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    Predefinito La tragedia dei palestinesi

    La tragedia dei palestinesi: la fine della ragione e il trionfo dell’ingiustizia

    di Enrico Galoppini
    martedì, 13 giugno 2006
    http://www.aljazira.it/index.php?opt...d=799&Itemid=1

    Di fronte all'ennesimo delitto commesso in nome di una valanga di retorica non si sa effettivamente più che cosa scrivere. Anche gli "argomenti" sembrano non aver più importanza: a chi ha una posizione non conviene ascoltarli. Resta solo la capacità di scandalizzarsi, per non finire abbrutiti e annullati come esseri umani.



    Quando nel settembre 2005 le autorità israeliane ultimarono il “ritiro” da Gaza, mentre i soliti media-pappagallo indugiavano sulla (prevedibile) distruzione da parte dei palestinesi di ciò che rimaneva dei (comprensibilmente odiati) centri israeliani evacuati (“guardate come sono feroci i palestinesi!”), su internet circolava un’immagine molto significativa, che ritraeva dei ragazzini che, finalmente, forse per la prima volta nella loro vita, potevano lanciarsi in una corsa sulla spiaggia e tuffarsi nel mare.

    La loro spiaggia e il loro mare… ma questo l’avevano realizzato solo in quel momento d’incontenibile liberazione, mandando nella disperazione chi sostiene, agitando indimostrabili “sacre promesse”, che quella spiaggia e quel mare apparterrebbero agli “Ebrei” (i quali – che provengano dalla Siberia o dalla Patagonia, dove vivono indisturbati - sostengono di “discendere” dai Profeti biblici e da non meglio precisate “tribù” senza incorrere nell’ilarità generale, mentre io, non si sa perché, se dico di “discendere” – e neanche in “linea di sangue”! - dai Sette Re di Roma o dai Latini mi prendono per matto).



    Che la spiaggia e il mare fossero loro lo devono aver pensato anche i membri di quella modesta famiglia palestinese che il 9 giugno 2006, mentre faceva un normalissimo picnic è stata annientata dai razzi sparati da un mezzo della marina militare israeliana. Solo Huda, di dieci anni, si è salvata, ma la mamma, il babbo e tutti gli altri cinque fratelli e sorelle (da 1 anno a 17 anni) sono finiti impastati nella sabbia. E’ anche degno di nota segnalare che la famiglia Ghaliya aveva ‘già dato’: quattro i morti ammazzati tra i suoi membri per mano dell’“unica democrazia del Medio Oriente”.



    Attenzione ora: se da un mezzo della marina militare sparano dei razzi che massacrano una famiglia che fa un picnic, ha buon gioco chi sostiene che si tratta di un “errore”. Perché altrimenti si dovrebbe concludere di aver a che fare con dei mostri assetati di sangue. Che è invece la realtà: il 18 maggio 2004 è stato raggiunto il record ineguagliato di un bombardamento di persone che partecipavano ad un funerale. Ma è solo un esempio tratto da una galleria degli orrori che si spiega solo con l’odio verso chi ha la sola colpa di non togliere il disturbo. Così va avanti la storiella degli “errori” e delle relative “scuse”… Anche oggi, 13 giugno 2006, devono aver ammazzato “per errore” due bambini palestinesi, “colpevoli” di trovarsi nella stessa strada in cui è stato compiuto un “omicidio mirato”: e meno male che è “mirato”, sennò quanti ne avrebbero ammazzati?



    Anch’io ieri ero sulla spiaggia. Pensiamo un po’ a quale tragedia poteva accadermi. Sbattere in una medusa? Una capocciata in uno scoglio? Al massimo una pallonata sugli occhiali: roba da metter mano all’avvocato, come minimo. Rischio di morte, decisamente basso: colpo di calore, congestione se ho appena mangiato e faccio il bagno o annegamento in caso di mare agitato.

    In Palestina, invece, si può andare al mare ed essere assassinati in massa (ma “democraticamente”, il che dà una soddisfazione postuma) per iniziativa di uno Stato. Che per giunta, poi, per bocca delle schiere di scribacchini che ha a libro paga, metterà in giro l’idea che è proprio da incoscienti portare i figli al mare in un “posto pericoloso” come quello. Certo, se la mettiamo così, tutto è permesso, e se un posto è “pericoloso” va da sé che dev’esser abbandonato in fretta. Ovviamente dai palestinesi. Non nomino chi ha esposto il raffinato ragionamento perché provo vergogna per lui.



