vita dell'altro, entro i limiti del possibile, quale essa normalmente è. Ciò significa che dobbiamo cercare l'altro - oggetto del nostro studio -, là dove esso si muove seguendo liberamente le sue proprie leggi; e questa condizione non può mai darsi se non nel suo proprio ambiente. Di conseguenza, a noi non viene mai risparmiata la fatica di entrare dentro mondi umani diversi dal nostro. Se vogliamo capire il contadino non ci rimane altro che diventare noi stessi "contadini", in un certo qual modo; se vogliamo capire il marinaio, non possiamo fare altro che navigare insieme con lui e condividerne così la vita. Queste cose le sanno da millenni i poeti, i quali utilizzarono le loro esperienze dirette per dare forma ai loro poemi. Anche gli scienziati spesso lo capirono, riuscendo così a costruire una scienza basata sulla loro conoscenza diretta del modo di vita altrui. Solo nel secolo XIX il concetto di scienza fu drasticamente ristretto, non per ragioni scientifiche, ma a motivo di un'adorazione gretta e antiscientifica del numero. Soltanto quando era esprimibile in cifre, qualcosa poteva valere come vero dal punto di vista scientifico. Solo ciò era "esatto", e solo l'"esatto" valeva come scientifico. Così vaste aree della ricerca, per es. la ricerca storica, furono radiate dalla categoria delle scienze, e la psicologia (la scienza della psiche, cioè dell'anima) fu costretta ad arrestarsi là dove incominciava l'uomo. Gli ultimi tempi del secolo XIX originarono la strana superstizione che la scienza, per poter essere scientifica, debba essere per forza esangue, scialba e noiosa.
La nostra ricerca invece - la ricerca dell'anima delle razze - ha da essere la ricerca dell'umano nell'uomo. Perciò dobbiamo rifiutare la fede cieca nel numero e nella validità esclusiva dei valori misurabili e ponderabili, perché se no l'umano sarà a noi precluso. Per cogliere la vita dell'altri conosciamo una sola via: quella di rendergli visita nel suo proprio mondo, qui convivendo con lui, fino a dove sia possibile. Sappiamo bene che questo ha i suoi limiti. Sappiamo anche del pericolo, sempre presente, di assuefarsi al modo di vivere dell'altro. Ma la ricerca, quanto più procede tanto più perfeziona i procedimenti per tenere lontani gli errori. Nonostante tutto rimarranno sempre fatti residuali da chiarire: frammenti di vita incompresa. Ma perché la nostra ricerca non dovrebbe essere senza fine, perché dovrebbe chiudersi quando era appena incominciata? Le scienze naturali sono molto più vecchie della nostra disciplina: e per questo avrebbero già risolto tutto? Oggigiorno esse non tornano forse a discutere problemi da tempo considerati chiariti? Noi non stiamo meglio di loro, ma neppure peggio. Neppure noi raggiungeremo mai l'obiettivo finale, né avremo mai esaurito il nostro còmpito. L'unica cosa certa che ci rimane è la via da percorrere.
Possiamo incominciare con l'indicare questa via. Ma fino a che non sia reso discernibile, l'elemento vivente di cui ci stiamo occupando, dovrebbe rimanere un segno nel vuoto. Incominceremo perciò col descrivere ciò che la nostra via dischiude; rendendo così la via stessa percepibile.
Per rendere visibile il dato vivente, ci avvaliamo di fotografie. Ciò non implica però che le nostre esperienze derivino da immagini fotografiche. Le fotografie sono mezzi di rappresentazione; e nel contempo strumenti mnemonici, appoggi per la memoria, segni riferentisi a qualcosa di già conosciuto, frammenti di informazione. Non sono strumenti di conoscenza. La conoscenza è ricavata dal dato vivente e precede la fotografia. L'immagine fotografica non è altro che un surrogato di ciò che essa rappresenta. L'essere vivente, di cui ci stiamo occupando, si lascia rinchiudere nei libri solo attraverso immagini. Noi proponiamo delle immagini fotografiche per dare al lettore un'idea dei risultati della nostra ricerca precedente le immagini stesse; non certo per ottenere risultati partendo dalle fotografie.
Fotografie 1 e 2: un contadino della Frisia settentrionale. Le fotografie sono state scattate sotto il sole intenso e brillante del mezzogiorno, in modo che luci e ombre si contrappongono in modo stridente, quasi senza sfumature. Esistono visi che vengono falsificati da questo tipo di illuminazione, perché la luce forte opprime i loro tratti fondamentali e fa risaltare invece quelli secondari. Qui il caso è diverso: la luce forte fa risaltare l'angolosità e l'affilatezza delle superfici, tutte caratteristiche che certamente corrispondono alla natura di questo volto, al quale danno una specifica espressività. Le linee che fanno da contorno a queste superfici strette e affilate danno l'impressione di irraggiarsi da un punto posto sulla nuca (cfr. fotografia 2) e portano con sé un'energia che permea tutta la figura da esse delimitata. C'è una forte tensione in queste linee. Il profilo del cranio parte dalla nuca, si slancia, ampio e piatto, in avanti fino a raggiungere la fronte; si frange poi lievemente sulle sporgenze sopraorbitali; si proietta sulla linea nasale; si interrompe improvvisamente sulle labbra sottili e serrate per proiettarsi di nuovo sulla linea del mento. Lo stesso orientamento direzionale [Richtung] e la stessa successione [Schrittmass] si ripetono nei contorni delle superfici interne di questo viso, per es. negli angoli incisivi tra la fronte e la tempia (Fotografia 2). Questo complesso di linee è ovviamente determinato da un unico stile e da un'unico canone formante che noi ci sentiamo di chiamare lo stile della t e n s i o n e v e r s o l' e s t e r n o [Ausgriff]. Linee di questo tipo risultano anche nel busto e nelle membra di quest'uomo: si indovina la presenza di una forza sottile e imperiosa che già nella sua espressione statica mette in evidenza la tensione verso l'esterno e la prontezza per l'attacco (1).
Quando si parla di "attacco", non si deve intendere necessariamente l'attacco fisico, guerresco; ma piuttosto, in senso generale, la tensione di una certa conformazione animica verso il suo mondo circondante. Volendo approfondire il significato dell'atteggiamento di questa figura, si capirebbe che esso, anche se non inconscio - al momento di essere fotografato, il soggetto era al corrente che lo si stava fotografando - non è neppure artificioso, ma scaturente dal 'sé profondo' di quest'uomo. Questo atteggiamento determina il suo comportamento rispetto al mondo circostante. Sotto il riguardo individuale, quest'uomo è proprietario di un piccolo podere su di un isolotto [Hallig], il che egli considera insufficiente perché non lo tiene occupato al completo. Ma con ciò non si vuol dire che egli ami il lavoro in modo particolare. Il lavoro, egli lo lascerebbe volentieri ad altri, se in quel modo fosse possibile ottenere la stessa realizzazione. Fondamentalmente, a spronarlo è l'impulso a costruirsi una strada che lo unisca al grande mondo esterno, liberandolo così dall'angustia del suo isolotto nella melma del bassofondo. Così, egli non riposa se non per ritemprare le forze per una nuova realizzazione. Nel tempo che gli rimane libero dai suoi lavori di contadino si mette a lavorare alla diga, perché pensa che il riposo lo annoi. Non è né abbiente né istruito, ma nel suo piccolo àmbito egli è un "signore", anche quando fa il manovale alla diga: la sua signorilità non sta nella sua posizione sociale, ma nel suo essere. Qualsiasi cosa faccia, anche l'inserviente, egli la farà sempre in modo signorile. La sua signorilità non può essere distrutta se non annientando il suo essere.
