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    Veritas liberabit vos
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    Cloaca della Postmodernità. Di nuovo...

    Eccoci di nuovo a parlare della piaga sociale della pornografia...Dopo la censura subita, ci siamo ripromessi di far parlare solo scrittori profondamente cattolici (Fabio [Bernabei] sei cattolico pure tu, ma ti azzardi a sparlare dei nuovi e temporanei padroni d'Italia...Eh...birichino ), nonché di documenti del Magistero che condannano tali pratiche, compresa la pedofilia. Perché un cattolico deve difendere i bambini dagli orchi pedofili? Per chi volesse sapere altre cose sulla pedofilia e potenti lobbies è costretto, suo malgrado, a leggere il mio blog. Se dovessero censurare pure quello, continuerò a scrivere su siti americani,anche di fratelli evangelici, che però nn hanno paura di difendere la purezza (debbo dire che anche la Chiesa ortodossa russa si muove bene in questo senso, del resto, ha un ottimo presidente come Putin)

    Riparto da dove è giusto patire: l'intevento che segue è di Vittorio Messori: amico intimo di papa Benedetto XVI, scrittore dottrinalmente ortodosso. Va bene? O vogliamo chiudere pure qui tramite Messori la bocca al papa?

    Pornografia.

    Di Vittorio Messori

    Tratto da: Antologia di “Vivaio”


    Quando cominciarono a diffondersi i videoregistratori, i soliti sociologi e tuttologi “illuminati” ne previdero impieghi dei quali si compiacevano: dissero che la possibilità di proiettarsi sullo schermo televisivo cassette di ogni tipo sarebbe stata utilizzata dalla gente per imparare e perfezionare le lingue straniere; per coltivare, in genere, quella che amano chiamare “l’educazione permanente”; per organizzarsi piccoli cineforum in famiglia, con la visione di classici della cinematografia e conseguente dibattito tra genitori, figli, nonni, cugini, vicini di casa; e, in genere, per scopi nobilmente culturali o, almeno, di intelligente intrattenimento.
    Naturalmente, è andata in modo assai diverso. Così, vedo ora il commento stupito di uno di quei sociologi “progressisti” che ha scoperto, amareggiato, come il boom dei videoregistratori sia stato provocato da ragioni un po’ meno commoventi di quelle previste. E cioè dal desiderio di molti di farsi la pornoteca personale, di crearsi in ca il cinemino cochon.
    Pettegolezzi da mala lingua? Sfogo da pessimista? No, semplice constatazione statistica, viste le dimensioni imponenti assunte dal mercato delle cassette pornografiche: si calcola che ce ne sia almeno una dozzina per ogni videoregistratore. Come succede per tutte le statistiche, alcuni non ne hanno, ma molti ne hanno molte di più e continuano a procurarsene: così, il bussines della pornografia, che già non scherzava quanto a giornali e a film da sala cinematografica, si è visto spalancare l’enorme mercato mondiale “a domicilio”. Pare che non ci siano affari che smuovano tanto denaro come quello della droga e quello, appunto, dell’oscenità organizzata, che coinvolge migliaia tra tecnici, “attori” e “attrici”, registi, distributori, negozianti.
    E’ un’offerta che, per quanto imponente, sembra stenti a soddisfare la domanda, sempre crescente. Così un’invenzione tecnologia la quale stando ai soliti cantori, avrebbe dovuto dischiudere possibilità nuove per la crescita dell’uomo si è trasformata in un ulteriore, potente incentivo non soltanto al degrado dell’uomo (e della donna) e alla loro mercificazione; ma ha significato anche un inquietante aumento di quella criminalità indotta dai capitali che gravano su questo tipo di attività. E’ una quota inquietante e crescente di quella massa di “denaro sporco” che circola per il mondo e ne condiziona l’economia.

    «A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si imbrocca» è una delle frasi di Giulio Andreotti più citate, a riprova di un suo “cinismo da vetrerocattolico”. In realtà, si tratta di un realismo che – almeno in una prospettiva cristiana – andrebbe persino spinto oltre: per chi crede nel dramma della caduta e della Redenzione, non solo non è “peccato”, ma è doveroso “pensar male”. Pensare cioè che tutti siamo accomunati, al fondo del cuore, da un groviglio oscuro per cui, alla cassetta televisiva con la professoressa che insegna l’inglese, preferiamo troppo spesso (se lasciati a noi stessi) la cassetta con magari la tessa professoressa che ci insegna il kamasutra e ci dà le lezioni, ma di anatomia…
    Certo, la fede assicura che «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la Grazia»
    (Rm 5, 20): ma non ci può credere alla salvezza se non si crede alla necessità di essere salvati.

    Se cioè non si mette in preventivo quel peccato, ignorando il quale ogni previsione sui comportamenti umani – come le previsioni pseudo-sociologiche che dicevamo – sarà sempre motivo di amare sorprese e di rovesciamento delle aspettative.

    L’invasione pornografica mette in ulteriore difficoltà la già disastrata “cultura laica”.

    Prendiamo ad esempio, certa prospettiva più o meno femminista. Trovandosi come svuotato perché senza più obbiettivi di “lotta” dopo il trionfo delle legalizzazione dell’aborto (spacciato, come è noto, come “vittoria delle donne”, come “moderna conquista di progresso”), quel femminismo ha trovato un nuovo, provvidenziale motivo di aggregazione nella lotta contro la violenza sessuale.
    Impegno sacrosanto, ma finito in un groviglio di contraddizioni, come sempre avviene, quando, smarrite le istruzioni per l’uso dell’uomo (in senso filosofico, includendovi dunque maschi e femmine) si va a tentoni non sapendo – e, per giunta, non volendo sapere – chi siamo davvero, per quali scopi ci troviamo a vivere sulla terra.
    Come al solito, una cultura che dice di volersi basare solo sulla ragione è costretta a rinnegare la ragione, negando istericamente oltre che assurdamente, che tra l’erotismo sfacciatamente esibito che impregna ogni aspetto della nostra vita, che tra un’offerta pornografica che coinvolge ormai la grande maggioranza dei cittadini dell’Occidente opulento, che tra questo e l’aumento della violenza sessuale esista un diretto legame.
    E’, ovviamente, una negazione che sfida non soltanto la ragione, ma anche il semplice buon senso. Come questa stessa cultura ci ha ricordato e come non manca di ribadirci ad ogni momento, l’instinto sessuale è tra I più potenti, coinvolge di noi non solo la parte conscia, ma anche quella inconscia. E’, comunque, un istinto che (se non trattenuto da considerazioni morali, e solo se queste sono sostenute dalla Grazia potente di Dio stesso) cerca imperiosamente canali per realizzarsi in concreto.
    Non assistiamo, invece, alla demonizzazione della castità, della volontaria limitazione dell’attività sessuale, il cui dispiegamento totale e universale (degli adolescenti come dei vecchi, dei sani come degli handicappati, dei liberi come dei carcerati) è predicato come davvero indispensabile perché l’uomo e la donna siano davvero tali?
    Il sesso è visto oggi come possibilità preziosa e feconda, ma alla quale è possibile mettere norme in nome di ideali più alti; ma come destino ineluttabile, come dovere irrinunciabile, come onnipresente aspetto di una vita che voglia essere degna. Il sesso, dunque, non come istinto da padroneggiare e da gestire secondo un libero progetto, ma da utilizzare sempre e comunque, abbandonandovisi “con spontaneità”.
    Che da questo attizzare di continuo un fuoco già di per sé pericoloso finisca per derivare un aumento dell’aggressività sessuale (e, dunque, come inevitabile fall-out della violenza), dovrebbe essere pacifico e intuitivo per tutti. Per tutti, ma non per una certa cultura che subordina la realtà e il buon senso all’ideologia.
    L’ideologia, qui, comanda di dire che solo dei cattolici repressi possono condannare la pornografia; che solo la tartufesca bigotteria religiosa può ostinarsi a mettere in guardia dalle conseguenze dell’esibizione sessuale che martella giorno e notte da ogni sede. Non vorrete, per caso, che una cultura «libera e liberante» possa ritrovarsi a fianco di una Chiesa oscurantista, che per duemila anni ha impedito la felicità degli uomini, raccomandando loro una disciplina dell’istinto erotico!
    Dunque: virulenta crociata “progressista” non solo contro chiunque si limiti a sfiorare le natiche di una donna (fosse anche la propria moglie, ma che in quel momento stava pensando ad altro: perbacco, è “molestia sessuale”!), ma anche contro chi, avendo visto il terribile reato, non ha chiamato subito I carabinieri. E, al contempo, libertà totale, in nome della lotta contro ogni “medievale censura”, in nome della doverosa liberazione sessuale, per I mercanti di pornografia. Come le due cose possano convivere, non è chiaro. E, difatti, non convivono.
    Le conseguenze stanno sotto gli occhi di tutti; e soprattutto sotto gli occhi di chi sa come la violenza sessuale sia in continuo, inarrestabile aumento – malgrado le leggi sempre più istericamente draconiane – ovunque arrivi una certa predicazione, un certo tipo di “liberazione” dell’uomo. Ma guai a chi parlasse della necessità di intervenire su un clima che è come un brodo di coltura fatto apposta per lo sviluppo minaccioso di certi virus! Guai a chi, visto che l’istinto sessuale ha la forza di certi altri istinti primari come quello della fame della sete, osservasse che circondare l’affamato o l’assetato di vetrine colme di cibi o di bevande può indurre chi non abbia altro modo per soddisfarsi a fracassare le vetrine e ad allungare le mani sui “prodotti”! Non si può più: scatta, qui, la proibizione centrale di una certa prospettiva sull’uomo. Il divieto, cioè, poste certe premesse, di trarne certe conseguenze che la logica, la ragione, il buon senso, l’esperienza stessa imporrebbero di trarre. Ma che lo schema ideologico non accetta.

    Gli scritti di Vivaio di Messori, da cui proviene questo intervento, vennero lodati in più occasioni dall'allora card. Ratzinger che sottolineò l'altissima utilità per tutti i cattolici.

    Vous avez compris?

    •   Alt 

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  2. #2
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    Lightbulb Pornografia e IV Rivoluzione

    Saggio da sorseggiare con calma perché denso di dottrina e di delucidazioni. Massimo Introvigne ha ricevuto altissimi riconoscimenti da parte delle massime autotità della Chiesa Cattolica, compreso il Regnante Pontefice e Giovanni Paolo II. I prossimi interventi del Nostro nn abbisogneranno della pedina pulita cattolica degli studiosi...(lo conosco di persona e sono sicuro che Massimo nn ha mai deto male di nessun radicale, sa fosse passibile di ghigliottina )






    PORNOGRAFIA E RIVOLUZIONE SESSUALE.

    di Massimo Introvigne.


    Testo pubblicato nel 1983 per i tipi della Editrice Libreria S. Lorenzo e ripubblicato senza modifiche benché molte cose siano nel frattempo cambiate
    .

    Introduzione.
    1. Sessualità, erotismo, pornografia.

    Fra i problemi dell’ora presente — che spesso non vengono scelti da noi, ma che piuttosto ci scelgono, affermandosi nella cronaca e nella storia con tragica attualità — un posto importante deve trovare oggi, purtroppo, la piaga della pornografia. Una piaga le cui dimensioni si accrescono ogni giorno, e di cui pure è difficile parlare, in una società che esorcizza la morale chiamandola "moralismo", atteggiamento "retrivo" o "borghese", in un mondo che realizza la profezia di Wilhelm Reich, il teorico della rivoluzione sessuale, secondo il quale un giorno non più l’atteggiamento libertino ma piuttosto la difesa della morale sarebbe stata considerata disonorevole e sconveniente.
    Sembra quindi sempre più necessario superare il falso imbarazzo e il rispetto umano indotto dalla pressione di una anti-morale rivoluzionaria, svolgendo un’opera di restaurazione della verità del linguaggio e di chiarificazione concettuale e morale.
    Gran parte degli errori e dei sofismi in tema di rivoluzione sessuale derivano dalla confusione — non di rado maliziosamente indotta o consapevolmente sfruttata — fra tre nozioni diverse: sessualità, erotismo, pornografia.
    La sessualità — intesa come connotazione profonda dell’uomo in quanto uomo e della donna in quanto donna — è uno dei tratti fondamentali del carattere di ogni persona, che si traduce in molteplici manifestazioni della volontà, del sentimento, dei sensi. La sessualità — e anche le sue manifestazioni sensibili alle quali per altro essa non si riduce — non viene esclusa né combattuta dalla filosofia naturale e cristiana e dall’insegnamento morale della Chiesa. Al contrario, fin dalla Scolastica del Medioevo, la sessualità venne "difesa" contro il rifiuto angelistico del neoplatonismo e contro il catarismo, e profondamente analizzata e ordinata, tramite il matrimonio, alla procreazione in un sistema organico e gerarchico dei fini dell’unione tra l’uomo e la donna.
    L’erotismo, benché spesso confuso con le manifestazioni sensibili della sessualità, consiste più precisamente – secondo la definizione di Georges Bataille, che ne ha fatto l’apologia in un’opera famosa (G. Bataille, L’erotismo, 2° ed. it., Mondadori, Milano 1969) — nella trasgressione sessuale, nel sesso non ordinato ad alcun fine superiore ma fine e scopo a se stesso, e quindi trasgressione per definizione di ogni norma morale, di ogni ordine, di ogni sistema di valori. È in questo senso che lo stesso Bataille scrive che il Cristianesimo, che non ha condannato la sessualità, si è opposto fin dal suo nascere all’erotismo.
    La pornografia, infine, viene definita da un diffuso vocabolario della lingua italiana come la "descrizione o rappresentazione di cose oscene, turpi o licenziose". Di "osceno" si danno come significati o sinonimi "impudico, indecente", ma anche "ripugnante per la sua bruttezza" e "infausto, pessimo" (Così N. Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana, 10.a ed., Zanichelli Bologna 1970, pp. 1081, 1310)
    Secondo la dottrina scolastica dell’unità dei trascendentali, il vero, il buono e il bello "convertuntur". La pornografia, come negazione pubblica del pudore, è insieme falsa, in quanto distorce la verità sull’uomo, cattiva e brutta fino alla ripugnanza. L’uomo ragionevole non può dunque essere attratto dalla pornografia, e la vasta diffusione del materiale pornografico nella società contemporanea è l’allarmante indizio che i singoli e le nazioni rischiano di smarrire la retta ragione, e con la ragione il senso morale e il senso estetico.

    2. La pornografia come problema politico — giuridico e filosofico — morale.

    La prima parte della mia esposizione si riferisce al tema "Pornografia e diritto". La pornografia, infatti, come introduzione organizzata all’erotismo, è una piaga sociale, che colpisce gli uomini in quanto vivono in società e che dalla regola sociale del diritto deve essere combattuta. Problema sociale, la pornografia non è priva anche di una dimensione politica, che non deve essere sottovalutata. Nel 1978, un esponente di punta del mondo delle pubblicazioni pornografiche, Stefano Surace, stese un dossier— confessione dal titolo I padrini della pornografia, che — rifiutato da molte riviste — avrebbe dovuto essere pubblicato sul periodico OP. Alla vigilia della pubblicazione il direttore di OP, Mino Pecorelli, venne ucciso, vittima di un oscuro attentato i cui responsabili non sono mai stati individuati. Il dossier di Surace — poi stampato a cura dell’editrice "La Parola" — contiene, fra l’altro, un organigramma dei dirigenti e dei capifila del mondo della pornografia in Italia, spesso direttamente collegati agli ambienti della politica laica e socialista. (Cfr. S. Surace, I padrini della pornografia e il delitto Pecorelli, La Parola, Roma 1979, pp. 58-59).
    Insieme, il dossier I padrini della pornografia riferisce inquietanti collegamenti fra il terrorismo morale dei pornografi e il terrorismo comunista del "partito armato" italiano e internazionale: personaggi come Petra Krause passano dall’uno all’altro ambiente in una allarmante continuità. E tutto questo non si spiega soltanto con il volume di affari del mercato della pornografia, certamente in grado di finanziare — accanto agli appetiti individuali — imprese rivoluzionarie di ogni genere. Si spiega, anche, con l’insegnamento di maestri della Rivoluzione, che sempre hanno posto l’accento sulla corruzione organizzata come strumento per demoralizzare una società, rovesciarla e conquistarla. Già l’Alta Vendita della Carboneria proclamava: "Il cattolicesimo, meno ancora della monarchia, non teme la punta di uno stile ben affilato; ma queste due basi dell’ordine sociale possono cadere sotto il peso della corruzione. Non stanchiamoci dunque mai di corrompere... Fate dei cuori viziosi, e voi non avrete più cattolici" (Lettera di Vindice a Nubius, 9 agosto 1838.Questa corrispondenza fra dirigenti dell’Alta Vendita fu sequestrata dalla polizia pontificia e pubblicata dallo storico Crétineau-Joly su incarico del Papa Gregorio XVI. Cfr. E. Delassus, Il problema dell’ora presente, reprint Cristianità, Piacenza 1977, vol. I, p. 611). E Lenin, all’indomani della rivoluzione bolscevica, profetizzava: "Fra cinquant’anni l’Occidente sarà talmente corrotto che potremo conquistarlo senza combattere".
    Il legame tra pornografia e sovversione, tuttavia, non è soltanto politico, ma si situa in una dimensione più profonda. Come si mostrerà nella seconda parte della nostra esposizione, dedicata ai rapporti fra pornografia e rivoluzione sessuale, la pornografia è insieme una contraffazione e una deformazione della sessualità, e una iniziazione collettiva all’erotismo. E l’erotismo moderno come affermazione e culto del sesso per il sesso, introduce e inizia a sua volta al culto gnostico della morte e del nulla.
    La pornografia, allora, parte sì dall’edicola dietro l’angolo o dal cinema "a luce rossa", ma va molto più oltre e più lontano. Combatterla non significa disperdere il proprio tempo in una contesa oziosa e secondaria, ma avviare una battaglia di civiltà per la restaurazione di quel mondo ordinato secondo ragione di cui gli uomini moderni, che lo hanno perduto, hanno così disperatamente bisogno.

