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  1. #1
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    Predefinito Selbstbestimmung für Südtirol


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  2. #2
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    La SVP la ma regòrda tàt la lega...

  3. #3
    Il Patriota
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    Citazione Originariamente Scritto da Wolf 86
    La SVP la ma regòrda tàt la lega...

    per piacere non paragoniamo la cioccolata con la merda...l'SVP (sono e restano democristiani) cmq da piccolo partito regionale ha ottenuto un sacco di concessioni per la propria terra che la lega si sogna..

  4. #4
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    per piacere non paragoniamo la cioccolata con la merda...l'SVP (sono e restano democristiani) cmq da piccolo partito regionale ha ottenuto un sacco di concessioni per la propria terra che la lega si sogna..
    Chiaramente con le debite proporzioni...

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Il Patriota
    per piacere non paragoniamo la cioccolata con la merda...l'SVP (sono e restano democristiani) cmq da piccolo partito regionale ha ottenuto un sacco di concessioni per la propria terra che la lega si sogna..
    Concessioni che pagano i padani

  6. #6
    Il Patriota
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    Sudtirolo, la «Notte dei fuochi»



    L´ho conosciuto qualche anno fa, Sepp Innerhofer. Mi accolse nella stube del suo maso sopra Scena, mi fece sedere al tavolo quadrato e subito mi sussurrò: «Ecco, lo discutemmo proprio qui, quel grossen Schlag». Un crocefisso ornato di fiori secchi ci guardava appeso all´angolo del soffitto. Sapevo cosa intendesse per quel «grosso colpo»: la Notte dei Fuochi dell´11 giugno 1961 quando, spenti i falò del «Sacro Cuore», dalle pendici delle montagne cominciarono a risuonare sordi gli scoppi del tritolo e dozzine e dozzine di tralicci dell´alta tensione furono abbattuti, mettendo al buio la città di Bolzano e soprattutto la sua zona industriale «italiana», vero obbiettivo dell´azione. Sepp Innerhofer «aus Schenna» era uno di loro, di quelli che quella notte accesero le micce.
    Per pagare, poi, aveva pagato: arrestato subito dopo gli attentati, fu processato e condannato tre anni dopo con altri 165 «Bumser» dal tribunale di Milano. Si fece i suoi anni di carcere. Sul tavolo, quel giorno, mi mostrò le foto dei giornali di allora: lui in manette, i giudici, gli altri accusati, i parenti dietro la sbarra del pubblico, gli avvocati difensori, tra cui il futuro onorevole Roland Riz. E mi raccontava degli interrogatori, delle botte, della solitudine, delle lettere disperate che lui e gli altri spedivano a casa.
    Sepp Innerhofer
    e il suo traliccio
    Proprio perché, quando lo incontrai, aveva già pagato il suo debito, Sepp Innerhofer non aveva più nulla da nascondere. «Lo vuoi vedere?» mi chiese, e mi indicò la finestra e, oltre la finestra, un traliccio poco lontano. Poi mi accompagnò fin sotto, a quel «suo» traliccio. Quello aveva fatto saltare, e come lui la maggior parte degli altri che agirono quella notte - contadini come lui, piccoli artigiani di paese: avevano scelto obbiettivi intorno casa. Si capisce che in pochi giorni li avevano scoperti e presi tutti.
    Non volevano allontanarsi dal loro territorio conosciuto, dai campi e dai masi, neppure per mettere le loro bombe. Li conoscevano, quei loro pendii: sapevano l´ora in cui era sicuro che non passasse nessuno. E sapevano dove farli cadere, quei tralicci, in modo che danneggiassero il meno possibile i meli e le viti di proprietà. Sepp Kerschbaumer di Frangarto, il loro leader cattolicissimo, l´aveva ordinato: fare più chiasso possibile, ma non versare sangue. E quel povero stradino Giovanni Postal, che la mattina del 12 giugno fu dilaniato da una bomba piazzata sotto un palo della luce, fu certo una vittima non voluta. Questa era la generazione del BAS, il Befreiungsausschuss Südtirol, che agì quella famosa «Notte dei Fuochi».
