tratto da www.crevalcorepadana.wordpress.com



Territorio: capire cos’è, primo passo per rispettarlo
Aprile 28, 2009 by marcomalaguti

di Marco Malaguti



Sovente sentiamo parlare, molto spesso sparlare, del concetto di Territorio: essere più vicini al territorio, presenza sul territorio, pianificare il territorio, normalizzare il territorio ecc ecc. Forse con troppa disinvoltura ci avventuriamo a parlare del territorio, di quella sostanza fisica che sta sotto di noi, che i latini chiamarono Tellus, la forza delle quale l’Italia ha potuto tristemente constatare nel recente terremoto che ha colpito le aspre montagne abruzzesi. Fermiamoci qua. L’errore che in tanti fanno è quello di considerare il Territorio come un agglomerato inerte presente sotto i loro piedi, senza mai alzare gli occhi per osservarlo più da vicino. Prendiamo a prestito le parole dell’ epistemologa Eleonora Fiorani per chiarire meglio fin da subito quando intendiamo:

il territorio enuncia la complessità dei modi in cui è stato compreso, praticato e vissuto da ogni collettività l’incontro con la terra e l’ordinamento territoriale.

(Eleonora Fiorani, Orizzonti di Geofilosofia, AA.VV., Arianna Editrice)

Già questo è un ottimo gradino per cominciare a comprendere la vera essenza del concetto di territorio. Il territorio dunque come il nostro habitat naturale, non solo base del nostro sostentamento, ma testimone diretto della nostra storia e per questo pietra miliare fondamentale per comprendere l’identità di un popolo e il suo radicamento in un determinato spazio. Possiamo capire quanto, in un mondo dove le nazioni vengono progressivamente svilite e additate quali “pericolosi lasciti” di un passato oscuro e sanguinolento, sia scomodo un mondo popolato da un pluralità di territori diversi tra loro testimoni di storie diverse, culture e colture diverse. Il territorio è il primo di una lunga serie di indizi che ci evidenzia l’assoluta inconsistenza dell’idea di “umanità universale” non appena ci allontaniamo dalla scienza biologica comunemente intesa. Tutti siamo biologicamente uomini. Ma l’uomo in quanto uomo non esiste fuori dal discorso biologico. Non esiste una religione umana, non esiste un’ arte umana, una lingua umana, una cultura umana. Esistono piuttosto una pluralità di religioni, arti, lingue, culture. L’appiattimento in nome di un modello unico, universale di uomo, anche sotto i punti di vista non eminentemente biologici è un Moloch creato e perseguito tanto dalle èlites finanziarie (Unica cultura = unico mercato = guadagni più facili e veloci) quando dal socialismo e dai suoi derivati, per i quali gli uomini si riducono a semplici lavoratori, macchine lavoratrici, meccanismi di nervi e muscoli la cui differenza rispetto a una Peugeot è che quest’ultima è composta da metalli, mentre noi no.

Memento homo, quod atomis es et in atomum reverteris.

Ricordati uomo, che non sei altro che atomi, e atomi ritornerai. Niente anima, niente di nulla, deserto. La recente crescita esponenziale delle capacità di spostamenti veloci da un angolo all’altro del pianeta e le graduali costrizioni attraverso i perversi meccanismi del mercato del lavoro favoriscono un bisogno sempre più accentuato degli uomini a spostarsi, viaggiare, migrare, verso un’esistenza sempre più nomadica e zingaresca. Oggi sono qua, raccolgo quanto posso e poi, appena la situazione si fa propizia, vado nel paese vicino, e poi via ancora, per il mondo. Sempre la Fiorani:

nelle culture nomadi non vi è alcun radicamento e appropriazione stabile.

