07 giugno 2006 EUROPA INFORMAZIONI pag. 1
EUROPA
informazioni
Bollettino della “Federazione Iniziative Editoriali Alternative”
CIAOEUROPA, casella postale, 92100 Agrigento. Telefono: 0922/598492. Account: amatoantonino@alice.it
Ciaoeuropa. Aut.
Tribunale di Agrigento n. 193
del 5 agosto 1992. Stampato in proprio.
07 giugno 2006, supplemento di “Ciaoeuropa” n. 7 del 25 giugno 2006, Euro 1

GLI ITALYANI
Il “Corriere della Sera” del 7 giugno 2006
fa, involontariamente,
del becero razzismo. E
difatti, intervistando
Umberto Bossi, gli fa
dire: “Il leader della
Lega ricorda gli “accordi
internazionali”,
ma sottolinea “quando
sia pericoloso mandare
i nostri ragazzi in una
zona di guerra”.
In altra parte del giornale
Magdi Allam piange
perché la Somalia
(che definisce “ex colonia
italiana” senza specificare
che le colonie
furono tolte all’Italia
dagli Alleati vincitori
della 2a Guerra Mondiale)
vede trionfare i fondamentalisti.
Ed osserva
che il mondo islamico
sta cadendo in mano ai
“fanatici mussulmani”.
Tra i quali il nostro
brillante giornalista include
tutti coloro che si
ribellano al predominio
di USA/Israel sul pianeta
Terra.
Dipendesse da lui, i
nostri ragazzi li manderebbe
ovunque a morire
per gli interessi yankees
e sionisti. Lui, ovviamente,
resterebbe dietro
la scivania del “Corriere
della Sera”. A scrivere
articoli infuocati in difesa
della “civiltà occidentale”
in pericolo.
Inutile dire che
Umberto Bossi ha mille
difetti e che Magdi Allam
ha centomila virtù.
Eppure....
Eppure io mi riconosco
nel mio “connazionale”
Umberto Bossi (e
nei suoi difetti) che si
preoccupa dei “nostri
ragazzi”. E non mi riconosco
affatto nel mio
“concittadino” Magdi
Allam che, pur di difendere
la “sua civiltà occidentale”,
i nostri ragazzi
li manderebbe a
morire nelle guerre altrui.
E dire che tanti
cialtroni propongono di
allargare le possibilità di
estendere a tutti la cittadinanza
italiana.


IL 2 GIUGNO E CHI DEVE VERGOGNARSI (LETTERA AL GIORNALE DI VICENZA)

Egregio direttore,
ho letto gli interventi sui
fatti del 2 giugno. Non ero
ancora nato al tempo della
seconda guerra mondiale
ma sono certo che l’8 settembre,
di fronte all’autentica
vergogna di uno Stato
in dissoluzione e di una
classe dirigente che di punto
in bianco passava armi e
bagagli al nemico del giorno
prima, non avrei esitato
a optare per la RSI.
Non fu un bieco
nazifascista ma il generale
Eisenhower a dichiarare
che l’armistizio italiano era
stato uno sporco affare e
che l’onore d’Italia era stato
difeso solo dai combattenti della Repubblica Sociale.
Gli esponenti dell’antifascismo,
che quando gli
conviene parlano di
pacificazione, poi non esitano
a ripetere i più vieti
luoghi comuni della vulgata
resistenziale. “La vergogna
della Repubblica di
Salò?” Vergogna restare
fedeli all’onore e agli alleati
anziché voltare loro vigliaccamente
le spalle
quando le cose vanno male,
pietendo dal nemico un posto
di “cobelligeranti”
dell’undecima ora? Ma
guardiamo piuttosto la vergogna
di un paese che si
vende allo straniero (lo
straniero che bombardava
terroristicamente le nostre
città, che seminava la morte
sul popolo giapponese e
che lasciava morire di stenti,
a guerra finita, un milione
di civili tedeschi), che
non finisce mai una guerra
dalla parte da cui l’ha incominciata,
che da sessant’anni
è una colonia americana,
senza orgoglio, senza dignità
nazionale, senza una politica
estera, soprattutto
senza un’anima, con una
gioventù smidollata capace
di entusiasmarsi solo per la
musica rock, la droga e il
sesso.
Un paese che disprezza il
proprio passato e che festeggia,
unico al mondo, la
ricorrenza di una sconfitta.
Un paese che ha decretato
per legge la soppressione
delle vite innocenti, che ha
legalizzato la bestemmia e
la pornografia, che si appresta
a fare altrettanto delle
unioni contro natura e
dell’eutanasia. Un paese
che in sessant’anni di vita
“democratica” ha saputo
solo dare l’esempio di scandali
e di ruberie e non ha
lasciato nell’architettura un
solo monumento degno di
nota. Un paese che si è lasciato
alle spalle il suo passato
contadino, patriarcale
e sobrio per lanciarsi dietro
a mode scostumate importate
dall’estero.
Già Guareschi, che pure
non era stato un combattente
di Salò, confrontava
tristemente l’Italia povera
del 1945 e la “povera Italia
miliardaria” del 1963,
quella del miracolo economico,
che sapeva “di cadavere,
di sesso e di fogna”.
Oltre quarant’anni dopo
non possiamo che ripetere
le stesse cose. E constatare
il tragicomico spettacolo
di meschini opportunisti
(è divertente leggere le biografie
di molti luminari dell’antifascismo,
da Bobbio a
La Pira, a Lajolo, a Ingrao,
a Medici, fascisti sfegatati
fino al 25 luglio e poi folgorati
sulla via dell’antifascismo):
che definiscono
“vergogna” la scelta di chi,
pur sapendo di andare incontro
alla sconfitta e probabilmente
alla morte, non
tradì la parola data (“non
ho tradito” era il ritornello
di una delle più belle poesie
di quel tempo). Vogliamo
dare un’occhiata alla
biografia del sen. Gui, già
camerata Gui? Vogliamo ricordare
che partecipò più
volte ai littoriali della cultura
esaltando nel 1940, in
divisa, con tanto di tessera
in tasca e di giuramento
prestato, la politica mediterranea
del fascismo e ricevendo
l’encomio dell’apposita
commissione?
La storia ha già fatto giustizia:
gli inglesi, per indicare
il tradimento, hanno
coniato il verbo “to
badogliate”.
Franco Damiani