Abbiamo appena parlato di quell'uomo singolo, di quell'"individuo" che ci è mostrato dalle fotografie 1 e 2. Ma i tratti di queste immagini non si riferiscono soltanto a questo individuo. I medesimi tratti si trovano - con qualche variazione - anche nelle immagini fotografiche che seguono. Le fotografie 3 e 4 mostrano il volto di un uomo che, quanto a posizione sociale, è un inserviente. Si tratta di un figlio di contadini svedesi che lavora come cameriere in un albergo sulla costa occidentale della Svezia. A meno che già non lo sapesse, nessuno potrebbe indovinare dalla fotografia che si tratta di un cameriere. Quest'uomo non dispone di alcuna dote intellettuale, caratteriale o fisica particolare, né nutre aspirazioni eccezionalmente elevate: egli è "dentro alla media". Ma tutti i servizi che il suo padrone gli richiede li compie come se si trattasse di còmpiti impostisi da sé stesso: ossia il meglio possibile, in modo da poter sostenere il suo proprio giudizio [Urteil]. Per natura, egli non è particolarmente servizievole e il suo padrone non esercita alcun ascendente personale su di lui. Ciò che egli fa, lo fa come una prestazione per la quale si sente responsabile davanti a sé stesso. Se il suo principale gli dovesse richiedere qualcosa che ai suoi occhi non è giusto, egli rifiuterebbe: senza particolari esibizioni di sentimenti ma con naturale sicurezza. Non potrà mai essere un "servo" nel senso negativo della parola: pur servendo rimane un signore, rimane libero.
Qualcosa di simile si può affermare del giovane operaio (fotografie 5 e 6), oriundo dalla Rosental ai piedi dei Karawanken, nella Carinzia meridionale. I tratti sono intagliati nello stesso modo; anche se esprimono una superiore mobilità animica. Questa superiore mobilità proviene da differenze nella storia di questi due uomini: le fotografie del giovane carinziano sono state scattate nel 1937, quando la lotta nell'Austria meridionale, che avrebbe deciso sull'identità tedesca di quella zona, si sviluppava in modo violento e incandescente. Allora tutti, come questo operaio, vivendo nella continua consapevolezza del pericolo, portavano nei tratti del proprio volto il segno di una rabbiosa decisione. Di questo tipo di esperienze nulla sa il giovane svedese (fotografie 3 e 4): egli appartiene a una nazione che, appartata dalla storia mondiale, ha dimenticato cosa significhi dover lottare per la preservazione della propria esistenza come popolo. La storia imprime l'espressione duratura [währende] nell'aspetto fisico dell'uomo e finisce per rendere diversi coloro che per nascita avrebbero avuto la stessa figura. Ciò è vero non solo per l'individuo ma anche per i popoli e per le generazioni (2). Tuttavia permane il dato determinante comune: lo potremo constatare in séguito.
La fotografia 7 rappresenta una natura dello stesso tipo, innalzata a un livello più alto di responsabilità e dotata di un contenuto più ricco e più significativo. Vi appare il volto di un maestro costruttore di navi, oriundo dallo Holstein, non proprietario ma dirigente di un piccolo cantiere navale sulla costa tedesca. Le fotografie sono state scattate a sua insaputa (ma, ovviamente, non senza la sua approvazione di massima). Esse lo mostrano in piena attività professionale, assorto in calcoli relativi alla costruzione di navi, calcoli che, su richiesta di un terzo, egli faceva in compagnia dell'autore di questo libro. Non si trattava di un incarico importante, ma piuttosto di una verifica occasionale; eppure anche questa veniva fatta con la più alta professionalità e con la massima accuratezza. Per un uomo di questo tipo tutto è un còmpito, anche ciò che è occasionale.
Se idealmente dovessimo sostituire il contadino che lavora alla diga delle fotografie 1 e 2 al costruttore di navi della fotografia 7, ne risulterebbe che: il contadino non potrebbe fare il lavoro del costruttore di navi perché gli mancherebbero le conoscenze e l'istruzione necessarie; in altre parole, gli mancherebbe tutto ciò che dall'esterno può essere impartito a qualcuno - meglio: tutto ciò che un influsso esterno può risvegliare in lui - quando ci siano le necessarie predisposizioni. In questo senso i due individui sono diversi. E possono essere diversi anche in tante altre proprietà animiche: l'uno può essere predisposto all'umorismo e all'allegria, veloce e pronto alla risposta; l'altro meditabondo, ponderatore, ecc. Ma se il Frisone, invece di crescere nel piccolo podere marittimo [Warf] senza alcuna istruzione, avesse avuto le stesse opportunità dell'altro sarebbe arrivato non solo allo stesso livello professionale (perché non gli manca una buona intelligenza), ma eseguirebbe il suo lavoro nello stesso modo che l'altro. Perché si tratta proprio dello stile nel quale egli si esprime anche nel suo microcosmo. Lo si immagini lavorare a una diga, fare l'inserviente, il direttore di un cantiere navale, il commerciante, l'impiegato statale, il soldato, il ministro, il re - si tratterebbe di occupazioni molto diverse, per alcune delle quali la sua misura umana e il suo personale ingegno non sarebbero sufficienti; ma in ognuna egli impiegherebbe il medesimo modus operandi [das gleiche Weise des Wirkens]; in ognuna sarebbe uno che svolge il suo còmpito sotto la sua propria responsabilità, uno che non potrebbe trovar pace se non facendo del suo meglio. E per lui - anche quando senza rimorsi egli si dovesse dare alla pigrizia - il riposo, in fondo, non significherebbe se non l'accumulare forze per nuovi còmpiti.
Quelli che chiamiamo semplicemente i modi di comportamento, i modi in cui si agisce e si hanno esperienze, non sono inclusi nelle proprietà del carattere sopra descritte; così per es.: nelle qualità di essere allegro, scherzoso, pronto, meditativo, calcolatore, ecc. Gli uomini possono essere allegri e scherzosi oppure meditativi e calcolatori in modi molto diversi. Questa differenza fra le qualità prese singolarmente e il modo nel quale esse vengono vissute deve essere messa a fuoco e resa il più possibile chiara, trattandosi di una questione fra le più importanti della psicologia razziale.
Se dovessimo immaginarci il costruttore di navi della fotografia 7 nei panni dell'operaio delle fotografie 1 e 2, il risultato sarebbe: data la sua natura, egli non potrebbe essere più soddisfatto da un'occupazione di semplice contadino e lavoratore manuale, in quanto le forze in lui risvegliate da una migliore istruzione potrebbero trovare uno sbocco soltanto in un'attività di più alto livello. Dovrebbe allora mostrarsi represso, angustiato dal cattivo e ridotto impiego delle sue capacità. Ma se fosse invece nato in quell'ambiente più ristretto, egli vi si comporterebbe proprio come fa quell'altro. Perché tutti e due sono intagliati nell'identico legno, il loro codice di comportamento, il loro modo di percepire il mondo, il loro s t i l e a n i m i c o, sono identici.
Lo stesso vale per il cameriere svedese delle fotografie 3 e 4. Egli si distingue dagli altri due non soltanto per la sua attività ma anche, per es., per la sua più modesta intelligenza e intraprendenza - quindi per delle proprietà [Eigenschaften] animiche -, non però per il modo in cui quelle proprietà si manifestano; cioè, per il suo stile animico.
Analizzando i concetti mediante i quali abbiamo cercato di sintetizzare la natura dei tipi umani fin qui considerati, ne rileviamo la diversità. Con riferimento alle figure 1 e 2, abbiamo descritto il profilo di una determinata testa constatando - soprattutto nella fotografia 2, che ne dà un tracciato laterale - che c'è un contorno unico che la percorre interamente. La configurazione di questa immagine è coerente in qualsiasi sua parte: si provi a coprire una parte qualsiasi di quest'immagine, poi tentando di completarla in modo "giusto" usando l'immaginazione: ci si renderà conto che è sufficiente completare il suo contorno, quale esso scorre nella realtà della figura. Ciascuna parte si rivela elemento costitutivo del tutto, in quanto ogni singolo tratto, per es. la linea nasale, costituisce il necessario sviluppo di ogni altro tratto dell'immagine. Se, con la nostra immaginazione, volessimo tentare di uscire da questa obbligata continuità, disegnando arbitrariamente un tratto - per es. la linea nasale - in modo diverso, ci accorgeremmo di non poterlo fare senza usare violenza a quella legge che regge il tutto (3). Questo non è vero per tutte le teste che vediamo quotidianamente: non ogni volto è retto da un'unica linea, armonizzatrice di tutti i suoi tratti.