    Parte prima

    Pornografia e diritto.

    Premessa.

    Lo scopo di questa prima parte consiste nel proporre all’attenzione alcuni brevi elementi che riguardano la risposta della legge all’esplosione pornografica, la reazione dell’ordinamento giuridico nei confronti della pornografia.
    Cercherò, in particolare, di rispondere a due domande:
    — primo: quali sono i doveri dell’ordinamento nei confronti della pornografia? Che cosa è opportuno in astratto che la legge stabilisca riguardo alla pornografia?
    — secondo: quali sono le norme con cui l’ordinamento giuridico vigente reagisce alla pornografia? Si tratta di norme efficaci? E ancora, giacché l’esito è noto, perché sono inefficaci?

    1. Vietare la pornografia è lecito e doveroso.

    La prima domanda può essere formulata, più brevemente, in questo modo: la pornografia deve essere vietata dalla legge o no? È corrente, al proposito, una obiezione fondamentale: forse, si dice, è giusto vietare certe manifestazioni pubbliche della pornografia, come i cartelloni esposti per strada sotto gli occhi di tutti, ma non è giusto vietare le sue manifestazioni più discrete. Proibire certe riviste a chi desidera leggerle, vietare certi film a chi desidera vederli vorrebbe dire limitare la libertà personale e imporre con la legge una morale data, per esempio la morale cattolica.
    Questa obiezione, divenuta ormai quotidiana, esprime in modo caratteristico la mentalità del positivismo giuridico, secondo cui il diritto è totalmente svincolato dalla morale, la legge non ha nessuna funzione pedagogica, non veicola princìpi morali ma manifesta soltanto la volontà del legislatore.
    Per un cattolico, evidentemente, questa mentalità è inaccettabile. La legge di Dio è rivolta all’uomo; ma l’uomo è sociale, dunque anche la società deve rispettare i dieci comandamenti. Non si può essere cattolici in casa propria e dimenticare la legge di Dio quando, usciti dalla porta di casa, si diventa consociati. Questo è il principio fondamentale della dottrina sociale della Chiesa: Cristo deve regnare non solo sui singoli, ma sulle nazioni, e le leggi delle nazioni devono conformarsi alla sua legge. Ai laici cattolici spetta, secondo la costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II (n. 43), "iscrivere la legge divina nella vita della città terrena": e per il cattolico la repressione della pornografia è il rispetto del sesto comandamento da parte della società.
    I dieci comandamenti, peraltro, esprimono una legge che è naturale prima di essere divino-positiva. Le norme dei comandamenti, secondo buona teologia, furono rivelate pro memoria, perché tutti senza sforzi potessero conoscerle; ma si tratta di leggi naturali, scritte nel cuore di ogni uomo, che sarebbe stato possibile scoprire anche con la sola ragione. Non si tratta, quindi, di imporre con la legge la morale cattolica, ma di chiedere — anzitutto — che la società si conformi a quella morale naturale, che si impone a tutti gli uomini per il solo fatto di essere uomini.
    Non esiste, del resto, la società neutrale, sedicente pluralista, la società che nelle sue leggi non si ispira a una dottrina o a una morale. Hanno rilevato alcuni autori non sospetti — come i teorici della scuola di Francoforte — che tutti gli Stati in realtà si ispirano a un complesso di princìpi: l’Europa medievale al Cristianesimo, l’Unione Sovietica al marxismo, la Francia giacobina all’illuminismo e così via. La società relativista, che si vanta di non avere alcun principio, in verità si ispira anch’essa a un principio: quello secondo cui non esiste una morale superiore allo Stato, e dunque morale per definizione è tutto ciò che lo Stato comanda. L’ideale del pluralismo ideologico e del relativismo non sopprime soltanto la verità, ma anche la libertà: se al di sopra dello Stato non c’è una morale, non ci sono limiti al potere dello Stato. Il problema, dunque, non è se la legge debba esprimere una morale, ma quale morale la legge debba esprimere. È lecito allora, anzi doveroso, battersi perché la legge non abbia a contenere un complesso di errori giuridici pronti a trasformarsi in orrori storici, ma esprima la verità naturale e cristiana.
    Queste considerazioni fanno diventare pressoché ovvia la risposta alla domanda iniziale. Se la legge deve esprimere, nei limiti del possibile, la morale, e se la morale naturale e cristiana vieta la pornografia, è evidente che una legge conforme al diritto naturale dovrà perseguire e reprimere la pornografia.
    È opportuno aggiungere, per completezza, che non è vero che la pornografia consumata in privato "non fa male a nessuno". La statistica criminale conforta il parere di vari autorevoli criminologi, secondo i quali il dilagare della pornografia e la sessualizzazione ossessiva dell’ambiente sociale — provocata dall’invasione pornografica — favoriscono l’insorgere in numerosi soggetti delle cosiddette "perversioni ipersessuali", che portano molto spesso alla commissione di delitti contro la libertà sessuale: violenza carnale e atti di libidine violenta. È un elemento da sottoporre alla meditazione di quanti si lamentano per il moltiplicarsi degli episodi di violenza carnale e insieme, magari, si battono per liberalizzare la pornografia.

    2. L’ordinamento italiano e la pornografia.

    In teoria, dunque, la legge deve, o dovrebbe, reprimere le manifestazioni pornografiche. In pratica, che cosa fa l’ordinamento giuridico italiano?
    Esaminiamo, in breve, le principali norme che in Italia dovrebbero contrastare la pornografia, compito richiamato anche dall’art. 21 ultimo comma della Costituzione, che dichiara vietate "le manifestazioni contrarie al buon costume".
    Il codice penale dà all’art. 529 una "nozione di atti e oggetti osceni", all’art. 528 prevede il delitto di pubblicazioni oscene, all’art. 725 la contravvenzione (punita con una semplice ammenda) di pubblicazioni contrarie alla pubblica decenza. Altre norme sulle pubblicazioni oscene sono contenute nella legge sulla stampa del 1948, nel precedente decreto legge 1946 n. 561, nella cosiddetta "legge Migliori" sulla pubblicità del 1960.
    Per quanto riguarda il cinema e il teatro il testo più importante è la legge 21 aprile 1962 n. 161, che istituisce le commissioni di revisione. Nei limiti di una breve esposizione, mi limiterò a esaminare due aspetti fondamentali di questa normativa: la definizione di oscenità di cui all’art. 529 del codice penale e le innovazioni della citata legge 1962 n. 161.

    a) L’art. 529 codice penale.

    L’art. 529 è la norma-cardine dell’ordinamento italiano in tema di pornografia e oscenità. Il decreto legge 1946 n. 561, pur con alcuni difetti tecnici, dà alla magistratura, e in caso di urgenza anche alla polizia, la possibilità di un efficace intervento contro le pubblicazioni oscene mediante lo strumento del sequestro. Se nella maggior parte dei casi il sequestro non scatta, questo avviene certamente per la cronica disorganizzazione della giustizia italiana, per la mentalità "libertaria" e "progressista" — tra virgolette — di alcuni magistrati, ma soprattutto avviene per la difficoltà di stabilire che cosa è osceno e che cosa non lo è alla luce dell’ambigua disposizione dell’art. 529.
    Come dimostra un sommario spoglio della giurisprudenza, anche la legge Migliori contro le pubblicità pornografiche è stata in sostanza disapplicata perché, per stabilire quale pubblicità in concreto è oscena, ci si riporta ancora una volta ai criteri dell’art. 529. Tale articolo recita: "Agli effetti della legge penale si considerano osceni gli atti e gli oggetti che secondo il comune sentimento offendono il pudore. Non si considera oscena l’opera d’arte o l’opera di scienza (salvo che, per motivo diverso da quello di studio, sia offerta in vendita, venduta o comunque procurata a persona minore degli anni diciotto)". Il primo comma del 529 àncora la nozione di osceno preannunciata nella rubrica al "comune sentimento del pudore". Il diaframma che questa nozione dovrebbe opporre al dilagare della pornografia si è rivelato fragilissimo, e negli ultimi anni è completamente saltato.
    Come scrive Mauro Ronco, il "comune sentimento del pudore è uno pseudoconcetto idealistico, che generalizza e ipostatizza indebitamente tutta una serie di reazioni storicamente condizionate, indefinibili, variabili sia in relazione a una stessa persona, con riferimento al variare delle sue esperienze e della sua maturità, sia in relazione alla diversità di persone: e proprio per la sua variabilità il comune sentimento del pudore non è un criterio aggettivo che possa adeguatamente corrispondere all’esigenza normativa di orientare e indirizzare il comportamento dei cittadini" (M. Ronco, Il principio della tipicità della fattispecie penale nell’ordinamento vigente, Giappichelli, Torino 1980, p. 180)
    La superstizione idealistica pretende di definire l’osceno legando la definizione non a un concetto, non a una nozione, ma a un sentimento, e per di più a un sentimento comune. "Comune" sembra indicare, alla lettera, un concetto statistico: è vietato ciò che è sentito come osceno dalla maggioranza, o dalla gran parte, degli italiani. La legge abdica alla sua funzione pedagogica e si accoda al sentimento della maggioranza, offrendo ai consociati una protezione minima. Si pensi, per esempio, che cosa potrebbe accadere in un paese come l’Italia, che vanta la maggiore percentuale europea di furti, se si dovessero giudicare i ladri alla stregua di un ipotetico "comune sentimento della proprietà privata"!
    L’art. 529 non indica una definizione, ma un orizzonte storicamente variabile, per cui ciò che era osceno nel 1930 (l’anno del codice) può essere lecito oggi, ciò che è osceno oggi — in virtù della accelerazione storica — fra tre mesi o tra un anno potrebbe essere permesso e così via.
    De jure condito è stato proposto, in dottrina e giurisprudenza, di legare la norma al parametro dell’uomo medio, al concetto civilistico di bonus pater familias. Ma nell’acqua infida delle incertezze interpretative il buon magistrato annaspa, mentre il magistrato "progressista" e "permissivo" può muoversi a proprio agio e trovare ragioni e pretesti per assolvere tutto.
    Per di più in molti casi interviene, a peggiorare la situazione, il secondo comma dell’art. 529, il quale, come dice la giurisprudenza, introduce una fictio juris che rende inoperante la sanzione penale se l’opera presenta pregi di carattere artistico o scientifico. Si tratta di una norma intrisa di pregiudizi liberali e idealisti attraverso la quale passano, come ha notato in dottrina R. Venditti, le giustificazioni pseudoculturali della pornografia. (R. Venditti, La pornografia di fronte all’ordinamento giuridico italiano, in aa.vv., Via libera alla pornografia?, Vallecchi, Firenze 1970, pp. 174). Non si può dire, tuttavia che il saggio di Venditti sia del tutto immune da quella mentalità "progressista" di cui pure denuncia gli eccessi. Per una acuta denuncia di tale mentalità vedi nello stesso volume il saggio di Augusto del Noce, L’erotismo alla conquista della società). Pregiudizi liberali, in quanto la libertà dell’artista (come quella dello scienziato) non esclude la responsabilità; il finis operantis, il movente estetico del gesto, non toglie l’intrinseca oggettività del finis operis. Altrimenti, per paradosso, un assassino esteta potrebbe addurre come giustificazione la nota frase del Manifesto Surrealista: "Il gesto artistico per eccellenza è prendere un revolver, scendere in strada e sparare sulla folla".
    Pregiudizi idealisti, perché la norma nega l’unità del sapere, presuppone che l’arte possa essere giudicata solo con criteri artistici e formali, secondo l’ideale crociano che rigetta come "allòtria" ogni critica che si riferisce al contenuto. Viceversa, come scriveva il Cardinale Wojtyla nella sua opera Amore e responsabilità, "l’arte deve essere vera, e la verità sull’uomo è che egli è persona", mentre l’arte erotica offre "false immagini del reale" in quanto "mette l’accento sul sesso al fine di provocare nel lettore o nello spettatore la convinzione che i valori sessuali siano i soli valori della persona". (K. Wojtyla, Amore e responsabilità, 2° ed. it., Marietti, Torino 1978, p. 178).
    La pornografia — anche sedicente artistica — può e deve essere vietata in base a un giudizio etico, giudizio che è insieme in armonia con i canoni di un’estetica conforme a ragione.

    b) La legge 1962 n. 161.

    La normativa italiana dunque, appare paralizzata nella sua efficacia dalla definizione dell’ari. 529, fonte di innumerevoli confusioni ed equivoci. Si deve aggiungere che il quadro si è notevolmente deteriorato con la legge 1962 n. 161, che ha introdotto sui film un nulla osta di tipo amministrativo di una commissione di revisione che esamina preventivamente lo spettacolo e ne autorizza la diffusione eventualmente con il limite "vietato ai minori".
    Si tratta di un provvedimento meramente amministrativo che in teoria non impedisce alla magistratura di intervenire: in pratica, però, questo sistema dualistico paralizza l’azione del magistrato, che difficilmente persegue un prodotto protetto dall’autorizzazione di un altro organo dello Stato.
    Le commissioni sono presiedute da magistrati: ma su sette membri di esse, tre sono legati al mondo della produzione cinematografica. Per di più non è previsto un quorum di membri presenti perché la deliberazione sia valida: un film, perciò, può essere giudicato anche solo dagli amici dei produttori.
    Il risultato — ha dichiarato il presidente della Settima Commissione Censura, il magistrato Antonio Chiavelli, in una intervista al periodico Il Settimanale — "è che questo nulla osta è diventato una sorta di bollo di Stato a favore della pornografia" (Cfr. E. Morselli, Caligola Hard Core made in Penthouse, ne "Il Settimanale", 28-11-1979, p. 71 ).
    La legge 1962 n. 161, inoltre, ha voluto concedere ai pornografi una ulteriore facilitazione. L’art. 14 attribuisce la competenza per territorio per i reati commessi a mezzo cinema al tribunale nella cui giurisdizione è avvenuta la prima proiezione
    del film. Si tratta di una norma inaudita, assolutamente atipica, che consente al reo di precostituirsi il giudice. Da anni assistiamo, grazie all’art. 14, alla farsa oltraggiosa di film osceni proiettati in prima nazionale in località di provincia — sempre le stesse — dove i magistrati hanno fama di essere particolarmente "democratici", "liberali", "progressisti".
    Questa, dunque, la risposta — inadeguata, parziale, talora derisoria — della legge italiana alla pornografia. Che cosa può fare il consociato? Stimolare i magistrati con esposti e denuncie, certamente, e insieme controllare e giudicare i politici che in mille modi favoriscono la pornografia. Tutto questo, però, può non essere sufficiente.
    La battaglia contro la pornografia è una battaglia di mentalità, è una battaglia di civiltà, contro quelle forze relativiste, immorali, atee che dopo aver detto no alla famiglia con il divorzio, no alla vita e alla salute con l’aborto e la droga, dicono no alla morale e alla responsabilità con la piaga oscena della pornografia.

    Parte seconda

    Pornografia, aborto, rivoluzione sessuale.

    Premessa.

