Sulla testa dei tassisti
Galapagos
E’ quasi un evento eccezionale che il direttore de Il sole 24 ore firmi l’editoriale. Ieri lo ha fatto con un articolo dal titolo significativo «Professioni, perché vanno ascoltate». De Bortoli pur riconoscendo il diritto del governo a governare, rilancia la necessità della concertazione che deve essere garantita a tutti e non solo ai sindacati. Una marcia indietro dopo i commenti ultrapositivi del primo giorno sull’inizio delle liberalizzazioni.
Ma Il sole è il quotidiano dei professionisti e il buon senso di De Bortoli deve necessariamente coniugarsi con i problemi di bottega.
Stesso argomento nell’editoriale de Il Corriere della Sera: Pietro Ichino fa lezione di democrazia ai tassisti che bloccano un servizio pubblico contro i loro
stessi interessi. Questa storia dei taxi è curiosa: in tempi non sospetti era stato Giavazzi a identificare nei tassisti il nuovo nemico di classe che si oppone alla modernizzazione - le liberalizzazioni - e che sottrarre risorse ai clienti, offrendo spesso unpessimo servizio,come dimostra una campagna de la Repubblica.
I tassisti a molti non sono simpatici, ma il fuoco di sbarramento appare eccessivo e eccessivamente pericoloso. Il decreto legge del governo (ma dove sono i motivi di urgenza?) porterà a una precarizzazione dei tassisti. Il modello è quello degliUsa dove il capitalismo è presente anche nel settore delle auto pubbliche. Certo, in Italia ci saranno maggiori garanzie, ma perché sono state introdotte le licenze a pagamento oltre a quelle programmate dai singoli comuni? Se la programmazione è ben fatta, non c’e' assolutamente bisogno di assegnare nuove licenze che porteranno esclusivamente a uno sfruttanto esasperato dei lavoratori con forme, oltretutto, di precarizzaione di chi guida. Il che potrebbe portare a rivolte rivolte clamorose come è accaduto a New York, città sempre citata per l'abbondanza e il basso costo delle yellow car. I taxi non possono risolvere il problema della mobilità pubblica.
Crederlo sarebbe come passare per buona la famosa frase di Maria Antonietta («se non c’è pane mangiate brioches»). Insomma, i taxi sono ancora una questione d’elite sui quali più che la politica salgono i politici che non a caso sono molto disturbati dalla protesta.
Il taxi supplisce a volte alle carenze del trasporto pubblico, ma non lo può
sostituire. Nonostante gli sforzi di alcuni comuni, il trasporto pubblico fa schifo
e dannegia i consumatori almeno quanto il corporativismo dei tassisti. I
quali, in totale, almeno nelle città interessate alla protesta sono meno di 12
mila.Ma sono uomini in carne e ossa e non multinazionali, farmacie o banche
e asicurazioni chehanno fatto dell’opacità la loro regola di condotta con contorno di ricchi profitti.
L’unico torto dei tassisti èdi avere fatto di una licenza amministrativa un bene
disponibile. E questo ha alimentato un vergognoso mercato delle licenze
nelle quali c’è chi si è indebitato per potersi comprare un lavoro.Bastava bloccare questo mercato («la vendita è la nostra liquidazione», si giustificano
molti tassisti) ma nesun comune ha mai perseguito questa semplice regola.
Dietro la liberalizzazione delle licenze c’è il rischio di una liberalizzazione
selvaggia del mercato del lavoro. Non è un caso che nessuno o quasi parli più
della necessità di buttare mare la legge 30. Di più, c’è il rischio con la scusa delle corporazioni si arrivi a fare come negliUsa a inizio ’900: la prima legge antitrust fu varata per bloccare i sindacati.


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