Decriviamo la linea che regge questa testa con aggettivi come: slanciata, vibrante, 'prensile', avanzante, protesa, angolosa, stretta, affilata, sottile. Tutte queste descrizioni si riferiscono a m o v i m e n t o, reale o potenziale; movimento che si è già tentato di riassumere in una sola espressione: tensione verso l' esterno [Ausgriff]. Non ci può essere alcun dubbio che nel nostro caso - anche se ci limitiamo alla descrizione di una figura corporea - si tratta di uno stile di movimento, che non ha nel corpo la sua origine ma che il corpo usa come strumento di realizzazione per dare forma compiuta a sé stesso nel mondo visibile. Tutti gli aggettivi finora impiegati indicano un moto dell' anima; la quale, in sé, non è mai visibile. La sua espressione visibile è possibile soltanto come corpo.
L'anima è perciò movimento, e ogni anima si muove in modo specifico. Ogni tipo di anima ha la sua specifica varietà di movimento. Più esattamente: una avrà un suo modo specifico di movimento, al quale le descrizioni verbali sopra riportate risultano adeguate; un'altra avrà un modo diverso di movimento, per il quale dovremo cercare altri aggettivi. Anche l'esperienza soggettiva vissuta dall'anima ha - soprattutto sotto il profilo della sua manifestazione nel corpo - un suo orientamento direzionale [Linienführung]: anche l'esperienza dell'anima, indipendentemente dal suo contenuto, ha una sua figurazione [Gestalt]. Ciò può essere chiamato sinteticamente: f i g u r a d e l l' a n i m a o figura psichica [seelische Gestalt]. La figura animica cerca la sua propria espressione in una figura corporea adatta e perciò esige un corpo di senso a lei conforme quale strumento di estrinsecazione.
Oltre agli aggettivi in precedenza adottati per qualificare lo stile dinamico assunto dall'anima per esprimere la propria conformazione esteriore, noi impieghiamo altri vocaboli: fidatezza, capacità di analisi, iniziativa, energia. Questi termini non hanno niente a che vedere con la raffigurazione dell'anima come è stata sopra considerata. Essi riflettono attributi individuali riscontrabili fra le figure più disparate e non soltanto in quella poc'anzi descritta. Più avanti incontreremo oltre a questa figura altre figure, anch'esse con orientamento direzionale a loro proprio e rette da leggi a loro proprie; e potremo constatare che gli aggettivi [Eigenschaftswörter] appena nominati si applicano anche a questo proposito: non al determinato individuo, colto secondo una determinata figura, ma, di volta in volta, all'uno e all'altro individuo, senza una correlazione necessaria con la sua figura. Le leggi della figura animica, che abbiamo reso chiare con riferimento alle immagini fotografiche fino qui considerate, nulla ci dicono riguardo alla possibilità che, per es., la persona la cui figura si conforma a quelle leggi possegga o no capacità di analisi, ma prescrivono il modo in cui detta capacità, se ci dovesse essere, si manifesterebbe. Un singolo che a dette leggi si conformasse potrebbe essere anche uno stupido: allora quelle leggi prescriverebbero il modo di esprimersi della sua stupidità.
Ciò che qui viene denominato 'figura' [Gestalt] è una componente del cosiddetto carattere di una persona; ma figura e carattere non sono la medesima cosa. I quattro individui finora considerati sono esempi della medesima figura; ma hanno caratteri totalmente diversi. La differenza fra carattere e figura sarà resa del tutto chiara quando si assuma un altro volto (fotografia 8), da confrontarsi con quello (fotografia 7), schietto e sicuro, del costruttore professionale di navi: esso è coniato dalla medesima legge formante, ma dimostra disposizioni caratteriali affatto diverse. Si riferisce a un uomo - figlio di borghesi di una città del Baltico - che da anni girovaga facendo l'avventuriero nelle terre dell'Oriente, dalla Turchia all'Afganistan, con il solo scopo di andare di avventura in avventura per viverne l'esperienza, senza darsi pensiero per qualsiasi conseguenza. Egli non pensa affatto a "servire" una qualsiasi causa, 1n quanto da molto tempo ha rinunciato a prendere sé stesso o qualsiasi altra cosa sul serio. Intraprenderà sempre qualcosa di nuovo, tenterà sempre qualche nuova esperienza per poi abbandonarla; per lui la responsabilità e il dovere sono cose che da molto tempo hanno perso di significato. La contrapposizione fra il carattere di questo avventuriero (fotografia 8) e quello del costruttore di navi (fotografia 7) non potrebbe essere più acuto: quasi tutte le caratteristiche di questi due uomini sono opposte - pure avendo, in esperienze tanto diverse, il medesimo stile dinamico. La legge della forma è la stessa per entrambi, che per entrambi scandisce il ritmo dell'anima e della sua espressione in un corpo foggiato [gestaltet] in fattezze essenzialmente identiche. Diverse sono le proprietà caratteriali di ciascuno, identico lo stile.
Chiameremo stile della figura la connessione vincolante (normativa: gesetzliche) tra la qualità del moto dell'anima e l'orientamento direzionale della figura corporea (cioè: la correlazione fra la figura dell'anima e quella del corpo).
Il termine 'stile' è polivalente e viene impiegato da altre scienze in senso diverso: per es., per designare le variazioni che col tempo subiscono le singole Kulturen. Ma esso ben si presta a rappresentare il nostro assunto. Inoltre, il concetto di stile adottato in questo àmbito non è senza relazione con ciò che nelle arti figurative viene detto uno stile. Il nostro concetto di stile e quello delle arti figurative, pure diversi, sono affini.
Guardiamo adesso le fotografie 9 - 15. Le prime due (9 e 10) sono state scattate con una luce diurna opaca, per cui hanno richiesto un'esposizione alquanto più lunga delle altre (anche se in ogni caso non superiore a una frazione di secondo). Nel momento della ripresa, il soggetto sapeva di essere fotografato. L'espressione del viso è regolata dalla presenza dell'osservatore. I tratti sono raccolti, l'espressione chiusa. La bocca sottile tende a stringersi ancora di più e a ritirarsi verso l'interno; il volto tende ad avere dei contorni e una forma definiti in massimo grado: questo implica che l'espressione personale sia ridotta al minimo. Ogni manifestazione della vita interiore viene repressa. L'espressione di quel viso lascia trapelare solo una fermezza fine a sé stessa, una riservatezza e una calma durezza spinte al limite dell'asprezza. Tutti i suoi tratti tradiscono chiaramente distanza dall'osservatore.
Le fotografie 11 - 13 sono state invece scattate all'aria libera, sotto un cielo appena coperto. L'espressione è rètta dall'atmosfera rilassata di una giornata di ferie. Le fotografie sono state scattate a seconda che capitava nel corso di una conversazione, sicché si sono potuti scegliere momenti nei quali il soggetto non sapeva di essere fotografato. Fotografia 11: l'oggetto della conversazione viene 'fissato negli occhi'. Il termine 'oggetto' [Gegenstand] viene qui usato nel suo significato originale: questo sguardo si protende lucidamente su qualcosa che sta davanti a lui e che a lui si contrappone. Si tratta però non di qualcosa di tangibile o di percettibile, ma di concettuale. Già questo 'volgersi' naturale verso un argomento accennato nella conversazione si colloca entro lo stile dinamico della tensione verso l'esterno, quello stile dinamico, che è implicito nel contorno di questa testa, secondo quanto già è stato reso chiaro più sopra.
La fotografia 12 illustra una soluzione della tensione verso l'esterno, già percepibile nell'incipiente gaiezza della fotografia 11, ove però lo sguardo rimane teso e l'oggetto rimane sotto controllo. La gaiezza è attraversata da un giudizio che ha per base sé stesso: l'oggetto percepito viene prima sottoposto alla conoscenza e poi improntato alle forme di questa conoscenza. Fotografia 13: un'ombra proiettata si posa sulgli occhi celando lo sguardo, in modo che esso non accompagna più l'espressione del viso. Il volto appare qui alquanto più rilassato, ma il giudizio - cioè: l'espressione causata dalla considerazione dell'oggetto - non scompare.
