Un Paese fondato
sulle regioni

Il Domenicale 3-06-2006


Al voto, al voto. Il 25 giugno è un imperativo categorico recarsi alle urne. Quel giorno gli italiani, rispondendo sì al quesito referendario e approvando le nuove norme costituzionali, si dimostreranno riformatori, progressisti, innovatori. È la prima volta nella storia d’Italia che noi cittadini siamo chiamati a votare sull’ordinamento dello Stato. Motivo di giusto orgoglio: a differenza del passato, saremo noi direttamente a decidere.
Di questo referendum vanno distinti due aspetti: il primo legato direttamente ai contenuti della riforma votata nella scorsa legislatura dalla Casa delle Libertà, il secondo connesso al significato politico del voto. Appare evidente che una vittoria del sì, il 25 giugno, confermerebbe il consenso che la Casa delle Libertà ha nel Paese. Confermerebbe cioè che la risicatissima maggioranza del centrosinistra ha un carattere provvisorio, quasi da considerarsi un incidente di percorso. Il voto referendario è quindi carico di rilevante significato politico. A tal punto che infatti la contrapposizione di schieramento prevale sul contenuto del voto, che pure è assai importante. Se non ci fosse questa contrapposizione, si ragionerebbe sulle nuove norme con maggiore serenità.

Nonostante questo “ostacolo” politico, sorta di pregiudiziale ideologica, alcuni autorevoli commentatori di area vicina al centrosinistra si stanno prodigando a far riflettere la loro parte sulla bontà di alcune innovazioni. Addirittura alcuni osservatori (Piero Ostellino, Corriere della Sera) ritengono che andrebbero corretti anche alcuni articoli della prima parte della Costituzione, quella riguardante i “princìpi fondamentali”.
L’affermazione (art.1) che «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» è un emblematico obbrobrio politico e culturale. Nasce infatti da un pessimo compromesso tra le varie componenti marxiste, cattoliche e liberali che si scontrarono alla Costituente. L’affermazione che ne risultò, in questo caso è priva di senso comune. Si arrivò alla sua stesura perché comunisti e socialisti volevano definire lo Stato italiano una «Repubblica democratica di lavoratori» (proposta ripresa dalla Costituzione sovietica). Liberali, socialdemocratici e cattolici si ribellarono. Non riuscirono a far approvare la formula classica delle democrazie occidentali, nella quale si proclama che la Repubblica è «fondata sulla libertà e sui diritti dei cittadini». Si arrivò così a questa dichiarazione incomprensibile sia sotto il profilo costituzionale che logico.

Chi ostacola la riforma

La Casa delle Libertà, come è noto, non ha modificato la prima parte della Costituzione. Ce ne sarebbe stato bisogno. Ha rinunciato a modificare o cancellare quelle parti veteromarxiste perché, pur nella loro inaccettabilità, rimangono “dichiarazioni di fede” di scarsa valenza politica.
Nel centrosinistra ci sarebbero certamente dei riformisti disponibili al dialogo. Purtroppo tacciono o, peggio, sono schiacciati dalle posizioni prevalenti, retrive e conservatrici. Piero Fassino e Massimo D’Alema (quest’ultimo bene operò come presidente della Commissione bicamerale), che di quello schieramento dovrebbero rappresentare le forze trainanti, hanno finito per svolgere un’avvilente funzione di supporto agli spregiudicati e trasformisti ex leader democristiani. Triste fine per il primo partito della sinistra. Il Comitato per il No è presieduto dall’ex presidente Oscar Luigi Scalfaro, tutt’altro che un progressista. Se fossimo diessini ci sentiremmo umiliati. Gli ex Dc che ancora oggi dominano la coalizione di centrosinistra sono a capo di questa alleanza, perché quello era il forno disponibile.

