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  1. #1
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  2. #2
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Rif: Global Warming, rivedere le stime.

    Chissà perchè non mi stupisco...

    Chi non legge solo gli allineati al verbo di giullari come gli Al Gore e o i Realacci, chi si informa oltre la mera propaganda le cose le sa e che dietro all'affaire global warming ci potessero essere una manica di imbroglioni oltre che di cialtroni era più che una ipotesi (basti pensare alla banda a delinquere chiamata Ipcc e a tutti gli interessi sottesi).

    Hanno trovato il loro ennesimo giocattolino per fare quello che hanno sempre fatto e sperano di continuare a fare: aumentare il potere dei soliti noti, aumentare l'intrusione nella vita dei cittadini, dei contribuenti e degli imprenditori, aumentare il potere di politicanti e burocrati che ci sguazzano, e soprattutto a corollario di tutto ciò aumentare la pressione fiscale, le tasse e la burocrazia, il tutto facendo credere ai sudditi di fare il loro bene! In pieno stile 1984.
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  3. #3
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Rif: Global Warming, rivedere le stime.

    L'afa e l'omega

    Che cosa c’è dietro al fatto che l’arrivo del caldo d’estate diventa notizia da prima pagina

    L'afa e l'omega - [ Il Foglio.it › La giornata ]

    Che a metà luglio “arrivi il caldo” è qualcosa che di per sé dovrebbe rientrare nella grande categoria delle cose ovvie, come che in America tutti guidano auto grandi (in attesa di quelle elettriche volute da Obama) o che di sera fa buio. Eppure ieri la notizia era sulla prima pagina del Corriere della Sera (e ha occupato per buona parte della mattinata l’apertura del sito Internet del giornale di via Solferino): “Ora arriva il caldo, fino a 40 gradi”. Che un’ovvietà diventi notizia da prima pagina è certamente curioso, e negli ultimi tempi non più spiegabile solo con la carenza di notizie durante i mesi estivi o col fatto che la gente parla volentieri del tempo che fa quando deve intrattenere un conoscente.

    Restando nel paradosso si potrebbe dire che se il caldo a luglio fa notizia è perché il molto paventato riscaldamento globale non si sente poi così tanto, ma è vero che, come spiega al Foglio Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni, “parlare di caldo vuol dire ormai parlare di politica”. Senza disseppellire torbide dietrologie è facilmente osservabile che parlare del clima fa scattare in chi ascolta una serie di tic che conducono il pensiero all’ambientalismo tanto di moda: leggendo che “arriva l’afa” il primo pensiero non è più il ventilatore da comprare al più presto, ma tutta quell’anidride carbonica che dovremmo smettere di produrre.

    Anche il giornalista collettivo (perché quello del Corriere di ieri è solo un esempio di un esercizio sempre più praticato dai media di tutto il mondo) è colpito dalla sindrome catastrofista, soprattutto da quando non ci è più dato di leggere la parola “clima” senza accanto la parola “allarme”. Secondo Riccardo Cascioli, giornalista e presidente del Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo, “è il clima culturale che fa scattare questi meccanismi; viviamo in un’isteria collettiva per cui se d’inverno fa freddo bisogna subito interpellare l’esperto che ci spieghi perché, e lo stesso vale per quando fa caldo a luglio o agosto”.

    Dopo avere passato i giorni del G8 a scrivere che Obama e gli altri grandi “abbasseranno” la temperatura del globo bisogna pur dare forza alla notizia, e sulla carta stampata ripetere le cose dà la forte sensazione che queste siano vere. Certamente non è per caso che le notizie dei ghiacciai che si sciolgono escano tutti gli anni ad agosto: se durante una delle intense nevicate dello scorso inverno avessimo letto sui quotidiani che c’era il problema del riscaldamento globale non saremmo rimasti particolarmente scossi. Leggerlo a luglio fa invece guardare con occhi pieni di speranza alla conferenza sui cambiamenti climatici di Copenaghen di fine anno in cui il mondo sarà salvato e finalmente in estate la smetterà di fare caldo.