Le foto 14 e 15 sono tratte da due successioni di espressioni verificatesi lo stesso giorno. Fotografia 14: l'uomo sta sul ponte di un traghetto a vapore ancora fermo, preparandosi a tornare a casa. La conversazione si era interrotta, il contatto con l'interlocutore sospeso. Lo sguardo, in questo momento, è tolto dal mondo circostante e diretto a qualche oggetto "interno": un ricordo, una visione di sé stesso, una riflessione, un'elaborazione. Anche qui, ciò che chiamavamo "giudizio" rimane e predomina; e lo spirito giudicante tiene interiormente dinanzi a sé l'oggetto giudicato. Anche il semplice sguardo introspettivo è per quest'uomo un còmpito, che rifiuta qualsiasi riflessione comoda e riposante. La fotografia 15 mostra come una difficoltà venga superata attraverso una considerazione attiva di questo tipo, in questo caso nel corso della conversazione.
L'uomo fotografato è un impiegato commerciale presso un'impresa in una grande città della Germania settentrionale. I suoi genitori sono di origini frisoni e brandenburghesi. È stato colpito ben presto da un duro destino, che gli ha impedito di farsi un'istruzione più completa e gli ha reso la vita difficile. Eppure la tentazione di deviare dalla via conforme alla sua natura gli riesce del tutto sconosciuta, come lo sono la rinuncia e l'amarezza. La vita non ha potuto rovinare i valori a lui congeniali, ma solo indirizzarli. Un uomo del genere arriverà prima o dopo a quella posizione di comando che gli è naturale, e per i suoi dipendenti egli sarà un vero dirigente, in quanto sottomette tutto ciò che fa al tribunale di sé stesso, indipendente dal giudizio altrui. Nel suo intimo sarà di una schietta bontà e di una franca gaiezza, All'occasione, ma sempre duro e senza riguardi "sul lavoro" - e duro soprattutto con sé stesso. Dopo che i suoi dipendenti se ne sono andati perché le ore di lavoro sono terminate, egli rimane sul lavoro - nel modo più naturale - fino a quando ha completato le faccende sotto mano e per le quali egli è responsabile. Per lui infatti l'opera ha un valore in sé stessa.
Analizzando le considerazioni scaturite da questa serie di fotografie, ci accorgiamo che ne abbiamo tratto una specie di descrizione caratteriale. (Che non avremmo potuto ottenere se prima non avessimo conosciuto la persona rappresentata. Ripetiamolo: le fotografie sono uno strumento non di conoscenza ma di rappresentazione.) Abbiamo constatato e registrato una serie di proprietà, fra cui alcune proprietà caratteriali come: fermezza, riservatezza, fredda durezza al limite dell'asprezza, franca gaiezza e schietta bontà, dedizione senza riguardi - nemmeno verso sé stessi - al proprio impegno: quest'ultima qualità si manifesta come senso del dovere e consapevolezza della propria responsabilità.
Tutte queste proprietà qui dimostrabili si riferiscono al carattere di questo individuo, non però al suo stile, non all'insieme delle leggi che reggono la sua figura animica. È facile rendersi conto che tutte queste proprietà potrebbero mancare pur permanendo lo stesso stile. Per es., quell'avventuriero baltico rappresentato nella fotografia 8 ha ben poco in comune con quest'uomo per quel che riguarda le sue proprietà caratteriali: l'affinità fra i due non sta nel carattere, ma in altro.
In comune essi hanno lo stile dinamico della tensione verso l'esterno e l'avere un'esperienza del mondo sentito come qualcosa che sta di fronte a distanza e che non può essere concepita se non come un campo in cui spaziare e da conquistare mediante una realizzazione. Pure l'avventuriero baltico è uno che "realizza" e conquista; per lui tuttavia la realizzazione non diviene mai opera compiuta né formazione durevole, perché a lui manca quella fedeltà alla 'causa' [Sache] senza la quale nessuna opera ha buon esito. Ciò che egli fa, lo fa sempre e soltanto per divertimento, per cui tutta la sua avventura rimane la caricatura di una realizzazione.
In comune essi hanno il fatto di essere pronti a mantenere il proprio giudizio. Quello che qui chiamiamo "giudizio" è un protendersi operativo [leistender Vorstoss] verso l'"oggetto". Anche per l'avventuriero baltico, in ultima analisi, vale soltanto il proprio giudizio, il quale dipende da lui solo e da nessun altro. Tutta la sua esperienza procede, per così dire, da un punto situato nel suo interno, donde muove per afferrare il mondo. Ma quello è lo stile dinamico della sua anima, che già potevamo leggere nella sua figura somatica, sul tipo di quanto può essere rappresentato dalla fotografia 2: il senso del corpo sta proprio nel fatto che in esso possiamo leggere l'anima. L'essere pronti a mantenere il proprio giudizio è un risvolto particolare della prontezza alla tensione verso l'esterno: si tratta non di una qualche proprietà del carattere, ma di qualcosa che si radica nello stile della figura animica.
L'essere disposti a sostenere il proprio giudizio è qualcosa di interamente diverso dall'essere capaci di giudizio. Quest'ultima qualità dipende dal livello intellettuale dell'individuo ed è riscontrabile - o assente - presso qualsiasi figura animica: non esclusa la figura animica qui descritta. La prontezza a mantenere il proprio giudizio non è legata necessariamente a un intelletto brillante né garantisce in alcun modo che il giudizio emesso sia giusto o falso. Pure un soggetto ottuso può vivere nella continua prontezza a sostenere il suo giudizio, sebbene a lui manchi la capacità di giudizio. La capacità di giudizio è una proprietà del carattere e non ha niente a che vedere con la figura animica.
Molte delle proprietà caratteriali già menzionate sembrano escludersi vicendevolmente. Come potrebbero la "fredda durezza portata al limite dell'asprezza" e la "franca gaiezza e schietta bontà" conciliarsi nello stesso carattere? Sta di fatto che ci sono figure la cui legittimità esclude che durezza e bontà agiscano congiuntamente nel medesimo individuo. Invece la figura da noi appena descritta non esclude questa azione congiunta: la qualità del suo moto animico permette che nel medesimo individuo (qualora questi le possegga) agiscano al contempo le proprietà di "fredda durezza" e di "bontà". Il fatto che il medesimo individuo possegga entrambe le proprietà, dipende dal suo carattere e non dalla sua figura animica. È sempre la legittimità della figura animica a determinare se la congiunzione "dura bontà" sia in essa possibile. Esistono figure la cui legittimità consente non una bontà di questo tipo, ma soltanto una bontà di tipo diverso: non una bontà - come quella appena esaminata - che esamina da una fredda distanza e giudica se essa p o s s a donare, ossia se dal dono promani un vero valore; ma una bontà che dona debolmente e senza discernimento, perché il giudizio analizzante [prüfendes Urteil] non trova per la bontà [zu ihr] alcuna distanza e la bontà corre sempre parallela, per così dire, all'atto del giudizio [unter diesem].
La figura non prescrive perciò all'anima del singolo, la quale è plasmata secondo la sua legge, se la proprietà della bontà si o no a questo: forse, secondo ogni legge della figura, si può essere benevoli e nel contempo duri (e perfino buoni e anche malvagi). La legge della figura ci dice soltanto di che tipo debba essere la bontà, quando questa si dovesse manifestare in un carattere retto da una determinata figura animica, e quale debba essere la qualità di moto della bontà.
Anche le due fotografie di ragazze (18 e 19) che mostriamo l'una di fronte all'altra esprimono questa regola. Possedendo due caratteri diversi, sono quindi dotate di proprietà diverse; ma le loro diverse proprietà risultano in entrambi i casi percorse dalla identica figura animica. Alcune proprietà sono a loro comuni, per es. la bontà. Ma in tutte e due questa bontà sceglie il suo oggetto e verifica (pure sé stessa) prima di manifestarsi. È una bontà che di necessità tiene le distanze, anche da sé stessa. A seconda del modello proposto dall'educazione, può succedere che una persona di questo tipo giunga perfino a soffrire di questo suo volontario distanziamento, che gli viene forse rimproverata come mancanza di dedizione: a percepirla come un "difetto di carattere". Questa valutazione negativa di sé discenderebbe in tal caso dalla forza incontrollata [unbefugte] di un modello di natura contraria [artiwidriger Vorbild] alla sua figura animica, oltre che da un error oggettivo, in quanto il supposto "difetto" ha a che vedere non con una qualità del carattere ma con la legge della figura. Il carattere è educabile e perciò, entro certi limiti, variabile: esso, come si sa, "si dà forma nella corrente del mondo" (Goethe). Numerose proprietà possono essere risvegliate oppure soppresse mediante l'istruzione, per es. mediante l'insegnamento della storia (e anche della storia naturale della terra dove il singolo è cresciuto) e, infine, anche attraverso l'autoeducazione. Ciò che è invece inerente alla figura animica, da cui dipende la qualità del moto dell'anima, può essere soltanto deformato e danneggiato, mai cambiato, almeno nel tempo storico (4).