Chi potrebbe negare questo? I flussi migratori oggi (secondo i loro entusiasti cantori) sono appena l’inizio di questo processo nomadico che ora coinvolge solo i poveri del mondo, ma un giorno coinvolgerà, in maniera diversa, ma sempre ci coinvolgerà, tutti noi umani. E’ dunque ovvio: tutti nomadi, nessun radicamento, nessuna appropriazione stabile. E quando non vi è più nessuna appropriazione stabile allora finisce anche il concetto stesso di nazione (si vedano le previsioni di Jacques Attali), regione, comune; il territorio diventa un semplice terreno di transito, un agro squadrato e definito dalle squadre dei geometri e degli ingegneri, che ne dispongono a piacimento a seconda delle esigenze della finanza. Se la gente non si preoccupa più del luogo nel quale vive, dal momento che vive un giorno qui e un giorno là, le multinazionali finanziare avranno campo libero nel devastare il territorio come meglio credono, farne scempio, stuprarlo e piegarlo ai loro più svariati fini lucrativi, poichè la gente è continuamente sedata dal miraggio che se in un luogo si trova male può sempre volare in poche ore dall’altro capo del mondo con un volo low cost e stabilirvisi, fino a quando anche quel luogo non le sarà venuto a noia, e allora ripartirà, prigioniera come un canarino in una gabbia troppo stretta, delle cui piccole dimensioni non riesce a capacitarsi. Già i nomi sono cambiati. Non si chiamano più immigrati (participio che implica il fatto che la persona in questione arrivi e si stabilisca in pianta stabile qua), si chiamano già migranti, al gerundio, che implica il fatto che essi si muovano continuamente, senza una meta fissa (come in effetti è), alla ricerca di una buona occasione per far soldi ovunque essa si presenti. E’ chiaro che ogni legge che si ponga di mettere un freno a questa folle giostra sia vista come impedimento, e dunque ecco che le sinistre di ogni paese si mobilitano per difendere il diritto dei clandestini a essere tali. Se la clandestinità non è un reato allora potenzialmente abbiamo già ammesso che i confini non esistono, che non solo non esistono italiani e stranieri, ma che non esistono nemmeno stranieri regolari e stranieri irregolari. Esistono, secondo la sinistra, solamente lavoratori momentaneamente in transito. La nazionalità non conta, perchè in Marx non vi è alcuna menzione sulla nazionalità, se non per demolirla in nome del futuro proletariato mondiale destinato ad essere l’unico arbitro delle sorti di un mondo uniformato. Non vi è PDS o PD che possa rinnegare di avere intrinsechi questi principi marxisti e al contempo dolciniani. Da qui si spiegano molte cose. Come l’amore misterioso tra sinistra di tutto il mondo e Stati Uniti, visti, ora che Sant’Obama regna sovrano, come il principale motore di questo processo uniformante. “Bentornata America” titolava trionfante l’Unità dopo la vittoria del semi-africano negli Stati Uniti, fregandosene altamente che gli Stati Uniti continuino tranquillamente a rimanere i principali responsabili di emissioni inquinanti e i principali detrattori di quel welfare-state socialdemocratico che regna nell’Europa di Maastricht. E’ chiaro dunque quale sono i risultati di un mondo in perenne movimento, che usa le città soltanto come alberghi tra uno spostamento e l’altro. Le città europee ridotte a gigantesche Hotel Ibis automatizzati come supercarceri. Questo desidera il mondialismo, e questo desidera intimamente la sinistra, magari senza saperlo, aggrappata al pittoresco mondo delle feste dell’unità, delle fisarmoniche e delle case del popolo, stoltamente credendo che forse gli immigrati possano essere l’extrema ratio per salvare quell’utopia o peggio ancora “l’ordigno fine di mondo”. Perchè se il loro mondo è finito, allora tutto deve finire, in un wagneriano auto-affondamento. Opporsi all’immigrazione oggi significa quindi farsi garanti del proprio territorio e della storia in esso contenuta. Opporsi al suo stupro e allo stesso tempo alla sua imbalsamazione da museo per borghesi che se ne vanno al picnic di pasquetta. L’immigrazione è l’arma degli appiattitori dei territori, delle nostre specificità. L’immigrazione è l’arma demografica destinata a far salire i consumi, e quindi i profitti di chi ha in mano le chiavi del potere finanziario mondiale e affama i popoli di ogni latitudine. Gli africani, visto che non consumano, devono starsene alla fame, noi, visto che consumiamo, dobbiamo semplicemente essere sedati dalla retorica dei diritti universali ad ogni costo. Ma siccome se consumiamo solo noi le èlites non guadagnano abbastanza allora bisogna portare gli africani dove possono trovare tutto. Dove non c’è niente da comprare non compreranno mai nulla, quindi portiamoli direttamente qua, serve molto meno tempo per questo che per aiutare l’Africa con concreti piani di sviluppo. Non si capisce chi, come l’attuale sindaco uscente di Crevalcore, Valeria Rimondi, auspica che gli immigrati nel nostro comune aumentino sempre più e al contempo si augura che l’ambiente sia tutelato. La già sovrappopolata Padania può reggere la costruzione di altri palazzi (visto che gli immigrati non vogliono dormire all’addiaccio, e hanno pure sei figli per coppia) e relative emissioni? A che prezzo? Altri tumori? Altre polveri sottili? Altri bambini sempre più allergici a qualsiasi cosa? Come si possono conciliare con tanto candore simili controsensi? E non basteranno le fregnacce sulle biomasse e i pannelli solari sulla palestra a farmi cambiare idea. Il cemento rimane comunque. Berlusconi può fare tutti i piani ampliamento casa che crede. Se la popolazione non crescesse non ci sarebbe alcun problema di cementificazione, potremmo anzi permetterci di demolire vecchi stabili vuoti, magari creando al loro posto orti sociali per gli anziani (ma non solo), visto che ci si lamenta che sono soli (e visto che il caro vita morde). Come ci si può lamentare del fatto che Berlusconi cementifica se poi si proclama trionfalisticamente che “l’Italia ha superato i 60 milioni di abitanti grazie agli immigrati?”. Il candidato sindaco della sinistra Claudio Broglia nella sua lettera pubblicata su DemocraticaMente afferma “più vicini alle nostre radici” e allo stesso tempo mette implicitamente in guardia contro presunte “derive populistiche contro i nuovi arrivati”. Nuovi Crevalcoresi, direbbe forse, ma probabilmente il pudore ha fermato il dito sulla tastiera, e apprezzo il gesto. Le nostre radici, con rispetto parlando dell’antifascismo, signor Broglia, sono più antiche. Per capirlo mi basta guardare le nostre strade (che pare voglia vituperare ancora con un paio di rotonde dove non servono), la nostra campagna, ancora segnata dalla centuriazione. Centuriazione che porta seco la testimonianza della dominazione romana e del fatto che noi tutti, Crevalcoresi Emiliani, siamo parte da secoli e secoli di questa antica terra che fu prima Etrusca, poi Gallica, poi ancora Romana. L’immigrazione distruggerà tutto questo, poichè anche non è stanziale (e anche se lo fosse non vi sarebbe alcuna ragione per non opporsi allo stato di cose, visto che i partigiani si opposero a loro volta all’invasione hitleriana e prima ancora gli italiani si opposero all’occupazione austriaca), ma bensì un moto, secondo i suoi cantori, tra cui le sinistre, perpetuo e inarrestabile. Dunque un acido, un diserbante contro tutte le differenze. Non multiculturalismo, del quale mi proclamo adepto, ma uniculturalismo, o meglio ancora a-culturalismo globale. Uguaglianza certo, ma è la stessa uguaglianza che cita il sergente Hartmann in Full Metal Jacket di Stanley Kubrick:

qui vige l’uguaglianza, perciò non conta un cazzo nessuno.

Bene, io essere localisti e territoriali, e mi arrischio a dire, essere leghisti, significa essere contro quell’uguaglianza, significa invece amare la diversità in quanto tale e potenzialmente arricchente, ma essa arricchisce fino a chè le diamo modo di esistere. Se la estinguiamo non arricchirrà più, così come una foresta deforestata non darà più legname, perchè non esisteranno altri alberi che possano ricrearla e rinvigorirla. Essa è morta. Questa è la sorte di Crevalcore? No, bisogna opporsi a questo stato di cose. Ritrovarci tutti, uomini, donne, giovani e vecchi. Consci di avere dei diritti in più rispetto agli ultimi arrivati. Perchè questa terra è stata modellata e scolpita dalle nostre famiglie, dai nostri padri e dai nostri nonni. Perchè noi contribuiamo dalla notte dei tempi a questa Emilia e questa Europa, l’abbiamo fatta bella, ricca e produttiva, e se qualcuno ha il diritto, semmai si volesse, di distruggerla, quel diritto è nostro, e solo nostra, poichè noi siamo i padri di noi stessi. Dunque noi siamo qui a dire che prima veniamo noi, e dopo, soltanto dopo, se ne avanza, potremo permetterci il lusso di esercitare l’umana pietà, e solo in condizioni che non mettano in pericolo la nostra comunità, il nostro paese, la nostra Emilia, Padania, Europa.
Per affrontare l’imbarbarimento moderno, cui tutti portiamo i segni, volenti o nolenti, dolorosi, dobbiamo prendere coraggio, superare destra e sinistra, riunirci, e renderci conto che non conta più il fatto se siamo ricchi o poveri, vecchi o giovani, destra o sinistra, ma che siamo e saremo sempre tutti Emiliani.