    Sembrerebbe che la Rivoluzione moderna si identifichi, almeno in massima parte, con il comunismo. Viceversa, fenomeni come la pornografia e l’aborto mostrano che il processo rivoluzionario moderno comincia ad entrare, sempre di più, in una fase post-comunista. Oltre il comunismo, dopo il comunismo, la Rivoluzione manifesta una profondità nuova: dai grandi avvenimenti della vita delle nazioni e degli Stati discende in interiore homine, estende la sovversione dal corpo sociale al corpo umano, si sforza di conquistare e fagocitare ogni singolo uomo.
    Plinio Corrêa de Oliveira, nella 3’ edizione italiana del suo Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, (P. Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, III ed. it. accresciuta, "Cristianità", Piacenza 1977, pp. 189-195) ha parlato di una "IV Rivoluzione" (sulla quarta rivoluzione cfr. il mio Metafisica dell’amore e rivoluzione sessuale, in "Cristianità", anno IX, n. 71, marzo 1981), successiva alla I Rivoluzione protestante-assolutista, alla II liberale-illuminista, alla III comunista. Centotrenta anni fa, il socialista Lassalle esprimeva — ex parte Revolutionis — il senso della continuità fra le prime tre Rivoluzioni. Nel suo Die Europaische Triarchie egli parlava di una incombente "terza rivoluzione", infinitamente più radicale della "prima rivoluzione" tedesca e della "seconda rivoluzione" francese. Molti anni sono passati, e ora sull’Europa incombe una quarta Rivoluzione, quella che la studiosa comunista ungherese Agnes Heller chiama "rivoluzione sociale totale", superamento della semplice "rivoluzione politica" attraverso una trasformazione radicale della struttura dei bisogni umani.
    La rivoluzione sessuale, di cui la pornografia è il momento vessillare, rappresenta il fenomeno più massiccio della quarta rivoluzione. Non parlando ai ciechi, non occorrono statistiche per mostrare il dilagare della rivoluzione sessuale: ci si accorge da sé, per il solo fatto di avere gli occhi.
    Si può sfuggire personalmente al divorzio (anche se non alle sue conseguenze sociali, che coinvolgono tutti), si può rifiutare di prendere la droga; ma è impossibile — di fronte all’aggressione pornografica — sottrarsi alla rivoluzione sessuale, a meno di girare bendati. La rivoluzione sessuale verifica così perfettamente l’imperativo di Mao Tze-Tung: "Ogni uomo è un obiettivo della guerra rivoluzionaria".
    Come ogni rivoluzione, la rivoluzione sessuale può essere descritta nella sua meccanica mediante lo schema di Corrêa de Oliveira: rivoluzione nei fatti, nelle idee, nelle tendenze. I fatti (ciò che si percepisce, ciò che cade sotto l’esperienza sensibile) non sono la dimensione ultima della realtà: le idee — diversamente da quanto pensa Marx — non sono fiori casuali che sbocciano sul letame della storia ma, al contrario, incarnandosi nella storia determinano i fatti. E anche le idee non nascono per caso, ma su un substrato di pre-giudizi, modi di vivere, di comportarsi; in una parola, di tendenze.

    1. La rivoluzione sessuale nei fatti.

    Quanto — anzitutto — alla rivoluzione sessuale come fatto e nei fatti, non occorre — come ho accennato — dimostrarne l’esistenza: anche se non esistessero la pornografia e gli stupri, le dottrine che riducono tutta la vita al sesso e il caos dell’immoralità dilagante, basterebbe l’aborto a dire, a gridare la tragedia e lo spessore di questa rivoluzione.
    Se qui si accenna ai fatti, è piuttosto per mostrare i loro limiti. Sembrerebbe che il problema della pornografia sia soltanto un problema tecnico, giuridico o di polizia, secondo l’antico aforisma di tribunale "Da mihi factum, dabo tibi ius". Al fatto che il buon senso denuncia come un male evidente rispondono oggi in Italia leggi inadeguate: sostituiamole con buone leggi, e tutto sarà risolto.
    Non illudiamoci. I sogni di ciascuno di noi sono popolati dalle speranze della vittoria, dalla speranza in un’Italia, in un mondo dove le leggi ci proteggano dalla pornografia, dall’aborto, dalla rivoluzione sessuale. Ma sappiamo fin da oggi che, vinta la battaglia — se Dio vorrà concederlo — il nostro impegno non sarà finito: occorrerà conquistare la vittoria. Se sul peccato sociale sopito non si instaurerà la conversione sociale, se dopo la legge non riusciremo a cambiare la mentalità e la cultura, fenomeni come la pornografia, benché combattuta dalla legge, rimarranno nel costume, il veleno della rivoluzione sessuale continuerà ad inquinare le nostre nazioni.
    I fatti contro cui combattiamo sono la punta emergente di un iceberg: per combatterli efficacemente occorre scendere alle idee.

    2. La rivoluzione sessuale nelle idee.

    La pestilenza della pornografia (lo dimostrano le cifre) dilaga come un’epidemia morale: ma insieme — come la pestilenza della droga — conosce degli autentici untori, che se ne fanno propagandisti e promotori. Un episodio mi sembra, al riguardo, indicativo. Le Edizioni Tattilo, note per la pubblicazione di riviste e libri "per soli uomini" (o forse — si potrebbe dire con tristezza — "per uomini soli") hanno voluto di recente cambiare genere e pubblicare un volume di filosofia, sia pure un po’ particolare: Estetica dell’osceno di Charles Gorsen. Il passaggio
    è significativo: dopo la pornografia, l’apologia filosofica della pornografia; non solo l’osceno, ma l’estetica che giustifica l’osceno, che afferma che "osceno è bello", che oscenità è maturità, è capacità di autogestione per l’uomo. Questa filosofia dell’osceno aiuta a rispondere alla domanda "perché la pornografia?"
    L’"eterogestione" che si rifiuta è ogni norma che vorrebbe proporsi e imporsi alla volontà e alle voglie del soggetto: e quindi ogni norma di ordine oggettivo, ogni norma morale, ogni legge.
    Questa risposta profonda viene da lontano: risale — almeno – ai maestri di quella che Ricoeur ha chiamato "la scuola del sospetto": Marx, Freud, Nietzsche. Il marxismo e la psicanalisi gettano il sospetto sulla morale come dato, denunciandola rispettivamente come semplice sovrastruttura dei rapporti economici e dell’inconscio. Nietzsche insinua il sospetto anche sulla morale come valore, lasciando intendere che si tratta soltanto di un malsano ricatto verso i forti da parte dei deboli, dei vili, degli schiavi.
    La pars destruens dei grandi negatori della morale ha preparato la successiva costruzione di una anti-morale infera e pansessuale. Il nostro secolo ha riscoperto de Sade: dalle case equivoche e dagli angoli più nascosti delle biblioteche di signore alla ricerca di emozioni proibite, le sue opere sono entrate nelle biblioteche e nelle università, e de Sade è stato riconosciuto come un nostro "contemporain capital", un profeta, un maestro.
    Il pensiero di de Sade — così come è riassunto nell’opuscolo Francesi, ancora uno sforzo! inserito nella Philosophie dans le boudoir — si organizza intorno alla negazione di tutti i doveri: doveri verso Dio — ca va sans dire — già infranti dal regicidio di Luigi XVI, che per de Sade, secondo l’espressione di Klossowski, è "il simulacro della messa a morte di Dio", e doveri verso gli uomini. E il modo più radicale di negare i doveri verso l’altro è negare il dovere di tenerlo in vita: de Sade, apologeta della violenza e dell’omicidio, è il primo grande teorico dell’aborto. "Non è ingiusto — scrive il marchese illuminista — impedire di nascere a un essere che sarà certamente inutile. La specie umana deve essere epurata sin dalla culla: un individuo che sarà inutile alla società deve essere strappato dal suo seno: ecco i soli mezzi ragionevoli per limitare una popolazione la cui sovrabbondanza è il più dannoso degli eccessi". (Cit. nel mio Le origini della Rivoluzione sessuale, in "Cristianità", anno VII, n. 54, ottobre 1979, p. 6).
    Ma de Sade va oltre, e rivela i veri obiettivi della lotta: la negazione dei doveri verso gli altri, che culmina nell’aborto e in ogni perversione, avvia a negare anche i doveri verso se stessi, fino alla dissoluzione gnostica dell’uomo come individuo e come persona nel continuum di uno psichismo collettivo, di un tutto impersonale.
    De Sade adora la morte, come fine dell’individualità; in lui, come nell’Al di là del principio del piacere di Freud — scrive oggi il "filosofo del desiderio" G. Deleuze — , "la combinazione con Eros si pone come condizione per la presentazione di Thanatos" (G. Deleuze, Presentazione di Sacher-Màsoch, Bompiani, Milano 1978, p. 69).
    Così, egli introduce a quella che Eric Voegelin e Augusto Del Noce hanno chiamato la gnosi moderna, in cui la sovversione rivoluzionaria riprende i tre temi fondamentali dello gnosticismo antico: un pleroma originario, unità panteistica e indistinta di tutte le cose; una caduta nelle cattive individualità del mondo fenomenico; la possibilità di un ritorno all’Uno attuato dagli iniziati gnostici attraverso tecniche particolari, tecniche in cui gioca un ruolo primario la rivoluzione sessuale.
    L’atteggiamento dello gnostico moderno verso il sesso parte da una distinzione fondamentale. Il sesso ordinato alla procreazione sta dalla parte della caduta perché ogni nascita da vita a una nuova individualità e rinnova il dramma malvagio della caduta dell’indistinto originario negli individui distinti. Lo gnostico, quindi, odia la procreazione e la nega radicalmente con l’aborto: rimane un sesso sganciato totalmente dalla generazione, un sesso autonomo, un sesso per il sesso come c’è un’arte per l’arte. Questo processo, che Laing e Cooper chiamano "risessualizzazione", conduce a un sesso che per lo gnostico è "buono": l’erotismo senza fini offre orgasmi in cui l’individuo si annulla e si perde. La ricostruzione dell’unità originaria gnostica, come nota Emanuele Samek Lodovici, "avviene attraverso l’unione erotica che elimina con la polarità sessuale la sofferenza e la finitezza" (E. Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi, Ares, Milano 1979, pp. 9-10).
    Qui sta il punto d’incontro e il legame fra aborto, pornografia e rivoluzione sessuale: con l’aborto si rifiuta di ordinare il sesso alla procreazione; resta il sesso libero, de-ordinato, dis-ordinato, il sesso dei pornografi, che è una forma rivoluzionaria e sovversiva e, per lo gnostico, lo strumento del mitico reditus
    all’Uno.
    Il passaggio si trova già negli gnostici antichi dove – come scrive Jean Doresse nella parte sulla gnosi dell’autorevole Storia delle religioni di H.C. Puech — "l’assoluto rifiuto della procreazione trasformava l’aborto in un rito che si concludeva con la consumazione del feto da parte degli iniziati" (J. Doresse, La Gnosi, in Storia delle religioni, a cura di H.C. Puech, 2.a ed. it., Laterza, Bari 1977, vol. VIII, p. 43). Questo rito era il punto di avvio di orrori di ogni genere, sulla cui pratica presso gli gnostici antichi — scrive Doresse — "non sussiste alcun dubbio": comunione delle donne, violenze, "utilizzazione dello sperma e dei mestrui per strane comunioni", e così via. I grandi iniziati, i maestri della rivoluzione sessuale moderna — il post-freudiano Groddeck, il freud-marxista Reich, e Georges Bataille, che considerava se stesso la sintesi di tutte le rivoluzioni e che si accinse a scrivere una "Somma a-teologica" — hanno ripercorso lo stesso itinerario. Per tutti, la rivoluzione sessuale è il ritorno, attraverso un sesso abortista, cioè non-procreativo, a una Unità collettiva e originaria che preesiste e include tutti gli individui: l’Es di Groddeck, l’oceano di energia orgonica di Reich, il continuum di Bataille.
    Alla scuola di questi maestri il mondo moderno – segnato dalla rivoluzione sessuale come da una grande piaga – organizza la contro-ascesi sessuale verso il Pleroma in tappe onnipervadenti che coinvolgono ognuno di noi: la pornografia, la pornologia, la pornocrazia.
    La pornografia è l’iniziazione infernale offerta a tutti, un passaggio oltre la soglia di Babilonia che tuttavia già rivela tutto un mondo. In un dossier sull’argomento pubblicato dalla rivista Spirali, la pornografia è presentata come annullamento dell’individuo e negazione della soggettività in un continuum di corpi senza soggetto e senza anima: quindi, un continuum senza vita che rappresenta la morte. "Una pornografia vivente — scrive Mario Perniola — implica una negazione della soggettività..., un’ascesi nei confronti del proprio corpo, che in nessun momento può più essere definito come nostro, che non ci appartiene più; ma non per questo il corpo diventa spirito": "la pornografia vivente saggiamente sa che dietro l’epidermide, dietro l’apparenza dei corpi non c’è nulla; e, come dice Gorgia, se anche qualcosa ci fosse non può essere rappresentato; e se anche potesse essere rappresentato, non può certamente essere comunicato e spiegato agli altri" (M. Perniola, Il nudo della verità, in "Spirali", anno II, n. 10, novembre 1979, pp. 12-13). Dunque l’"altro" del corpo pornografico è la cosa in sé del pornografo, è l’ultima incarnazione del noumeno di Kant. Ma questa, spiega Franco La Polla, è una iniziazione alla morte: "L’immagine pornografica trova le ragioni della sua staticità nel fatto di essere la rappresentazione della morte [...]. La saturazione del corpo globale delle immagini, cioè la loro riduzione a un’unica immagine, a un corpo, è la miglior espressione non della morte dell’immagine ma dell’immagine della morte" (F. la Polla, Il corpo pornografico, in "Spirali", anno II, cit.. p. 19).
    Dalla pornografia può svilupparsi così — secondo l’espressione di Deleuze — una autentica pomologia, una filosofia e una scienza della risessualizzazione. Mentre la scrittura — come dicono gli strutturalisti — si sfoga nel "pornogramma", il filosofo gnostico insegna che il mondo è sesso in evoluzione e che l’unica ascesi consiste nel collaborare a questa evoluzione annullando e cancellando tutto ciò che ad essa fa resistenza, a partire dalla procreazione, immagine di un sesso "statico" e "moralizzato".
    E, perché l’operazione riesca, l’agitazione pornologica deve essere imposta coattivamente a tutti: nasce allora la pornocrazia, il sesso al potere, la presa del potere da parte dei sacerdoti gnostici della rivoluzione sessuale. È la democrazia del lavoro di Reich, dove il mito marxista del lavoro continuo acquista una carica erotica: è la "macchina sociale" descritta in una intervista al "Corriere della Sera" da un "signore dell’industria" nascosto sotto lo pseudonimo di Alberich, tecnocrazia prossima ventura "rigorosamente pianificata" e insieme "sminuzzata in unità (che) faranno emergere tutti gli impulsi, erotici e anche violenti", macchina "che eliminerà ogni traccia di egoismo in uno psico-dramma permanente". (La Macchina Sociale, intervista di E. Zolla, "Corriere della Sera", 27 gennaio 1975).
    Forse le premesse della pornocrazia non sono lontane e possono già ravvisarsi nel tono di certa propaganda abortista prima del referendum del 1981, che presentava l’aborto come un mezzo di educazione statale e popolare a una sessualità non finalizzata alla procreazione.

    3. La rivoluzione sessuale nelle tendenze.

    Venendo ora a conclusione ritengo che la risposta al "perché la pornografia?" debba essere cercata nella terza dimensione ulteriore ai fatti e alle idee, della rivoluzione nelle tendenze. C’è infatti un mysterium iniquitatis in questo odio contro la morale e la vita, contro le persone e contro l’uomo, che ripete a ritroso l’itinerario tante volte descritto dal regnante Pontefice: dietro la morte dell’uomo, si svela la morte di Dio, dietro l’odio per l’ordine del mondo e per l’uomo ordinato l’odio per Dio, autore di quell’ordine.
    L’odio per Dio diventa esplicito nelle pagine dei profeti della rivoluzione sessuale: si potrebbe citare abbondantemente de Sade, e Reich così svela brutalmente lo scopo della rivoluzione sessuale: "con il crampo della muscolatura genitale scompare l’idea di Dio"(W. Reich, Psicologia di massa del fascismo, 2.a ed. it., Mondadori, Milano 1974. p. 127).
    L’odio per quel Dio che ha detto di Sé nell’Esodo "Io sono colui che È" è odio per le essenze delle creature, impregnate di creaturalità, è odio per l’essere e culto del divenire, adorazione metafisica del divenire come "essere verso la morte" e culto della morte e del nulla.
    "L’erotismo — scrive Bataille — apre la via alla morte, e la morte alla negazione della durata individuale"(G. Bataille, L’erotismo, 2.a ed. it., Mondadori, Milano 1979, p. 32).
    L’odio abortista per la vita è odio per tutta la creazione, in cui la vita negata con l’aborto continua a pesare come un incubo. Abortisti erano gli antichi Manichei: ma i mostri dell’aborto turbavano i loro miti, ed essi immaginavano che aborti demoniaci fossero all’origine di tutto l’odiato "regno animale", di tutto il mondo della vita. Nel mito manicheo — come scrive Puech — "le diavolesse, nauseate dalla rotazione del cerchio dello zodiaco, al quale sono legate, partoriscono degli aborti [...], i quali, caduti in terra, divorano i germogli delle piante, assorbono in tal modo il seme e la luce e, presi da concupiscenza, si uniscono a propria volta fra loro, facendo pullulare la loro discendenza demoniaca. E questa l’origine del regno animale" (H.C. Puech, il manicheismo, in Storia delle religioni, a cura di H.C.
    Puech, cit., p. 202).
    E l’erotismo, il ritorno erotico, è la via alla morte per negare la cattiva finitudine alla vita. Scrive Bataille ne Le lacrime di Eros — ed è una pagina su cui vale la pena di meditare —: "Nessuno oggi si accorge che l’erotismo è un mondo demente e, ben al di là delle sue forme eteree, di una profondità infernale". "Ma in me — aggiunge — la morte definitiva ha il senso di una strana vittoria: mi bagna della sua luce, apre dentro di me la risata piena di gioia: quella della sparizione!" (G. Bataille, Le lacrime di Eros, tr. it., "Arcana", Roma 1979, pp. 75-76).
    Dietro la festa falsa dell’erotismo ride la morte, ride la distruzione, ride — come dimostra l’aborto — la strage omicida.
    Forse, per dire basta a tutto questo, è necessario recuperare una dimensione metafisica dell’amore. È quanto insegna Karol Wojtyla nel suo mirabile Amore e responsabilità: recuperare, con la castità e la temperanza, l’abitudine a vivere secondo ragione. L’uomo — scrive il Pontefice — "deve dominare ciò che è contrario alla ragione" e compiere atti "probi". E probo è "ciò che è in accordo con la ragione, cioè che è degno dell’essere ragionevole, della persona". Una dimensione metafisica dell’amore antepone la ragione tanto al sesso che al sentimento, ancora l’amore a quella "moderazione" che è "dominio della sensibilità e dell’emotività" (K. Wojtyla, Amore e responsabilità, cit., pp. 179-181).
    Molte cose si possono dire della rivoluzione sessuale, ma qui sta la chiave di volta, la soluzione positiva: vivere secondo ragione è resistere alla forza della dissoluzione. Forse, nella tragedia di oggi, i mezzi naturali non sono più sufficienti. San Tommaso ordina alla temperanza — di cui fa parte la castità — fra i doni dello Spirito Santo, il donum timoris, il dono del timore di Dio. La battaglia contro la pornografia e contro la rivoluzione sessuale è difficile ma non è disperata. Potrà essere combattuta e vinta se sapremo tornare a meditare su quello che fu il motto e l’anima di tanta cristiana saggezza: Initium sapientiae timor Domini, il timore di Dio è l’inizio di ogni vera sapienza.