Abbiamo perciò distinto nel modo più netto le proprietà del carattere dai tratti della figura animica. Dipende infatti da questa separazione riuscire ad analizzare in modo rigoroso e netto - isolandolo quindi nella sua pirezza - il tema della figura. Il nostro assunto non è lo studio del carattere, ma la ricerca sulla figura animica.
Nella nostra trattazione, occorrerà usare in modo costante l'accortezza nell'impiego delle parole che descrivono questa diversità, in modo da evitare qualsiasi intorbidamento dei concetti; come, per es., la confusione (tipica del parlare corrente) tra le parole "tratto" e "proprietà", confusione che non di rado trabocca nel linguaggio scientifico. Non contesteremo chi dovesse opinare che le nostre rigide distinzioni nell'uso delle parole ne restringano il senso corrente e facciano ad esso violenza. Ci sarà pure chi crede invece, che per descrivere più esattamente le differenze in questione, sarebbe necessario impiegare non il lessico tedesco da noi usato ma una "terminologia" artificiale, costruita all'uopo ricavandola dal greco, dal latino, dall'ebraico o da una miscela di quelle lingue. A questo noi risponderemo che non sono le parole in sè a interessarci ma le differenze da loro segnalate.
Le proprietà caratteriali sono spesso l'oggetto di ricerca nell'ambito della caratterologia. I tratti della figura animica, invece, sono entrati solo di recente nel campo visivo della scienza - in sostanza, per la prima volta attraverso il nostro lavoro personale. Prima, venivano sì colti occasionalmente, però non mai riconosciuti nella loro intrinseca natura né mai elaborati in funzione di una ricerca specifica. Inoltre, venivano sempre mescolati e confusi con le proprietà del carattere. Perfino la scienza che si era interessata al massimo dell'analisi della figura animica, cioè la scienza della razza (derivata dall'antropologia scientifica), finì purtroppo col paralizzare i suoi stessi sforzi. Ciò che era relativo alla figura animica - qualche volta denominata addirittura razza - fu avvolto in un caotico intrico di proprietà, che essa credette di poter trattare in modo "esatto": con l'espediente di metterle in relazione con determinati numeri, di introdurle in tabelle e infine di studiarle nel quadro dell'ereditarietà.
È pur vero che il concetto di razza è legato a quello di trasmissione ereditaria. Solo l'elemento che si trasmette costantemente può essere qualificato come "razziale" - su di ciò si ritornerà più avanti. Ma sarebbe forse vera anche la proposizione inversa, ossia che tutto ciò che dimostra di essere ereditabile sia da considerarsi razzialmente determinato? Se così fosse, un grande numero di vizi organici, quindi di degenerazioni, dovrebbero essere classificati come fatti razziali solo perché sono ereditari: lo snaturamento si connette appunto alla 'natura'. A queste sciocchezze non crede in realtà nessuno. Allora perché tanti 'intellettuali' credono ancora che una massa di proprietà sia determinata dalla razza soltanto perché si è potuto dimostrare che esse si trasmettono ereditariamente, in base a determinate regole?
Tante cose sono ereditarie; ma non tutto ciò che è ereditario è razza. Ci sono proprietà caratteriali ereditarie: a volte esse si mantengono lungo tutta una successione di generazioni, finendo così col determinare una specie di carattere della stirpe [Sippencharakter]. Ci sono anche caratteri familiari [Stammescharakter] e caratteri di popoli, anch'essi determinati da proprietà che si ripetono ereditariamente di generazione in generazione. Anche questo può essere oggetto di studio scientifico.
Ma simili ricerche non si occupano di una entità che, nel contempo, è ereditaria e totalmente diversa da quelle proprietà o da quei gruppi di proprietà. Questa entità è la figura animica: qualcosa che obbedisce a una legge, legge che risulta identica in ciascun tratto del tutto. Dato un tratto, se ne possono dedurre tutti gli altri, perché ogni tratto contiene in sè - ossia fa da modello - lo sviluppo di tutti gli altri. Figura animica significa orientamento direzionale dell'anima; essa implica una specifica qualità dinamica dell'esperienza e anche della sua espressione. Tutto ciò segnala anche un orientamento direzionale e una qualità dinamica del fenomeno 'corpo', che è lo strumento con cui l'anima esprime la sua esperienza.
Alcuni tratti della figura animica venivano percepiti anche da ricercatori che procedendo dallo studio scientifico della struttura corporea arrivavano a elaborare concetti razziali. Ma quelli in un corpo strutturato in un certo modo vedevano solo qualcosa di chiuso in sé stesso: non la funzione di un'anima, non uno strumento di espressione, non l'impronta materiale di una vita animica. Perciò essi non riuscivano a capire nel loro vero senso neppure i tratti formatori della struttura corporea, che invece è mezzo di espressione dell'anima. Questi tratti venivano diluiti in caratteristiche singole che erano poi studiate, nel migliore dei casi, in riferimento alla possibilità della loro trasmissione ereditaria. Uno zelo mirabile veniva impiegato nel misurare accuratamente ogni singola caratteristica e nel ricercarne statisticamente la distribuzione in modo di arrivare a ogni costo una rappresentazione numerica. In ragione della fede nella santità del numero - fede cieca, ormai sorpassata, e proprio per questo custodita angosciosamente - ciò che in realtà si voleva investigare veniva ignorato apposta oppure sacrificato al feticcio dell'"esattezza". Si demoliva metodicamente ciò che si era osservato. Anche se la figura animica era stata, entro certi limiti, percepita - altrimenti non si sarebbe pervenuti a immagini razziali conchiuse e specifiche -, una coscienza scientifica male intesa costringeva i ricercatori a negare le loro stesse osservazioni. Una volta dissolta la visione d'insieme della figura corporea in isolate caratteristiche misurabili, per loro scompariva necessariamente anche la via per giungere alla figura animica, che dà significato alla figura corporea.
Soltanto un'osservazione che procedesse essa stessa dal dato animico poteva rivelare la connessione normativa tra la figura animica a la figura corporea, mostrando che si tratta delle due facce di una stessa medaglia. Quelli che i ricercatori indicavano come singole caratteristiche somatiche delle differenti razze, erano per lo più lineamenti estratti da tutte le figure viventi, che come tali possono essere comprese non mediante artifici numerici ma attraverso uno sguardo libero che cerchi le leggi dell'orientamento direzionale e delle qualità di moto. Naturalmente, le "qualità animiche" che quei ricercatori credevano di vedere dietro alle varie razze da loro definite esclusivamente in termini di strutture somatiche, erano di massima degli insiemi di proprietà caratteriali che con la figura animica e dunque con la razza avevano poco a che fare (il tutto talora commisto con singoli tratti della figura animica scelti a caso). Tuttavia, questi errori commessi da antropologi ignoranti di psicologia appartengono ormai alla storia e in questa sede potremo dimenticarcene.
La razza è figura animica e la figura animica è razza finché essa si dimostra suscettibile di ereditarietà. Le figure animiche descritte qui sono ereditarie e quindi sono razza; su di ciò non è il caso di fornire prove circostanziate perché questo è già stato dimostrato dalla storia e anche da numerosi ricercatori: proprio quelli da cui la stessa antropologia scientifica ha appreso a considerare la razza. Le testimonianze che la storia e la preistoria ci offrono dimostrano chiaramente che le figure animiche da noi qui esemplificate attraverso casi viventi non sono vincolate al tempo, ma riflettono una realtà intemporale: mutano le generazioni, ma non le figure animiche.