    Piero Vietti

    14 luglio 2009
    Ultima modifica di Bèrghem; 21-01-10 alle 19:39
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  4. #4
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Rif: Global Warming, rivedere le stime.

    Solo qualche mese fa nell'ultimo inverno...

    Granitiche certezze verdi e previsioni impossibili

    Al Gore fa nevicare negli Emirati

    Il Nobel parla del super caldo mentre la neve blocca Washington e due navi sono intrappolate nei ghiacci canadesi. La Casa Bianca vara decreti contro i gas serra mentre gli ultraecologisti sono assaliti dalla (fredda) realtà



    Al Gore fa nevicare negli Emirati - [ Il Foglio.it › La giornata ]

    Lunedì a Washington Barack Obama ha firmato due decreti per ridurre le emissioni di gas serra che stanno surriscaldando il pianeta, proprio mentre negli Emirati Arabi nevicava. Un evento talmente eccezionale che nel dialetto locale la parola “neve” non esiste. Due giorni dopo, mentre Al Gore parlava al Congresso chiedendo “azioni decisive contro il riscaldamento globale” Washington è rimasta bloccata dalla neve e neanche la battuta del presidente sulle scuole “che qui chiudono ai primi fiocchi” è riuscita a rendere meno surreale la situazione. Nello stesso momento alcune rompighiaccio cercavano a fatica di raggiungere due traghetti pieni di passeggeri rimasti intrappolati dai ghiacci alla foce del fiume San Lorenzo, in Canada. “Uno strato di ghiaccio così spesso a inizio anno non lo vedevamo da tempo”, commentava la gente del posto.

    Martedì la Bbc riprendeva un ennesimo studio di “esperti” che in poche parole diceva come il global warming sia ormai “irreversibile” e che quindi nessuna misura di controllo delle emissioni servirà a qualcosa. Un lungo articolo di Foreign Policy, bimestrale liberal americano di politica estera, spiegava nel frattempo come “gli scienziati sono tutti d’accordo” sull’origine antropica del riscaldamento globale e che “non c’è tempo da perdere” se vogliamo fermare i cambiamenti climatici. Due giorni fa l’ex scienziato dell’atmosfera della Nasa John S. Theon, da poco in pensione, si è definito “scettico” sulla questione e ha scaricato il catastrofista James Hansen, di cui Theon è stato capo, dicendo che “i suoi allarmi sul clima hanno imbarazzato la Nasa” e che Hansen andava “imbavagliato”. Oltre a prendersela con uno dei più stretti collaboratori di Al Gore, Theon ha anche criticato i modelli con cui la stessa Nasa studia e prevede il clima, definendoli “in parte non scientifici”. In contemporanea, il meteorologo J. Scott Armstrong ha pubblicato un elenco di otto ragioni per dimostrare che i modelli su cui lavorano i computer dell’Ipcc (il panel intergovernativo che studia i cambiamenti climatici, premio Nobel) mancano di basi scientifiche.

    Per fortuna, in soccorso dei catastrofisti più accesi, è arrivato un nuovo studio che spiega come finalmente anche l’Antartico si stia scaldando. Fino a ieri in effetti il global warming non era così “global”: l’Antartide era l’unica zona del pianeta a non scaldarsi e secondo le misurazioni si stava raffreddando. Ma anche per questo c’era una spiegazione. L’Antartide freddo era una sorta di eccezione che confermava la regola: “Rientra nelle previsioni”, si affrettavano a spiegare gli esperti. Ora però l’anello mancante è stato trovato grazie a due serie di dati differenti, le quali prese singolarmente parlano di raffreddamento, ma interpolate tra loro danno il sorprendente risultato di un inequivocabile riscaldamento del continente. L’unico dubbio che rimane, si chiede dandone notizia il meteorologo Guido Guidi sul blog climatemonitor.it, è come sarà spiegato questo “riscaldamento”, se fino a oggi era il “raffreddamento” a essere in linea con gli studi dei sostenitori del global warming.