    Del resto, lo stesso ribaltamento della logica di chi è ancora sano di mente è sotteso al modo in cui hanno presentato, in un tg, il suicidio di tre detenuti musulmani a Guantanamo: “Bush si è detto costernato”. E il Pentagono: “Un atto di guerra da parte dei detenuti, non un atto di disperazione”. E’ come se avessero titolato: Si suicidano tre ebrei ad Auschwitz. Costernazione di Hitler e delle SS[1].



    Nel “mondo globalizzato”, la parola è diventata un’arma nelle mani di chi detiene il controllo di un apparato propagandistico che non ammette repliche decisive, ma solo utili ‘variazioni sul tema’ presentate come “pluralismo dell’informazione”. “Dichiarazioni di guerra” quotidiane in forma di parole nei confronti di chi non si è bevuto il cervello e non ha ottenebrato la propria coscienza.



    Anche il silenzio, a volte, pesa più delle parole. Tacere una realtà è peggio che stravolgerla (come fa chi la minimizza infilandola come un dettaglio in un tg).

    I rappresentanti delle “comunità ebraiche” di tutto il mondo si sono dati la “consegna del silenzio”.

    Un musulmano, per diventare “rispettabile” ed allontanare da sé il tintinnio di manette, deve ritualmente “prendere le distanze” da Bin Laden, da al-Qa‘ida, dai Talebani, da Hamas, dai Fratelli Musulmani, dal burqa‘, dalla shari‘a, dal jihad, dalla pena di morte, dalla fatwa del mulla, dai “kamikaze”, dall’infibulazione e da altre milleduecento cose che sono ragionevolmente al di fuori del suo controllo né hanno (si pensi a Bin Laden) alcun rapporto con lui. Ma questo autodafé del XXI secolo è diventato “normale” perché i media sono controllati da chi ha interesse ad inculcare il concetto per cui l’Islam e i musulmani sono “il problema” (e si serve anche di qualche palestinese e/o “arabo” che sta lì giusto a far la parte del “negretto di Via col vento”).



    Ma ammettiamo per un attimo che questa regolare ‘forca caudina’ abbia un senso. Bisognerebbe allora richiamarsi alla tanto invocata “reciprocità di trattamento” e chiedere analoghe “prese di distanza” ai rabbini quando lo Stato di cui hanno la cittadinanza (e che sulla distinzione tra “ebrei” e “non ebrei” si basa)[2] commette “atti riprovevoli”. Se ciascun musulmano che vuol esprimere il suo pensiero deve “prendere le distanze” da personaggi ed organizzazioni con cui non ha alcun rapporto, a maggior ragione dovrebbero sottostare a questa sceneggiata ministri del culto che sono anche cittadini di uno Stato che commette “atti riprovevoli” rubricabili nella categoria del “terrorismo” e le cui organizzazioni hanno per di più rapporti intimi con quello Stato per motivi innanzitutto religiosi[3].



    Ma che idiota, non ci avevo pensato: “Israele” non commette mai “atti riprovevoli”, e se stermina una famiglia sulla spiaggia lo fa per garantirsi il “diritto di esistere”, per allontanare “l'incubo della soluzione finale”, “combattere l’antisemitismo”…



    La verità è che in tutta questa faccenda (la c.d. “questione palestinese”, che tutto è tranne che “palestinese”) tutto è molto chiaro: se ne conoscono le radici ed i risvolti storici, ideologici, economici, politici e strategici. Chi non sa è perché non vuol sapere perché conviene non sapere (o far credere di non sapere, il che è lo stesso).

    Fintantoché farà comodo ad un determinato assetto di potere uscito dalla Seconda guerra mondiale assisteremo a questa messinscena atta a garantire un dominio che si nutre della retorica sionista-olocaustica[4].

    Gli atti, quindi, non sono “riprovevoli” in sé, ed è pure ozioso “scandalizzarsi” ogni volta se si è capito che non si tratta di “questioni di principio”. Se “Israele” ammazza avrà sempre le sue razionalissime ragioni, se lo fanno i palestinesi saranno da condannare per la loro furia cieca. L’uno è il Bene, la ragione (nel senso di “razionalità”), gli altri il Male, l’irrazionale. E’ tutto molto semplice, e stupido.



    Quando la ragione vien fatta coincidere col Bene (assoluto!), col trionfo dell’irrazionalità, è segno che il mondo si è rovesciato. Forse “scandalizzarsi” serve ancora a qualcosa: a tener desto l’uso della ragione per reclamare giustizia.