La figura animica non è un cliché e neppure una falsariga. A dire il vero, l'orientamento direzionale è determinato e rigidamente vincolato dal suo senso proprio; tuttavia il senso dell'orientamento direzionale consente un ampio margine alle peculiarità della vita individuale. Questo vale in particolare per la figura animica finora descritta nelle nostre immagini fotografiche. Le teste considerate per ultime (fotografie 18 e 19) sono ambedue determinate dalla medesima legge della figura; in quanto il loro orientamento direzionale è identico. Ma l'peculiarità di queste teste è chiaramente diversa e adatta i contorni a sé stessa. Ciò che noi chiamiamo la peculiarità è, fino a un certo punto, determinata dalle proprietà del carattere. Una delle due teste è più 'molle', l'altra più 'aspra'. Ma tutto si sviluppa entro i limiti dettati dalle leggi della figura animica: le due teste sono due variazioni sullo stesso tema. Entro questo margine ("campo di variabilità"), anche le proprietà del carattere trovano espressione come tratti della figura corporea.
La figura animica che abbiamo descritta nelle fotografie finora considerate è la figura dell' uomo del còmpito (realizzazione), in quanto il còmpito (realizzazione) è il valore dominante nella gerarchia dei valori di questo tipo d'uomo. La sua esperienza del mondo è quella di qualcosa che sta di fronte a lui, verso cui egli si volga e tenda [damit ausgreife] e riguardo a cui egli è in stato di tensione "per portare a termine qualcosa". Questo è il comportamento fondamentale corrispondente alla sua natura e questo è lo stile dinamico che da lui scaturisce. Egli non può comportarsi in altro modo, perché quel comportamento è prescritto dalla legge della sua figura animica. Questa legge è definitiva, né è spiegabile con rinvio ad altro; alla domanda: 'perché'?, non si può dare risposta.
Non qualsiasi tipo umano 'realizza' - 'è attivo' - in questo senso; e solo per questo tipo il 'realizzare' - il còmpito [Leistung] - rappresenta il valore supremo. Con ciò non si vuole affermare niente riguardo al risultato fattuale della realizzazione - quindi a ciò che sarà stato 'realizzato' -: se esso o no un valore intrinseco di applicabilità generale. Dalla prospettiva della legge della figura animica, il valore del 'fare' sta nel fatto che chi opera esperimenta la sua identità di soggetto operante e che solo sotto quelle circostanze egli è "veramente sè stesso". Il compimento dell'opera potrà anche dimostrarsi senza valore; anzi, in pratica, potrà anche dimostrarsi un atto distruttivo, un atto 'negativo'. Non è la legge della figura animica in sé a determinare se un individuo (o un gruppo umano) realizzi qualcosa di valido o no, ma il suo ingegno, la sua disposizione etica, i suoi principî, ecc.; in una parola, il suo carattere. Il valore dell'operare per chi opera e quello che può essere il valore pratico dell'opera appartengono a due categorie di valore del tutto diverse.
Troveremo più avanti persone plasmate da altre leggi della forma animica, dedite a attività che potremo definire di tipo 'realizzativo'. Per es., anche il Beduino alla fine compie un'opera esercita quando mette insieme o disfa la sua tenda di pelo di capra, o quando per venti ore al giorno e per settimane di sèguito cavalca dietro a una preda lontana per ucciderla e poi portarla all'accampamento. Anche a questo riguardo, l'uso dei vocaboli 'realizzare' - 'essere attivo' - e 'realizzazione' sembrano almeno a noi adeguati. Invece, dal punto di vista del Beduino le cose stanno diversamente. Il suo agire non risulta determinato da un imperativo di 'fare', ma dalla prontezza ad afferrare ciò che l'istante gli offre. Per il Beduino la preda è, nell'àmbito della vita quotidiana, ciò che nei momenti più sublimi della sua esperienza religiosa si chiama per lui la "rivelazione". Questa è l'origine di tutti i valori della sua vita. Perciò, appropriatamente, noi chiameremo legge dell' uomo della rivelazione la legge animica predominante fra i Beduini e anche fra altre popolazioni del Medio oriente (5).
È con la figura dell'uomo del còmpito - o della realizzazione - che abbiamo aperto la nostra serie di figure animiche - figure animiche il cui stile (legge) riconosciamo come ereditario, dunque determinato dal sangue e in conseguenza definibile come stile della razza. Nessun libro destinato al pubblico germanico e che tratti di razza e anima dovrebbe incominciare con una figura diversa, in quanto è proprio lo stile dell'uomo del còmpito quello predominante nel mondo germanico e quello che sentiamo come nostro - almeno entro i limiti in cui noi siamo ancora discendenti dei fondatori del mondo germanico. Quando si è capito che cosa è davvero nostro, diviene possibile separarne ciò che è esogeno. Chi sente come fattore della propria ereditarietà [des ihm erbeigen], come realtà che gli scorre nel sangue, e quindi come elemento fatidico, determinante nel senso più profondo, la legge dello stile dell'uomo del còmpito imperante nell'universo germanico, solo costui può individuare chiaramente ciò che è esogeno e capirlo alla perfezione, rimanendo immune dalla sua fatale influenza.
C'è una connessione di forma fra l'esperienza di vita dell'uomo del còmpito e l'aspetto del paesaggio nordico, il quale può del pari valere come retroscena stilistico per l'esperienza animica di questo tipo d'uomo (6). Con riguardo a questa connessione, quando ci riferiamo all'uomo del còmpito possiamo anche parlare di uomo nordico o di razza nordica.
Negli ultimi due decenni [dal 1920 - n.d.t.] s'è fatto un gran parlare di 'umanità nordica' - lo feci anch'io, per es. in questo medesimo libro, la cui prima edizione apparve nel 1925, e ancora di più nel mio scritto Die nordische Seele [L'anima nordica], il cui contenuto venne da me presentato fra il 1921 e il 1922 in una serie di conferenze e poi pubblicato come libro nel 1923. Pure affascinato dalla vastità della tensione [Schwingen] di cui è capace un'anima nordica, già allora mettevo in guardia contro l'errore banale di scorgere nell'esperienza di vita [Erfahrung] nordica un valore sopraordinato, rispetto al quale le qualità dell'esperienza vissuta dalle altre razze devono essere viste come inferiori. Questo avvertimento non fu sempre ascoltato e così successe che presso vasti strati della popolazione prese forma un nuovo dogma: quello del valore unico dell'uomo nordico. Chi era biondo o possedeva qualche altro "connotato somatico" dell'uomo nordico, vedeva in ciò la garanzia di un valore superiore, che contrassegnava lui sia come singolo che come membro della comunità etnica. Viceversa, accadde ad alcuni onesti Tedeschi, stregati da questo medesimo dogma, di provare un lancinante dispregio per il proprio valore perché, guardandosi allo specchio, non vi coglievano tratti nordici. Si dice che certi disperati siano arrivati fino al suicidio. Una conclusione profondamente tragica, soprattutto quando si consideri che la decisione di "farla finita" piuttosto che vivere nella consapevolezza delle proprie insufficienze genetiche, sembrerebbe indicare che il tratto dominante nel senso della vita di questi individui era di tipo nordico.
La conoscenza si matura con gli errori; e là dove si combatte per ottenere la conoscenza ci sono anche dei caduti - che però non saranno caduti invano. Sta di fatto che, dalle origini, il popolo tedesco e la storia tedesca si sono sviluppati sotto la legge dell'anima nordica: il popolo tedesco e la storia tedesca non avrebbero potuto essere tedeschi se non così, cioè nordici nei loro tratti fondamentali. Qui sta, a ben vedere le cose, il valore della razza nordica: per noi tedeschi e per alcuni altri popoli dal destino affine al nostro. Questo valore della razza nordica è quindi correlato al senso storico della germanicità. Essere tedesco, in senso storico, presuppone un'esperienza di vita di stile nordico.
Ciò che è "nordico" rappresenta perciò un valore per noi, ma non costituisce un valore di per sé. Di per sé, "nordico" non significa altro che una specifica qualità dinamica dell'esperienza: uno stile dell'anima e della sua manifestazione corporea. Significa possibili attitudini e comportamenti, un possibile modo di incedere nella vita, possibili vie per il realizzarsi delle esperienze. Ma riguardo al contenuto e alla valenza delle esperienze che in quel modo si possano sviluppare, nulla si dice qualificando queste ultime come "nordiche". "Nordico" si riferisce soltanto al come si fa esperienza della vita, non al che cosa viene esperimentato. A esempio, il contenuto dell'esperienza può essere, a seconda dei casi, buono o cattivo sotto il profilo etico. Un singolo può anche essere un malfattore o un criminale alla nordica - diciamolo pure: egli può essere un 'poco di buono' in stile nordico.
