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Discussione: Il Sanfedismo

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    Predefinito Il Sanfedismo

    1. Fra storia e ideologia

    Il termine "sanfedismo" designa la reazione armata delle popolazioni dell'Italia Meridionale, organizzate nell'esercito della Santa Fede, contro la Repubblica Napoletana del 1799. Il vocabolo ha acquistato nel tempo anche un significato ideologico ed è usato per indicare, in senso spregiativo, non soltanto l'opposizione armata a una rivoluzione ispirata a quella detta francese e l'insorgenza contro i poteri da essa instaurati, ma anche qualsiasi forma di ideologia "reazionaria" e "clericale".

    In questo senso il termine è stato adoperato dalla storiografia liberal-progressista prima e da quella marxista poi, cui venivano meno gli abituali schemi interpretativi di fronte all'imbarazzante paradosso di un'energica resistenza popolare opposta proprio a quelle armate, giacobine e napoleoniche, che pretendevano di agire per il bene del popolo.

    Gli storici liberali, rappresentati innanzitutto da Vincenzo Cuoco (1770-1823) e da Pietro Colletta (1775-1831), testimoni diretti degli avvenimenti del 1799, tendono a spiegare il fallimento della Repubblica Napoletana come conseguenza di una rivoluzione accettata "passivamente" e frutto di errori e di circostanze avverse, così da salvaguardare il ruolo dirigente dell'"intellettuale" e il suo diritto a ergersi come rappresentante della nazione. Anche Benedetto Croce (1866-1952) riduce in larga misura la storia del Mezzogiorno d'Italia a quella del suo ceto intellettuale e giunge, nella sua Storia del regno di Napoli, a idealizzare i giacobini come nuova aristocrazia, "quella reale, dell'intelletto e dell'animo".

    Antonio Gramsci (1891-1937), che utilizza lo stesso procedimento logico, si rammarica dell'assenza "momentanea" di un'avanguardia intellettuale, cioè di un partito leninista non ancora fondato, e propone un'interpretazione delle insorgenze in chiave di lotta di classe fra borghesia e contadini. Questa impostazione vorrebbe accreditare l'idea di una conflittualità sociale molto diffusa in tutta la penisola, che abbia sempre gli stessi caratteri in presenza di popolazioni differenti, rette da istituzioni diverse, situate in contesti geoeconomici non uniformi e con le tradizioni più varie.

    Una spiegazione insufficiente è offerta anche dalla storiografia nazionalistica, che ha avuto corso fra le due guerre mondiali e che vede nelle insorgenze soltanto preziose affermazioni di valori nazionali e, quindi, una reazione allo straniero invasore e non ai princìpi rivoluzionari, i quali - essa sostiene - avrebbero ricevuto migliore accoglienza se presentati in altro modo e in altra circostanza. La matrice religiosa delle insorgenze risulta così sbiadita e la resistenza armata di interi popoli, che in Italia e in Europa si batterono in difesa della loro fede e delle loro tradizioni, è ancor oggi ignorata da molti o ricordata con disprezzo: "[...] tutto questo che è dignità, fierezza, spirito di sacrificio - scrive Niccolò Rodolico (1873-1969), autore di orientamento liberale - è stato considerato, specialmente per l'Italia meridionale, fanatismo e brigantaggio".

    Queste considerazioni valgono in particolare per l'insorgenza meridionale che, rispetto ad altre simili vicende italiche, può essere assunta come modello per l'ampiezza del fenomeno, per la minore frammentarietà delle vicende e per la presenza di un nucleo dirigente che, per quanto piccolo, seppe coordinare la generosa reazione popolare. Infatti, nel 1799, i "lazzari", cioè il popolo minuto di Napoli, e i contadini delle province si rivelano ben lungi dall'essere una massa amorfa, avvezza a passare con facile rassegnazione da un padrone all'altro, e le loro gesta vanno a costituire l'epopea della Santa Fede, che ebbe nell'eroico card. Fabrizio Ruffo dei duchi di Branello (1744-1827) il suo condottiero e in sant'Alfonso Maria de' Liguori (1696-1787) il suo preparatore remoto ma profondo, nello stesso senso in cui san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716) preparò la Contro-Rivoluzione vandeana.

