Non lo faccio quasi mai, ma stavolta quoto le affermazioni di Facci
Il mesto declino
di Costanzo Show
di Filippo Facci
Il Domenicale 3-06-2006
Tre anni fa questo settimanale attaccò Maurizio Costanzo e fu putiferio vero, anche perché furono in pochi a comprendere com’era andata in verità: semplicemente il direttore del Domenicale e, a ruota, lo scrivente, avevano scritto svariate cose senza un particolare perché e senza averne mandato, senza cioè inserirsi nella scia di una qualche manovra che li vedesse meri esecutori. Pensiero e azione: fine.
Perciò fu divertentissimo vedere le paginate di Repubblica, le operazioni attribuite a Tizio e Caio, essere intervistati perché semplicemente avevamo espresso uno sgradimento piuttosto marcato, nel mio caso ricevere addirittura una telefonata dai vertici di Mediaset in cui mi si faceva chiaramente capire che avrei potuto avere qualche serio problema sul lavoro, se non mi fossi fermato. Me ne fregai e proseguii. Andai in una piccola televisione privata e con Gigi Moncalvo sparammo cattiverie inaudite su “Costanzo e suo marito”.
In un’intervista a Claudio Sabelli Fioretti, su Sette, definii Costanzo una iattura culturale e dissi che il poveretto straparlava di regime ma che regime era divenuto semmai il suo. Dissi che autorizzavo chiunque a prendermi a schiaffi qualora mi avesse visto al Costanzo Show, e naturalmente Costanzo m’invitò subito. Chiaro che non andai. In un libro lui la mise così: «C’erano quelli che pensavano che io restassi ferito dalla intemerate di uno che nemmeno nomino, anzi sì, Filippo Facci. Uno che lavora a Mediaset, appartenente al sottobosco di quelli che volevano seppellirmi, e che m’insulta sia sul Giornale che da una televisione privata». Non era il Giornale, era appunto il Domenicale.
E oggi sembra passato un secolo, di attaccare Costanzo non pare più il caso, il suo tramonto televisivo è inesorabile, ma non per questo appare meno mesto: lo vedi, è lì, nel luogo dove tutto è uguale a tutto, lo ascolti mentre polemizza sul niente, e litiga con ragazze di 21 anni, proietta in un improbabile futuro quel fisiologico declino che è comunque tristissimo non saper cogliere o accompagnare, insomma è ancora lì, ti guarda pigramente dallo schermo, la voce sempre più trascinata, tivù mia, vienitene con me.
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