Ne derivano conseguenze importanti per l'educatore e plasmatore di un popolo [Volksgestalter] (l'espressione 'plasmare un popolo' sta a indicare il lato creativo della politica). Essere nordico non significa necessariamente essere un membro valido del popolo tedesco. Individui aventi la forma animica nordica divengono inutili, allorché il carattere, in cui agisce lo stile nordico, è di cattiva qualità. A decidere il valore di uno in quanto membro di una comunità non è soltanto la sua forma animica né lo stile delle sue esperienze, ma anche ciò a cui quella forma e quello stile fanno da involucro [umgreifen] e danno la loro impronta - cioè le sue buone (o cattive) proprietà, ovverossia il suo carattere. La razza perciò dà la sua impronta a tutta l'esperienza: ma ciò che viene esperimentato non è di per sé razza. In conseguenza è un errore credere che limitandosi ad allevare gente di sangue nordico si possano formare connazionali [Volksgenossen] di buona qualità. È necessario risvegliare nei singoli le loro buone inclinazioni, se esse ci sono, e svilupparle fino a farne delle proprietà, strutturando così il loro carattere. Il non farlo rende inutile qualsiasi allevamento [Züchtung].
Inoltre: "nordico" rappresenta un valore per noi tedeschi, non necessariamente per altri. Per altre stirpi probabilmente ciò che per noi è decisivo risulti privo di significato, perché assente dal loro sangue e dalla loro storia. Per quelle stirpi che rimangono totalmente estranee alla nordicità altre forme della figura animica si rivelano dominanti e perciò sono le più valide. Per stirpi siffatte l'elemento nordico, nel caso in cui questo rientrasse nella loro sfera, può divenire addirittura una maledizione, nel senso che esso disordinerebbe il loro universo di valori.
Occorre guardarsi da un altro errore, anch'esso originato da una comprensione sbagliata della nozione di 'uomo del còmpito'. Questa nozione non significa affatto che il valore di un uomo nordico, misurato secondo criteri nordici, sia tanto più elevato quanto più elevato è il suo rendimento: ovvero dipenda dalla quantità di lavoro da lui espletato, dalla quantità di azioni da lui compiute, dalla quantità di beni da lui prodotti. Questo sarebbe uno stravolgimento totale di senso. Ciò che noi qui chiamiamo 'rendimento' non ha niente di quantitativo. Questo errore è tipico di una mentalità, ormai in via di scomparsa, che si compiace dei grandi numeri e della produzione ininterrotta e che è pronta a scambiare l'agitazione senza posa, il movimento, l'affanno, con il vero rendimento, che è invece una forma di Kultur.
Una vita di realizzazioni, nel senso qui esposto, può svolgersi in modo tale da apparire, dall'esterno, improntata a una sfacciata pigrizia - questo sarà il caso, per es., di un uomo nordico che si concentri interamente nel proprio mondo interiore, dimenticando la sua appartenenza alla comunità e al mondo di tutti. Un uomo chiuso in sé stesso in siffatto modo sembra nullafacente"; invece egli - visto dal suo interno - 'fa' in continuazione. Se questa suo 'fare' sia creativo nel senso ordinario della parola - ossia si consolida in opere, apportando così qualcosa alla comunità e al suo universo - è un altro discorso: dipende dalla forza plasmatrice dell'individuo, dalla sua capacità di adattarsi al mondo esterno, dal suo ingegno e, in generale, dal suo carattere; non certo dalla sua legge razziale. Perciò è possibile anche una vita nordica il cui 'fare' sia diretto esclusivamente a sè stessa - e ci sono stati uomini che hanno abbracciato quel tipo di vita, da loro sentito come di alto valore anche se storicamente niente rimane di loro, né nella memoria né sotto specie di manufatti a loro riconducibili. Se poi si domandasse qual'è il senso di una vita del genere, la risposta sarebbe: il senso di superare vittoriosamente la pesantezza. In fondo, è proprio questo il senso ultimo di ogni realizzazione nordica.
A questo punto si può liquidare anche un altro equivoco scomodo: che il frenetico 'dover-fare-qualcosa', la mania del movimento, lo spasimo del rendimento siano, dal punto di vista nordico, dei valori particolarmente alti. Non c'è dubbio che lo spasimo del rendimento è uno spasimo tipicamente nordico, ma si tratta sempre e in ogni caso di una condizione patologica, morbosa, dell'uomo nordico: di uno sfiguramento della sua natura [eine Verzerrung sines seelischen Ganges]. Spasimo significa rendere greve qualcosa che potrebbe essere lieve; significa, nel campo di validità dell'esperienza nordica, un capovolgimento nel suo contrario dell'orientamento direzionale dell'operare. Là dove la vita nordica si esprimeva in stile perfetto, presso quei ceti che determinavano la Kultur di popolazioni fondamentalmente nordiche, qualsiasi pesantezza era esclusa dalle buone maniere, in circostanze tanto ordinarie quanto solenni, fra gli uomini. Lì, il presupposto fondamentale della distinzione umana era evitare la pesantezza. Anche i princìpi [Gesinnung] sono cose per le quali meno "strepito" si fa e più se ne presuppone la realtà concreta, operativa. Far strepito è già di per sé un'accentuare la pesantezza e risulta perciò contrario alla legge nordica di vita. Anche cose intrinsecamente pesanti vengono trattate in modo tale da sembrare leggere. Nella prospettiva nordica, pesantezza significa vita priva di equilibro, 'scomposta'.
Lievità non è lo stesso di leggerezza o sventatezza, né equivale a prendere la vita alla leggera (cioè: il contrario di prenderla sul serio), anche se tutte queste caratteristiche sono senz'altro possibili anche nell'àmbito nordico. L'uomo nordico può prendere molto sul serio il mondo, sé stesso, la sua vita e, naturalmente, i suoi còmpiti; ma fare sfoggio di questa serietà come qualcosa di pesante contrasterebbe con lo stile dinamico dell'anima nordica. Tutti noi - almeno noi della generazione della guerra [la prima guerra mondiale - n.d.t.], conosciamo fin dai tempi di scuola l'esagerazione della "serietà etica": nell'àmbito nordico essa diventa una pedanteria da maestro elementare o da curato. Solo quando venga non esagerata ma sentita come qualcosa di naturale e spontaneo, la gravità etica si rivela un valore autentico dell'anima nordica.
Al superamento della pesantezza è destinato anche quello strumento operativo in cui si esprime la struttura psichica - animica - nordica: la sua manifestazione corporea. Per favorire la comprensione di questo, un paio di fotografie riusciranno più efficaci delle descrizioni verbali.
Le fotografie 20 e 22 mostrano ciascuna in primo piano una figura femminile: in ambedue i casi i soggetti hanno in comune il fatto di stare in piedi con una palla in mano. In comune hanno anche anche il colore chiaro della pelle e dei capelli. Eppure nelle due immagini la figura è molto diversa, così come diverso è il modo, dalla figura determinato, di tenersi in piedi e di tenere la palla. Tutte e due le ragazze stanno erette, in posizione di riposo. Nell'un caso (fotografia 20) la stazione eretta include prontezza a staccarsi con lievità [leicht] dal suo posto e a muoversi nello spazio ("gamba di sostegno e gamba d'azione"); mentre nell'altro (fotografia 22) la ragazza poggia tutte e due le gambe per terra, in modo tale che il loro peso sembra farsi sentire sul suolo. In quest'ultimo caso tutto è costruito sulla pesantezza: le spalle sono orizzontali e larghe, il collo fa da base possente alla testa e viene a sua volta sostenuto da un tronco che nella sua ampiezza e possanza esprime la pesantezza della materia. Procedendo ancora un poco nel descrivere l'orientamento direzionale [Linienführung] questo corpo, troviamo che è costruito come una torre massiccia: le gambe fanno l'effetto di due robuste colonne, fatte per sostenere e per portare, non per muovere. E le braccia sembrano fissate alle spalle, non paiono membra di una figura mobile (7).