    Quando, nel novembre del 1798, l'esercito rivoluzionario francese invade il regno di Napoli, la "[...] monarchia napoletana - come ammette Croce -, senza che se lo aspettasse, senza che l'avesse messo nei suoi calcoli, vide da ogni parte levarsi difenditrici in suo favore le plebi di campagna e di città, che si gettarono nella guerra animose a combattere e morire per la religione e pel re, e furono denominate, allora per la prima volta, “bande della Santa Fede”". Nella capitale i popolani mostrano una notevole capacità organizzativa, grazie anche a momenti di coordinamento che fanno riferimento a forme di organizzazione interne alla società bassa di Napoli nonché alle strutture corporative e a forme di aggregazione religiosa dei laici. I francesi devono impegnarsi a fondo per domare la resistenza e soltanto dopo tre sanguinose giornate il generale Jean-Étienne Championnet (1762-1800) può annunciare la vittoria, non senza elogiare il comportamento valoroso dei "lazzari".

    Il 21 gennaio 1799, mentre ancora si combatteva per le vie della capitale, viene proclamata la Repubblica Napoletana. Il 23 gennaio, con l'approvazione e l'appoggio francese, viene proclamata la Repubblica Napoletana.
    Nasce un governo provvisorio di venti membri, poi portato a venticinque , tra cui Carlo Lauberg (il primo presidente), Ignazio Ciaia (suo successore dalla fine di febbraio), il filosofo Francesco Mario Pagano e Melchiorre Delfico. Il governo si articola in sei Comitati (Centrale, Militare, Legislazione, Polizia Generale, Finanza , Amministrazione Interna), che poi formano l’Assemblea Legislativa ed esercitano il potere esecutivo in attesa dell’organizzazione definitiva del governo. Il 2 febbraio si pubblica il primo numero del Monitore Napoletano, il giornale ufficiale del governo provvisorio, diretto da Eleonora Pimentel Fonseca, una letterata in passato vicina all'ambiente di corte.
    I "patrioti", come si facevano chiamare i rivoluzionari napoletani che si schierano a fianco dei francesi, si accorgono ben presto di essere estranei alla maggior parte della popolazione, isolati anche dalle cerchie borghesi neutrali e tenuti in pugno dai francesi. Invece di governare, si perdono in problematiche e in elucubrazioni che costituivano soltanto uno schermo davanti alla tragica realtà. I dibattiti, le leggi, la pubblicistica, l'organizzazione dello Stato si riducono a un gioco da salotto, nel quale si enunciano grandi utopie, idee astratte e grandi ideali impersonali.
    I "patrioti", che credevano alla magica virtù della "Libertà" e veneravano il regime repubblicano come una forma eterna e infallibile, con carattere quasi religioso, pensano basti promulgare alcune leggi fondamentali per realizzare automaticamente la felicità dei popoli. Ma scoprono, com'era già accaduto ai loro colleghi francesi, che il popolo reale non era il "Popolo" da essi idealizzato; paralizzati fra il seducente miraggio di un popolo mitico e il terrore di una "plebe" concreta, decretano che questa era corrotta e occorreva costringerla alla "virtù".
    Nei giorni seguenti la presa di Napoli da parte dello straniero e l'istituzione della Repubblica Napoletana, il cardinale Ruffo di sua iniziativa si diresse a Palermo per domandare al Re uomini e navi per riconquistare il Regno. Cosa fu a spingere il Ruffo a fare ciò, non lo sapremo mai. Non era un generale, non era neanche prete (era un diacono: i cardinali ed anche il Papa potevano provenire dal corpo laico). Giunto a Palermo e parlato con i sovrani, ottenne il titolo di Vicario plenipotenziario del Re, una nave e sette uomini. Ferdinando IV il 25 gennaio del 1799 firmò il diploma delle Reali Istituzioni con cui dava incarico al Ruffo di portarsi nelle Calabrie, di difendere le provincie non ancora invase e di riacquistare quelle invase e la capitale. Munito di pieni poteri, in compagnia del marchese Filippino Malaspina, dell'abate Lorenzo Sparziani e di 4 servitori, il 27 gennaio Fabrizio Ruffo s'imbarcò a Palermo e fece vela per Messina.