    Le previsioni climatiche (come i fatti degli ultimi giorni fin qui raccontati) si avvicinano molto – per scientificità dell’approccio e del risultato – alle previsioni estive sul campionato di calcio che sta per iniziare: divertono e riempiono le discussioni al bar e in ufficio. Il caos in cui catastrofisti e scettici sono imbrigliati negli ultimi mesi (da quando cioè fa freddo nonostante che Al Gore dica che fa caldo) è la prova, secondo gli esperti che non militano in nessuna delle due squadre, che in realtà si sa troppo poco per trarre conclusioni definitive sull’influenza dell’uomo sul clima. Secondo un articolo di Newsweek del 1975, nel giro di dieci anni ci sarebbe stato un crollo della produzione di cibo dovuta al repentino raffreddamento del nostro pianeta. Nessun capo di stato però ascoltò gli esperti che chiedevano decisioni drastiche e immediate “per tenere testa ai cambiamenti climatici” e fermare i ghiacci che avanzavano inesorabili.

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

    di Piero Vietti

    30 gennaio 2009
    Ultima modifica di Bèrghem; 21-01-10 alle 19:40
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  5. #5
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Mar glaciale antartico più 4,7% dal 1980, dove sono i media?

    Mar glaciale antartico più 4,7% dal 1980, dove sono i media? | Astronomia.com

    Sì, avete letto bene. La quantità di ghiaccio marino in Antartide è aumentata di circa 4,7 per cento dal 1980. Eppure abbiamo tutti sentito parlare di aree relativamente piccole che sono in fusione.



    La scorsa settimana abbiamo letto un articolo sul crollo di un ponte di ghiaccio sul lato occidentale della Penisola Antartica, e che, se si dovesse sciogliere tutto il ghiaccio antartico, potrebbe aumentare il livello del mare di 47 metri.

    L’articolo non si è dato però la pena di ricordare che tutto il resto del mare glaciale Antartico è in espansione, e che, se tale trend dovesse continuare (cosa molto più probabile), ci sarebbe invece una autentica “caduta” di livello marino - diminuzione, per meglio dire - di ben 112 metri. Nell’emisfero sud, sarebbe sufficiente per essere in grado di camminare dall’Australia alla Tasmania. In quello nord, per far scomparire l’acqua dallo stretto di Bering, in modo di camminare dall’Alaska alla Siberia.

    L’articolo non si è dato la pena di ricordare che, fatta eccezione per la Penisola Antartica, il ghiaccio antartico è in crescita. Date un altro sguardo alla mappa (vedi sopra). Vedete quella piccola lingua di terra in alto a sinistra? Quella è la Penisola Antartica. Ecco, lì è dove il ghiaccio è in fusione. Ma per il resto dell’Antartide il ghiaccio è sempre più spesso.

    L’Antartide è grande il doppio degli Stati Uniti continentali, e la sua calotta ghiacciata contiene oltre il 90 per cento di tutto il ghiaccio del mondo. In altre parole, più del 90 per cento dei ghiacciai di tutto il mondo sono in crescita, e tutti abbiamo sentito parlare solo di quelli che sono in fusione. Come ho detto, “Dove sono i media?”. Nel marzo del 1980, il mar glaciale Antartico copriva 3,5 milioni di kmq. (1,6 milioni di miglia mq). Oggi ne copre cinque milioni di kmq. (1,9 milioni di mq miglia). Questo corrisponde ad un aumento di 1,5 milioni kmq. (386.000 miglia quadrate)!

    Volevo aggiungere che proprio nella zona di “fusione” in alto a sinistra è stato identificato un enorme vulcano sottomarino (vedi articolo in questo sito) che sarebbe la vera causa dello scioglimento locale. Ma anche in questo caso i “media” stanno zitti….

    Da Luca Romaldini, Martedì, 14 Aprile 2009
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  6. #6
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Rif: Global Warming, rivedere le stime.

    Clima top secret

    Tutto quello che diranno a Copenaghen è stato già detto

    Un rapporto inedito della Cia negli anni 70 diceva che il mondo stava per congelare

    Tutto quello che diranno a Copenaghen è stato già detto - [ Il Foglio.it › La giornata ]

    Secondo uno studio dell’Università del Wisconsin il clima della Terra sta tornando a quello dell’era neoboreale, un periodo di siccità, fame e scontri politici nel mondo. Il cambiamento climatico è iniziato nel ’60, ma in pochi se ne sono accorti. I monsoni africani hanno smesso di soffiare nel ’68, e porteranno i paesi in via di sviluppo alla rovina politica ed economica. Il clima è ora un fattore critico. Il periodo di clima neoboreale è giunto.
    Questa, in sintesi, l’introduzione di un rapporto della Cia del 1974 sui cambiamenti climatici. Un rapporto di cui sul Web circolava il solo titolo, non il suo contenuto.