Ritornando al dibattito sulla riforma costituzionale, sono emerse negli ultimi giorni alcune novità interessanti: il Corriere della Sera, La Stampa, Il Riformista, con articoli e commenti, hanno più o meno apertamente lasciato intendere che alcune riforme della Costituzione volute dalla Casa delle Libertà sono valide, tanto da suggerire che andrebbero comunque riprese in un’ipotetica “Convenzione” da avviare dopo il referendum.
Si è costituito persino un Comitato per il No che ha accolto le tesi di Augusto Barbera e Stefano Ceccanti (costituzionalisti riformisti Ds), che esortano a votare contro il referendum «non in nome della difesa della Costituzione, ma in nome della Riforma». Vengono infatti giudicati validi «alcuni principi ispiratori delle modifiche introdotte dal Polo» (legittimazione diretta del primo ministro, superamento del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, rafforzamento del sistema delle autonomie), già condivisi dai due schieramenti nella Bicamerale presieduta da D’Alema. Ma la concreta messa in opera di quei principi nel testo costituzionale viene invece respinta «perché i suoi meccanismi non funzionerebbero». Ragionamento gesuitico sviluppato soltanto per la pregiudiziale politica contro la Casa delle Libertà.

Il dialogo tra le parti, auspicato dal presidente Giorgio Napolitano, potrebbe trovare un concreto avvio se i moderati del centrosinistra votassero sì al Referendum, magari con l’intesa (da raggiungere prima del voto?) di modificare e migliorare tecnicismi e procedure ritenuti non idonei. Non ha infatti alcuna logica abrogare norme ritenute giuste, per poi tentare di ripristinarle.
Se esaminiamo i vari capitoli della nuova Carta costituzionale possiamo tranquillamente affermare che ci sarebbe un largo consenso sulle modifiche al sistema bicamerale. La Camera dei deputati rimarrebbe al centro del sistema politico, avendo ampie competenze legislative e il potere esclusivo di votare la fiducia (o la sfiducia) al governo. Il Senato federale, rappresentante delle realtà regionali, avrebbe poteri circoscritti a materie attinenti l’ordinamento dello Stato. Quest’impianto costituzionale è moderno e funzionale; risponde sia a esigenze di governabilità che di rappresentatività.
Ci sarebbe anche un largo consenso sui nuovi poteri attribuiti al primo ministro: la nomina e la revoca dei ministri, la possibilità di sciogliere la Camera dei deputati, quando non ci siano più le condizioni per governare da parte dalla maggioranza che l’ha eletto a Palazzo Chigi con il voto popolare.

Il primo ministro, indicato sulla scheda elettorale, verrebbe votato dagli elettori mediante collegamento con i candidati o con più liste di candidati all’elezione della Camera dei deputati (art. 92/2). Una prassi che di fatto già oggi abbiamo registrato: Prodi o Berlusconi, questa la scelta su cui sono stati chiamati al voto gli italiani. Questa linearità democratica non piace ai conservatori, ai piccoli capi corrente, ai gruppi e gruppetti che ricattano i partiti maggiori sulla base dell’utilità marginale che possono rappresentare in un’alleanza.
Un’intesa sarebbe possibile anche sulle nuove attribuzioni di responsabilità al presidente della Repubblica, che diventerebbe l’arbitro tra i diversi poteri dello Stato e garante dell’unità della nazione.
Il presidente della Repubblica, infatti, nominerebbe (art.87) tutti i presidenti delle Autorità indipendenti, il presidente del Cnel, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Assumerebbe così l’alto profilo di difensore costituzionale e istituzionale degli equilibri del sistema.

Opportunismo antifederalista

Ci sarebbe, infine, largo consenso sulla norma riguardante la riduzione del numero dei parlamentari. La Casa delle Libertà ha avuto la forza di far approvare, dagli stessi interessati, una decisione autoriduttiva del numero dei deputati e dei senatori, nel convincimento che questa riduzione sia giusta e funzionale. Giusta per andare incontro alle attese dei cittadini, i quali vogliono che i loro rappresentanti costino di meno e lavorino di più. Funzionale rispetto ai nuovi compiti che, con la Riforma, vengono attribuiti ai due rami del Parlamento.
Le più aspre dispute sul quesito referendario riguardano, com’è noto, il federalismo. Per una ragione fondamentalmente politica: cercare di creare contrasti tra la Lega e gli altri partiti riformatori e di suscitare sentimenti d’antagonismo tra il Sud e il Nord del Paese. Difficile tuttavia che questa manovra politica sia destinata ad avere successo. I leader della Casa delle Libertà e della Lega faranno fronte comune nel difendere la riforma costituzionale che hanno insieme votata, per ben 4 volte, in Parlamento.
Quanto sia paradossale la critica del centrosinistra al federalismo lo esprime bene la sua alleanza con la “Lega Lombarda”, i cui voti sono stati determinanti per vincere le elezioni. La Lega Lombarda infatti risulta da una scissione dal movimento di Bossi: gli scissionisti avevano considerato il partito “troppo moderato” in quanto, accettando il federalismo, aveva abbandonato l’obiettivo della “secessione”.