    Presi accordi con le autorità di Palmi, Bagnara, Scilla e Reggio, che erano ancora libere, con i suoi 6 compagni ai quali s'erano uniti Domenico Petromasi e l'abate Annibale Caporossi, il 7 febbraio passò lo stretto e andò a sbarcare a Punta Pizzo presso il villaggio di Piale. Ad aspettarlo trovò poche persone, fra le quali il giudice Angelo Di Fiore, I'ex preside di Catanzaro Antonio Winspeare e il tenente di polizia Francesco Carbone. Primi a giungere, il giorno 8 febbraio, furono 42 uomini armati, inviati dal governatore di Reggio al comando del tenente Natale Serez de Vera. Altri uomini gli giunsero nei giorni seguenti e Ruffo poté mettere insieme 350 persone, che armò e vestì alla meglio con fucili militari, schioppi da caccia, spade, scuri e lance ed uniformi improvvisate.
    Con questa piccola, schiera di cui solo 220 formavano tre compagnie regolari, che chiamò Armata Cristiana e Reale e che seguiva la bandiera di stato su cui aveva fatto ricamare la Croce, e il motto In hoc Signo vinces, Ruffo partì da Pizzo il 13 febbraio e, procedendo lentamente. andò a Scilla, a Bagnara, Sinapoli, Radicena, Palmi ed a Gioia, raccogliendo per via altri seguaci, mentre i drappelli francesi fuggivano a Monteleone dove si diceva volessero fare resistenza. Si recò da suo fratello il duca di Baranello, e emanò un proclama ai vescovi, ai parroci ed ai governatori delle Calabrie, con cui ordinava di convocare le popolazioni a muovere in difesa della Religione e della Monarchia. Indossò un cappello con una croce bianca.
    Quattro mesi dopo, l'esercito dei volontari della Santa Fede, o Sanfedisti, era composto di decine di migliaia di persone, ed entrava in Napoli da trionfatore, restaurando lo Stato legittimo. Confiscò i terreni di quei nobili, fra i quali suo fratello Vincenzo, che avevano tradito; fu inflessibile nel reprimere i predatori ed i violenti. Attento alle esigenze della popolazione, ricevette ogni giorno tutti coloro che avevano problemi e controversie da risolvere. A Gioia il Cardinale trovò due cannoni inviati dal comandante del forte di Messina gli aveva mandati. Ora egli disponeva di 1.500 uomini che a Rosarno si. accrebbero di altri 100 e con questi diresse su Mileto, dove il vescovo mons. Capece Minutolo gli fece, trovare altri uomini.
    La sua forza crebbe a circa 10 mila uomini, ma gli armati regolari non superavano i 400, suddivisi in otto compagnie e sotto il comando del colonnello Antonio De Settis formarono il Reggimento dei Reali Calabresi. Senza frapporre indugi Ruffo si mise in marcia e il 1° marzo entrò trionfalmente in Monteleone, accolto da liberatore. La presa di Monteleone accrebbe il prestigio del Cardinale e diede animo ai fautori della causa legittimista che accorsero numerosi da ogni parte sotto le bandiere della Santa Fede.
    Ruffo, emanò un generale indulto. Con le offerte ricevute, poté fornirsi di armi, di viveri e pagare regolarmente le sue truppe e dar respiro ai paesi liberati. Costituiti uno squadrone dì cavalleria, due compagnie di zappatori e un corpo di artiglieria con quattro cannoni, Ruffo mandò una schiera verso Catanzaro e un'altra verso Nicastro in direzione di Cosenza quindi col grosso delle suo truppe lasciò Montelcone e si recò a Pizzo, dove prese accordi con un messo di mons. Lodovico Lodovici circa l'insurrezione del Cilento. Da Pizzo il Cardinale mosse verso Maida con l'intenzione di piombare su Catanzaro, infrangervi la resistenza dei repubblicani e punire Vincenzo Petroli, capo del Tribunale provinciale, il quale aveva posto una taglia sulla testa del Ruffo.
    Ma mentre il Ruffo era in marcia, il capo partigiano Francesco Giglio, alla testa di una forte massa realista, liberò Catanzaro, aiutato proprio dal Petroli che aveva pensato bene di cambiare casacca. Le case dei rivoluzionari furono saccheggiate. Affrettati i suoi passi, il Cardinale entrò in Catanzaro e fece cessare i disordini. Si mostrò molto clemente con i giacobini catturati. Mentre il Cardinale si trovava in Catanzaro, si liberavano dal giogo straniero Cutro, Santa Severina, Cariati, Luzzi, Corigliano, Strongoli e S. Giovanni in Fiore; intanto a spedizione inviata da Monteleone verso Cosenza assolveva pienamente il suo compito.