  3. #3
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    Gioie del sesso

    Di Vittorio Messori

    Tratto da: Antologia di “Vivaio”


    Tra i pochi libri esposti nel bazar dell’area di sosta dell’autostrada, incontro una vecchia conoscenza: il manuale dal titolo Le gioie del sesso in edizione tascabile.
    Continua, dunque, la diffusione di questo libro che – negli anni Settanta – fu uno dei maggiori best-sellers mondiali: né c’è da stupirsi, visto che disegni e testi sono al livello della stampa pornografica “dura”. In compenso, il serio marchio editoriale, le pretese “scientifiche”, la prefazione del sociologo alla moda garantiscono una patente di rispettabilità al lettore: quel libro tra le mani non solo non gli darà un’aria cochonne, ma lo qualificherà come una persona che si informa seriamente e che ha ormai superato inibizioni e tabù. E’ un liberal, lui, mica un bacchettone, come certi cattolici, ancora prigionieri dei loro complessi! “Certi”, dico, perché non mancano i cattolici “aggiornati”[qualcuno direbbe intelligenti, noi caro Vittorio siamo dei poveri deficienti e il papa con noi, visto che la pensiamo allo stesso modo N. d.R.], convinti anch’essi che questi siano testi meritori. Credenti pronti, anzi, alla solita diffamazione di una Chiesa “pre-conciliare”, nemica del piacere, casta di vecchi clericali misogini che non vedevano altro che peccato e altro che peccato nel sesso. [Vittorio sei uno stramito!!!!!! N.d.R.].
    In effetti, quando oggi si tenti di riflettere su questi temi senza accettare in modo acritico i nuovi conformismi, si è costretti a precisare subito che non si intende “fare del moralismo”; che, se si espone qualche perplessità , non è perché si è “moralisti”. La pressione socio-culturale è tale che le cose si sono rovesciate e la parola “morale”, con i suoi derivati, è divenuta il termine “immorale” per eccellenza.
    Il vero, il solo pornografo sarebbe oggi non chi parla troppo di sesso ma, al contrario, chi vorrebbe continuare a parlarne con la cautela e l’attenzione che un simile mistero esige. Già, perché proprio qui è il punto: questi manuali (di cui Le gioie del sesso è il più esemplare, oltre che il più diffuso) giusto ogni mistero vorrebbero dissolvere, presentandosi come testi asetticamente “tecnici”. Dunque, mostrano come procedere nell’attività erotica come i vecchi e benemeriti manuali Hoepli insegnavano il modo di rilegare I libri, per coltivare l’orto, per imbiancare la casa. Il problema cui si vuole rispondere è: dati due corpi, uno maschile e uno femminile, (ma c’è anche, dello stesso autore, presso lo stesso editore, la versione gay), come procedere per ricavarne il maggior piacere possibile?
    Tralasciamo pure il fatto che, riducendo maschio e femmina a macchine per l’eros, il risultato (come ormai decenni di esperienza mostrano) non è l’aumento della felicità, ma dell’infelicità.
    Tutti i sondaggi, ad esempio, mostrano come mai le donne abbiano conosciuto minor piacere da quando il raggiungere ad ogni costo una serie di orgasmi, e I più devastanti possibili, è divenuto per loro un’imprescrittibile dovere sociale.
    E mai I maschietti sono stati rosi da più subdole, segrete angosce, come da quando il nuovo decalogo ha imposto alle compagne di esigere da loro prestazioni da stallone ed esatto adempimento dei passaggi previsti dal manuale per raggiungere e far raggiungere le estasi regolamentari.
    Tralasciamo pure questo – che pure non è irrilevante – e ragioniamo. E, nel caso nostro, senza neppure preoccuparci di mettere le mani avanti, giurando che non è un sospetto “moralismo” che ci muove. Purtroppo, in questo genere di cose ne abbiamo fatte, dette, sentite tante da ridere, con qualche vergogna, se qualcuno ci pensasse dei bigotti “moralisti”. Inoltre, - e qui il “purtroppo” è davvero di rigore – non è affatto detto che, anche ora, alla convinta chiarezza sui princìpi corrisponda sempre, per quanto ci riguarda, un comportamento coerente con quei princìpi medesimi. Ma, forse, al punto in cui siamo arrivati, ciò che innanzitutto occorre, non è tanto comportarsi sempre “bene” (e beato chi ci riesce: grazie a Dio i santi sono sempre tra noi), quanto salvaguardare la distinzione tra bene e male. Brutto è fare il male, ma assai peggio è farlo dicendo che in realtà proprio quello è il bene. Come certa “Rivoluzione sessuale” esigerebbe.
    La prospettiva cristiana non ha mai negato perdono e comprensione per le “cadute”, per ogni tipo di peccato; ciò che, invece, non può accettare è la teorizzazione in positivo, la santificazione di ciò che è “peccato”.
    E peccato resta, malgrado le suadenti apparenze, lo slogan che regge manuali come quello da cui siamo partiti e la mentalità che li produce: «Far bene l’amore fa bene all’amore».
    Ci si affanna a precisare che tutte le tecniche che vi sono insegnate aumenterebbero la confidenza tra partners e, dunque, sarebbero sacrosante anche tra coniugi.
    Già (e qui parliamo dal punto di vista maschile): ma “la” coniuge invecchia, sfiorisce, spesso proprio non se la sente, con tutto quello che ha fatto tutto il giorno per mandare avanti la famiglia. Anche nel caso migliore, la quotidianità fa sì che si generi noia, che manchi quel guizzo di novità e fantasia che non dispiace, anzi che molto aiuta.
    Se l’obbiettivo è: «il massimo piacere che è possibile ricavare dal sesso», chi sarebbe tanto ingenuo da pensare che un marito, ancora pieno di fantasie e di voglie, metta a profitto le tecniche che legge sul manuale e che gli promettono il paradiso, sempre e solo con quell’ormai malandato e comunque ormai del tutto consueto e improbabile “oggetto di piacere” che si ritrova nel talamo coniugale? Chi se la vede, quella ,con tutti gli “sfizietti” di posizioni fantasiose, di comportamento civettuolo, di travestimento sexy, con tutto l’armamentario “tecnico”, insomma, necessario per raggiungere davvero queste “gioie del sesso” ormai socialmente obbligatorie?
    Siamo brutali, ce ne rendiamo conto. [bono Vitorio che i moralisti laicisti ti fanno censurare N. d.R.]
    Ma è proprio l’argomento che lo esige. A quale “amore” fa davvero bene questo modo ossessivo di insegnarci a “far bene l’amore”?
    Ragionare su una simile domanda (e proprio alla “ragione” si appella una certa mentalità, contro il presunto “incoscio spirito repressivo” cattolico) non è moralismo: è realismo.


    Straordinario Messori!!Non mi meraviglio che sia amico del Papa

  4. #4
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    Thumbs down L'erotismo alla conquista della società I parte