    --------------------------------------------------------------------------------

    [1] Forse, la “costernazione” degli uni e degli altri potrebbe ed avrebbe potuto esser dettata dalla perdita di manodopera e/o cavie per esperimenti… quindi, diciamo pure che tale “costernazione”, in una logica perversa, potrebbe aver un senso!

    [2] La legge fondamentale di uno Stato che si guarda bene dal darsi una Costituzione e dei confini definiti è quella detta “del ritorno” (1950): tutti quelli che possono dimostrare d’essere “ebrei” (noblesse oblige!), possono “ritornare” dove naturalmente nessun loro avo ha mai vissuto; i palestinesi cacciati, esiliati, fuggiti a più riprese dal 1947 in poi, non possono invece ritornare.

    [3] Ma c’è anche il fondato sospetto che, visto come si sperticano per difenderlo, costoro v’intessano anche rapporti d’altro tipo.

    [4] Nessuna Huda Ghaliya, dunque, verrà accolta in Italia da quelle stesse Istituzioni dello Stato italiano così solerti nel mostrarsi caritatevoli verso altri casi da strumentalizzare (è stato fatto anche con un bambino iracheno per giustificare la “missione umanitaria”). Viene da chiedersi se abbia un senso continuare ad organizzare edificanti tournee di “sopravvissuti all’olocausto” affinché “non si ripeta più”, e quando abbiamo una sopravvissuta dei nostri giorni nessuno se la fila. Un senso, certamente, in tutto questo c’è, e l’ho spiegato in Le amnesie della “Giornata della memoria” (Rinascita, 29 gennaio 2005).

  2. #2
    .... .....
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    Effettivamente..quello che disturba..è l'eclissi della ragione..asservita alla quinta colonna di tutte le bugie....correct..
    Eppure..se si avesse il coraggio della verità..e si dicesse e non si mormorasse di sotto banco..che Israele ha il diritto di fare quello che vuole perchè è il più forte..e i palestinesi hanno il diritto di farsi saltare in aria perchè sono tenaci..credo che ci guadagneremmo in verità..
    La forza ha una sua giustizia...e se anche non ci piace..almeno eviteremmo di essere presi per i fondelli quotidianemente..cosa insopportabile..
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

  3. #3
    capaneo
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    Citazione Originariamente Scritto da testadiprazzo
    Effettivamente..quello che disturba..è l'eclissi della ragione..asservita alla quinta colonna di tutte le bugie....correct..
    Eppure..se si avesse il coraggio della verità..e si dicesse e non si mormorasse di sotto banco..che Israele ha il diritto di fare quello che vuole perchè è il più forte..e i palestinesi hanno il diritto di farsi saltare in aria perchè sono tenaci..credo che ci guadagneremmo in verità..
    La forza ha una sua giustizia...e se anche non ci piace..almeno eviteremmo di essere presi per i fondelli quotidianemente..cosa insopportabile..
    Quoto.

    P.S. Una precisazione doverosa (che nn pretendo, ne' posso, propinare come verita' inconfutabile): pare che la strage della spiaggia sia dovuta non alla Marina israeliana, ma a troppo solerti militari palestinesi che, per difendere quel tratto di battigia da improbabili sbarchi israeliani, l'avrebbero disseminata di mine.
    Questi "prodi" non sarebbero nuovi a certe vaccate...

  4. #4
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    quoto capaneo

  5. #5
    Ashmael
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    La tragedia dei palestinesi è di aver avuto capi talmente incompetenti e criminali da non essere stati capaci di elaborare altra strategia, per sostenere le proprie ragioni, che l'assassinio di civili innocenti

  6. #6
    Forumista assiduo
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    Beh, davanti ad un esercito armato dagli Stati Uniti (con circa 200 testate nucleari) e con la comunità internazionale genuflessa a tutte le vessazioni sioniste non è che si possano fare miracoli. Qui non è questione dei capi ma della disparità delle forze. La controparte, fedele alla morale vetero-testamentaria, non si fa alcuno scrupolo a spargere il sangue goy.

