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Discussione: Caschi blu in Darfur?

  1. #1
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  2. #2
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    Predefinito Giordano: «Meglio andare con l'Onu in Darfur»


  3. #3
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    Darfur: rapporto Cpi, "massacri su vasta scala"
    www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=69316

  4. #4
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    da www.warnews.it




    La guerra civile in Sudan è in corso ormai da 20 anni, e vede opporsi il governo settentrionale di Karthoum ed i ribelli del Sudan People's Liberation Army (SPLA), che rivendicano l'indipendenza delle regioni meridionali del Paese.

    Una delle principali motivazioni di questa guerra (oltre a questioni economiche e territoriali) è sicuramente la profonda differenza etnica, sociale e religiosa esistente tra il Nord nazionalista, arabo e islamico ed il Sud nero e cristiano-animista, organizzato in strutture di stampo prevalentemente tribale.

    Tale contrapposizione, portata alle estreme conseguenze da rivalità etniche, aveva già condotto le parti a combattersi in un primo conflitto che insanguinò il sud Sudan dal 1955 al 1972, poco prima che i Paese raggiungesse l'indipendenza dall'Inghilterra; le ostilità ebbero inizio quando una guarnigione governativa dell'Equatoria Corps si ammutinò e diede origine ad una lotta armata contro Khartoum.

    In seguito, i guerriglieri si riorganizzarono e diedero vita al gruppo Anya Nya, a sua volta accorpato ad altre fazioni minori per formare l'SSLM (Southern Sudan Liberation Movement), diretto da Joseph Lagu. Nel 1972 quest'ultimo firmò la pace con l'allora dittatore sudanese Nimeiri, ad Addis Abeba.

    Agli accordi seguì dunque un periodo di transizione sostanzialmente pacifico, in cui gli Stati dell'Equatoria, Bahr-el-Ghazal e Upper Nile raggiunsero un relativo grado di autonomia.

    Tuttavia, la situazione precipitò nuovamente nove anni dopo: la scintilla che scatenò il secondo conflitto ebbe luogo nel maggio del 1983, quando Nimeiri decise di estendere la Sharia (la legge islamica) anche alle popolazioni cristiane del sud.
    Anche stavolta diverse divisioni governative di stanza nella regione si ammutinarono; una di esse, comandata da John Garang (che aveva ricevuto un addestramento militare negli USA) divenne il nucleo di base della guerriglia dell'SPLA.

    Successivamente i ribelli iniziarono a ricevere finanziamenti da amministrazioni o gruppi armati di Paesi vicini e lontani, fra cui Uganda, Eritrea, Chad, Stati Uniti e Israele.

    Da allora, i due eserciti si sono fronteggiati senza sosta fino a pochi mesi fa; i venti anni di guerra sono stati segnati da combattimenti estremamente feroci, condotti anche con armi "non convenzionali" (il regime è stato più volte accusato dell'utilizzo dei gas letali).
    Nel 1998 gli Usa hanno bombardato una fabbrica di armi chimiche vicino alla capitale, accusando Khartoum di fornire armi al terrorismo internazionale.

    Il conflitto, concentratosi quasi esclusivamente nel sud del Paese, ha colpito in particolar modo la popolazione civile, tra cui si registrano gran parte degli oltre due milioni di vittime; inoltre, in centinaia di migliaia hanno perso la vita a causa delle carestie e delle epidemie connesse con la guerra, mentre altri quattro milioni e mezzo di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case e rifugiarsi nei campi profughi locali o dei Paesi confinanti (Uganda e Kenya in particolare).

    Governo e ribelli si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei diritti umani; per vent'anni l'aviazione ha bombardato incessantemente i villaggi, colpendo case, scuole, edifici pubblici, mercati e chiese. Le stragi di civili sono state quasi quotidiane, come testimonia l'enorme numero di fosse comuni rinvenute; inoltre, migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, sono state rapite e deportate al nord come schiavi.

    L'SPLA ha arruolato, spesso con la forza, un gran numero di bambini tra le sue milizie; inoltre i ribelli sono stati accusati di esercitare un opprimente monopolio sugli aiuti umanitari (che sovente sono stati negati alla popolazione, aggravando maggiormente il problema della fame e della carestia).

    Negli ultimi anni il tentativo di controllo dei giacimenti petroliferi e delle altre risorse dei territori meridionali ha preso il sopravvento su ogni altra questione, diventando così il vero motivo della guerra.

    Le enormi ricchezze del sud - fra cui, oltre al petrolio, anche acqua, terreni coltivabili, bestiame, minerali, che non si trovano nel nord principalmente desertico - rappresentano da sempre un fortissimo richiamo per la classe dirigente (dal 1989 sotto la guida di Omar Hassan al-Bashir), ed ai grandi amministratori e proprietari terrieri ad essa legati; ad aggravare la situazione si è aggiunto l'intervento di influenti multinazionali petrolifere straniere, che hanno fomentato la campagna di guerra di Khartoum per tentare di conquistare quante più "aree produttive" a sud.

