E dopo 11 secoli l'imam riapparirà
di Adriano Sofri
5/6/2006
È quello che crede fermamente il presidente iraniano Ahmadinejad. Che dopo i divieti ai film stranieri e le prescrizioni sulle barbe punta sul nucleare. Dando inizio all'incubo
Il presidente dell'Iran crede che il dodicesimo imam sciita, scomparso sotto terra un po' più di 11 secoli fa, stia per riapparire. Più esattamente, Mahmud Ahmadinejad è certo che ricomparirà entro due anni.
L'anno scorso ha avvertito anche l'assemblea generale dell'Onu: «O Dio onnipotente, io ti prego perché tu affretti la venuta del tuo ultimo depositario, colui che ci hai promesso, quell'uomo perfetto e puro che colmerà il mondo di pace e giustizia». Mentre pronunciava questo discorso, ha confidato poi, è stato avvolto da una luce, e l'intero auditorio ne è stato rapito.
Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad
Ahmadinejad ha cinquant'anni, è «basso, povero e malvestito» e ci tiene, è presidente di un paese grande cinque volte e mezzo l'Italia, orgoglioso di storia e ricco di petrolio. Figlio di un fabbro (scherzi delle genealogie), è un ingegnere specializzato in traffico urbano, il primo presidente laico dell'Iran islamista, dopo Bani Sadr, in esilio dal 1981. Lo stesso «riformista» Mahmud Khatami era membro del clero sciita. Ma ormai la tenuta da mullah basta a screditare qualunque candidato agli occhi della gente.
I candidati si scelgono fra i pasdaran, i guardiani della rivoluzione islamica, come in Russia fra gli uomini del Kgb. La carriera politica di Ahmadinejad è abbastanza tipica della generazione cui appartiene: un servizio nella guerra contro l'Iraq, la milizia nei pasdaran, il governo di due città e poi di una regione azera, nel nord-est, un insegnamento universitario a Teheran, nel 1993, l'elezione a sindaco della capitale.
E i primi provvedimenti caratteristici: prescrizioni su barbe e maniche lunghe, separazione di donne e uomini negli ascensori e così via. La casa municipale che gli era stata assegnata l'ha rifiutata, vive in un appartamento di condominio con la famiglia. Se la corruzione si sapesse moderare, a volte un po' di corruzione sarebbe un passo avanti.
Candidato in extremis alle presidenziali nel 2005, pressoché ignorato dagli esperti, si guadagna, grazie al sostegno della guida suprema, l'ayatollah Ruhollah Khamenei, e delle moschee, prima il ballottaggio con l'illustre ayatollah Akbar Hashemi Rafsanjani, l'uomo più ricco del paese, già presidente della repubblica, poi la vittoria schiacciante: 62 per cento dei voti contro il 35.
Al suo trionfo ha malauguratamente contribuito anche l'alta astensione di partiti non allineati alla teocrazia e della società civile famosa per la sua effervescenza, che, errore fin troppo diffuso, si dissocia dalle elezioni truccate e pensa che un candidato valga l'altro.
La sorprendente vittoria di Ahmadinejad (come la vittoria di Hamas in Palestina, e tante altre «sorprese» analoghe) è dovuta al richiamo ai poveri, alla virtù contro lusso e corruzione (di cui il navigato Rafsanjani è il campione), alla promessa di distribuzione caritatevole dei proventi del petrolio finora confiscati e dilapidati dai potenti, al messaggio lugubremente messianico del Giorno della giustizia.
Arrivano altri provvedimenti caratteristici, come il divieto ai film stranieri. Ma il segno alla nuova presidenza viene subito da due temi, ripetuti a oltranza con una metodica mobilitazione di folle: l'odio antisionista, cioè antisemita, e l'esaltazione della volontà di disporre della tecnologia nucleare.
Sul primo punto, Ahmadinejad è sfrenato: Israele è «un tumore», sia benedetta la sua cancellazione dalla carta geografica, la shoah non è avvenuta, e se è avvenuta è affare dell'Europa, che provveda a riprendersi gli ebrei, l'attenzione al genocidio nazista è una manovra della cospirazione ebraica, eccetera.
Sul secondo punto (l'accesso al nucleare è una vecchia aspirazione dell'Iran, dai tempi dello scià, e già ripresa dai capi khomeinisti) il tono di Ahmadinejad è quello della sfida nazionalista, che gli vale anche un seguito largo, perché la convinzione del diritto a disporre dell'energia nucleare è pressoché universale fra gli iraniani, così come l'offesa di fronte alle minacce straniere di un intervento armato.
Benché ingegnere, dunque senza turbante e tonaca (indossa l'uniforme civile sciita, abito grigio mortificazione, camicia bianca, vietata la cravatta!), barba di qualche giorno accuratamente trascurata, Ahmadinejad parla in nome di Dio, prediligendo gli avvertimenti apocalittici e le intimazioni alla conversione.
Così alle Nazioni Unite, così nelle lettere ai potenti (ha cominciato da George W. Bush, poi è toccato al Papa). Scrive Vanna Vannuccini (Rosa è il colore della Persia, Feltrinelli): «Ahmadinejad crede fermamente nella riapparizione del dodicesimo imam scomparso. Da sindaco voleva chiudere al traffico una delle arterie principali di Teheran dove secondo lui il Mahdi sarebbe passato...».
L'esportazione della rivoluzione islamica è il verbo del khomeinismo. Se la provvidenza non avesse separato gli sciiti dai sunniti, e gli iraniani farsi (e azeri) dagli arabi, l'esportazione sarebbe stata inarrestabile.
Che la teocrazia sciita iraniana entrasse in possesso della bomba atomica era già una brutta preoccupazione per chiunque avesse la testa sulle spalle. Ora la combinazione fra questa imminente eventualità e un leader come Ahmadinejad l'ha tramutata in un incubo.
Non per tutti: c'è chi pensa che il presidente iraniano sia solo un demagogo in cerca di consenso interno, o una marionetta, un ciarlatano finito su una sedia troppo larga per lui. Sottile è il confine fra la marionetta e il tiranno mostruoso.
Adolf Hitler sarebbe stato una fenomenale marionetta (lo era ancora, in parte, quando Charlie Chaplin lo incarnò nel Grande dittatore) se qualcuno l'avesse arrestato in tempo.




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