    Consiglio lettura I. Shahak Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni Ed. Sodalitium, 1997, Verrua savoia (TO)
    http://sodalitium.it/eshop/index.asp...rl=productlist



    Le leggi contro i non ebrei di Israel Shahak
    L'Halakhah, il sistema legale del giudaismo classico seguito praticamente da tutti gli ebrei dal nono secolo alla fine del diciottesimo ed oggi perpetuato nella stessa forma dell'ebraismo ortodosso, si fonda soprattutto sul Talmùd. L'inestricabile complessità delle dispute legali registrate in quei testi imponeva d'inventare codifiche più accessibili alla legge talmudica e intere generazioni di dotti rabbini si dedicarono a questo compito. Alcune di queste compilazioni sono sommamente autorevoli, vengono seguite nella pratica giuridica ed è per questo che mi riferirò ad esse, ed ai più seri commentari che ne costituiscono il corollario, piuttosto che direttamente al Talmùd. Comunque, le compilazioni riproducono fedelmente il significato del testo talmudico e le aggiunte successive che gli studiosi elaborarono in base ad esso.
    Il codice più antico della legge talmudica, di grande importanza anche oggi, è la Mishnah Torah scritta da Moses Maimonide verso la fine del XII secolo. Il codice più autorevole, di largo uso anche oggi come manuale giuridico è lo Shulhan 'Arukh, composto da R. Yosef Karo nel tardo XVI secolo come compendio divulgativo del suo voluminoso Beyt Yosef destinato a studiosi di alto livello. Lo Shulhan 'Arukh è stato spesso e variamente commentato: oltre ai commentari classici del XVII secolo, ce n'è uno molto importante scritto nel nostro secolo, il Mishnah Berurah, Infine, la Talmudic Encyclopedia, compilazione moderna pubblicata in Israele a partire dagli anni Cinquanta, a cura dei più autorevoli rabbini ortodossi, è un buon compendio della letteratura talmudica. Omicidio e genocidio Secondo la religione ebraica, l'omicidio di un ebreo è un crimine capitale e uno dei tre peccati più odiosi: gli altri due sono l'idolatria e l'adulterio. Ai tribunali religiosi ebraici e alle autorità secolari viene ordinato di punire chiunque uccide un ebreo con pene molto più severe di quelle previste dalla ordinaria amministrazigne della giustizia. Un ebreo che, indirettamente, è causa della morte di un altro ebreo è solo colpevole di quello che la legge talmudica definisce un peccato contro "le leggi celesti", che deve essere punito da Dio piuttosto che dagli uomini. Quando invece la vittima è un gentile, la cosa è ben diversa. Se un ebreo uccide un gentile è solo colpevole di un peccato contro "le leggi celesti" ma non è punibile dal tribunale, dalla giustizia umana. Non è invece peccato causare indirettamente la morte di un gentile. Uno dei più importanti commentatori dello Shulhan 'Arukh spiega che quando si tratta di un gentile "non si deve alzare la mano su di lui", ma gli si può causare la morte indirettamente, per esempio, portando via la scala se è caduto in un pozzo o in una fossa profonda... e per questo non c'è nessun divieto, sempre che non si tratti di un'azione diretta". Ma se provocare indirettamente la morte di un gentile può causare lo scatenarsi dell'ostilità dei gentili contro gli ebrei, allora è vietato. Se un gentile commette un omicidio ed è sotto la giurisdizione ebraica dev'essere giustiziato in ogni caso, indipendentemente dal fatto che la vittima sia un ebreo oppure no. Comunque, se la vittima è un gentile e l'omicida si converte al giudaismo, non è soggetto ad alcuna punizione. Non è difficile capire il significato pratico che hanno questi precetti nella realtà contemporanea dello Stato d'Israele.
    Sebbene il diritto penale del paese non faccia distinzione tra ebrei e gentili, i rabbini ortodossi, che guidano le loro greggi sulla falsariga dell'Halakhah, la teorizzano e, soprattutto, la consigliano ai religiosi che sono nelle forze armate. Visto che persine la minima interdizione a uccidere i gentili si applica soltanto "ai gentili con i quali noi ebrei non siamo in guerra", vari commentatori rabbinici del passato giunsero alla logica conclusione che, in tempo di guerra, i gentili che appartengono a un popolo ostile agli ebrei possano, e persine debbano, essere sterminati. Dal 1973, questa dottrina è insegnata pubblicamente nelle guide spirituali dei soldati israeliani religiosi. La prima di queste esortazioni la troviamo ufficializzata in un opuscolo pubblicato dal comando della regione centrale dell'esercito di Israele, la cui giurisdizione comprende tutto il West Bank. "Quando le nostre forze - scrive il rabbino capo del Comando - incontrano civili durante i combattimenti o in un raid o nel corso di un rastrellamento, visto che non sappiamo con certezza se quei civili sono veramente innocui e non intendono né possono arrecarci danno, è permesso e persino doveroso ucciderli, come stabilisce l'Halakhah che autorizza e che esorta a uccidere tutti i buoni civili, cioè quei civili che danno l'impressione di essere buoni". La stessa dottrina la troviamo nello scambio di lettere tra un giovane soldato israeliano e il suo rabbino, pubblicato sull'annuario delle più prestigiose istituzioni universitarie, Midrashiyyat No'am, dove vengono educati i leader e gli attivisti del partito religioso nazionale e del Gush Emunim.
    Lettera del soldato Moshe al rabbino Shim'on Weìser