    La comandavano Giuseppe Mazza, Pierantonio Tiratti e Giuseppe Licastro; questi entrarono senza colpo ferire in Nicastro; penetrarono a viva forza in Amantea e Paola, e, sostenuti dalle popolazioni, investirono Cosenza, in cui fu dato il sacco alle case dei giacobini. Dopo la presa di Cosenza tutta la Calabria citeriore poteva dirsi liberata. Solo Cotrone rimaneva presidiata dalle truppe nemiche. Contro di essa si mosse Ruffo con le sue truppe da Catanzaro e si fece precedere da due compagnie regolari sotto il comando di Natale Perez e da 2.000 uomini delle masse capitanati da Domenico Spadea e da Giovanni Celia, cui per via s'aggiunsero numerosissimi partigiani, tra i quali la banda del patriota Panzanera.
    Il Perez giunse sotto Crotone il 21 marzo e spedì un parlamentare ad intimare la resa; ma il parlamentare venne imprigionato e condannato a morte e, all'alba del 22, il presidio francese uscì risolutamente dalla città per attaccare i realisti. Soverchiati dalle truppe del Perez, i repubblicani si ritirarono precipitosamente in Crotone, ma insieme con loro v'entrarono gli uomini del Panzanera; il castello capitolò e la città fu saccheggiata. Il 25 giunse dopo faticosissima marcia il Cardinale Ruffo a Crotone e vi si fermò fino al 4 aprile. Di là il Cardinale andò a Rossano, dove si congiunse alle milizie del Mazza, quindi si recò a Cosenza, e vi rimase per tutto il resto mese, dedicandosi a dar l'assetto alla regione, a riordinare e rifornire le sue truppe, ad allacciare comunicazioni con gli insorti dei Principati cui mandò rinforzi , sotto gli ordini di Nicola GuaItieri, detto Pane di Grano.
    Alla fine di aprile Ruffo lasciò la Calabria ed entrato nella Basilicata si diresse a Matera dove giunse il 5 maggio. Si preparava ad attaccare Altamura quando lo raggiunse una schiera di partigiani pugliesi proveniente da Taranto comandata dal De Cesare. Con questa schiera anche la Puglia si metteva in contatto col Cardinale, la Puglia, dove i partigiani stavano per essere sopraffatti dalle armi francesi. Fin da quando si erano delineati i primi successi del Ruffo, lo Championnet aveva pensato di soffocare con le armi la rivolta che furiosa divampava in tutte le provincie. Sua intenzione era di mandare il Duhesme con 6 mila uomini nella Capitanata e, il generale Ollivier nel Cilento.
    Il primo, assoggettato quel territorio, doveva inviare un distaccamento negli Abruzzi e nel Molise in aiuto del Coutard col grosso quindi doveva scendere nelle Puglie e, per la Basilicata, invadere le Calabrie e unirsi col corpo dell'Ollivier, sceso nel frattempo dal Cilento. La spedizione dell'Ollivier fallì perché, dopo aver preso Rocca d'Aspide e Sicignano, fu costretta dai partigiani a ritirarsi precipitosamente verso la capitale. Più fortunata fu quella del Duhesme. Partito da Napoli il 19 febbraio, prese Troia, Lucera e Bovino, il 23 entrò a Foggia e il 25 sconfisse dopo furioso combattimento i partigiani a S. Severo. Ottenuti questi successi, il Duhesme si mosse contro Cerignola.
    Si trovava il 4 marzo all'assedio di questa città quando il Macdonald, succeduto allo Championnet, gli ordinò di tornare a Napoli, lasciando presidi a Foggia, ad Ariano, ad Avellino ed a Nola; ma una diecina di giorni dopo il generalissimo inviava nelle Puglie una nuova spedizione comandata dal Broussier, che il 16 marzo giungeva a Barletta e dì li andava ad assalire Andria, l'espugnava dopo un sanguinosissimo combattimento di parecchie ore e l'abbandonava al saccheggio. Caduta Andria, fecero atto di sottomissione Giovinazzo, Bisceglie e Molfetta. Trani invece volle resistere, ma il 1° aprile venne assalita e occupata dai Francesi che le diedero il sacco.
    Da Trani il Broussier mosse alla volta di Bari che da, un mese e mezzo si trovava, assediata dalle schiere del De Cesare e del Bocchechiampe. Per via fu dato l'assalto a Carbonara, che dopo accanita, resistenza fu espugnata: 800 persone furono passate a fil di spada e la terra incendiata. La stessa sorte toccò a Ceglie, Martino, a Montrone e ad altri paesi. Partecipava a queste azioni contro il suo Popolo, il repubblicano e giacobino Ettore Carafa Conte di Ruvo. Bari, all'avvicinarsi dei Francesi, fu abbandonata dai partigiani, che si ritirarono a Casamassima, ma furono raggiunti da Broussier, il 5 aprile e massacrati.