    Poi naturalmente vennero gli altri. Loro, la prima generazione dei terroristi contadini e cristiani, era da tempo tutta in carcere. Tranne quelli che fin dalle prime riunioni avevano gridato: «un colpo solo non basterà!». Gente come i Klotz, gli Amplatz, gente che pensava già alla guerriglia, maneggiava le armi, si era preparata una via di fuga. Questi riuscirono a sfuggire agli arresti, passando il confine e rifugiandosi in Austria, da cui cominciarono a organizzare gli assalti contro i «simboli dello Stato» - poco importa se erano persone. Kerschbaumer, dal carcere, condannò quegli attacchi sanguinosi, ma rimase inascoltato. Le cose precipitarono poi quando all´ala dura sudtirolese si unirono anche gli «esterni»: gli austriaci e soprattutto i tedeschi del circolo pangermanista di Norimberga. I Burger, i Kienesberger. Qualcuno cominciò a parlare di «guerra di liberazione», cominciò a sparare su carabinieri, alpini e finanzieri, a far saltare le camionette e le caserme, il sangue scorse a fiumi, la storia prese un altro corso.
    Non potevate prevederlo, domandai quel giorno a Innerhofer, che una volta messi sulla strada della violenza, ci sarebbe stato qualcuno che avrebbe voluto portarla fino alle estreme conseguenze? Non seppe - o non volle - rispondermi: «Allora ci sembrò l´unica strada rimasta» disse; poi, salutandomi, aggiunse: «Ma forse aveva ragione il Riz». Anche Roland Riz gli aveva posto la mia stessa domanda. Del resto oggi - 40 anni dopo - è lo stesso Magnago ad affermare: «Chi usa la violenza in politica, lo fa sempre a danno dei più deboli e a vantaggio dei più forti».
    Non so, comunque, se una risposta precisa si possa dare. Certo, la prima generazione dei bombaroli tirolesi, contadini e cattolici non va confusa con la successiva, quella dei professionisti della violenza e del pangermanismo. E, certo, bisogna riconoscere il punto di esasperazione a cui la popolazione sudtirolese era stata portata: l´autogoverno promesso nei trattati di pace alla minoranza linguistica non era arrivato; al suo posto era stata costruita una autonomia regionale in cui i trentini avevano il coltello dalla parte del manico. L´unica competenza provinciale riconosciuta era stata quella sull´edilizia pubblica, ma poi ogni decisione in merito era stata bloccata dal consiglio regionale, finché arrivò da Roma un telegramma con cui il ministro democristiano Togni annunciò a sorpresa la costruzione per decreto di 5000 nuovi alloggi. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Bene dunque, a quarant´anni di distanza, che anche su quelle vicende vi sia una pacificazione degli animi: che si studi la storia, che si comprenda le reciproche ragioni e che ciascuno ammetta i propri torti.
    E tuttavia, una cosa è la riconciliazione, un´altra la valutazione storica e politica. In particolare, circola una tesi che a me pare inaccettabile: che la Notte dei Fuochi abbia dato la spinta decisiva per la conquista del secondo Statuto di Autonomia. Che senza quelle bombe, nulla si sarebbe mosso.
    Non sono d´accordo. Sono convinto che l´autonomia non nasce nella notte dei tralicci del 1961, ma nella grande manifestazione di popolo di Castel Firmiano del 1957. Con tutto il rispetto umano, il padre dell´autonomia non è Sepp Kerschbaumer, ma Silvius Magnago. Vorrei spiegare perché. Se si vuole semplificare, è semplicemente un fatto di date. La tesi che all´inizio degli anni ´60 non restarono che le bombe per attirare l´attenzione internazionale e dare allo stesso Magnago la forza per trattare con Roma, ha infatti il difetto di confondere le date. Andiamo con ordine: il momento di maggiore attenzione internazionale sulle sofferenze del Sudtirolo fu senza dubbio la risoluzione alle Nazioni Unite. Fu un avvenimento straordinario: dopo 14 giorni di discussione in commissione, l´assemblea generale dell´Onu votò una risoluzione unanime in cui si criticavano i ritardi nella realizzazione dell´autonomia promessa nei trattati di pace (Parigi, De Gasperi-Gruber, 1946) e si autorizzò formalmente l´Austria ad esercitare una funzione di tutela sulla popolazione sudtirolese.
    Lì fu la svolta: la questione altoatesina, portata di fronte al mondo, smise di essere puro affare interno dell´Italia e si aprì in questo modo la famosa vertenza internazionale che portò poi al secondo Statuto e al Pacchetto d´autonomia. In quella risoluzione si imponeva all´Italia di assicurare pari trattamento alla popolazione di lingua tedesca e di preservarne - con misure adeguate - le caratteristiche etniche e culturali. Se l´Italia non avesse ottemperato, l´Austria era autorizzata a fare appello alla Corte internazionale di Giustizia.
