Orfani del Monopoli di tutto il mondo: unitevi!
di Carlo Bertani - 12/06/2006
Sarà proprio vero che il petrolio sale di prezzo? Non sarà, per caso, che siamo noi occidentali a “scendere”?
“Essenza, benzina o gasolina,
soltanto un litro: in cambio ti do Cristina.
Se vuoi la chiudo pure in monastero,
ma dammi un litro d’oro nero!”
Rino Gaetano – Spendi spandi effendi – 1977
Negli ultimi anni gli analisti economici internazionali attendono il crollo dell’economia mondiale, poiché la situazione economica della maggior potenza mondiale – gli USA – è prossima alla bancarotta: complesse alchimie finanziarie cercano di coprire ciò che oramai non è più possibile nascondere (a meno d’essere degli assidui fan dell’informazione di regime).
Con simili abissi di debiti – che comprendono il saldo con l’estero, il deficit di bilancio statale e l’indebitamento delle famiglie – non si tratta di stabilire “se” avverrà, ma “quando” avverrà. Insomma, il re è nudo ed oramai sono in tanti a gridarlo.
I recenti, violenti squilibri fra le monete e l’oro indicano non più il nervosismo del mercato, bensì una fase oramai parossistica, da “esaurimento nervoso” dell’economia internazionale.
In questo contesto, viene spesso incolpato l’alto costo dell’energia quale fattore che catalizza il disfattismo dei mercati, la loro “volatilità” e l’altalena delle borse.
Su questo primo aspetto ci sarebbe molto da approfondire, poiché – se per l’Europa e per gli USA il petrolio è veramente un freno economico – non sembra essere lo stesso spauracchio per la Cina. I cinesi vagano per il pianeta assicurandosi stock di petrolio a suon di dollari (ossia scambiando della carta) e non badano a spese: certo, meglio avere petrolio per far funzionare l’apparato produttivo che rettangoli verdi di dubbio valore.
Se Cina e Russia hanno oramai i forzieri colmi di dollari – circa 1.100 miliardi di dollari in biglietti verdi – altri hanno invece qualcosa che non teme le avventure monetarie e le acrobazie finanziarie, ossia le operazioni di “salvataggio” mediante le quali il governatore della FED Bernanke cerca di difendere latte e corn flake per milioni di prime colazioni – i pasti degli americani – anche per dopodomani.
1.100 miliardi di dollari sono un bel gruzzolo, niente da dire: grosso modo l’intero PIL italiano. C’è però qualcuno che li considera una miseria e punta più in alto, dove nessuna acrobazia finanziaria può arrivare.
Sappiamo che il mercato dell’energia è il più esteso del pianeta: considerando che il consumo energetico mondiale assomma a circa 10 miliardi di TEP[1] – e che il 65% dell’energia proviene da petrolio e gas – al prezzo di 70 dollari/barile il mercato di petrolio e gas vale all’incirca 3250 miliardi di dollari l’anno.
Ovviamente non tutta l’energia proviene dal petrolio, ma anche il gas – in quanto a prezzi – non scherza: considerando che produce – a parità d’energia prodotta – circa il 30% in meno d’anidride carbonica, il suo uso è molto gradito da chi deve mantenersi all’interno dei limiti imposti dal Protocollo di Kyoto.
Si comprende allora facilmente come la Russia sia riuscita in pochi anni a pagare l’intero debito estero ricevuto in eredità dall’URSS ed a raggranellare forzieri di dollari nelle casse dello Stato: per farlo ha dovuto dissotterrare il fantasma di Stalin e spedire gli ex oligarchi dell’energia in “vacanza” in Siberia, ma non andiamo troppo per il sottile, oggi non sono più comunisti. Lo erano allora? Sono tornati ad esserlo sotto mentite spoglie? Non lo sono mai stati? Chi ha tempo da perdere può divertirsi con questi divertenti sillogismi.
Forse qualcuno storce il naso per le non proprio “limpide” democrazie russa e cinese ma, suvvia – pecunia non olet – e, compiendo una profonda genuflessione di fronte al rubinetto del metano che abbiamo sul balcone, possiamo anche trascurare qualche dimenticato miliardario che conta lo scorrere dei tramonti in un carcere siberiano. Mica sovietico eh? Russo, non scherziamo.
Quei 3.250 miliardi di dollari sono la cifra che ricevono ogni anno che passa Russia, Arabia Saudita, Venezuela…e tutta l’allegra brigata del petrolio e del gas.
Sappiamo che le riserve non sono infinite, e possiamo anche ipotizzare quanto dureranno ancora: agli attuali ritmi d’estrazione avremo ancora pressappoco 40 anni di petrolio e 60 di gas. Per ora non consideriamo il carbone, poiché se dovessimo trasformare i 200 anni d’estrazione che ancora rimangono in energia faremmo prima a cacciarci direttamente il tubo di scappamento in bocca. Se non altro, si soffrirebbe di meno.
Facendo una media empirica fra i due più importanti combustibili fossili possiamo affermare che ne avremo ancora per circa 50 anni: chi ha meno di quarant’anni può iniziare a preoccuparsi.
La “torta” dell’energia – ossia la ripartizione dell’energia per fonti (a grandi linee) – è semplicissima: 5% cadauno per l’idroelettrico ed il nucleare, 25% ciascuno per carbone e gas ed il restante 40% al re petrolio. Se avanza qualche decimale possiamo assegnarlo alle energie rinnovabili, che nell’attuale panorama non contano praticamente niente.
Quei 3.250 miliardi di dollari l’anno, per cinquant’anni di futura estrazione, fanno la bella cifretta di 162.500 miliardi di dollari. Per mettere insieme 162.500 miliardi di dollari i cinesi devono lavorare per circa 20 anni, gli americani circa 15, ma per gli americani non c’è problema: ci pensa papà Bernanke a stampare dollari (di carta) per comprare petrolio (vero) che serve per riscaldarsi e viaggiare in automobile, mentre con la carta si va poco lontano. Finché dura la cuccagna. E, attenzione: lavorare tutto quel tempo solo per pagare l’energia.
Qualunque sia il nostro orientamento politico, di quella bella cifretta non riusciamo nemmeno ad individuare una corrispondenza in beni: 325 milioni d’appartamenti a Manhattan? 3 milioni di caccia F-16 o Su-27? 15.000 portaerei? Niente da fare, sono cifre da capogiro.
Anche il carbone – però – fa la sua parte, ed il 25% dell’energia prodotta nel pianeta viene ricavata dal carbon fossile: circa 3.500 milioni di tonnellate di carbone sono bruciate ogni anno nelle centrali termoelettriche per produrre energia[2].
Il carbone costa assai di meno del petrolio: se una tonnellata di petrolio costa circa 500$, per il carbone ne basta circa la metà, ossia 250$, comprendendo anche le cosiddette “carbon tax” per l’alto inquinamento che comporta l’uso di questa fonte.


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