I nodi vengono al pettine

Tutte le argomentazioni e le constatazioni che abbiamo elencato fin qui ci portano a una conclusione evidente: coloro che avversano il referendum, proclamandosi difensori dell’unità nazionale, sono miopi relitti della storia: infatti con il federalismo l’unità nazionale non verrebbe indebolita, bensì rafforzata.
Tutti gli Stati federali, dalla Germania agli Stati Uniti, dal Regno Unito all’Argentina, dall’India all’Australia, hanno radicato nei loro cittadini un forte sentimento della patria. Da noi questo sentimento è risorto soltanto negli ultimi anni, per merito del presidente Ciampi; nei decenni precedenti esso era stato attenuato e messo in discussione per l’assenza di quella “memoria condivisa” che – come sul “Dom” s’è più volte mostrato – è l’unico cemento possibile per costruire insieme una nazione.
Ma i sentimenti patriottici sono ancora più solidi tra i cittadini se, nello stesso tempo, ognuno di loro si sente fortemente ancorato al territorio in cui vive. Sentir esaltare i valori della nazione da un ex leader della destra della ex Dc (che nel cuore è ancora fermo alla breccia di Porta Pia) o dai comunisti ed ex comunisti, appare un’operazione trasformista che non corrisponde alla loro cultura, alla loro storia, alla loro politica.

La Casa delle Libertà ha invece sempre difeso, con spirito risorgimentale, laico e riformatore lo spirito patriottico, ed esaltato l’amore per l’Italia. Vuole che lo Stato sia efficiente e ben organizzato; che sia forte, credibile e capace di garantire ai cittadini libertà dei diritti, libertà di lavoro, libertà d’impresa. Lo Stato federale aiuterebbe la piena realizzazione di tali obiettivi.
L’innovazione fondamentale introdotta dalla riforma è aver chiarito (art.117) le differenti competenze legislative tra lo Stato e le regioni. Con la norma costituzionale approvata a suo tempo dal centrosinistra si era invece creata un’enorme confusione: la “legislazione concorrente”, che significa competenza “congiunta” dei poteri centrali e locali, è un disastro. Davanti alla Corte costituzionale infatti pendono migliaia di ricorsi per quel pasticcio creato dal centrosinistra. Il costituzionalista Barbera, diessino, ha scritto a tale proposito: «È paradossale, ma bisogna riconoscere che è toccato a un ministro leghista come Roberto Calderoli rimediare ai pericoli per l’unità nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell’Ulivo». Davanti a simili constatazioni sarebbe auspicabile che i moderati del centrosinistra abbiano coraggio e rispettino le loro stesse convinzioni, votando sì al referendum.

La nuova Costituzione mette ordine anche in questo campo. L’istituzione del Senato federale è il primo passo; in secondo luogo si definiscono in maniera precisa le fin qui controverse competenze delle regioni nelle seguenti materie (art.117/4): assistenza e organizzazione sanitaria; organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche; definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione; polizia amministrativa regionale e locale; ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato.
Lo scopo di queste norme è far uscire il Paese dal caos legislativo e amministrativo nel quale il centrosinistra l’ha precipitato. In pari tempo, avviare una politica fiscale più equa, nella quale le regioni del Mezzogiorno, sinora penalizzate, potranno acquisire nuove risorse.
Il centrosinistra tutto questo lo sa bene e sostanzialmente lo condivide. Prenderne atto col voto sarebbe doveroso, richiederebbe coraggio e sentimento del bene comune. Quanto alla Casa delle Libertà, il federalismo fiscale sarà il suo nuovo grande impegno riformatore.