Veltronismo? Democristiani di ritorno. Il volto segreto del modello Roma
Al termine delle elezioni comunali di Roma è necessario compiere un'analisi che serva non solo alla nostra comunità politica ma soprattutto come riflessione complessiva che deve attraversare tutto lo schieramento del centrodestra. La sfida romana, infatti, non può essere ridotta a una questione locale, sia pure collocata nel contesto della città capitale. La biografia politica e le prospettive di Walter Veltroni e del suo "modello Roma" rappresentano con tutta evidenza la leadership in maggiore crescita e il laboratorio più avanzato della sinistra italiana.
Della concorrenza personale di Veltroni devono aver paura tutti coloro che possono aspirare alla successione di Romano Prodi alla guida del centrosinistra, dal vecchio avversario Massimo D'Alema al predecessore sindaco Francesco Rutelli.
Noi del centrodestra, invece, dobbiamo preoccuparci del modello politico costruito in questi anni a Roma, modello che non riguarda solo il centrosinistra ma gli equilibri futuri di tutto lo schieramento politico. Sgombriamo innanzitutto il campo dal sospetto che dietro i risultati del 28 maggio ci siano deficit della candidatura a sindaco espressa da Alleanza nazionale. Per convincersene basta confrontare i dati di queste elezioni comunali con la serie storica delle elezioni amministrative di Roma non abbinate a elezioni politiche: in tutte queste si registra una caduta libera dei voti di Forza Italia, compreso il caso delle comunali del 1997 in cui il candidato sindaco era il "super-moderato" Pierluigi Borghini che raccolse il 35,9% dei voti e il partito azzurro toccò la stessa percentuale minima (il 10%) raccolta nell¹attuale tornata elettorale.
Quindi non ha senso parlare di candidatura "troppo di destra" per spiegare il 37,1% di voti raccolti in queste comunali, anche perché sul candidato a sindaco sono affluiti circa 76mila voti e lo 0,1% in più della sommatoria delle liste apparentate. Al di là di ogni valutazione personale, il problema è politico e sta nella capacità del sindaco di Roma di mettere insieme in un¹unica alleanza elettorale i disobbedienti di Nunzio D'Erme con i moderati di Alberto Michelini, di saturare tutti i canali di comunicazione con un'immagine totalizzante e di garantire un profondo radicamento sul territorio di strutture politiche e sociali specializzate. Il tutto supportato dalla forza economica e progettuale dei principali gruppi imprenditoriali romani, in larga parte rappresentati da famiglie culturalmente tutt'altro che di sinistra, nonché da esponenti del mondo culturale e dello spettacolo fieri di definirsi "di destra e nel contempo sostenitori del sindaco".
Insomma, in termini di società politica e civile, una fortissima saldatura tra centro e sinistra, con in più la pretesa dichiarata di realizzare uno "sfondamento a destra" che Alleanza nazionale ha respinto soltanto al termine di una campagna elettorale "ventre a terra". Sotto questo blocco sociale e questa saldatura politica la città di Roma ha continuato a vivere nei suoi gravi problemi strutturali, subiti da cittadini infastiditi e stressati ma in larga parte rassegnati a non attribuire ai propri amministratori la responsabilità di questi plateali insuccessi. Tutto ciò nonostante la sinistra amministri questa città ininterrottamente da tredici anni e da 22 anni nell'ultimo trentennio.
Vi ricorda qualcosa tutto ciò? Non sembra la riproposizione, a parti rovesciate, del vecchio regime democristiano? Il trapianto nel cuore dell'Italia del modello emiliano e toscano? Walter Veltroni e l'apparato romano dei Democratici di sinistra hanno in tasca la formula per rendere stabile e duraturo il governo delle sinistre in Italia, senza neppure pagare un prezzo troppo alto * in termini culturali, sociali e politici * al centro, ai "moderati" e all'elettorato cattolico. Con questa formula non ci sarà più bisogno di convergere su un ex-democristiano come Romano Prodi o su un neo-cattolico come Francesco Rutelli. Il partito democratico, riproposizione in chiave italiana del progressismo "liberal" clintoniano, supera le incrostazioni e le pesantezze della socialdemocrazia europea, senza entrare nelle contraddizioni di potere del Labour di Tony Blair.
Come la Democrazia cristiana della fase terminale della Prima Repubblica questo modello non è in grado di innescare un vero ciclo riformista e di sviluppo, perché è di per sé incapace di compiere scelte coraggiose e realmente modernizzatrici. Anzi riproduce alcuni vecchi vizi italici, opportunamente riverniciati di "politically correct" e di apparente modernità: il dirigismo economico, il paternalismo sociale e il conformismo culturale. Ma il centrodestra cosa ha da contrapporre a tutto ciò? La retorica sui movimenti di opinione e sui partiti leggeri che nasconde il rifiuto della fatica quotidiana del radicamento territoriale? Un generico liberismo economico che nega ideologicamente la necessità di lavorare su un modello di sviluppo e una moderata rassegnazione di fronte al trust culturale del progressismo?
Non è questa la strada, soprattutto dopo la sconfitta del 9 aprile. Nel futuro del centrodestra ci deve essere una approfondita valutazione di tutto questo, perché il dirigismo, il paternalismo e il pensiero unico delle sinistre * soprattutto se lucidamente e brillantemente ridisegnati da Walter Veltroni * si combattono solo con una grande spinta di partecipazione popolare, di sussidiarietà e di radicamento sociale e culturale.
Gianni Alemanno
fonte: www.destrasociale.org




Rispondi Citando
