La terza via fascista
Il mito del corporativismo
scheda del libro: http://www.scriptamanent.biz/SchedaDettaglioLibro.asp?ID=1693
Abstract: (dalla prefazione)
Il fenomeno fascista, nella molteplicità di facce che lo hanno caratterizzato,si è configurato negli anni tra le due guerre come una “terza via”, distinta e contrapposta rispetto a sistemi, culture, ideologie, pratiche politiche e istituzionali che si richiamavano ai principi del liberalismo e della democrazia, da una parte, della tradizione socialista e della nuova realtà sovietica, dall’altra.
La cosa ci appare oggi abbastanza evidente, a distanza di decenni, e registriamo anche che in questa forma l’insorgenza del fascismo fu vissuta, consentendo o opponendosi, da gran parte dei contemporanei.
Eppure questo riconoscimento è stato ed è tuttora difficile in sede
storica. Nel ridurre il fascismo a “variante” sia pure estrema, pericolosa
e bellicosa del capitalismo era implicito nella cultura marxista il rifiuto
di accettare quella che poteva apparire la concessione al fascismo della
“dignità” di una soluzione autonoma ed originale. Il rifiuto consolatorio
del riconoscimento dell’esistenza di una cultura fascista, ed anzi la ricorrente istituzione dell’equazione fascismo = anticultura da parte della
cultura liberale (e, in Italia, anche della particolare cultura azionista), in
un filone che va da Croce a Bobbio, ha contribuito a lungo a ridurre la
dimensione del fascismo a quella di un movimento empirico, pragmatico,
muscolare, camaleontico come il suo fondatore.
Si tratta, beninteso, di un clima ormai lontano, ma a volte riaffiorante
nei termini impliciti della stessa impostazione del rapporto tra fascismo
e cultura. Perfino un giornalismo storico che si dichiara “revisionista”
è solito presentare di volta in volta con senso di malinteso stupore
sulle pagine dei giornali la pretesa “scoperta” della militanza fascista di
questo o quello scrittore, intellettuale, artista.
Gli studi sul rapporto tra fascismo e cultura hanno raggiunto, a partire
dagli anni settanta, livelli di approfondimento notevoli e acquisi
zioni ormai stabili, ma pure la discussione pubblica attorno a questo
tema sembra soggiacere al rischio di ricadute periodiche su un terreno
generico e moralistico, quasi che ogni volta la discussione debba ripartire
da zero, dalla dimostrazione preliminare dell’esistenza di una cultura
fascista e poi dalla delimitazione rassicurante delle dimensioni del fenomeno.
Da ultimo, si sono aggiunti a complicare e rendere tuttora difficile il
riconoscimento di quell’evidenza, anche i particolari aspetti di una modellistica attorno al totalitarismo, che ha dato molto sul terreno storicamente utile della comparazione tra sistemi dittatoriali, ma che ha teso, consapevolmente o implicitamente, a costruire l’astrazione storica di un unico fenomeno totalitario che si estendeva da Berlino a Mosca, mai
esistito nella realtà, ma che viene evocato con ilpathos ricorrente di monito storico-pratico, di pericolo incombente da cui guardarsi e da esorcizzare con comportamenti virtuosi. Anche per questa via, sia pure spesso muovendo da stimoli opposti o contrari rispetto alle sottovalutazioni precedenti, si tende a negare la “terzietà” del fenomeno fascista, nonché a sottovalutarne la portata storica.
Della “terza via” fascista quale fu percepita o vissuta negli anni tra le
due guerre il corporativismo non è certamente l’elemento esclusivo, ma
è a mio avviso uno dei più importanti, in quanto tende a dare risposta a
quello che pareva uno degli interrogativi più drammatici del tempo e
che dopo la crisi del 1929 apparve di portata esplosiva: l’assetto complessivo di una società che non può più fondarsi sugli automatismi della “mano libera” della dottrina tradizionale e che guarda con timore alla
soluzione collettivistica che sembra prendere corpo, con risultati controversi ma comunque sorprendenti, nell’Unione Sovietica dei piani
quinquennali.





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