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    Banda Müntzer-Epifanio
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    Predefinito Petrolcrazia ovvero la politica energetica italiana in Uganda

    L'Italia in Uganda usa l'addestramento delle forze locali dell'Amisom per influenzare il giudizio del governo di Kampala sui diritti dell'Eni sul lago Albert. Cooperazione allo sviluppo o do ut des?
    Perchè l'Italia, per mezzo del ministro degli Affari Esteri Franco Frattini, avrebbe offerto le migliori unità dei carabinieri per addestrare le milizie ugandesi in forza all'Amisom (la missione dell'Unione Africana in Somalia)? La motivazione ufficiale addotta dalla Farnesina è quella del rafforzamento dei rapporti bilaterali fra i due Stati volto a contrastare il terrorismo internazionale. L'ipotesi sarebbe plausibile se non ci si accorgesse che la tappa ugandese, come tutto il tour africano, del capo della nostra diplomazia ha riportato a galla le speranze dell'Eni - l'ente idrocarburi a partecipazione statale - sulla possibilità di entrare ad operare nello Stato africano. Da Piazzale Mattei solo qualche settimana fa i vertici del colosso energetico si erano detti incerti sulla possibilità di poter acquistare i diritti per lo sfruttamento del 50 percento dei pozzi petroliferi nella Regione. "La partita è molto aperta" avevano sostenuto fonti vicine alla Farnesina prima del viaggio del capo della diplomazia italiana il quale, dopo l'incontro con il presidente Yoveri Kaguta Museveni, e con il ministro degli Esteri Sam Kutesa, ha sciolto ogni riserva confermando che "L'Eni ha un'offerta estremamente importante. Propone un investimento in Uganda che sfiora i 13 miliardi di dollari e che include la costruzione di una raffineria petrolifera e di una centrale elettrica". Per convincere l'establishment di Kampala a dare il via libera sull'affare, Frattini ha messo sul piatto una collaborazione militare che, se accettata, prevederà una cooperazione fra i nuclei scelti dei carabinieri e i 2500 militari ugandesi in forza all'Amisom. "Know how" in cambio di diritti sul petrolio oltre ai 21 milioni di euro deliberati nel biennio 2008-2009 per interventi dono nel Paese e l'annullamento totale - datato 17 aprile 2002 - dei 116 milioni di dollari di debito vantato dal nostro paese nei confronti del governo di Kampala.Aiutare l'Amisom nella lotta per la risoluzione della crisi in Somalia conferiscono buon senso ai propositi della politica estera italiana. Il problema è che questa logica del do ut des - tu mi concedi i diritti e io ti insegno a contrastare il terrorismo alla occidentale - sembra ridurre l'azione della nostra diplomazia ad un mercanteggiare degno dei migliori souk di Marrakech.Alla base del contenzioso c'è una manovra della società di San Donato Milanese che lo scorso dicembre aveva sottoscritto un contratto di prevendita da 1,5 miliardi di euro con la Heritage Oil per l'acquisto dei diritti sui blocchi 1 e 3A nei pressi del lago Albert. Sul buon esito della maxioperazione si è messa di traverso l'irlandese Tullow Oil, già padrona del 50 percento dei due blocchi, che ha vantato i propri diritti di prelazione sul lotto e bloccato, di fatto, la penetrazione commerciale dell'ente italiano nel Paese africano. L'unica possibilità per l'Eni di vincere la sfida è appesa alla posizione di diversi membri del gabinetto ugandese che hanno preannunciato il proprio "no" nei riguardi della possibilità che la Tullow detenga il 100 percento delle azioni sul petrolio locale.
    Dalla sua la Tullow ha assicurato che l'operazione d'acquisto sarà seguita da una successiva vendita a una o due major (gli analisti ipotizzano Total e Exxonmobil) per favorire il miglioramento delle infrastrutture nella Regione. Ciò potrebbe convincere i detrattori della Tullow all'interno dell'esecutivo a dare il via libera agli irlandesi e mettere in scacco l'Eni. Da parte sua il presidente Museveni ha fatto sapere, per bocca del suo portavoce Tamale Mirundi, di non avere "alcuna preferenza per l'una o l'altra societa e che la commissione petrolifera presso il Ministero dell'Energia sta vagliando tutte le questioni".
    L'ultima parola sulla possibilità di Eni di operare in Uganda spetta, a questo punto, al governo nazionale che proprio oggi, ha comunicato che si riunirà il 20 gennaio per decidere chi fra le due aziende vincerà la partita.

    Antonio Marafioti

    PeaceReporter - Petrolcrazia

  2. #2
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    Predefinito Rif: Petrolcrazia ovvero la politica energetica italiana in Uganda

    Come ho detto nel mio 3ad sul forum internazionale credo che in gioco ci sia molto di più degli 1,5 miliardi di barili del petrolio Ugandese... l'Uganda sia solo il punto di partenza, ma dietro c'è molto di più; c'è il controllo delle risorse energetiche dellafrica orientale, non solo Uganda ma anche e soprattutto Sudan e Ciad; è una regione, questa, in cui lo scontro geopolitico fra le varie potenze mondiali si fa sempre più aspro, e lo dimostra l'altissima instabilità politica che sta vivendo quella zona, con moltissimi focolai di guerra; inoltre, un altro punto importante è il controllo delle pipelines e delle rotte commerciali che porteranno quel petrolio ai paesi sviluppati (parlando dell'Uganda non ha uno sbocco sul mare, quindi servirebbe un oleodotto che trasporti il petrolio fino in Kenia e da lì via nave a tutto il mondo, ma potrebbero esservi anche progetti molto più ambiziosi).
    Chi vincerà questa sfida avrà il controllo geopolitico in un'area strategica per gli equilibri presenti e soprattutto futuri, pertanto l'Italia fa il suo gioco, come altri....e la cooperazione militare è un mezzo di scambio, che già altre potenze hanno ampiamente usato in Africa (ad es. la Francia). Poi c'è la Cina che utilizza principalmente la cooperazione economica sotto forma di costruzione di infrastutture....e gli Usa, che utilizzano il loro mezzo di persuasione preferito, le bombe (è notizia recente che Obama abbia minacciato l'Eritrea di intervento militare in quanto secondo gli Usa appoggerebbe i terroristi i Yemen e Somalia...chiedetevi qual'è il vero motivo di un possibile intervento, dando uno sguardo alla cartina geografica).

 

 

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