    Era, questa storica risoluzione venne approvata il 31 ottobre 1960, cioè nove mesi prima della Notte dei Fuochi. Insomma, l´attenzione internazionale c´era già, la vertenza era già avviata. Non furono dunque le bombe del 1961 a portare il Sudtirolo all´Onu, ma semmai il ministro degli Esteri austriaco Bruno Kreisky. Il quale poté farlo grazie alla nuova situazione internazionale che si era intanto creata: nel 1955 era terminata l´occupazione alleata dell´Austria, Vienna si era data un proprio governo indipendente ed era tornata a fare politica estera. Nel mondo fioriva la «distensione» di Kennedy, Krusciov e papa Giovanni XXIII. In Italia erano stati cacciati i governi centristi e la polizia di Scelba e il neonato centrosinistra si apprestava a creare le autonomie regionali previste dalla Costituzione. Tutto ciò consentì di riaprire la partita dell´autonomia sudtirolese.
    Solo chi non vede più in là di Salorno e del Brennero, può immaginarsi che tutto si sia giocato tra un gruppo di bombaroli e uno stato «nemico». La questione del Sudtirolo fu dall´inizio e sempre è stata questione internazionale, influenzata e giocata nello scacchiere mondiale: questo è stato il suo valore, la sua rilevanza, la sua nobiltà. Non fu mai un gioco tra guardie e ladri.
    Certo, forse ci volle un «grossen Schlag» per far capire che le cose dovevano cambiare. Ma quel colpo grosso non lo dettero le bombe, bensì il «Los von Trient» gridato dal popolo sudtirolese il 17 novembre 1957 a Castel Firmiano. Temo purtroppo che le bombe che seguirono abbiano semmai rallentato il processo che si era aperto, fornendo alibi a chi, nello Stato italiano, voleva l´occupazione militare e la Svp fuori legge. A chi boicottava le trattative, che infatti si conclusero nel 1972 con 10 anni di ritardo sul calendario previsto (e i prezzi li paghiamo ancora oggi).
    C´è un´ulteriore questione di date, sollevata da Magnago proprio in questi giorni (sulla «FF»). Racconta Magnago (traduco riassumendo): «Proprio nei giorni immediatamente successivi alla Notte dei Fuochi incontrai, nei giardini del Palazzo Ducale di Bolzano, il ministro dell´interno Mario Scelba, che mi disse: ora torno a Roma e propongo una commissione». Magnago intende la «commissione dei 19», che poi elaborò il progetto della nuova autonomia. Dunque la commissione dei 19 venne grazie alle bombe?
    I duri spregiano
    questa autonomia
    In effetti la commissione fu insediata nel settembre del 1961. E tuttavia, essa non era che l´attuazione pratica delle indicazioni che l´Onu aveva dato quasi un anno prima. Incontratevi - avevano detto le Nazioni Unite - trattate, prendete concordemente le necessarie decisioni. E la commissione dei 19 questo fece. Fare dei «Bumser» i padri dell´autonomia è fare un torto a loro stessi, alle ragioni che li mossero. Lo ha chiarito uno di loro, il pusterese Siegfried Steger, una settimana fa ad un convegno organizzato ad Innsbruck: «Per un´autonomia come quella odierna - ha detto - io non avrei speso nemmeno un centimetro di miccia». I bombaroli non volevano l´autonomia, volevano la Selbstbestimmung, l´autodeterminazione, la separazione dallo stato italiano.
    Per questo combatterono. E per questo scelsero proprio il giugno del 1961 per agire: quello che era successo all´Onu a loro non bastava. All´Onu era stata, sì, condannata l´Italia, ma era stata anche di nuovo respinta la richiesta di autodeterminazione. All´Onu insomma si era aperta la strada che ha portato all´attuale autonomia. Fu questo corso che i «Bumser» tentarono di deviare con i loro attentati. Dunque ha forse ragione chi dice che l´autonomia non è arrivata grazie alle bombe, ma nonostante le bombe.
    «Es blieb kein anderer Weg»: non restò altra via, così titola un libro dei «combattenti per la libertà» uscito qualche mese fa. Mi permetto di dissentire. La strada delle bombe e della clandestinità non fu l´unica. Ce ne fu un´altra: quella dell´azione di massa (Castel Firmiano) e della politica democratica. È questa strada che la storia imboccò, dandoci un Sudtirolo autogovernato e non il Tirolo riunificato che gli «attivisti» invocavano.
    Non è una differenza da poco
    .

  7. #7
    Il Patriota
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  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Dragonball
    Concessioni che pagano i padani

    eheh

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Wolf 86
    La SVP la ma regòrda tàt la lega...
    Se la Lega fosse come la SVP, oggi la Padania sarebbe una macroregione federale, come teorizzato da Miglio nel suo "Breviario di Assago".

  10. #10
    piemonteis downunder
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    "Sudtirolo indipendente, lo vuole la meta' degli altoatesini"

    e' come dire "Scozia indipendente, lo vuole la meta' degli inglesi".

    Significa che il sub-editor ha fatto un titolo ad minchiam come al solito.

 

 
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