    [CENTER]L’EROTISMO
    ALLA CONQUISTA
    DELLA SOCIETÀ


    di Augusto Del Noce


    Tratto da: Rivoluzione, Risorgimento, Tradizione,
    ed. Giuffrè, Milano 1993



    I Parte

    Non c’è giudizio morale oggi più corrente, e più passivamente accettato, di quello secondo cui si dovrebbe prender coscienza, come di realtà irreversibile, che il comune sentimento del pudore si è notevolmente modificato negli ultimi anni; così che oggi l’uomo medio, ossia normale (cioè non nostalgico e non nevrotico) accetterebbe, senza reazioni morali, manifestazioni di sessualità, alcuni anni addietro neppure concepibili. Onde l’istanza che i codici si adeguino ai nuovi costumi, dato che è cangiata la nozione stessa di oscenità: chi può contestare che i costumi, le fogge di vestire, le mode cangino, anche se la nozione formale di moralità resta immutata? A condividere questo punto di vista ci sono anche molti cattolici, persuasi che in un tempo in cui l’uomo è riuscito a dominare e a utilizzare a proprio vantaggio le forze della natura, e in cui i miracoli tecnologici permettono un benessere sempre più largo e diffuso, l’antico ideale di condotta ascetico e mortificante debba essere pensato irrevocabilmente perento. E questa è una semplice, anche se non piacevole, constatazione.
    Mi capita spesso di invidiare i non credenti: quanti argomenti non possono venir tratti dalla storia di oggi per convincersi che i cattolici sono una specie mentalmente inferiore? Impressionante è la loro corsa per adeguarsi al giudizio che i laici razionalisti portano sul cattolicesimo. Pure, non c’è giudizio che possegga, come l’anzidetto, i titoli per meritare il gran premio della banalità.
    Basta, infatti, la riflessione più elementare per intendere che oggi si tratta di tutt’altro che non di variazioni nei riguardi di ciò che si riteneva offendere il sentimento del pudore. Quando — ed è il dato di fatto corrente — si asserisce che non c’è parola del vocabolario che non possa venire pronunciata, e, correlativamente, parte del corpo che non possa essere esposta al pubblico, purché non urti la sensibilità estetica (e in ciò il nudismo di oggi manifesta il suo carattere che è ben diverso dall’igienico, e in fondo abbastanza ingenuo naturismo), non c’è soltanto variazione nel comune senso del pudore; c’è una condanna, a suo modo morale, del pudore come anormale. Si parla infatti di rivoluzione sessuale; che non è affatto espressione esagerata e troppo ardita per designare qualcosa di più moderato e di più semplice: quell’"integrazione piena del sesso nella vita umana", di cui parlano, in termini del resto assai mal definiti e imprecisi, vari teologi; confondendo, con questa benevola interpretazione, le carte e le teste.
    La maggior minaccia per l’intelligenza è rappresentata oggi dall’inflazione di carta stampata. I libri non si leggono, al più si scorrono, e poi si ripongono negli scaffali. Ora, tutto l’essenziale sulla rivoluzione sessuale è stato detto, quarant’anni fa, dal dottor Wilhelm Reich, in un libro che porta appunto questo titolo1; basta un giorno per leggerlo attentamente. E, quando lo si sia fatto, non ci si stupisce più dei costumi presenti nel regno di Danimarca, perché ne sono la piena attuazione; non ci si stupisce più delle proposte più avanzate, sino a quella del matrimonio degli omosessuali. Non si vanno più a cercare, o a discutere, le sentenze di Moravia sulla pornografia come fenomeno connesso a una società puritana: se non ci fossero puritani, non ci sarebbero neanche pornografi; se qualsiasi espressione erotica è "normale", ne viene che l’esistenza del pornografo è relativa a quella dell’anormale puritano; non c’è pornografo se non agli occhi del puritano; gran scoperta! Non ci si informa più attraverso le conferenze che vanno portando in giro gli Enzo Siciliano. E ciò non per avversione, psicologica o morale, ma per la semplice, doverosa cura di regolare il proprio tempo. La lettura del libro di Reich costringe infatti a situare gli scritti — abbiano la forma di romanzo o di saggio — di questi autori e dei tanti altri che è superfluo nominare, come lavori letterari (lavori, cioè, appartenenti a quel genere che è l’industria culturale), o come illustrazioni — alla lettera — delle opere dell’eterodosso, rispetto all’indirizzo psicanalitico ufficiale, psicologo austriaco. Chi correda di illustrazioni e di esempi sensibili le opere altrui, non discute, e perciò non merita di essere discusso. Può benissimo darsi che le idee le abbia trovate da sé, o colte nell’aria; ma l’attenzione deve essere rivolta a chi le ha enunciate per primo, e soprattutto lo ha fatto in forma organica e coerente.
    Il Reich, morto quasi del tutto dimenticato in un penitenziario americano nel 1957, allora condannato dall’ancor morale America, poi riscoperto dai vari movimenti beat e hippy, appartiene a quello che negli anni tra il ’20 e il ’30 si autodefinì come movimento di liberazione europea, sorto in dipendenza della rivoluzione russa; ma alle categorie della borghesia e del proletariato, sostituì quelle degli assertori della morale repressiva (l’uso della parola repressione, nel complessivo significato che ora le si annette, ha in lui le sue origini) e degli assertori della libertà sessuale; solo questa sostituzione e il conseguimento della felicità sessuale avrebbero portato alla scomparsa dello spirito autoritario e a un internazionalismo senza compromessi.
    Gli insegnamenti che possiamo trarre dalla sua rivoluzione sessuale sono molti ed estremamente importanti.
    Merita di essere osservato, anzitutto, come le idee per l’assoluta libertà sessuale fossero state già compiutamente formulate negli anni tra il ’20 e il ’30. Non ebbero fortuna nel decennio successivo: da una parte, per motivi che ora è inutile indagare, trovarono opposizione nei regimi totalitari, nel fascismo come nel nazismo, come nello stalinismo; dall’altra non potevano trovare udienza nell’antifascismo, inteso allora a opporre i valori spirituali all’esaltazione degli elementi vitali e tellurici. Ebbero una ripresa, pressoché inosservata agli inizi, ma continua e progressiva, dopo il ’45; esplosero, dopo il ’60 nella forma e con l’intensità che sappiamo; non certo per influenza diretta del pensiero del Reich, che fu soltanto riscoperto, ma per le ragioni che si diranno.
    La rigorosa coerenza del libro mostra come non siano possibili compromessi tra la morale tradizionale, intesa nella sua integralità e senza alterazioni, — con riconoscimento pieno, cioè, delle sue premesse prime, e proprio per questo senza unilaterali accentuazioni di certi aspetti — e la liberalizzazione sessuale. Dobbiamo perciò dire che, a parte la forma espressiva e il giudizio valutativo, che per me naturalmente è l’opposto, il Reich ha piena ragione nello scrivere che "la concezione del desiderio sessuale inteso al servizio della procreazione è un mezzo di repressione della sessuologia conservatrice. È una concezione finalistica e dunque idealistica. Presuppone dei fini che devono essere necessariamente di origine sovrannaturale. Reintroduce un principio metafisico e perciò tradisce un pregiudizio religioso o mistico". Possiamo tradurre, in termini appena diversi: ci sono nella storia, come costanti, due strutture tipiche in eterno conflitto: la morale, che in ultima analisi suppone un fondamento metafisico-trascendente, anzi soprannaturale; la libertina, che, negati questi fondamenti, deve vedere la piena esplicazione della vita nella "felicità sessuale", posta come fine a se stessa, e quindi liberata dall’idea di riproduzione. Se si vuol parlare di un merito del Reich è di aver portato il giudizio pratico di tipo libertino alle sue conseguenze ultime.
    Premessa infatti del pensiero del Reich, naturalmente data come incontestabile senza il minimo accenno di prova, è che non esiste nessun ordine di fini, nessuna autorità metempirica di valori. Ogni traccia, nonché di cristianesimo, di "idealismo", nel più largo dei significati, o di fondamento dei valori di una realtà obiettiva, quale sarebbe per Marx la storia, è cancellata. A che cosa si riduce, dunque, l’uomo, se non a un insieme di bisogni fisici? Quando essi siano soddisfatti — quando, insomma, sarà rimossa ogni repressione — egli sarà felice. Viene in mente la frase di Nietzsche sui socialisti: "ammiccano perché hanno inventato la felicità". In pochi scrittori come nel Reich è tipico il carattere dell’"inventore della felicità".
    Tolto ogni ordine di fini e cancellata ogni autorità di valori non resta che l’energia vitale identificabile, già secondo un’antica e del resto difficilmente contestabile asserzione, con la sessualità. Dunque, nucleo della vita sarà la felicità sessuale; poiché il pieno appaiamento sessuale è possibile, la felicità è dunque raggiungibile. Attraverso l’assoluta, illimitata libertà sessuale, l’uomo si libererà dalle nevrosi e diventerà pienamente capace di lavoro e di iniziativa. La sua struttura psichica sarà mutata e sarà reso altresì libero dalle tendenze militari e aggressive e dalle fantasie sadiche, tipiche — come l’esempio dello stesso Sade dimostrerebbe — dei repressi.
    Ma qual è l’istituto sociale repressivo per eccellenza? Per il Reich la famiglia monogamica tradizionale; e, dal suo punto di vista, non si può certo dire abbia torto. L’idea di famiglia è infatti inseparabile dall’idea di tradizione, da un patrimonio di verità da tradere, da consegnare. L’abolizione di ogni ordine metempirico di verità importa quindi che la famiglia venga dissolta; nessuna considerazione meramente sociologica può autorizzare il suo mantenimento.
    Di qui le conseguenze che non potrebbero, nel suo libro, esser dettate a lettere più chiare. Il rovesciamento di quella "struttura umana che esiste sotto forma di quella che è chiamata tradizione" non potrebbe essere più completo; forse un lontano analogo si può trovare nelle utopie di uno degli scrittori più rappresentativi del libertinismo seicentesco, Cyrano de Bergerac. Una ragazza che a diciottanni sia ancora vergine deve essere condannata alla vergogna. Ciò di cui una ragazza adolescente ha bisogno è "di una camera tranquilla, di antifecondativi adatti, e di un amico capace di fare all’amore, che abbia cioè una struttura sessuo-affermativa; di genitori comprensivi e di un ambiente sociale affermatore del sesso"2. La nudità totale deve essere incondizionatamente accettata e favorita; la pubblicità degli accoppiamenti sessuali deve essere permessa. Non si ha diritto di proibire al proprio partner altre relazioni sessuali durevoli: principio che oggi vien detto "piena libertà di scambio fra coppie di coniugi" e "libertà totale per le esperienze sessuali di gruppo". Nulla permette di criticare le unioni omosessuali. L’educazione sessuale deve essere intesa come rimozione di tutti quei complessi atavici che portano a vedere nell’astinenza un valore, ecc.
    Domandiamoci, ora: che cosa c’è di nuovo, nel riguardo di queste idee, in quella che si suol chiamare morale scandinava? Che cosa c’è di nuovo in certe manifestazioni della contestazione giovanile (non in tutte, neanche nelle forme più eversive; perché certamente Mao non è Reich, e non lo è neanche Marcuse), in cui gli studenti (e, per quel che ho letto, anche quelli di una facoltà tedesca di teologia protestante) chiedevano il permesso di ricevere le loro compagne nelle stanze personali dei loro collegi? O, addirittura, (come a Nanterre nel famoso maggio) dell’accoppiamento libero nei corridoi; domanda che non poteva non ricevere l’appoggio di un molto conformista professore, che per piena coerenza al conformismo, nell’attesa di conformarsi alla parte vincente, decise di firmare il suo scritto con uno pseudonimo.
    Ancora: "la religione non sarebbe combattuta, ma non si tollererebbero interferenze con il diritto di trasmettere alle masse le scoperte delle scienze naturali e con i tentativi per assicurare la felicità sessuale. Allora si vedrebbe ben presto se la Chiesa ha ragione o meno di sostenere l’origine soprannaturale dei sentimenti religiosi". Che cosa propone oggi il fondatore di un Deutsche Sex Partei (il giornalista amburghese Driessen) se non la "verifica della legittimità costituzionale della Chiesa cattolica in merito ai limiti che pone alle libertà sessuali"? Si noti: la Chiesa è tollerata soltanto nei limiti in cui non si pronuncia nel riguardo delle tesi morali derivate da una scienza intesa come l’unica forma valida di conoscenza! Deve assistere, senza avere neppure il diritto di deplorarla, a una nuova morale sessuale prescritta dalla scienza (e per la verità, da uno scienziato, perché il Reich ammette la sua posizione come affatto isolata tra i sessuologi del tempo), che, per un processo che va dalla pratica alla teoria, ne scardina completamente i princìpi. Perfettamente ha scritto di recente un valentissimo e troppo poco noto filosofo francese, Jean Brun, che "il grande Inquisitore, di cui Dostoevskij ci ha lasciato un mirabile ritratto, non è più un fanatico religioso, ma uno scienziato che possiede l’esclusiva della verità, di fronte a cui gli uomini debbono inginocchiarsi per non essere più gli schiavi dell’errore"3. Se anche lasciamo da parte la tesi del maggiore filosofo dell’emigrazione russa, Leone Chestov, secondo cui il tipo del grande Inquisitore dipenderebbe unicamente dall’essenza dello scientismo, anche se può avere storicamente assunto veste religiosa per l’intrusione della mentalità scientista nel campo della fede, resta sempre che esso è essenziale allo scientismo, e che le minacce, oggi del suo dominio, vengono dallo scientismo.
    Ma c’è dell’altro. Se non vado errato, il Reich fu il primo a parlare di un nesso tra repressività sessuale e fascismo. Anche questa idea ha avuto fortuna: ho letto infatti tempo fa nella coperta del libro di tal Alberto Ellis, capo dei servizi di psicologia dello Stato del New-Jersey, che "i fascisti sessuali tendono ad essere altrettanto predominanti nei gruppi politicamente ed economicamente liberali, che tra i bigotti e i reazionari sociali". Se l’espressione non ha avuto sinora troppa circolazione — i sessuologi scientisti dovrebbero affrontare al proposito il dibattito con gli storici, ed è dibattito a cui sono poco attrezzati — ciò non toglie che l’idea sottenda molti giudizi correnti; è facile rintracciare al fondo di molti discorsi la persuasione della corrispondenza tra società democratica e completa libertà sessuale. Non è certo un caso che i più avanzati sostenitori, tra di noi, della "sessualizzazione dei costumi" affermino che si tratta di liberare l’Italia da quei livelli di oscurantismo, che porterebbero i rappresentanti dei paesi più civili ad accostarla a Spagna, Portogallo e Grecia, e che sono al fondo dei permanenti pericoli di involuzione; e che di recente siano scattati in nome di "un comitato rivoluzionario contro la repressione" esattamente i tre più noti rappresentanti italiani della lotta per la liberazione dai tabù sessuali, Moravia, Maraini, Pasolini.
    Da quel che sinora si è visto, il Reich non è affatto un propagandista del libero amore e dell’igiene sessuale come tesi isolata; è invece un pensatore che coglie esattamente tutte le implicazioni delle tesi della libertà sessuale, e definisce con precisione tutte le negazioni che essa comporta nel campo metafisico-religioso. Non arriva a scrivere, nonostante tutto il suo antinazismo, che "il misticismo nazista del montare del sangue, e della fedeltà al sangue e alla terra", benché sia stato soffocato nella mistificazione e in una politica reazionaria, "fu un progresso in paragone del concetto cristiano del peccato originale" e che l’avversione al nazismo non deve portare a preferire l’insegnamento della teoria del peccato originale a quella del "montare del sangue" che dovrà essere guidata "verso altri, positivi canali"?4. La sequenza: famiglia-tradizione-ordine oggettivo di valori e di fini, è stata da lui colta perfettamente. E se si oppongono rigorosamente le idee di "tradizione" e di "rivoluzione", non c’è dubbio che mai questa opposizione sia stata portata così avanti come da lui e che abbia ragione nello scrivere che non soltanto la rivoluzione comporta un mutamento nella considerazione dei rapporti sessuali, ma che sia anzitutto "rivoluzione sessuale".
    È strano come le idee dell’inventore scientista della felicità abbiano oggi trionfato, senza sua diretta influenza, non soltanto nel costume, ma in una larghissima parte dell’opinione politica occidentale. Consideriamo, infatti, quanto egli scriveva nella prefazione alla terza edizione della Rivoluzione sessuale, 1944, dopo la sua delusione nei riguardi del comunismo russo: "Non è questione di lotta di classe fra proletariato e borghesia come vorrebbe farci credere una meccanicistica sociologia teoretica. No: singoli lavoratori con una struttura caratteriale capace di libertà lottano contro singoli lavoratori con una struttura autoritaria; membri degli strati sociali più elevati con una struttura capace di libertà si battono per i diritti di tutti i lavoratori contro i dittatori che, sia detto per inciso, provengono dal proletariato. La Russia sovietica, che deve la sua esistenza a una rivoluzione proletaria, è oggi, nel 1944, reazionaria in fatto di politica sessuale, mentre l’America, con il suo background di rivoluzione borghese, segue una politica sessuale per lo meno progressista. Le concezioni sessuali del XIX secolo, con le loro definizioni puramente economiche non si applicano più alla stratificazione ideologica che noi osserviamo nelle lotte culturali del XX secolo. Le lotte sociali di oggi, per ridurle alla formula più semplice, si verificano tra interessi che salvaguardano e affermano la vita da un lato, e interessi che la distruggono e la reprimono dall’altro"5. È chiaro che quella che oggi si chiama sinistra si batte sempre meno in termini di lotta di classe, e sempre più in termini di "lotta contro la repressione", pretendendo includere la lotta per la causa del progresso economico delle classi meno abbienti in questa lotta più generale, come se fossero indissolubili.
    Sarebbe tema da trattare se per questa via postcomunista sia possibile sfuggire alle proposte del Reich; uno sguardo alle idee dei suoi intellettuali laici sembra disporre a una risposta negativa; ma anche per i cattolici, la posizione di sinistra e l’abbandono, o la limitazione enunciata in termini che non possono essere sostanzialmente contraddittori, delle antiquate posizioni rispetto al sesso sembrano coincidere.
    Un comunismo rigorosamente ortodosso continuerebbe certo a vedere, come nel periodo staliniano, nelle idee del Reich e nelle sue attuazioni, un fenomeno di borghesia decadente; tuttavia, i partiti comunisti occidentali non sono affatto entrati in guerra contro la nuova morale sessuale, e hanno anzi tenuto a distinguersi nella lotta contro ogni forma di censura. Non soltanto la nuova sinistra si è sessualizzata, ma i partiti comunisti occidentali le si sono, sotto questo riguardo, subordinati. Come questo sia avvenuto per una profonda motivazione ideale, sarebbe argomento di estrema importanza, ma la via per trattarlo troppo lunga.
    * * *