Prescindendo da confronti, la fotografia 20 indica chiaramente che cosa significhi il superamento della pesantezza e come esso si manifesti già nella struttura della figura fisica. Qui il collo s'"innalza" al di sopra delle spalle, graziosamente arrotondate, dalle quali "scorrono" le braccia. Questo profilo, che è "sciolta" perfino nella posizione di riposo, si ripete lungo il tronco sottile e nelle gambe fino a raggiungere i piedi, che sembrano quasi sgravati dal peso del corpo. Basta una leggerissima scossa, un piccolo stimolo al movimento, e le membra si afferrano gioiosamente allo spazio: come indica la fotografia 21, con un'altra figura sullo sfondo che esegue lo "stesso" esercizio corporale, ma in modo diverso.
Qualcosa di simile vale per le immagini di giovane nordico e di ragazza nordica, alle fotografie 23 e 24. In ciascuna razza, essere giovani ha un significato diverso a seconda della diversa gerarchia di valori determinata da un diverso stile. Giovinezza 'alla nordica' significa: vedere la vita davanti a sé come un campo vasto e attraente, per spaziare o per volare nel quale si richiede un superamento sempre più impegnativo della pesantezza. E vecchiaia nordica significa guardare all'indietro, a una vita realizzata, oppure irrigidirsi quando non è più possibile realizzare, cioè superare la pesantezza.
Le fotografie 25 e 26 mostrano una vecchia contadina originaria di un isolotto della Frisia settentrionale, ove ha trascorso tutta la sua vita. È stata una delle ultime persone radicatesi nei loro focolari aviti di Frisia. I suoi figli parlano ancora il frisone; i suoi nipoti lo capiscono appena. Essa rappresenta la pietrificazione di un passato, il suo volto assomiglia a un teschio. Da lei non si riusciva a ottenere un sorriso né un movimento. Quando permise che la si fotografasse, lo fece per un favore ai suoi nipoti. Il mondo nel quale essa aveva svolto la sua vita operosa era sprofondato, ed ella non voleva avere niente a che fare con quello nuovo. Le fotografie la mostrano così: ritirata dal mondo circostante e già morta internamente. Per una persona di questo tipo, anche quando dice di sé stessa di "essersi meritata il riposo" e di dover ormai rimettersi al su Altenteil [diritto agli alimenti e all'abitazione nella sua proprietà, di cui gode un fattore a riposo], la verità è che per lei quella non è più la vita giusta, perché per lei soltanto una vita operosa è degna di essere vissuta. Una vita diversa non ha valore.
(1) L'immagine completa di quest'uomo è riprodotta in: L. F. Clauss, Rasse und Charakter [Razza e carattere] (Fkft. a. M. 1936 und 1938). p. 42 (Fig. 18).
(2) Cfr. L. F. Clauss, Die nordische Seele [L'anima nordica]. 7a. edizione (München 1939) 13o. cap.: La decisione nordica, in particolare pp. 98 segg.
(3) Siffatti tentativi di variazioni arbitrarie sono presentati in L. F. Clauss, Rassenseele und Einzelmensch. Ein Lichtbildervortrag [Anima della razza e individuo. Conferenza con proiezioni] (München 1938, J. F. Lehmann). Cfr., inoltre, L. F. clauss, Rasse ist Gestalt [Razza è figura], "Scritti del movimento", editi dal Reichsleiter Ph. Bouhler, quaderno n. 3 (München 1937, Fz. Eher Nachf.).
(4) Il significato che l'educazione può assumere in relazione alla legittimità della figura animica, è descritto nel mio libro Die nordische Seele [cit.], cap. 13 (cit.), in particolare pp. 97 segg.
(5) Cfr. il 4o. capitolo di questo libro. Cfr. anche L. F. Clauss: Semiten der Wüste unter sich [I Semiti del deserto nel loro ambiente] (Berlino 1938, Buchmeister Verlag).
(6) Cfr. L. F. Clauss, Die nordische Seele [cit.], cap. 6: "Anima e paesaggio, terre del Nord e del Mediterraneo". Non è certo vero che l'uomo nordico si possa rinvenire solo in un paesaggio nordico. Piuttosto, il paesaggio nordico è lo sfondo conforme al suo stile: è il paesaggio cui egli a p p a r t i e n e stilisticamente e dal quale all'inizio dei tempi deve avere tratto la sua origine.
(7) Si noti però che la figura corporea di questa ragazza che ci è valsa da esempio non manca completamente di tratti nordici; in questa fotografia essi passano tuttavia in secondo piano, di modo che non rimane alcun accenno a un superamento della pesantezza.
1-Contadino e operaio tedesco, originario della Frisia. Il suo livello culturale è certo modesto, ma nonostante ciò egli è un signore. La signorilità sta non nella sua vita quotidiana, ma piuttosto nella sua attitudine interna. Egli avanza verso il suo mondo circostante, il quale è il suo "oggetto", a lui contrapposto perché ne faccia un obiettivo di realizzazione. Uomo del còmpito, razza nordica.
2 Il medesimo. Il contorno della nuca è verso l'esterno, i tratti facciali sono bene definiti e puntano in avanti. Si tratta dell'espressione corporea di un uomo sempre pronto all'azione esterna, ossia quella che tende a plasmare il mondo. La tensione verso l'esterno è la base della sua esperienza di questo.
3/4 Figlio di contadini svedesi. Fa il cameriere in un albergo, ma anche come inserviente rimane libero e signorile. La sua mobilità animica e i suoi contorni fisici corrispondono a quelli della figura precedente; non però le sue proprietà caratteriali né l'impronta impressagli dalla storia.
5/6 Operaio della Carinzia meridionale. I suoi contorni fisici sono quelli delle figure precedenti, ma coniati da una vita storica più intensa. Al suo confronto i visi precedenti danno l'impressione di essere "neutri".
7 Costruttore di navi, originario dello Holstein. Uomo nordico "al lavoro". Anche l'incarico più banale diviene per lui un còmpito professionale.
8 Avventuriero di stile nordico, originario del Baltico. Fondamentalmente della stessa razza degli esempi precedenti, dotato però di un carattere affatto diverso.
9 Commerciante, con antenati frisoni e brandenburghesi; nordico. Per valutare qualcosa, si colloca "di fronte" e a distanza.
10 Il medesimo. La sua forma bene delineata esprime il valore dato alla distanza e quindi il suo evitare di mettersi in posa.
11/12 Il medesimo. Un uomo del còmpito fuori dal suo lavoro, durante la sua conversazione casuale. L'"oggetto" della conversazione viene colto con gli occhi (fotografia 11). Anche il suo sorriso (fotografia 12) contiene un giudizio e perciò una realizzazione.
13 Il medesimo. Gaiezza nordica, "rivolta a sé stessa".
14 Il medesimo. Il giudizio, preso come realizzazione, si rivolge adesso all'interno: un ricordo diviene "oggetto".
15 La conversazione incontra una difficoltà, la quale viene superata 'professionalmente'.
16 Ragazza della nobiltà ungherese, fondamentalmente nordica.
17 Italiano della Lombardia, fondamentalmente nordico.
18 Contorni [Linienführung] più molli, ma di massima di figura nordica.
19 Volto nordico dai contorni più duri, appropriato per un'espressione aspra.
20/21 Movimento e stazione nordici; superamento della pesantezza.
22 Stazione falica. Accentuazione della pesantezza.
23 Corporatura nordica maschile.
24 Corporatura nordica femminile.
25/26 Vecchia contadina di un isolotto della Frisia settentrionale. In questo caso la vecchiaia vuol dire l'irrigidirsi del movimento e il non riuscir più a operare. Il superamento della pesantezza non si verifica più; e ciò, per un'esperienza nordica di vita, significa che la vita si arresta




Rispondi Citando
7%); dopo due generazioni essa è 9:16 (36%:64%); dopo tre generazioni, quindi neanche un secolo, 30%:70%; e dopo 300 anni, se tutto continua nello stesso modo, la razza A, da essere stata la metà del totale sarà divenuta un insignificante 7%". 