    Maurizio Morabito, un ingegnere italiano che vive a Londra e gestisce due blog sul clima (uno in inglese, Omniclimate, e uno in italiano, iltafanoclimatico) lo ha trovato alla British library in formato microfilm: “In un articolo del Washington Post dell’ottobre 1976 si parlava di questo rapporto della Cia, all’epoca segreto, e in diversi articoli di quegli anni, da Newsweek al New York Times, si faceva riferimento a tematiche simili”. Effettivamente quel rapporto esiste, e Morabito lo ha trovato. Scorrendo le pagine di “A study of climatological Research as it pertains to intelligence problems” (questo il titolo del documento) ci si imbatte in previsioni e terminologie molto attuali, specialmente in questi giorni, ma trattate dalla parte opposta: guerre, carestie e cambiamenti climatici sconvolgeranno il mondo perché si è entrati in un’epoca di raffreddamento globale. Proprio così: secondo i climatologi più affermati all’epoca (c’è anche il direttore del Cru dell’Università dell’East Anglia, quella a cui pochi giorni fa sono state “rubate” le e-mail che documenterebbero i trucchi dei climatologi per “addomesticare” le temperature) parlano con sicurezza di “trend di global cooling”.

    Sembra di leggere un rapporto dell’Onu e della Fao di questi giorni: gli “impatti economici e politici di un cambiamento climatico significativo vanno oltre ogni immaginazione – scriveva la Cia – Ogni nazione che abbia conoscenza delle scienze atmosferiche deve contrastare questo cambiamento”. Ma soprattutto si parla della “possibilità di un conflitto internazionale” dovuto ai cambiamenti del clima entro gli anni 70. All’inizio degli anni 70 – continua il documento – si sono registrati l’aumento dei ghiacci e quello delle precipitazioni nevose fino al 15 per cento, in Canada e Groenlandia si sono susseguiti 19 mesi di temperature sotto la media e ogni nazione è stata attraversata da problemi di questo tipo. Come oggi si sente dire da esperti e storici che le grandi civiltà furono cancellate da periodi di caldo globale, gli esperti e gli storici dei primi anni 70 spiegavano che le cadute di “numerose e potenti civiltà del passato” sono avvenute in concomitanza con “global cool periods”, periodi di raffreddamento globale. Le previsioni degli esperti – riporta il rapporto della Cia – assicurano che il Canada, la parte europea dell’Unione sovietica e il nord della Cina “saranno coperti di neve e ghiaccio”.

    Gli studi che in questi giorni affollano le pagine dei giornali prevedono scenari apocalittici dovuti all’aumento della temperatura di due o tre gradi. Trentacinque anni fa gli studiosi prevedevano che con il semplice abbassamento delle temperature medie di un grado ci sarebbero state praticamente le stesse conseguenze. “Nelle successive decadi la scienza del clima ha fatto progressi – dice al Foglio Guido Guidi, climatologo e animatore del blog scientifico Climate Monitor – le paure e le fobie legate ai cambiamenti del clima evidentemente no”. Le stesse parole, le stesse conseguenze, lo stesso consenso. Nel documento si parla apertamente di “consenso” degli scienziati del clima: vengono citate le principali scuole di pensiero al riguardo e le conferenze sul clima da cui emergeva che gli esperti concordassero sul raffreddamento in atto: “Il mondo sta tornando al regime climatico che si ebbe tra il 1600 e il 1850 – si legge – chiamato la ‘piccola era glaciale’”.