    Si è così instaurato un circolo vizioso, attraverso cui il regime ha utilizzato gran parte dei ricavi dell' "oro nero" per acquistare armi sempre più distruttive, e prendere il controllo di un numero sempre maggiore di giacimenti.

    Centinaia di migliaia di civili sono stati così scacciati o uccisi unicamente per il fatto di abitare nei pressi di campi petroliferi, e talvolta, secondo numerose denunce di osservatori indipendenti, le multinazionali non hanno esitato a scatenare i propri eserciti privati sulla popolazione. La canadese Talisman Energy, ora ritiratasi dal Paese, ha ricevuto durissime accuse a riguardo, ma certamente non è stata l'unico caso.

    Solo lo scorso anno sono stati compiuti importanti passi avanti sul piano diplomatico, dopo due decenni di indifferenza da parte della comunità internazionale. Sono stati infatti aperti i colloqui di pace in Kenya che, fra alterni e discontinui risultati, hanno portato ad un cessate-il-fuoco che dovrebbe preludere ad una pace definitiva: per cui, dopo sei anni di "transizione", il sud del Paese dovrà raggiungere una larga autonomia da Khartoum, insieme all'autodeterminazione ed all'utilizzo di una consistente percentuale delle risorse naturali locali.

    Le trattative sono supportate dall'IGAD (Inter-Governmental Authority for Developement), che abbraccia diversi Paesi confinanti, oltre anche agli USA.
    Proprio l'intervento del governo americano, anche se non certamente mirato per questioni umanitarie, è stato determinante nel raggiungimento di una intesa di massima: Washington ha infatti promesso enormi finanziamenti alle parti in cambio di un accordo di pace, che dovrebbe portare ad un significativo aumento della produzione di petrolio.

    Mentre a sud, nonostante la tregua abbia subito numerose violazioni, sembra faticosamente aprirsi uno spiraglio di pace, nuovi timori sorgono per le crescenti violenze nella provincia del Darfur, regione desertica situata nel nord-ovest del Paese, ed abitata per lo più da tribù islamico-animiste nomadi.

    Negli ultimi anni quest'area è stata al centro di una campagna di repressione da parte del regime, che ha cercato di stabilirne il controllo utilizzando il pugno di ferro, tramite rastrellamenti, arresti e condanne a morte di oppositori, oltre ad abusi sulla popolazione civile da parte dell'esercito stesso o di squadre paramilitari.

    A partire dalla fine di febbraio alcune delle etnie locali più rappresentate (fra cui i Fur e i Masalit), a quanto pare sostenute dall'SPLA e da altri Paesi stranieri, hanno cominciato una campagna di lotta armata contro il governo, che a sua volta ha reagito rifiutando qualsiasi soluzione negoziale e replicando agli attacchi.

    (D.B.)

  5. #5
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    (...)
    L’IGAD (Inter-governative Authority on Development) è una organizzazione sub-regionale, composta proprio dai paesi del Corno e dell’Africa Orientale.
    Creata nel 1986 per dare vita ad una cooperazione economica tra i suoi stati membri e far fronte alla ciclica siccità nell’area, nel 1996 cambiò la sua costituzione al fine di includere come obbiettivo primario la prevenzione e risoluzione dei conflitti. I suoi stati membri capirono che non poteva esserci sviluppo economico dove regnava instabilità politica e laceranti conflitti.

    Oggi l’IGAD è l’organizzatrice dei processi di pace per la Somalia e il Sudan ed è la sede naturale in cui risolvere le varie divergenze politiche regionali.

    La comunità internazionale ha supportato il processo di pace IGAD sin dal 1994. Uno dei maggiori successi dell’iniziativa IGAD è stata quella di includere nelle trattative gli USA, trovando quindi potenza egemonica capace di mettere alle strette il governo a Khartoum. Il governo islamico sudanese sta infatti modificando i suoi atteggiamenti estremisti, collaborando alla lotta al terrorismo degli USA. Allo stesso tempo l’interesse USA per la pace in Sudan aumenta con il graduale deteriorarsi delle sue relazioni in Medio Oriente, con una pace definitiva l’amministrazione Bush otterrebbe un risultato d’ immagine, il successo di un iniziativa multilaterale, ed uno economico (l’accesso alle risorse petrolifere del paese).

    I negoziati

    L’SPLM/A (Sudanese People Liberation Movement/Army) e il governo di Khartoum, sono da sempre i due principali protagonisti del conflitto. Entrambi hanno ormai capito che una vittoria militare sul nemico è impossibile. Di conseguenza le rispettive delegazioni, rappresentate da John Garang (SPLM/A) e il vice-presidente Ali Osman Taha (governo), sono impegnate diplomaticamente al fine di ottenere il massimo possibile sul piano politico, economico e geostrategico.

    Il ‘Protocollo di Machakos’, firmato dai due contendenti nel 2002, disegna un quadro generale per le correnti negoziazioni e risolve provvisoriamente i due nodi principali: autodeterminazione per il sud Sudan e la legge islamica sharia al Nord. Secondo il protocollo le due parti si impegnano a creare un governo ad interim per 6 anni e mezzo alla fine del quale i sud-sudanesi avranno l’opzione di rimanere uniti al Nord oppure ottenere la secessione. Dall’altro lato il governo di Khartoum riserverà il diritto a conservare la legge sharia nel nord mussulmano qualora lo ritenga opportuno.