    «Con l'aiuto di Dio e in Suo onore, caro rabbino, prima di tutto mi permetta di chiederLe come stanno Lei e la Sua famiglia. Spero bene e anch'io, grazie a Dio, sto bene. Mi perdoni se non scrivo da tanto tempo. Talvolta penso a quel versetto dei Salmi (42: 2) "quando verrò e comparirò al cospetto di Dio?" Spero, anche se non ne sono sicuro, che verrò a trovarla durante una licenza. Devo proprio farlo. Nel nostro gruppo, è in corso un dibattitto sulla "purezza delle armi" e abbiamo discusso a lungo se è lecito uccidere gente disarmata, o donne e bambini. Dobbiamo forse vendicarci sugli arabi? Ciascuno di noi risponde a queste domande secondo il proprio modo d'intendere il problema. Per quanto mi riguarda, non sono riuscito a decidermi se dobbiamo trattare gli arabi come gli Amaleciti, cioè se siamo autorizzati ad assassinarli (sic!) finché la loro memoria sia cancellata sotto il ciclo, oppure se dobbiamo comportarci come in ogni guerra giusta, in cui si uccidono solo i soldati. Un secondo problema che mi assilla è se mi è permesso di rischiare la vita per salvare quella di una donna. Infatti, ci sono stati casi in cui le donne ci hanno tirato bombe a mano. Oppure, mi domando se mi è permesso di dare dell'acqua a un arabo se questi alza la mano in un gesto che può essere ingannevole, per uccidermi, come è successo. Chiudo con un affettuoso saluto al Rabbino e alla Sua famiglia». Moshe
    Risposta del rabbino Shim'on Weiser a Moshe