    Siamo arrivati alla conclusione, solo in apparenza paradossale, che il precursore degli aspetti deteriori e più pericolosi così del costume come della politica di oggi fu il dottor Reich. Si tratta di un paradosso solo apparente perché il suo fu il primo tentativo coerente di una psicanalisi rivoluzionaria, e Freud e Marx continuano a essere i numi tutelari della situazione presente; e la sinistra attuale è precisamente caratterizzata dal non voler rifiutare né Freud né Marx.
    Negli anni intorno al Trenta le sue idee furono però respinte così dagli psicanalisti come dai marxisti. Per Freud era incontestabile che la civiltà poteva esistere solo grazie alla repressione e alla rinuncia agli istinti. Da vecchio positivista egli continuava a pensare che la morale corrente nel periodo tra il 1870 e il 1915 rappresentava il grado più alto dell’evoluzione; e che si trattava di rafforzarla, non di distruggerla. La psicanalisi — sono parole sue, citate dal Reich stesso — non significa affatto, per lui, cura della nevrosi attraverso il libero sfogo della sessualità; al contrario, la presa di coscienza dei desideri sessuali repressi, permettendone il controllo, è destinata "a liberare il nevrotico dai ceppi della sua sessualità". Ciò significava a giudizio del Reich che allo scienziato si era sovrapposto in Freud il filosofo borghese, e che ciò aveva alterato il senso della sua scoperta; e questa era una prospettiva che Freud non poteva chiaramente ammettere. Dal marxismo, poi, era separato da un vero e proprio abisso ideale. Per il marxismo c’è un fine che si deduce dal divenire storico; Marx, da hegeliano, pensava che l’assoluto non è al principio della storia, ma ne è il risultato. Per Reich, invece, c’è una primitività da cui ci si è allontanati attraverso la morale sessuofobica e a cui bisogna tornare reinserendo la civiltà nella natura. Ci sono già nella sua opera tutti gli elementi della recente rinnovata edizione del mito del buon selvaggio.
    Tuttavia egli sperò di trovare un punto di concordanza col marxismo nella critica della famiglia. Nella fase precapitalistica, la famiglia aveva una radice economica. Con lo sviluppo dei mezzi di produzione si è verificato un mutamento nella sua funzione; la sua base economica fu sostituita dalla funzione politica; diventò così il pilastro delle strutture conservarne!. Tutti gli interessi autoritari e reazionari si coagulerebbero nella sua difesa. Solo diventando rivoluzione sessuale la rivoluzione marxista diventerebbe veramente rivoluzione totale.
    Si sbagliava però completamente nella valutazione del marxismo teorico; come si è già detto, la tesi del fondamento oggettivo dei valori vieta al marxismo, almeno nella sua versione rivoluzionaria, di presentarsi come dottrina vitalistica dell’illimitata libertà sessuale; al contrario, è portato a vedere in questa libertà l’estremo momento dissolutivo e degenerativo della società borghese.
    Questo carattere dovette poi accentuarsi a mano a mano che prendeva la fisionomia di rivoluzione russa, e che il carattere russo si sostituiva al marxista. Un tale processo importava quel momento di conciliazione con la tradizione, che permette alle rivoluzioni di riuscire e di non risolversi in processi dissolutivi. Di qui quel ritorno inevitabile, accentuato nel periodo staliniano, all’etica che il Reich chiama sessuofobica; ritorno che egli interpretò erratamente come richiesta di riabilitazione del comunismo nel giudizio del mondo morale. Di qui le sue speranze nell’America, dichiarate nella prefazione alla quarta edizione del suo libro, marzo 1949: "Assicuro il lettore che mi rendo anche pienamente conto delle tendenze reazionarie esistenti negli Stati Uniti. Ma qui, come in nessun altro posto è possibile battersi per la felicità e i diritti della vita" (sottolineatura sua). Purtroppo non si sbagliava, anche se la sua avventura americana finì col carcere.
    Come le sue idee, indipendentemente da una diretta influenza (che continuò a essere scarsa, anche dopo la sua riscoperta; ho l’impressione che La rivoluzione sessuale sia un libro poco letto) hanno potuto avere un così spettacolare successo nell’ultimo decennio? Gli anni Sessanta si sono chiusi in Europa con le note manifestazioni di massa: maggio francese ’68, raduni dello scorso agosto e dello scorso dicembre, mostre danesi, invasione sempre maggiore della letteratura erotica in Germania, e anche in Italia films cosiddetti spinti, e riviste pornografiche che non sono però soltanto riviste pornografiche nel senso antico. I tempi in cui la contestazione del pudore era giudicata pornografia, nei cui riguardi si poneva il problema dei limiti della tollerabilità, sembrano ora lontanissimi. Oggi è invece il pudore che viene al più tollerato in persone inibite o legate a pregiudizi ancestrali; è qualcosa di cui ci si deve scusare in larga parte di quella società che suoi essere detta "bene". Chi dirà: "sono rimasto attaccato a una certa forma di morale tradizionale", potrà pensare di venir scusato perché si limita a constatare un fatto; ma guai se pretende elevare questo fatto a valore! Sarebbe interessante seguire la storia recente di questa "larghezza di vedute" nell’accettazione del vizio a partire dalla descrizione che Proust fa del Faubourg Saint-Germain. Si vedrebbe quanto siamo andati avanti in questo processo evolutivo. Ormai "lo scandalo" è condannato senza remissione. Naturalmente si trovano dei cattolici (non pochi) per cui questa condanna è segno di progresso nella carità; sempre il demoniaco si insinua contrapponendo delle verità e delle virtù che, scisse, diventano errori: in questo caso, la carità e il rispetto dell’ordine oggettivo dell’essere.
    Per riassumere il già detto in formula complessiva, l’erotismo contemporaneo corrisponde a un’interpretazione della psicanalisi in forma di rivoluzione morale (trasformazione della _struttura psichica), assommante in sé il positivo delle precedenti rivoluzioni, la marxista inclusa. Ma come questa interpretazione già proposta e fallita nel primo dopoguerra, riuscì nel secondo? Una risposta esaustiva importerebbe l’analisi della situazione spirituale dal ’45 in poi, considerata negli aspetti che allora meno si imponevano all’attenzione e che si sono rivelati successivamente come i più profondi. Delineiamone le tracce essenziali.
    Si dice comunemente che i primi anni del dopoguerra furono caratterizzati, nell’Europa occidentale, dalla glande paura del comunismo. Ciò è verissimo, ma non bisogna dimenticare che ad essa si accompagnava, meno espressa, un’altra grande paura, quella di un risveglio religioso. Certo, nulla di più diffuso, allora, della persuasione che "l’Islam del XX secolo" non potesse essere fermato senza il contributo decisivo delle forze religiose, in particolare cattoliche. Ma, d’altra parte, questa considerazione politica non si accompagnava affatto a un movimento ampio di conversione religiosa. Sorgeva perciò, in strati sociali vasti, il problema di trovare la forza capace di bilanciare nella società civile l’accresciuto potere politico dei cattolici.
    Si aggiungeva a questo un altro fenomeno: l’idea che con la crisi segnata dal successo del fascismo e del nazismo nel continente europeo si fosse definitivamente consunta la vecchia Europa, nella sua stessa tradizione ideale rivelatasi ormai insufficiente rispetto alla realtà effettuale, in quanto incapace di opporre un valido argine all’incalzare della barbarie. Si formò, in altri termini, quell’atteggiamento che altrove ho chiamato di "millenarismo negativistico". Atteggiamento nuovo, perché le forme sinora conosciute di millenarismo, se dichiaravano la fine di un mondo ridotto a Babilonia, contenevano pure una promessa che si lasciava definire in termini sufficientemente precisi; mentre la recente non sapeva e non sa oltrepassare l’affermazione vaga del radicalmente nuovo, e anche quando cerca di enunciare positivamente degli ideali, sembra che li veda piuttosto come strumenti per negare che come valori da affermare.
    Tale disposizione era naturalmente portata a una diffusione sempre più vasta a mano a mano che la nuova generazione succedeva alla vecchia, e che scomparivano gli uomini del mondo di ieri; sino a che, oggi, appare pensiero naturale e pressoché indiscusso. Il pensiero che la crisi segnata dalle guerre mondiali coinvolgesse non la tradizione, ma la forma che essa aveva assunto nel periodo laico-liberale, tra il 1870 e il 1914, restava bloccato dal corrente schema progressista, secondo cui nella storia nulla può essere stato perduto, e nulla di ciò che è stato considerato superato può essere riaffermato; e continua a essere bloccato, se anche qualche voce in contrario riesce oggi a farsi sentire.
    Se consideriamo questi due atteggiamenti, così nell’eco che avevano e nelle forze che mobilitavano come nel loro comporsi, troveremo le ragioni del successo della rivoluzione sessuale.
    Consideriamo anzitutto la posizione che dovevano assumere gli intellettuali più avversi al pensiero cristiano; e partiamo dai movimenti che, con termine generico, si soglion dire di avanguardia letteraria e artistica, e particolarmente da quello che ne rappresenta nei suoi manifesti la coscienza filosofica: il surrealismo.
    Sarebbe errato considerare il surrealismo come un fenomeno meramente artistico, anziché come un atteggiamento totale di vita, diretto a rappresentare la pienezza dell’idea rivoluzionaria, nel suo aspetto primo, per cui vuol essere frattura radicale col passato e cominciamento di una nuova storia. Definita perciò dall’intenzione della creazione di una nuova realtà, in cui l’umanità, recuperando quel che aveva proiettato fuori di sé nella creazione di Dio (quei poteri da cui era alienata, per usare un linguaggio ormai abituale anche nei fogli più provinciali) raggiungerebbe la pienezza del suo potere; onde la stessa fraseologia che a tale forma di pensiero è abituale, uomo totale, surrealtà, superumanità, ecc.
    Sotto questo riguardo il programma del surrealismo e quello del marxismo coincidono. La divergenza si stabilisce su questo punto, che mentre per il marxismo il cangiamento dell’uomo sarà il riflesso della rivoluzione sociale e politica, per il surrealismo si tratta invece anzitutto di "rifare l’intelletto umano", in conseguenza del qual cangiamento si avrà, alla fine, la società degli uomini liberi. La storia del surrealismo, sotto il riguardo etico-politico, è storia di questa affinità e di questa divergenza. Dalla prima adesione al comunismo che porta, nel ’30, a mutare il titolo della rivista La Révolution surrealiste in quello di Le surréalisme au service de la révolution, si passa al dissenso con lo stalinismo e alla ricerca dell’accordo con Trotzki; per concludere poi, nel ’47 a una separazione conseguente alla presa di coscienza del diverso carattere delle due posizioni rivoluzionarie. Ora, la dichiarazione di rottura è estremamente importante per l’accentuazione data, nel processo rivoluzionario, al momento sessuale.
    È contenuta nel manifesto collettivo Rupture inaugurale, "dichiarazione adottata il 21 giugno 1947 dal gruppo in Francia per definire il proprio atteggiamento pregiudiziale nei confronti di qualsiasi politica partigiana", pubblicato in occasione della mostra internazionale del surrealismo, Parigi, 1947; è bene integrarne la lettura con quella del lavoro preparatorio di Henri Pastoureau Pour une offensive de grande style contre la civilisation chrétienne (il titolo è un bel documento della "grande paura" di una rinascita religiosa!), in cui le stesse tesi vengono dette in forma più articolata.
    L’avversario secolare a cui la pienezza della rivoluzione copernicana dovrebbe dare oggi il colpo di grazia è il sistema cristiano che si sarebbe costituito intorno all’anno mille "quando gli elementi che sopravvivevano dell’insegnamento greco-latino, delle tradizioni celtiche e franche, degli apporti in Occidente degli arabi e degli ebrei, della riflessione dei dottori della chiesa primitiva e degli eresiarchi dei primi secoli e di un’iniziazione esoterica la cui origine è più lontana di quella della storia, si fusero in una lega abbastanza malleabile, perché S. Tommaso d’Aquino, modellandola un po’ più tardi, potesse farne l’espressione più perfetta della dottrina allora e poi universale"6.
    Sinora questo vecchio quadro cristiano-tomista ha saputo trasformarsi infinite volte, così da sopravvivere alla successiva scomparsa delle varie classi sfruttatrici. Non può essere rovesciato dal mutamento dei rapporti economici. La rivoluzione borghese e il capitalismo hanno finito con l’accomodarsi in questa preesistente civiltà, non domandando alle istituzioni più antiche che di adattarsi alle nuove esigenze economiche senza per questo sparire. Il pericolo di subire la stessa sorte pende oggi sul marxismo; non vi si sottrae neppure la sua direzione più rivoluzionaria, la trotzkista. Se, infatti, leggiamo uno degli ultimi scritti di Trotzki, La loro morale e la nostra, vediamo come egli sia rimasto fedele alla tesi di Lenin secondo cui non ci sarebbe alcun limite morale per l’azione rivoluzionaria; non c’è separazione di fini e di mezzi, questi secondi essendo organicamente subordinati al fine che si deduce dal divenire storico; quindi ogni violenza, ogni stratagemma, ogni procedimento illegale, ogni dissimulazione e ogni inganno diventano leciti se pensati necessari al fine. È la tesi classica del marxleninismo, quella secondo cui la politica risolve in sé la morale; e sembrerebbe non poterci essere in sé negazione più radicale del codice morale tradizionale. I surrealisti osservano però che si pone la questione se questo amoralismo non possa consentire anche delle "pratiche regressive". È certo che la liceità comunista di trasgredire alla legge morale attuale debba sempre agire "nel senso del progresso"? Non può invece giustificare anche la collaborazione del partito comunista alla direzione dello stato borghese? Il gruppo surrealista guarda alla posizione che il partito comunista francese aveva nel 1947; certamente se avesse scritto il suo manifesto in Italia, avrebbe visto nel partito di Togliatti il modello insuperabile di questa deviazione. "Il termine finale dell’evoluzione storica, quello che segnerà la fine delle infelicità dello spirito, infine vittorioso sul suo passato, giustifica da solo gli atti degli uomini. Questo termine può giustificare solo dei mezzi che non compromettano l’evoluzione della legge morale, ed è proprio perché non crediamo alla fissità di questa legge — altrettanto assurda che la fissità della storia — che non accettiamo di lasciarci costringere a pratiche regressive, di cui la collaborazione politica col nemico di classe non è che l’aspetto generale, dietro il pretesto di preparare la rivoluzione proletaria.
    In altri termini, accetteremo sempre di trasgredire la legge morale attuale, ma solo in direzione del progresso"7. Non si tratta certo di dichiarazioni occasionali se il pensiero del maggior teorico del surrealismo, André Breton, poteva, ancora alla vigilia della morte, venir riassunto nel programma che segue: "Rovinare definitivamente l’abominevole nozione cristiana del peccato, della caduta originale, dell’amore redentore, per sostituirgli con tutta certezza quella dell’unione divina dell’uomo e della donna... Una morale basata sull’esaltazione del piacere spazzerà presto o tardi l’ignobile morale della sofferenza e della rassegnazione, mantenuta dagli imperialismi sociali e dalla Chiesa. Alla tirannia dell’uomo dovrà sostituirsi... un regno della donna..."8.
    La risposta dei marxisti di allora era che si trattava di una collaborazione provvisoria, allo scopo di rendere possibile la rivoluzione economica. Facilmente rispondevano i surrealisti che non vi era alcuna certezza del decisivo contraccolpo morale della rivoluzione economica; niente garantiva, anzi tutto portava a escludere che il debellamento dell’ordine cristiano ne sarebbe stato il risultato automatico. La storia insegna piuttosto che i costumi mutano con estremo ritardo rispetto alle trasformazioni economiche e che il processo di sviluppo morale non comporta soltanto termini economici: "La dottrina morale del cristianesimo sancita in tutti i paesi civili da un comune e costante diritto profano, si esprime nel Decalogo, che resta l’essenza della rivelazione mosaica; i marxisti dovrebbero dedurne nel campo dell’economia da quando Mosè è stato chiamato sulla vetta del Sinai".
    Coerentemente il manifesto conclude: "ritorniamo ai costumi, oggetto delle nostre preoccupazioni più costanti; sarebbe assurdo contare solo sulla rivoluzione politica per mutarli... Questi teorici (i successori di Marx) non hanno mai denunciato la morale attuale se non quando, nel farlo, intravedevano un vantaggio politico immediato. Sade e Freud, al contrario, hanno aperto la strada. Qualunque sia la dottrina che deve succedere al cristianesimo, vediamo in Sade e in Freud i precursori designati della sua etica"9.
    Questo documento ormai lontano rappresenta il passaggio del surrealismo — e possiamo dire dell’avanguardia in genere — all’anticomunismo? Così fu interpretato allora dalla maggior parte dei non molti che se occuparono.
    In realtà, nulla di più inesatto. In esso l’avanguardia prendeva coscienza di quella che doveva essere la sua vera posizione nei riguardi della politica per conformità alla natura della sua idea rivoluzionaria; e neppure giudicava errata la proposta comunista, ma soltanto inadeguata; il marxismo doveva essere completato moralmente con Sade e con Freud e su questa morale si sarebbe dovuto essere intransigenti, anche a costo di sacrificare l’efficienza politica. Nello scritto di Pastoureau è detto perché i surrealisti devono anche rifiutare di partecipare all’opposizione di sinistra al partito comunista, necessariamente destinata alla sconfitta perché non contesta il rapporto di politica e di morale, così come affermato da chi intende criticare, ma soltanto rifiuta di spingere alle conseguenze ultime la politica di astuzia e di stratagemma che deve risultarne. Perciò "i loro sforzi tenderanno a far riuscire le stesse rivendicazioni e ad accelerare la liberazione dell’uomo, ma attraverso altri mezzi".
    Si può dire che oggettivamente questa separazione aveva di fatto il risultato di stabilire le condizioni di una collaborazione possibile per quel che riguarda l’azione comunista nel mondo occidentale attraverso la divisione dei compiti. L’avanguardia avrebbe agito sui "costumi" e scardinato nella coscienza dei borghesi quei principi sui cui era costituita la famosa "diga" (così si diceva allora; oggi si tende a dimenticare persino il termine) contro il comunismo. Il comunismo avrebbe seguito la sua via di ricerca di potere, liberato dal problema arduo di pronunciarsi nei riguardi della morale tradizionale. Non è però questo il punto essenziale. Ciò che ora importa è sottolineare come partito da Sade, il surrealismo (e l’avanguardia in genere) ritrovasse, per un processo autonomo, l’idea del Reich sulla necessità di completare il marxismo con la nuova morale sessuale, al fine del successo della rivoluzione totale; e si riservasse come proprio compito quest’azione sui costumi attraverso l’arte. Questo compito è stato puntualmente eseguito: rispetto all’arte di avanguardia del primo dopoguerra qualche dubbio poteva sorgere (e trovò espressione anche in opere notevoli) sul suo carattere ateo o, anche se inconsapevolmente, mistico; ma è indubbio che, dopo il suo sviluppo nel secondo dopoguerra, non trova più alcuna ragione di essere.