    Quattro giorni dopo, il Broussier veniva richiamato col Duhesme a Parigi e gli succedeva nel comando l'Ollivier il quale marciò alla volta di Brindisi per raggiungere un battaglione francese, sbarcatovi I'8 aprile. Aveva già occupato Mola, Monopoli, Fasano ed Ostuni, quando con la notizia delle sconfitte subite da Chérer in Lombardia gli giunse l'ordine del Macdonald di ripiegare rapidamente su Napoli per unirsi alle altre truppe francesi che si apparecchiavano a partire per l'Alta Italia. Il 15 aprile Ollivier, unitosi col battaglione di Brindisi, iniziò la ritirata. Sei giorni dopo era a Foggia e, lasciatavi la "legione napoletana" del Conte di Ruvo.
    A marce forzate si portava a Napoli, dove il 26 aprile si trovarono concentrate tutte le forze francesi, eccettuate quelle del Coutard che dagli Abruzzi dovevano direttamente passare in Toscana. La partenza dei Francesi dalle Puglie fece rialzare il capo ai partigiani, che in quei giorni videro comparire nelle acque di Brindisi e di Taranto due piccole squadre russo turche, che sbarcarono qualche centinaio di soldati; il De Cesare, riunita sotto di sé una nuova schiera di partigiani andò a raggiungere sotto le mura di Matera il Cardinale Ruffo; intanto dai due Principati s'avanzavano nelle penisola sorrentina i gruppi di Pan di Grano, Castellammare, Sorrento e Salerno cacciavano i giacobini e innalzavano la bandiera di Stato, la rivolta si estendeva rapidamente nei comuni vesuviani e Fra Diavolo prendeva accordi col Troudbridge, che incrociava nel golfo di Napoli, per riconquistare Gaeta e Castel S. Elmo.
    Il Macdonald aveva riunito il suo esercito tra Caserta e Maddaloni. Tutto era pronto per la partenza; ma egli non voleva mettersi in marcia senza aver tentato di assicurarsi le spalle dagli insorti della regione vesuviana che potevano ostacolargli la ritirata. Così il generale Vatrennes puntò per Avellino e su Salerno, il 28 aprile piombò su Torre Annunziata, ricacciò e sconfisse a Sarno i realisti e ritornò con cannoni e prigionieri a Napoli. L'esercito francese partì da, Caserta il 7 maggio. Giunto a Capua si divise in due corpi, uno comandato dal Macdonald, che per Terracina, tormentato dalle bande di Fra Diavolo, giunse a Roma, il giorno 16. Il secondo corpo lo comandò l'Ollivier. Difficilissima fu la marcia di quest'ultimo. Una prima seria resistenza la trovò a S. Germano, che, espugnata venne messa a sacco e incendiata. Sorte uguale subì la Abbazia di Montecassino. Resistenza maggiore incontrò l'Ollivier ad Isola, la, quale, dopo accanito combattimento venne ridotta a un cumulo di macerie (12 maggio).
    Quattro giorni dopo anche questo secondo corpo giunse a Roma. Nella Repubblica Partenopea rimasero che 5.400 soldati francesi comandati dal generale Mejan. Ruffo si preparò quindi a marciare sulla capitale, che conquistò, come è noto, non senza una tragica battaglia che rivide i Lazzari in azione, il 13 giugno.Il 13 giugno 1799, l'Armata fa il suo ingresso nella capitale, già infiorata di candidi panni gigliati e di coccarde scarlatte. Ma la festa dura poco. Il popolo minuto, che non aveva dimenticato i tradimenti, la sconfitta, le brutalità e i saccheggi, si vendica ferocemente dei suoi nemici. Ruffo cerca invano di arginare la guerra civile; a nulla valgono neppure le sue proteste contro la proditoria violazione, da parte dell'ammiraglio inglese Horatio Nelson (1758-1805), inviato a sostegno del re di Napoli, della convenzione conclusa con i vinti (Nelson rifutò di riconoscere qualsiasi trattato sottoscritto dal Cardinale e fece impiccare un centinaio di giacobini filofrancesi napoletani che Ruffo intendeva invece graziare).
    Al termine del conflitto, Ruffo si adoperò per la pacificazione tesa a ricostituire il tessuto sociale, e sulla preparazione dottrinale della classe dirigente e della popolazione contro la penetrazione massonica.
    Ma il Cardinale venne emarginato appena possibile. Le calunnie hanno degradato la sua figura, presentato come capo di orde di briganti; la storiografia ufficiale ha tramandato solo gli eccessi dei suoi uomini, ingigantiti dal tempo e dagli interessi di parte. Si tratta senz'altro della personalità più importante di tutta la storia delle Insorgenze, probabilmente di una delle più coinvolgenti di tutta la storia d'Italia. Per tali ragioni, di fronte a tali eventi non si poteva rimanere indifferenti: o si celebravano come conveniva, o si diffamavano e smitizzavano. La storiografia italiana ha scelto la seconda via.