    «Con l'aiuto del cielo, caro Moshe, ti saluto. Comincio questa lettera di sera tardi anche se so che non potrò finirla entro oggi perché ho altre cose da fare e, soprattutto, perché vorrei scriverti a lungo per rispondere in forma completa alle tue domande. Per fare ciò devo copiare alcune delle riflessioni e precetti dei nostri saggi, di benedetta memoria, e interpretarli. Le nazioni non ebraiche hanno, rispetto alla guerra, una tradizione secondo cui la guerra ha le sue regole, come un gioco, regole come le hanno il calcio o la pallacanestro. Invece, secondo gli insegnamenti dei nostri saggi, di benedetta memoria, (...) per noi la guerra non è un gioco ma una necessità vitale ed è quindi soltanto su questa base che noi ebrei dobbiamo decidere come fare la guerra. Da un lato (...), sappiamo che se un ebreo uccide un gentile è considerato un assassino e, salvo il fatto che nessun tribunale ha il diritto di punirlo, la gravità del suo gesto è identica a quella di ogni altro assassinio. Però, in altri passi, troviamo che le stesse autorità (...) confermano quello che diceva il rabbino Shim'on: "è il migliore dei gentili. Ammazzatelo! È il migliore dei serpenti. Schiacciategli la testa!" Si può obiettare che l'espressione "ammazzatelo!", nel contesto degli insegnamenti del rabbino Shim'on è metaforica e non dovrebbe esser presa alla lettera. Potrebbe voler dire "opprimetelo!", o qualcosa di simile e, presa in questo senso, si eviterebbe la contraddizione con le autorità citate prima. Oppure, anche accettandola alla lettera, si può obiettare che l'espressione "ammazzatelo!" era un'opinione personale del rabbino contestata da altri saggi, doverosamente citati. Comunque, la spiegazione di questo dilemma si trova nel Tosafot da cui apprendiamo il commento alla formulazione talmudica della risposta al quesito su come ci si deve comportare noi ebrei nel caso che un gentile sia caduto nel pozzo. Non si deve aiutare, ma neppure spingerlo giù finché muore, il che vuole dire che non dev'essere salvato e neppure spinto alla morte direttamente. "Se questa formulazione è oggetto di obiezioni" - è scritto nel Tosafot - in un altro passo troviamo: "è il migliore dei gentili. Ammazzatelo!", e allora la risposta in esso contenuta è quella valida per lo stato di guerra... Dunque, secondo i commentatori del Tosafot, occorre far distinzione tra lo stato di pace e lo stato di guerra, per cui se durante il primo è proibito uccidere i gentili, durante la guerra ucciderli diventa un dovere religioso, mitzvah (...). Questa è la differenza tra un ebreo e un gentile: sebbene il principio "chiunque venga per ucciderti, uccidilo tu per primo" si applichi all'ebreo, come è detto nel trattato Sanhedrin del Talmùd (pag. 72A) si applica anche nel caso che si abbiano fondati motivi per ritenere che l'altro verrà ad ucciderlo. In tempo di guerra, si presume che il nemico voglia ucciderci, a meno che non sia assolutamente evidente che non ha intenzioni malvagie. Questa è la regola della "purezza delle armi" secondo la Halakhah che non ha nulla a che fare con la concezione estranea oggi seguita dall'esercito israeliano e che è stata la causa di tante perdite umane tra noi ebrei. Ti accludo un ritaglio di giornale con il discorso pronunciato al Knesset, la scorsa settimana, dal rabbino Kalman Kahana che dimostra con precisione, e con dolore, quante perdire ha causato "la purezza delle armi". Concludo sperando che questa mia lettera non ti sia sembrata troppo lunga. L'argomento è al centro di tutte le discussioni tra noi ma la tua lettera mi ha sollecitato ad affrontarlo globalmente. «La pace sia con te e con tutti gli ebrei. Spero di vederti presto, come tu dici. Il tuo Shim'on» (6).
    Risposta di Moshe a R. Shim'on Weiser
    «In Suo onore, mio caro rabbino, prima di tutto, spero che Lei e la Sua famiglia siano in buona salute. Ho ricevuto la Sua lunga lettera e voglio esprimerLe la mia gratitudine per l'attenzione che ha per me, tanto più preziosa perché so che Lei è in corrispondenza con tanta gente, oltre ad essere sempre occupato dagli studi. Per questo La ringrazio con tutto il cuore. Per quanto riguarda la Sua lettera, ecco come io l'ho capita: in tempo di guerra, non soltanto sono autorizzato ma addirittura tenuto ad uccidere gli arabi, uomini o donne, che mi trovo davanti, se c'è ragione di temere che, direttamente o indirettamente, partecipino alla guerra e, in qualsiasi modo, contribuiscano alle azioni dei nostri nemici. Per quanto mi riguarda, devo ucciderli anche se questo può comportare la disobbedienza al codice militare. Ritengo che questa questione della purézza delle armi debba essere affidata alle istituzioni scolastiche, almeno a quelle religiose, che dovrebbero prendere una posizione chiara sull'argomento, senza vagare nel vasto campo della cosiddetta "logica": si dovrebbero spiegare anche i modi con cui queste regole debbono essere messe in pratica.
    Infatti, e mi dispiace di doverlo dire, ho visto seguire vari generi di "logica" anche dai miei stessi commilitoni religiosi. Spero che Lei s'impegni a far capire, in modo chiaro e senza ambiguità, a tutti i nostri ragazzi la linea che seguivano i nostri antenati. Concludo sperando che, quando avrò completato il corso di addestramento, ossia il mese prossimo, potrò frequentare la Yeshiva, il collegio talmudico. Cari saluti Moshe».

    Naturalmente, questa dottrina dell'Halakhah sull'omicidio è in conflitto, in linea di principio, non soltanto con il codice penale israeliano, come del resto è accennato anche nelle lettere che abbiamo citato, ma anche con le regole militari ufficialmente in vigore. Comunque, questa dottrina influenza profondamente tutta l'amministrazione della giustizia, specialmente quella gestita dalle autorità militari. In tutti i casi in cui ebrei hanno assassinato civili arabi, sia in un contesto militare che in situazioni paramilitari, compresi stermini di massa come quello di Kafr Qasim del 1956, gli assassini o se la sono cavata senza noie giudiziarie o hanno ricevuto condanne mitissime e, subito dopo, assoluzioni talmente ampie da ridurre le pene praticamente a zero.

  7. #7
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    Predefinito

    ISRAELE deve espellere tutti gli arabi muslim di nazionalità israeliana xchè questa massa umana non è altro che la V° Colonna di Hamas



    x gaza e quelle 4 colline bruciate dal sole, la cisgiordania, se li possono tenere i muslim......

 

 

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