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    Lightbulb L'erotismo alla conquista della società. II parte

    L’EROTISMO
    ALLA CONQUISTA
    DELLA SOCIETÀ
    II Parte


    di Augusto Del Noce


    Tratto da: Rivoluzione, Risorgimento, Tradizione,
    ed. Giuffrè, Milano 1993

    Si può certamente osservare che il campo d’azione dell’arte di avanguardia è limitato e non può aver avuto un’azione decisiva nella rivoluzione di massa dei costumi. Ma passiamo a considerare l’aspetto per cui si ebbe l’impressione di una tradizione ormai definitivamente esaurita, consueta a quell’atmosfera millenaristica di cui si è detto. Il millenarismo imponeva l’obbligazione di una letteratura e di un cinema impegnati. Il negativismo ne determina il contenuto: quello di demitizzare, di lacerare le maschere, di demistificare, di denunciare l’alienazione; ed è persino inutile aggiungere qualsiasi eccetera, perché il programma non andava oltre queste quattro parole. Per confezionare prodotti rispondenti, nulla si presentava più adatto del materiale fornito dalla psicanalisi, visto nel suo aspetto dissacrante.
    Il contrabbando dell’erotismo avveniva così all’insegna morale del demistificante e del "disalienante". Il fatto nuovo dell’"industria culturale" assimilava le opere letterarie a "prodotti" destinati al "consumo"; conformi perciò al gusto che già un certo diffuso giudizio storico-politico, subìto piuttosto che pensato, predeterminava. Ma perché la tradizione su cui l’Europa si era formata era quella di un ordine oggettivo dei fini e dell’autorità metempirica dei valori, questa letteratura progressiva demistificante portava esattamente, per l’atteggiamento che assumeva rispetto ai valori tradizionali, alla nuova morale sessuale, per quel processo che già si è illustrato.
    Passiamo ora alle forme più elevate della cultura laica. All’insegna della politica della cultura si costituì, in contrapposto alla repubblica politica, una repubblica delle lettere — per usare il linguaggio illuminista — con ben più gravi e pesanti interdetti. Il programma era quello di una continuità illuministica tra liberalismo e comunismo, esigente una reciproca riforma. Ora, tale riforma importava che il liberalismo, per cessare di essere borghese, nel senso corrente, ritrovasse l’antitradizionalismo illuminista, accentuandolo in modo da evitare quegli aspetti per cui l’illuminismo aveva ceduto al romanticismo; ma in tale accentuazione era inevitabilmente inclusa l’abolizione dei divieti, o come oggi si usa dire, con espressione talmente abusata che non si vorrebbe ripeterla, tabù sessuali, quando anche i loro promotori non se lo proponessero. Se Gramsci pensava di procedere da Croce a Marx, la nuova borghesia illuminata intendeva invece andare da Marx a Diderot; ma ci si può fermare a Diderot, o non si deve invece, imboccata questa via, procedere verso Sade?
    Così nel campo dell’intellettualità laica, l’arte di avanguardia, l’industria culturale, e la politica della cultura dei filosofi e degli storici giungevano, intenzionalmente o meno, consapevolmente o no, a unirsi nel riproporre i temi della nuova morale sessuale. Rispetto all’intenzione e al grado di consapevolezza, certamente la minore era quella dei filosofi e degli storici, anche se alcuni di essi abbiano certamente avvertito il pericolo, e tentato di fermarsi, e anche detto cose acute; ma, fermarsi, in che maniera?
    Consideriamo i fatti. Nell’accettato crollo della tradizione metafisico-religiosa, restava, àncora di salvezza dell’umanità, simbolo della modernità e pilastro della civiltà nuova, soltanto la scienza. Ma la scienza, almeno nella sua accezione moderna, studia il reale come sistema di forze, non di valori; fornisce strumenti, non determina fini. Nella prospettiva secondo cui la scienza è l’unica forma di conoscenza valida, l’unico fine di cui si possa parlare, è l’incremento della vitalità. Dispiace citare ancora una volta il dottor Reich, la cui tesi veniva ancora una volta riscoperta: non è certo un gran pensatore, ma ha il merito dei consequenziari, di coloro che accettano uno sbocco aberrante, ma inevitabile, a cui studiosi più ricchi di umanità cercano invano di sottrarsi. La rivoluzione sessuale è effettivamente il punto d’arrivo dello "scientismo".
    La storia non è certo soltanto storia degli intellettuali, ma la nuova borghesia per le sue stesse origini recenti, per i traffici da cui era emersa, generalmente indipendenti o contrari ai valori tradizionali, per la mentalità radico-massonica a cui era legata sin dagli inizi del suo predominio, era esposta alla grande paura della rinascita religiosa. Raramente era avvenuto che essa si sentisse così solidale con le proposte degli intellettuali. Facilmente ravvisò nel sesso l’arma che poteva essere usata, per arginare il predominio cattolico. Il sesso presentava infatti allora delle garanzie contro l’accusa in cui, a quel tempo, tutte sembravano assommarsi; la moralità tendeva infatti a confondersi in quegli anni lontani con l’antifascismo, come se nel fascismo, e particolarmente nel nazismo, si fosse condensato tutto il male; e nel riguardo dell’etica sessuale i fascismi si erano in generale presentati come difensori delle vedute tradizionali.
    Ancora più propenso all’accettazione della nuova etica si dimostrava il neocapitalismo, che nella largo-diffusa felicità sessuale poteva vedere un validissimo argine contro i pericoli rivoluzionari; o anzi contro ogni forma eversiva di destra come di sinistra. Ricordiamo ancora la sostituzione, affermata dal Reich, della "lotta contro la repressione" alla lotta di classe. Nel novembre 1944 gli accadde, nel chiarire il suo pensiero al riguardo, di scrivere: "La questione fondamentale sociale non è più: sei ricco o povero; ma, sei per la difesa e la maggior libertà possibile della vita umana, e combatti per esse? Fai, praticamente, tutto quanto è in tuo potere affinché le masse dei lavoratori raggiungano una tale indipendenza di pensiero, di azione, e di vita da rendere del tutto naturale, e in un futuro non troppo lontano, la completa autoregolazione della vita umana"?10. Ciò praticamente significa che nella società successiva alla rivoluzione sessuale, le disuguaglianze economiche, pur nel benessere universale, possono continuare a sussistere; su questo punto la rivoluzione sessuale può benissimo accordarsi con le idee dei teorici della società del benessere. È noto come il vecchio radicalismo, espressione politica della vecchia borghesia, contrapponesse all’avanzata socialista il diversivo anticlericale; con perfetta analogia il nuovo radicalismo, espressione della borghesia nuova, è portato a contrapporre all’avanzata comunista il diversivo sessuale. A ben guardare c’è una continuità nella storia del radicalismo, dall’anticlericalismo all’anticristianesimo.
    Resta da vedere come il progresso della rivoluzione sessuale abbia coinciso con quello della socialdemocrazia. I paesi scandinavi sono quelli in cui la socialdemocrazia è al governo da più lungo tempo; la scomparsa di ogni traccia della mentalità vittoriana ha coinciso in Inghilterra col successo del laburismo; l’avanzata dell’erotismo in Germania è in rapporto diretto col progresso socialdemocratico. Dobbiamo pensare, per spiegare questo, alle due anime compresenti nella socialdemocrazia, la moralistico-kantiana e la scientistico-positivistica. All’eclissi della morale kantiana soprattutto in quella forma di morale autonoma, cara a una notevole parte degli intellettuali socialdemocratici, non poteva perciò non conseguire il sopravvento dello scientismo; e, in effetti, i paesi ricordati sono pure quelli in cui il nuovo scientismo ha oggi maggior diffusione. Non si vuol con ciò dire che vi sia un vincolo necessario tra socialdemocrazia e liberalizzazione sessuale; ma che la socialdemocrazia non ha ancora compiuto quella revisione ideale qual pure le si presenterebbe come necessaria, e che, per la verità, non sembra molto incline a compiere.
    Quanto all’atteggiamento che doveva essere assunto dai comunisti, la risposta è facile: hanno favorito la sessualizzazione dei costumi nell’Occidente nell’esatta misura in cui le sono stati contrari nei loro paesi. Un altro luogo comune dei giorni di oggi parla della fine del moralismo e dell’imperialismo vittoriano. Sarebbe più esatto parlare del loro trasferimento. La posizione comunista nel riguardo dell’Europa o dell’Occidente in genere ripete quella dell’Inghilterra ottocentesca nei riguardi dell’Asia (è facile pensare all’esempio della guerra dell’oppio). E qui, per riconoscere anche ai comunisti quella parte di ragione che possono avere, dobbiamo pensare alla distinzione tra il periodo ascensivo dell’industrializzazione che attualmente si compie nei paesi comunisti e quella del tardo capitalismo. Perciò anche i letterati distruttori del "moralismo ipocrita" e rivendicatori della "normalità" dell’attività sessuale libera, sono di fatto prigionieri del giuoco comunista. Pende su di loro la possibilità dell’accusa, realmente verissima e incontestabile dal punto di vista sociologico, di rappresentanti della borghesia decadente. Per altro verso la loro sicurezza e prosperità sono garantite dai servizi che rendono così alla nuova borghesia — lo si è già visto — come al comunismo. "Utili idioti" sono stati spesso detti; direi piuttosto "servi non sciocchi", pur sottolineando servi; per il modo in cui mostrano di saper attendere ai loro interessi. Si sa infatti quanto poco la Russia gradisca che partiti comunisti, in altri paesi, assumano il potere per propria forza rivoluzionaria. Gli esempi dei loro rapporti con la nazione primogenita non sono incoraggianti. Assai meglio una situazione in cui la disgregazione di tutti i principi etici e religiosi capaci di fondare una resistenza valida sia tale da non rendere possibile sul piano politico che un governo fantoccio, subordinato di fatto. I compagni di strada, addetti alla disgregazione, hanno saputo provvedere bene anche alle forme assicurative per il loro futuro.
    * * *
    In questo esame, necessariamente sommario, ma tuttavia, per quel che mi pare, abbastanza preciso, delle motivazioni intellettuali e politiche che hanno favorito il successo di un’offensiva erotica, già teorizzata ma fallita nel primo dopoguerra, ho creduto di dover dare particolare rilievo a un pressoché ignorato documento surrealista. Ciò perché sono stati i surrealisti quasi i soli ad avere inteso questa verità fondamentale che la battaglia decisiva contro il cristianesimo non poteva essere condotta che sul piano della rivoluzione sessuale; che perciò il problema della sessualità e dell’erotismo è oggi dal punto di vista morale, il problema fondamentale.
    Possiamo a questo punto render ragione di alcuni mostruosi errori, che portano a far pensare alla presente esplosione erotica come a un fatto irreversibile.
    Il primo è quello secondo cui l’erotismo sarebbe un aspetto essenziale e ineliminabile della società tecnologica, o opulenta, caratterizzata come essa è dall’incremento, attraverso il sempre progrediente dominio della natura, della vitalità. Si passa di qua al giudizio, purtroppo diffuso in non trascurabili ambienti religiosi, che il cristianesimo deve riformarsi per adeguarsi al nuovo tipo di società; o addirittura che l’elemento ascetico era estraneo al cristianesimo primitivo, ma gli provenne dal contagio gnostico; dal che è facile passare, giocando sui termini, che gli era estranea la "negazione del sesso" (il che può anche esser vero, ma se inteso in un determinato senso), per cui sarebbe conciliabilissimo con la rivendicazione presente della sessualità; che bisogna metter da parte, sempre come aggiunta gnostica, il dogma del peccato originale, ecc.
    Ora, è verissimo che l’erotismo è essenziale alla società opulenta, in quanto essa è misurata idealmente dallo scientismo; ma non è stato il progresso della tecnica a determinare per sé i caratteri della società che si suol chiamare tecnologica. Essi dipendono invece da quell’interpretazione della storia contemporanea che si è tracciata, secondo cui tutti i valori tradizionali sarebbero definitivamente tramontati: interpretazione affatto aprioristica, e che sempre meno resiste alla critica.
    Da questo, che possiamo dire giudizio "colto", passiamo a un altro che appartiene al tipo delle banalità convenzionali, purtroppo diffuse e presentate come evidenze incontestabili. Lo riporto nei termini in cui l’ho letto in un articolo di giornale11, dedicato a una manifestazione contro l’erotismo avvenuta a Parigi: la reazione antierotica sarebbe "un movimento impetuoso quanto ingenuo che accettando la società dei consumi, pretende di proibire in nome della morale un oggetto di consumo corrente come il sesso commercializzato in film, spettacoli teatrali, pubblicazioni, libri e dischi". Qui si pretende che l’ondata erotica sia semplicemente una diffusione quantitativamente maggiore della pornografia: in tutti i campi si consuma di più, dunque... No: quel che è cambiato è il giudizio di valore; con l’erotismo è affermato come valore quel che fino a ieri era tenuto per disvalore.
    C’è poi un giudizio pronunciato da alcuni intellettuali in cui par di sentire un’eco (quanto alterata!) del pensiero crociano. Col comportamento odierno si sarebbe segnato un progresso perché la sessualità sarebbe stata definitivamente riportata sul piano, moralmente neutrale, dell’economico e del vitale; in modo che di morale si dovrebbe parlare solo per compiti più alti.
    Si può commettere un più grave errore di fatto? È dell’essenza dell’erotismo il non riconoscere un posto del "morale" al di là del "vitale", o di riassorbire totalmente il "morale" nel "vitale".
    Ma quale fu l’atteggiamento dei "custodi" della tradizione; intendendo per tradizione non già la conservazione di un passato, ma il riconoscimento di un ordine di valori eterni e metafisici, tali perciò che debbano essere consegnati e trasmessi di generazione in generazione? Dunque, dei rappresentanti del pensiero religioso, e in particolare della Chiesa cattolica? È necessario riconoscere che l’avvertimento dell’importanza e della novità del fenomeno fu piuttosto tardo e che anche oggi c’è molta confusione.
    Si pensi quel che si vuole di J. De Maistre. La mia idea è che nelle sue tesi ci sia sempre un elemento di verità, quando esse vengano interpretate secundum quid: è questo secundum quid che nelle sue affermazioni costantemente manca e che dà loro l’aspetto di paradosso reazionario. Si consideri, ad es., questo suo passo: "Basta spegnere, o anche solo indebolire in una certa misura in un paese cristiano l’influsso della legge divina, lasciando sussistere la libertà che ne è derivata alla donna, e si vedrà presto degenerare quella libertà in se stessa nobile e commovente, in svergognata licenza. Le donne diventerebbero i funesti strumenti di una generale decadenza, che intaccherebbe in breve tempo le parti vitali dello stato. Questo andrebbe in cancrena e spargerebbe, nella sua dissoluzione, ignominia e terrore"12. Nell’aspetto in cui sembra sancire l’inferiorità della donna è certamente urtante. Ma se l’emancipazione della donna viene fatta coincidere con l’assoluta libertà sessuale, come oggi, è invece pieno di verità. La potenza della campagna di scristianizzazione attraverso l’erotismo, è dunque tanto maggiore in quanto fa leva sull’irreligione femminile ed è il mezzo più atto a provocarla.
    Dire che il carattere di offensiva in grande stile contro la morale cattolica non fu percepito adeguatamente neppure nelle alte sfere religiose, è probabilmente essere nel vero. Forse perché intese, negli anni tra il ’45 e il ’60, soprattutto alla resistenza contro il comunismo, non avvertirono esse l’importanza dell’avanguardia letteraria e di tutta la filosofia soggiacente al processo da Sade al surrealismo (ed è anche vero che allora questo capitolo non appariva in nessuna storia della filosofia); e videro nelle manifestazioni che essa aveva nel romanzo e nello spettacolo, soprattutto un fatto di cattivo gusto o di commercio: ravvisarono la pornografia, laddove si trattava invece dell’erotismo.
    Non vorrei parlare di quei cattolici nei cui occhi passa una luce d’estasi quando sentono pronunziare la parola "mondo", pronti come essi sono a giustificare ogni aberrazione, come protesta a un cattolicesimo di ascesi e di mortificazione; sicché qualsiasi aberrazione ha bisogno, per costoro, soltanto di essere consacrata e benedetta.
    Alcune osservazioni sono necessarie. Una certa trascuranza in alcune zone del clero rispetto ai problemi dell’etica sessuale ebbe inizio col periodo della Resistenza. Alle virtù politiche veniva conferita una priorità totale rispetto alle private; e la castità e la purezza venivano spesso collocate dai nuovi cattolici tra quelle virtù private di minor conto su cui dalla Controriforma — solito oggetto d’accusa — in poi, si sarebbe troppo insistito. Che ciò avvenisse era in certo senso naturale e inevitabile; ci si metteva però su una via assai pericolosa, quella della divisione tra le virtù, a cui si è già accennato.
    Il fenomeno restava allora limitato; ma si sa l’ampiezza che ha successivamente raggiunto. Tra coloro che si muovono nel suo orizzonte bisogna distinguere. Alcuni pensano a una nuova unificazione delle virtù che il processo storico avrebbe dissociato, attraverso una conciliazione tra cattolicesimo e comunismo, vista come unica via per guarire dai mali del secolo. Non è ora il caso di ripetere quanto questa prospettiva sia, a mio giudizio almeno, pericolosa e illusoria. Quel che ci importa dire qui è che essa porta a una veduta errata anche nel riguardo dell’erotismo presente. Secondo essa, il mondo non comunista (cioè, per tale giudizio, il mondo occidentale borghese di cui il cristianesimo sarebbe prigioniero) altro non offrirebbe oggi, né saprebbe offrire, che l’esperienza del vuoto; onde sesso e droga si offrirebbero ai giovani di oggi come le uniche vie per il recupero della vitalità. Tesi pericolosa, perché se ne potrebbe dedurre che ogni protesta contro l’ondata erotica è vana e inutile nella situazione presente; arrivando altresì a un atteggiamento di benevola indulgenza verso i suoi protagonisti, in quanto rappresenterebbero pur sempre una vitalità che potrebbe esser materia per un successivo impegno religioso e politico, mentre dall’altra parte militerebbero in generale anime fiacche o vanamente nostalgiche, o coprenti con l’insegna della moralità le loro inibizioni; materia predestinata per un regime di colonnelli. Ma soprattutto bisogna avvertire che si tratta di una tesi falsa: ho mostrato come la rivoluzione sessuale avvenga non già perché i giovani di oggi siano "vuoti", ma al contrario perché "pieni" di quei motivi ideologici che si son detti.
    C’è però, ed è purtroppo più diffusa, una posizione assai peggiore, tale che con essa nessuna discussione è possibile: quella dei cattolici che pensano non già a una nuova conciliazione di virtù considerate sinora come essenziali, ma alla sostituzione delle une con le altre. Al cristianesimo ascetico, proprio di età definitivamente sorpassate, dovrebbe oggi sostituirsi un cristianesimo "secolarizzato", in cui la compiutezza delle virtù destinate al progresso della condizione umana abolirebbe ogni traccia delle virtù rassegnate e mortificanti (pensate di fatto, anche se non si osa dirlo esplicitamente, come "repressive"). Sempre sulla Stampa del 28 gennaio leggo che al comizio antipornografico di Parigi furono distribuiti, in polemica contro gli oratori, manifesti dei cattolici di sinistra di Témoignage Chrétien: "Perché non protestate contro la dignità umiliata dei vietnamiti, dei negri americani, dei torturati greci, degli scioperanti arrestati? Perché vi occupate soltanto di battaglie inutili?" È un testo estremamente significativo. Infatti: 1) dire che la battaglia contro pornografia ed erotismo è inutile, significa ammettere che non sono censurabili moralmente; il che importa che al cattolicesimo di oggi si imponga una "nuova considerazione della sessualità"; ma questa nuova considerazione non potrebbe non coincidere, come si è visto, con la liberalizzazione totale, dunque con l’esatto rovesciamento della tradizionale posizione cattolica; 2) la battaglia per i poveri e per i perseguitati e quella contro l’erotismo sono messe in alternativa, in modo che la seconda appaia soltanto come un diversivo conservatore, ciò in perfetta coerenza, e come conferma della discriminazione tra le virtù; 3) ora, curiosamente avviene, e quasi come auto-confutazione e pena di questa discriminazione tra le virtù, che ad essa segua la discriminazione tra gli stessi poveri e perseguitati: perché nessun accenno, infatti, ai cecoslovacchi, ai vietnamiti del sud, certamente minacciati di macello, ai tibetani, agli stessi biafrani, alla Chiesa del Silenzio? Evidentemente, per questi cattolici, i poveri e perseguitati tradizionalisti, e comunque non cari alle sinistre, cessano automaticamente di essere poveri e perseguitati. Si è tanto parlato della "falsa coscienza" delle destre; ora il discorso è esaurito, e si dovrebbe parlare della "falsa coscienza" di certe sinistre.
    Una parola ancora su quella parte del laicato cattolico, che attende alle cose temporali e a cui si chiede la salvaguardia, nella democrazia, dei valori religiosi, e altresì — c’è bisogno di dirlo, tanto la parola è dissueta — della patria. Il fatto dell’avanzata pressoché senza ostacoli dell’erotismo, mostra quanto il cosiddetto realismo dei politici (soprattutto diffuso nel partito dei cattolici per un’abitudine secondo cui il politico dovrebbe occuparsi soltanto del benessere temporale ed essere esperto pressoché soltanto nelle arti della prudenza) si è dimostrato come non mai astratto e falso, e ciò perché mai nella storia hanno agito come oggi dei fattori che non sono economici, ma ideali.
    * * *
    L’offensiva sessuale si spiega dunque con la coincidenza tra il più antiradicale degli anticristianesimi politici, il conservatorismo degli schemi progressisti nella cultura laica e l’insufficiente comprensione cattolica della storia contemporanea.
    È destinata ancora ad avanzare o ha ormai raggiunto la sua acme? È pensabile, negli anni ’70, un suo processo discensivo?
    Tra le illusioni più insidiose c’è quella della correlazione tra rivoluzione sessuale e spirito di pace. È un’illusione che si insinua facilmente: chi sta bene non si muove, dice il vecchio proverbio. Dunque l’acquisita felicità sessuale libererebbe da ogni forma di risentimento e perciò da ogni spirito di aggressività. È un motivo utopistico, di cui è agevole trovare le tracce nel Reich: erede in ciò di un tema frequente nella storia della letteratura utopistica. E che trova espressione oggi anche nelle ripetute formulette dell’acquisizione da parte dell’uomo del sentimento della normalità e della sua conciliazione con la natura, facilitata dal progresso tecnico, che permette di non vederla più come nemica, ma di inserirla nella civiltà.
    Il testo migliore per mostrarne la completa falsità sarebbe l’esame particolareggiato del maggio francese, perché in esso possiamo osservare i caratteri dell’esplosione della miscela Marx-Freud allo stato pressoché puro. Se ne paragoniamo gli aspetti al progetto surrealista 1947 dell’offensiva in grande stile contro la civiltà cristiana, è impossibile negare che tutto sia avvenuto esattamente come se quel piano fosse stato calato nella realtà. Richiamiamoci ancora un momento al carattere rivoluzionario del surrealismo, e alle sue critiche al marxismo per la possibilità che desse luogo a "pratiche regressive". Era facile ai marxisti (e a Sartre, in quel momento interprete del giudizio dei "compagni di strada") rispondere che il surrealismo manifestava, attraverso quella dichiarazione di rottura, la sua natura borghese: il radicalismo estremo con cui la rivolta veniva prospettata mascherava come di fatto fosse così compressa nell’estetismo da dar luogo alla completa accettazione del mondo sociale esistente, semplicemente "messo tra parentesi"; pseudoannullamento che si sostituiva alla sua trasformazione. Questa asserzione non è però giusta. Un discorso più ampio dovrebbe portare alla conclusione della pari verità delle critiche surrealiste al comunismo e di quelle comuniste al surrealismo; pari verità fondata sulla contraddizione che è probabilmente intrinseca all’idea stessa di rivoluzione totale. Cercando di riaffermarla nella sua intransigenza, i surrealisti non riuscivano a oltrepassare la posizione della negatività pura, conferendo all’idea di negatività una specie di potenza magica come se potesse essere creatrice di un’umanità nuova; e, di fatto, finivano nel puro nichilismo.
    Penso che gli storici futuri dovranno usare, come formula complessiva per designare i fatti di quel maggio, il termine di "rivoluzione surrealista", quale epilogo della rivoluzione sadico-decadente che pretende di assumere in sé la positività del marxismo. I tratti di collegamento tra essi e il programma surrealista sono infatti palmari; anche se quel programma non ha agito direttamente, ma è stato riscoperto nelle sue proposte attraverso quel complesso processo, di cui si è cercato di delineare le linee essenziali.
    Così, nella coincidenza tra scristianizzazione psico-erotica-freudiano-marxista; così nel suo arrestarsi al momento della negatività e nel credere alla potenza magica dell’idea di negatività. A cui deve seguire la ricerca attraverso la droga di novità sensuali ed emotive, che permettano appunto di oltrepassare il piano della realtà (onde, naturalmente, non poteva mancare qualche frate e qualche teologo che ravvisasse nell’uso della droga l’inizio di un momento mistico, in trascrizione perfetta di quel che certi critici letterari e artistici avevano già creduto di vedere nel surrealismo). Si osservi ancora la corrispondenza tra la critica mossa allora al comunismo dai surrealisti (la rivoluzione comunista, nella forma in cui rifiuta Sade e Freud, rischia anch’essa di inserirsi nel sistema) e quella mossa dai vari groupuscules. Ma in dipendenza da quella che si potrebbe dire la sua "formula ideale" — portare al limite il momento rivoluzionario del marxismo, attraverso la sua congiunzione con la psicanalisi rivoluzionariamente intesa — si comprende il processo per cui l’erotismo deve portare alla ricerca, attraverso gli allucinogeni, di un mondo surreale e per questo rifiuto del reale congiungersi con l’anarchismo di cui conserva soltanto l’aspetto nichilistico con esclusione di quello morale. L’oltrepassamento del marxismo sulla rivoluzione sessuale si esplica quindi in un totale negativismo, riferito non soltanto alla civiltà e ai valori, ma al principio stesso di realtà; e si accompagna con le manifestazioni più dissacranti e blasfeme. Piuttosto che di pace dovremmo parlare di "violenza permanente", che sostituisce l’ideale, ancora orientato verso una futura pace, della "rivoluzione permanente".
    Pure, la considerazione di fatto non basta; e disponiamo di un libro che, quali che siano le persuasioni, certo lontanissime dal cristianesimo, dell’autore, è sotto il punto di vista fenomenologico, di estrema importanza. L’erotismo di Georges Bataille (1957, trad. it., 1967).
    Mi limiterò ad alcune citazioni: "il passaggio dallo stato normale a quello del desiderio erotico presuppone in noi la dissoluzione relativa dell’essere costituito nell’ordine individuale... Per il partecipante di sesso maschile all’atto sessuale, la dissoluzione dell’elemento femminile non può avere che un senso, quello cioè di preparazione alla fusione, all’unione di due esseri che alla fine perverranno insieme a un punto di dissoluzione. La messa in opera dell’erotismo ha come principio la distruzione della struttura dell’essere conchiuso, che allo stato normale, all’inizio, era l’altro, l’individuo partecipe dell’altro. L’azione decisiva ha nome denudamento. La nudità è la negazione della condizione dell’essere chiuso in sé, la nudità è uno stato di comunicazione che rivela la ricerca di una possibile totalità dell’essere, al di là del ripiegamento su se stesso. I corpi si spalancano alla fusione, grazie a quegli organi nascosti che ci impartiscono il senso dell’osceno. Oscenità significa squilibrio, uscita dalla condizione dei corpi, corrispondente al possesso in sé, alla padronanza del proprio io, inteso come individualità durevole e affermata" (trad. it. pp. 18-19). Se si pensa all’idea del diavolo simia Dei, sembra, e converrebbe un’analisi attenta, di trovare in queste righe che definiscono in modo perfetto l’essenza dell’erotismo, una specie di conferma indiretta e di chiave di comprensione della descrizione della creazione e del peccato originale quali sono contenuti nei primi capitoli del Genesi. L’erotismo ne è infatti il rovescio esatto; il suo principio è, per così dire, quello della discreazione, opposto alla creazione. Negata nell’individualità umana ogni traccia dell’immagine di Dio, il processo è verso la dissoluzione, la fusione con la totalità attraverso la negazione dell’individualità (onde pure la separazione nell’erotismo, dell’amore dalla generazione, e l’avversione alla nascita; su quest’ultimo punto è ancora Sade a essere decisivo).
    Da ciò anche il carattere sacrale, di sacro rovesciato, che all’erotismo è intrinseco: "... lo sviluppo dell’erotismo non è per nulla esteriore al dominio della religione; il cristianesimo anzi, opponendosi all’erotismo, ha finito per condannare la maggior parte delle religioni" (p. 33). O, per meglio dire, è stato il cristianesimo a separare la religione dall’erotismo; che, non a caso, puntualmente ritorna in tutte le forme eretiche, e oggi è il momento in cui tutte le eresie sembrano essersi date convegno.
    "L’orgia non si orienta verso la religione fasta che trae dalla violenza fondamentale un carattere maestoso, calmo e conciliabile con l’ordine profano: la sua efficacia si manifesta nel lato nefasto, richiede la frenesia, la vertigine, e la perdita di coscienza. Si tratta di impegnare la totalità dell’essere in un cieco precipitare verso la perdita, che è il motivo decisivo della religiosità" (p. 127). Si constata cioè l’aspetto a suo modo religioso dell’erotismo nel fatto del suo prender forma di rito nell’orgia; onde l’essenzialità del sacrilegio, le messe nere, i "sabba votati nella solitudine della notte al culto clandestino di quel dio che è il rovescio di Dio" (p. 139).
    Onde ancora la connessione necessaria con la demonolatria (e anche su questo punto, c’è bisogno di conferme attuali? Basti considerare l’interesse che c’è oggi per i libri che trattano di cerimonie sataniche).
    Che poi, la disgregazione dei mondi di civiltà si accompagni con la diffusione dei culti orgiastici, la storia della decadenza dell’impero romano lo attesta in maniera che non potrebbe essere più chiara e più nota; e mi si voglia scusare se ricorro per un momento a un parallelo così spesso svolto tra la situazione presente dell’Europa e quella della disgregazione del mondo classico. Un’asserzione non diventa falsa per essere ripetuta, e in questo caso è calzante, nei riguardi dei tanti che arrivano persino, sugli organi ufficiali della borghesia illuminata, ad attribuire alla pornografia, anche a quella di livello più basso, una funzione liberatrice rispetto ai tabù che ancora eserciterebbero un’influenza sulla mentalità italiana e le impedirebbero di adeguarsi a un livello più maturo di civiltà. Il discorso radical-azionista tipico sulla Italia "immatura" spesso si confonde col riconoscimento della funzione liberatrice della pornografia.
    * * *
    Superare realmente i processi di pensiero che hanno trovato espressione nella presente rivoluzione sessuale importa una revisione culturale di portata enorme.
    Ma, intanto, come la società può difendersi? Le pubblicazioni e gli spettacoli pornografici devono essere incondizionatamente permessi, sino a raggiungere i limiti più estremi, in ragione del principio dell’evoluzione e del mutamento del senso del pudore? È diffusa l’idea che qualsiasi "repressione" in questo campo sarebbe una violazione e una limitazione della democrazia. Ora, è da osservare come il carattere delle ordinarie pubblicazioni pornografiche sia di presentarsi come sganciate dai motivi ultimi di pensiero, in cui hanno il loro fondamento ideale. Ci si deve domandare se una presentazione di "conseguenze separate dalle premesse" lungi dal significare rispetto della libertà di pensiero, non si risolva in una sua offesa, perché sostituisce al discorso razionale l’appello alle potenze irrazionali. Può ora la democrazia consentire questa sostituzione senza diventare democrazia suicida? Perché il totalitarismo, visto nel suo carattere di fenomeno nuovo, irriducibile alle forme passate di tirannide, nasce appunto dalla corruzione della democrazia; cioè dalla concessione, che, per una falsa idea della libertà, le democrazie fanno alle pressioni sull’irrazionale.

