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    Predefinito Il ruolo dei parlamentari meridionali a Torino ex capitale

    I deputati meridionali che giunsero a Torino, nel febbraio 1861, per l’inaugurazione del nuovo parlamento erano tutti accesi filopiemontesi e avevano avuto una parte molto rilevante nel favorire la conquista savoiarda prima screditando il governo meridionale e poi collaborando con l’invasione. La maggior parte, pur di rimanere nel gruppo di potere, chiuse tutti e due gli occhi di fronte all’annientamento economico e civile del Sud con un atteggiamento che è perdurato fino ai giorni nostri. Ma alcuni di loro fecero eccezione, presentando coraggiose interpellanze per difendere gli interessi del meridione: ne selezioniamo alcune divise per argomento : 1) riguardo lo stato delle finanze il deputato pugliese Valenti così dichiarava nella seduta del 3 aprile 1861 (atto nr.52): "Sotto i Borboni pagavamo gli stessi e forse minori pesi che paghiamo adesso. I Borboni mantenevano un’armata di 120 mila uomini (…) ponevano fondi in tutti i banchi all’estero, dotavano largamente la figliolanza e tuttavia il tesoro era fiorente" e il 4 dicembre il deputato Ricciardi così si esprimeva (atto nr.340): "Come mai questo paese le cui finanze erano così floride, la cui rendita pubblica era salita al 118 è in così misera condizione? "
    2) riguardo la sicurezza personale il deputato siciliano Bruno così dichiarava nella seduta del 4 aprile 1861 (atto nr.53): "La Sicilia sotto i Borboni offrì per molti anni l’edificante spettacolo che furti non ne succedevano assolutamente e si poteva passeggiare per tutte le strade, ed a tutte le ore senza la menoma paura di essere aggrediti né derubati".
    3) riguardo la proposta di legge abolitiva dei vincoli feudali in Lombardia il deputato Zanardelli così dichiarava il 7 maggio (atto nr.113): "La legge napoletana su tal proposito fu fatta nel 1806, in un tempo non di rivoluzione ma di restaurazione, in un tempo in cui i feudi venivano restaurati in Lombardia (…) e questa legge nella patria di Vico, di Mario Pagano e di Filangeri fu chiamata, anche dal Colletta, argomento al mondo di napoletana civiltà".
    4) riguardo la connivenza con i Piemontesi dell’alta ufficialità borbonica prima dell’invasione il deputato Ricciardi così ebbe a dichiarare il 20 maggio 1861 (atto nr.140): "Appena reduce dall’esilio giunsi in Napoli (…) io feci la propaganda nelle caserme a rischio di farmi fucilare (…) gli ufficiali rispondevano: noi saremmo pronti ma i nostri soldati sono talmente fanatizzati che ci fucilerebbero (…) Ma vi pare che senza il lavoro segreto di questi ufficiali, senza il nostro lavoro, avrebbe mai potuto entrare Garibaldi in Napoli, città di mezzo milione di abitanti, con 4 castelli gremiti di truppe? Egli entrò solo in Napoli perché noi liberali, con un buon numero di ufficiali, glie ne aprimmo le porte"
    5) riguardo lo strozzamento dell’economia meridionale e la piemontesizzazione: nella seduta del 20 novembre 1861 (atto nr.234) il deputato di Casoria, Proto, duca di Maddaloni, propose il distacco dell’ex Regno di Napoli dal Regno d’Italia e accusò apertamente il governo piemontese di avere invaso e depredato il Napoletano e la Sicilia: "Intere famiglie veggonsi accattar l'elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per gli uffici e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest'uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose: burocrati di Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani. Anche a fabbricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani. A facchini della dogana, a camerieri, a birri vengono uomini del Piemonte. Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le provincie meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala". La presidenza della Camera invitò il deputato a ritirare la sua mozione ed egli il giorno successivo per protesta rassegnò le dimissioni. Il 4 dicembre il deputato Ricciardi (atto nr.340) insiste sull’argomento: "Due sono le principali piaghe di quelle provincie (…) la piaga morale è l’offesa profonda recata a sette milioni d’uomini (…) un paese che per otto nove secoli è stato autonomo, ad un tratto ridotto a provincia, un paese che vede distrutte per via di decreti le sue antiche leggi, le sue antiche istituzioni certamente non può essere contento. Aggiungete la invasione d’impiegati non nativi del paese i quali non sono veduti troppo di buon occhio (…) quanto alla piaga materiale la miseria è grandissima (…) e poi, e io ve la dico schietta, da Torino non si governa l’Italia, da Torino non si regge Napoli: questa è la mia convinzione profonda; in questo sta la radice di tutti i nostri mali" Il 20 dicembre il deputato San Donato (atto nr.340): "Tutti gli impiegati che da Torino si sono mandati a Napoli non solo sono stati promossi di soldo, ma si è loro accordata, sul tesoro napoletano, due, tre, sino quattrocento franchi al mese di indennità, mentre ai Napoletani traslocati in Torino nulla si è dato non solo, ma lo sono stati con gradi e soldi inferiori a quelli che lasciavano in Napoli". Nella stessa seduta il deputato Pisanelli: " Non vi è istituzione pubblica, collegi, università, amministrazione, educandati ecc. ecc., a Napoli, che non sieno stati sciolti, unicamente perché non avevano i regolamenti piemontesi. Il ministro della Marina signor Menabrea ha invitato 43 nobili padri di famiglia a ritirare dal collegio di marina i loro ragazzi (che essi vi tenevano da tre o quattro anni messi al tempo dei Borboni), unicamente perché gli è piaciuto dire che questi erano entrati nel 1858 quando a Napoli non vi erano regolamenti piemontesi ". Il 2 febbraio 1867 il conte Ricciardi, eletto a Foggia, e uno dei più tenaci difensori degli interessi del Sud si dimette da deputato, così motivando: "Dopo sei anni di lotta mi persuasi che l’opera mia in Parlamento si riduceva ormai ad un inutile sfogo (…) una opposizione divisa e acefala (…) una maggioranza impotente al bene (…) il governo di nulla di grande e fruttifero mostrasi iniziatore. Continuando io alla Camera mi assumerei una responsabilità tristissima; meglio sarammi tornare all’antico ufficio di scrittore, più umile, ma certo più utile, consolandomi alquanto dè mali di cui sono testimone, di aver fatto ogni sforzo per evitarli ". Più tardi un unitarista convinto come Giustino Fortunato, nella lettera a Pasquale Villari n. 89 del 2 settembre 1899, scrive: "L’unità d’Italia (...) è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali". Gli fece eco Gaetano Salvemini (1900): "Se dall’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata (…) è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone". Sempre Fortunato in un’altra lettera del 1923 diretta a Benedetto Croce scriveva : "Non disdico il mio "unitarismo". Ho modificato soltanto il mio giudizio sugli industriali del nord. Sono dei porci più porci dei maggiori porci nostri. E la mia visione pessimistica è completa".