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  2. #2
    Alvise
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    Predefinito Fabrizio Ruffo




  3. #3
    Alvise
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  4. #4
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    Il sanfedismo fu una vera disgrazia per noi genti del sud.

    Purtroppo il sanfedismo non fu solo quello del 1799 ma anche quello della restaurazione borbonica, che spazzò via i funzionari murattiani che avevano riorganizzato la struttura amministrativa e legislativa del Regno.

    A corte regnò la superstizione, l'autoritaismo e la soppressione di ogni lievito riformatore.

    Il sanfedismo è tra le cause della fine del Regno delle Due Sicilie.

    Non sono calunnie che dietro il cardianle Ruffo ci fossero null'altro che briganti, sobillati dall'aristocrazia agraria e borbonica e armati dagli inglesi.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da aguas

    Il sanfedismo è tra le cause della fine del Regno delle Due Sicilie.

    Non sono calunnie che dietro il cardianle Ruffo ci fossero null'altro che briganti, sobillati dall'aristocrazia agraria e borbonica e armati dagli inglesi.
    Guarda che persino alcuni intellettuali giacobini e filofrancesi, reduci della stessa Repubblica partenopea come Vincenzo Cuoco, ammisero nelle loro memorie che i repubblicani napoletani del 1799 erano isolati e malvisti dalla grande maggioranza della popolazione che si era schierata con Ruffo. Molti storiografi oggi sostengono del resto che il sanfedismo non fu soltanto un movimento di briganti ma anche una vera e propria reazione popolare spontanea.

  6. #6
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    ai settari, quando più loro si concede, tanto più gli si accende la brama di domandare....

    l'esperienza ha fatto conoscere che si ama l'eguaglianza per livellarsi coi superiori, non già cogli inferiori. Dai nostri democratici la semplicità repubblicana si coltiva per fasto, per orgoglio, per opprimere e rubare...

    Antonio Capece Minutolo Principe di Canosa

  7. #7
    Alvise
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    Non aspettiamo che il nemico venga a contaminare queste nostre contrade: marciamo ad affrontarlo, a respingerlo, a discacciarlo dal nostro Regno e dall'Italia, e a rompere le barbare catene del nostro Santo Pontefice.

    tratto dal proclama di Fabrizio Ruffo al popolo calabrese.

  8. #8
    Gaeta resiste ancora!
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    In verità, Ferdinando II chiamà al governo del Regno dei personaggi compromessi col periodo murattiano.
    Cmq il sanfedismo fu un fenomeno spontaneo, testimonianza dell'attaccamento del Popolo Napolitano alla Fede Cattolica e al Sovrano legittimo, meridionali e non, tutti coloro che manao la libertà e l'autodeterminazione dei popoli, dovrebbero considerare Fra Diavolo, il Cardinale Ruffo e i Lazzari degli EROI. D'altra parte il generale francese Chiaponet che conquist Napoli solo garzie ai traditori ke da Castel Sant'Elmo spararono sui Difensori di Partenope, definì i Lazzari,UOMINI MERAVIGLIOSI. Noi oggi ci vergognamo di loro, ma sono sicuro che se potessero vedere com'è ridotta la Nopoli odierna, sarebbero loro a vergognarsi di noi.. e a ragione !

  9. #9
    Socialcapitalista
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    Se si può individuare un a causa per il sottosviluppo meridionale, essa è il sanfedismo, che nel 1800 ma più ancora nel 1814 fu il modello della successiva stagnazione del sud, assoluta fino al 1860 e poi relativa.

    Si ebbe paura della cultura e dell'industria, e si trovò il sostegno nelle masse ignoranti dominate dai preti, situazione che dura anche oggi.

    La colpa dei Savoia: non avere inciso quella piaga purulenta che in seguito contribuì a portarli alla rovina.
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  10. #10
    legio_taurinensis
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    W la Santa Fede!

 

 
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