    NOTE


    1 Fu pubblicato a Vienna nel 1930, ed ebbe tre successive edizioni, 1935, ’44,’49, le cui prefazioni sono importanti. Riflette bene una certa atmosfera viennese degli anni ‘20-’30; si direbbe, al modo stesso in cui Hitler riflette un certo clima viennese dell’anteguerra (cfr. l’interessante libro di W. DAIM, Der Mann, der Hitler die Ideen gab, Monaco 1958, che ben meriterebbe una traduzione italiana; quest’uomo è un ex-benedettino, Adolf Lanz, che aveva portato la dottrina della razza, e conseguentemente l’antisemitismo, a un livello sino allora mai raggiunto, in opuscoli, oggi pressoché introvabili, del primo decennio del secolo). Il REICH è pure autore di un libro sul fascismo (Massenpsycbologie des Faschismus, Copenaghen 1933), la cui tesi è facile da indovinare: il fascismo sarebbe una rivolta dei sessualmente repressi, che, però, non avendo portato la critica sul principio stesso della repressione, prese forma deviata, sadomasochista e distruttiva. Dopo "l’involuzione puritana" dello stalinismo parlò del comunismo come fascismo rosso (cfr. un suo scritto del 1953, pubbl. nel vol. Reich parla di Freud, trad. it., Milano, Sugar, 1970, pagg. 269-271); ma sarebbe forse più esatto parlare del suo pensiero come di un "nazismo capovolto", in cui il vitalismo militare viene sostituito dal vitalismo sessuale; interpretazione che può trovare conferma in sue affermazioni che cito più oltre. La rivoluzione sessuale fu pubblicata in trad. it. presso Feltrinelli nel 1963; le citazioni rinviano a questa traduzione.
    2 A costo di ripetersi, è opportuno insistere su certe verità su cui è caduto un quasi totale oblio. L’idea di matrimonio monogamico indissolubile e le correlative (pudore, purezza, continenza) sono legate a quella di tradizione che, a sua volta, in quanto "tradere" è consegnare, presuppone quella di un ordine oggettivo di verità immutabili e permanenti (il Vero in sé e il Bene in sé platonici). Temi, oltre a tutto, la cui più energica affermazione è gloria del pensiero italiano, perché che altro è la Commedia dantesca se non il poema dell’Ordine come forma immanente dell’universo? Perché, chi fu il grande rivendicatore, nei secoli moderni, dell’Ordine oggettivo dell’Essere, se non il Rosmini? Ma se noi separiamo l’idea di tradizione da quella dell’ordine oggettivo, essa deve di necessità apparire come il "passato", come "ciò che è superato", come "il morto che vuole soffocare il vivo"; come ciò che deve essere negato per poter ritrovare l’equilibrio psichico. All’idea del matrimonio indissolubile, deve sostituirsi l’unione libera, rinnovabile o solubile in qualsiasi momento. Non si può parlare di perversioni sessuali, anzi le forme omosessuali, maschili o femminili, dovranno essere considerate come le forme pure dell’amore. Sul piano scientista-materialistico su cui pure Freud si muoveva, non è quindi dubbio che sia il Reich ad aver ragione. La sua tesi rompe però anche con quella della rivoluzione politico-sociale, in quanto dominata dall’idea di avvenire, in cui sarà un ordine, sia pur "nuovo" e non eterno, che spetta a noi instaurare; per la mentalità rivoluzionaria pura, l’amore libero sarà tollerato tra "compagni" (e compagni veramente impegnati), ma l’ideale sarà quello della fedeltà reciproca di compagno e di compagna. Il dominio della sessualità libera è dunque il puro presente; da ciò la ricaduta nel sottoumano, nell’animalismo (si pensi alla mens momentanea di Leibniz); situazione da cui si cerca di sottrarsi attraverso l’evasione in "un’altra realtà". Da ciò il legame necessario tra l’erotismo e i "paradisi artificiali" della droga. E non serve certo, dopo aver giudicato "retrograda" ogni critica della libertà sessuale, cercar di ripiegare assumendo che la droga diminuisce la virilità; anzitutto perché erotismo e virilità hanno ben poco da fare, poi perché illimitata libertà sessuale e ricerca di "paradisi artificiali", sono momenti di dispiegamento della stessa essenza. Da ciò derivano tre importantissime conclusioni: 1) la questione dell’erotismo è anzitutto metafisica. Solo una restaurazione di quella che per brevità chiamerò "metafisica classica" può veramente troncare il sistema di valutazioni in cui esso consiste; 2) politicamente l’erotismo è collegato a quella "democrazia vuota del sacro", che mai si è manifestata come oggi; e la cui affermazione, nonostante rappresenti l’esatto inverso della democrazia pensata da Leone XIII, è stata pur aiutata (dire semplicemente "non ostacolata" sarebbe poco) dai partiti democratici cristiani; e, naturalmente, stimolata dai nuovi modernisti per cui parlare all’"uomo d’oggi" è riconoscere la "profanità" del mondo; 3) è perfettamente inutile il "dialogo" con gli assertori della liberalizzazione sessuale e ciò semplicemente perché essi muovono dalla negazione a priori di quella metafisica, da cui discende la morale che essi giudicano "repressiva". A che varrebbe, ad es., che io dialogassi col signor De Marchi o con Enzo Siciliano?
    3 Cfr. il suo scritto: Dalla scienza al terrorismo intellettuale, in "L’Europa", 31 gennaio 1970.
    4 La rivoluzione sessuale, pag. 29.
    5 La rivoluzione sessuale, pagg. 8-9.
    6 Cfr.: J.-L. BÉDOUIN, Storia del surrealismo dal 1945 ai nostri giorni, trad. it., Milano, Schwarz. Per il testo di Rottura Inaugurale, pagg. 255-263.
    7 Rottura inaugurale, cit.
    8 Cfr. J.-L. BEDOUIN, André Breton, Parigi, Seghers, pag. 18.
    9 Cfr. J.-L. BEDOUIN, op. cit., p. 259.
    10 Op. cit., pag. 9.
    11 "La Stampa", 28 gennaio 1970.
    12 Éclaircissement sur les sacrifices, in Oeuvres, Lione 1892, t. V, pagg. 322-23

  6. #6
    Ashmael
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    W la rivoluzione sessuale, libertà nella responsabilità! Eros libero e responsabile! No alla pornografia volgare e violenta, no alla sessuomofobia reazionaria!

  7. #7
    Utente
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    Predefinito

    No alla pornografia volgare
    Questa mi è nuova, esiste una pornografia non volgare???

    CIAO

  8. #8
    Ashmael
    Ospite

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    No alla pornografia, sì all'erotismo, allora.
    Ma Vandeano crede che tutti leggano i suoi mega-post copia.incolla?

  9. #9
    Ashmael
    Ospite

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    Se vogliamo sono pornografici i post di Vandeano...cloaca sarà la sua sessuomofobia retrograda.

  10. #10
    NESSUNA PIETA' PER NESSUNO
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    DICO BANALITA':affermiamo pure che ciascuno nel proprio letto (senza commettere reati) fa, legge e scrive quel che vuole.
    Nessuno deve giudicare le altrui inclinazioni sessuali.
    bateau

 

 
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