    saluti

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  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da tigersuite
    Ho modificato soltanto il mio giudizio sugli industriali del nord. Sono dei porci più porci dei maggiori porci nostri. E la mia visione pessimistica è completa".
    Non sono cambiati.

  3. #3
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    Predefinito La Politica Fiscale unitaria

    Nelle Due Sicilie, la tassazione complessiva raddoppiò in soli sei anni dall’annessione (da 14 lire pro-capite del 1859, alle 28 del 1866)

    Tav.5 - Le imposizioni fiscali al Sud subito dopo la conquista piemontese


    Imposta personale

    Tassa sulle successioni

    Tassa sulle donazioni, mutui e doti; sull’emancipazione ed adozione

    Tassa sulle pensioni

    Tassa sanitaria

    Tassa sulle fabbriche

    Tassa sull’industria

    Tassa sulle società industriali

    Tassa per pesi e misure

    Diritto d’insinuazione

    Diritto di esportazione sulla paglia, fieno, ed avena

    Sul consumo delle carni, pelli, acquavite e birra

    Tassa sulle mani morte

    Tassa per la caccia

    Tassa sulle vetture

    Accorpando i dati complessivi sulle imposte, dividendoli per categorie di entrate, notiamo che nel periodo 1861-1873 le imposte dirette davano la metà delle entrate fiscali delle indirette, che com’è noto colpiscono i consumi e quindi gravano proporzionalmente di più sui redditi più bassi. Ma non è tutto, le imposte dirette erano proporzionali e non progressive rispetto al reddito individuale per cui i cittadini con poche sostanze e le classi agiate pagavano la stessa aliquota fissa di tasse.La politica fiscale perseguita dallo Stato unitario fu, poi, un caso di vero e proprio drenaggio di capitali dal Sud verso il Nord, infatti, la pressione fiscale in agricoltura crebbe nel regno d’Italia in maniera sperequata, così, mentre nelle Due Sicilie si pagano 40 milioni d’imposta fondiaria, nel 1866 se ne pagheranno 70, contro i 52 del Nord. La differenza è anche più evidente se si considerano le aliquote per ettaro: nelle province di Napoli e Caserta si pagavano 9,6 lire per ettaro, contro la media nazionale di 3,33. Lo stesso avveniva per le tasse sugli affari che incidevano per 7,04 lire pro-capite in Campania, contro 6,70 in Piemonte e 6,87 in Lombardia . In seguito, quando si pose il problema di perequare l'imposta nelle province (Lombardia, Napoletano) che pagavano di più [l’imposta non era sul reddito, ma si stabiliva, secondo certi parametri, su base regionale], il risultato fu che le tasse diminuirono in Lombardia ed aumentarono nel Napoletano . Si calcola che l’ingiustizia fiscale sia costata al Sud 100 milioni/anno e che quest’ultimo abbia ricevuto dall’erario nei primi 40 anni dell'Unità meno di quanto sborsasse; anche dopo le cose non cambiarono, così, nel primo decennio del secolo ventesimo, una provincia depressa come quella di Potenza pagava più tasse d’Udine e la provincia di Salerno, ormai lontana dalla floridezza dell'epoca borbonica essendo state chiuse cartiere e manifatture, pagava più tasse della ricca Como . Non è tutto: il 18 febbraio 1861 fu abrogato il Concordato in vigore tra le Due Sicilie e lo Stato della Chiesa. I beni ecclesiastici furono espropriati e venduti, fruttando allo Stato unitario oltre 600 milioni . Gli acquirenti furono i borghesi liberali che se ne impossessano a prezzi irrisori, i capitali del Sud furono così rastrellati e resi disponibili per l’imprenditoria del nord, mentre al Sud si ebbe un incremento dei latifondi , sottraendo ai contadini gli "Usi Civici". Indicative sono le cifre delle espropriazioni per il mancato pagamento di tasse (da una per ogni 27mila abitanti nel Piemonte e Lombardia, si passa ad una a 900 per Puglia e Lucania e una a 114 in Calabria)


    ciao

 

 

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