    Oggi il governo e la fazione ribelle sono impegnati in continui negoziati concernenti la divisione dei poteri, delle risorse e lo status di tre aree chiave (le montagne Nuba, la regione meridionale del Nilo Blu e Abyei) nel futuro stato sudanese. Nei negoziati l’IGAD ha deciso di far partecipare l’SPLM/A e il governo. Tuttavia e’ semplicistico ridurre la questione sudanese a una discordia nord/sud. L’SPLM/A è il principale movimento di ribellione al governo, ma non è il solo. Una serie di fazioni minori che da tempo sono coinvolte in lotte armate a livello locale contro il governo centrale (per esempio JEM e SLA a Darfur, i Beja ad est e l’SSDF - Forza di Difesa del Sud-Sudan -) ora si trovano totalmente escluse dal processo di pace e dalle trattative che dovrebbero regolare la vita di uno stato per più di sei anni.

    Dietro la retorica di un processo di pace più democratico, c’è la priorità di includere nelle negoziazioni almeno quei gruppi che, qualora ignorati, avrebbero la capacità di minare la stabilità nel periodo del post-conflitto. Le ribellioni a Darfur (Ovest) e Buja (Est) si possono interpretare anche come una vera e propria risposta delle fazioni minori al successo del processo di pace.

    Darfur: la sconfitta della tradizione


    Anche se la comunità internazionale ha cominciato a dare attenzione al conflitto di Darfur solo negli ultimi mesi, Darfur è una vecchia questione Sudanese. Il Greater Darfur è un territorio composto da tre aree (Nord, Sud e Ovest Darfur) che confinano con Ciad, Libia e Repubblica Centro Africana.

    La regione del Darfur è abitata sia da popolazioni africane che non parlano arabo (Fur, Masaalit, e Zaghawa) che da popolazioni di discendenza arabica. La siccità e il processo di desertificazione che dagli anni 70’ imperversa nel Darfur ha causato un impoverimento generale dell’area, accentuando la lotta per le risorse sia all’interno che tra le fazioni africane ed arabe.

    Questi scontri sono stati storicamente caratterizzati per la loro sporadicità e il loro basso livello di violenza. Il più delle volte i leader tradizionali erano nella posizione di promuovere strategie di coesistenza a livello locale garantendo così riconciliazione tra le parti.

    Durante la fine degli anni 80 il coinvolgimento del governo nazionale in questi scontri locali ha causato un allarmante cambiamento. Finanziando specifiche fazioni, il governo di Khartoum ha manipolato la struttura etnica nell’area causando lo scoppio di una serie di scontri etnici tra le parti.
    L’obbiettivo finale del governo era infatti inimicare alcune fazioni sud-sudanesi e l’SPLM/A per indebolirlo internamente e togliere il supporto che godeva, grazie ad una comune esperienza d’emarginazione, tra gli altri gruppi del sud. Le violenze etniche in questa regione non sono il frutto di rivalità tradizionali bensì trovano la causa nelle strategie del governo di Khartoum che ha trovato vantaggioso modificare l’assetto etnico a proprio vantaggio.

    Questi nuovi conflitti sono basati sulla solidarietà etnica, di conseguenza l’amministrazione tradizionale e i suoi leader non sono più in grado di promuovere alcuna riconciliazione tra le parti. Le politiche di breve periodo del governo hanno tolto le basi per la tradizionale coesistenza, di conseguenza, il fallimento delle elite tradizionali a conseguire una minima stabilità per i loro gruppi ha causato una delegittimazione del proprio potere.
    I leader tradizionali delle popolazioni arabe sono stati sostituiti da capi fazione senza scrupoli che manipolano le paure e le aspirazioni collettive al fine di ottenerne un vantaggio personale.
    Dall’altro lato le popolazioni di discendenza non araba hanno creato un unione a causa della condivisa paura degli attacchi degli arabi.

    Correntemente i due gruppi ribelli non-arabi a Darfur, JEM (Justice and Equality Movement) e SLA ( Sudanese liberation Army) sono supportati dall’opposizione araba al governo (NIF, il partito Umma e gli Unionisti Democratici). Dall’altro lato, la fazione più importante tra gli Arabi è la Janjaweed. Secondo gli ultimi rapporti di Amnesty International, Human Rights Watch e International Crisis Group, questa fazione è responsabile di crudeli attacchi alla popolazione non araba (descritti come crimini contro l’umanità) che hanno causato un alto numero di vittime e di sfollati. Human Rights Watch ha pubblicamente accusato il governo di supportare segretamente la Janjaweed.

    Nel tavolo dei negoziati l’IGAD e la comunità internazionale non ha incluso tra le aree contestate Darfur. Il governo di Khartoum ha sfruttato questo punto allungando le trattative con l’SPLA per guadagnare tempo e ottenere una vittoria militare prima che la questione Darfur arrivi al tavolo del negoziato.

    Umberto Tavolato
    www.warnews.it

 

 

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