    Paradossalmente, il consenso di allora era più credibile di quello attuale: all’epoca non esisteva un Ipcc (il panel intergovernativo creato dalle Nazioni Unite per studiare l’impatto dell’uomo sul clima), per cui il consenso si creava confrontando studi che arrivavano da tutto il mondo senza un ente centrale di controllo (e di censura). I sostenitori del riscaldamento globale causato dall’uomo hanno sempre negato che anni fa ci fosse un consenso tra scienziati sul raffreddamento globale. Questo rapporto della Cia dice il contrario e mostra come lo spauracchio dell’emergenza venga agitato con qualsiasi trend climatico. Gli scienziati che oggi non credono a un pianeta destinato ad arrostire per colpa nostra forse non hanno tutti i torti a dire di pensarci due volte prima di prendere decisioni basate su “certezze” che la storia del clima già ha smontato.

    di Piero Vietti

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

    ***

    Controinformazione

    Il pensiero unico a Copenaghen e l’altra verità

    Un editoriale catastrofista per 56 giornali

    Il pensiero unico a Copenaghen e l’altra verità - [ Il Foglio.it › La giornata ]

    La Conferenza sul clima di Copenaghen è fallita prima ancora di cominciare. Nelle intenzioni di tutti, da Obama a Lula, ha assunto caratteri grotteschi ieri mattina, quando sulle prime pagine di 56 quotidiani di tutto il mondo (Repubblica in Italia) è apparso lo stesso editoriale. La verità non ha bisogno del Grande Fratello, nasce dalla critica e dalle differenze; invece, come in un incubo orwelliano, l’ufficio per la propaganda sul riscaldamento globale ha dettato al giornalista mai così collettivo lo stesso allarme: “Ci resta poco tempo. Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta”. E’ il trionfo del pensiero uniforme in salsa apocalittica, sancito da quotidiani che hanno deciso di fare questo “passo senza precedenti” perché “l’umanità si trova ad affrontare una grave emergenza”.

    Muore così la scienza come congettura e confutazione, va in stampa l’apoteosi della pratica scientifica coatta: “La domanda non è più se la causa [del riscaldamento globale] sia imputabile agli esseri umani, ma quanto è breve il tempo che abbiamo a disposizione per contenere i danni”. E ancora: “Le possibilità che abbiamo di controllare [il clima] saranno determinate dai prossimi giorni”. Discorso chiuso, non c’è niente da verificare. C’è fretta.

    La propaganda funzionicchia: tutti abbiamo ormai imparato le parole d’ordine, subìto la lobotomia catastrofista: i mari si alzano, i Poli si sciolgono, Londra verrà sommersa, i bambini moriranno di fame. La colpa è dell’uomo che produce CO2 (che nell’immaginario è passata dall’essere un mattone fondamentale per la vita a “pericoloso inquinante”). Chi non ripete come un mantra questi concetti è uno scettico o addirittura un “negazionista”.

    A Copenaghen si deciderà poco, ma l’ambientalista collettivo continuerà a cercare di manipolare un pensiero (questo sì globale) in cui l’amore per il mondo – per il “creato”, come ha detto all’Angelus Benedetto XVI, prima di essere a forza arruolato da Repubblica come “il Papa verde ed ecologista” – è andato dimenticato, confuso con una “lotta ai cambiamenti climatici” che ha da tempo assunto i crismi di una religione che fa a pugni con la realtà (mai così pochi uragani come quest’anno, temperature che non salgono dal 1998 e ghiaccio in Antartide che aumenta, ad esempio) e i dubbi scientifici che ancora orbitano intorno alle teorie care ai delegati del summit danese.

    La poca rilevanza mediatica che – almeno in Italia – hanno avuto le e-mail fuoriuscite dal Centro di ricerca sul clima dell’Università dell’East Anglia, in cui alcuni tra i più noti climatologi del mondo si accordavano su come truccare i dati delle temperature globali, è un’altra pietra sulla tomba dello spirito critico e vigilante, che invece, soprattutto sul Web, sta tendando una ribellione abbastanza simile a una umanissima ricerca della verità. Il Foglio è stato il primo giornale in Italia e uno dei pochi nel mondo a parlare delle e-mail rubate la cui storia (il “Climategate”) ieri occupava l’apertura del New York Times. L’ha fatto non per cercare di costruire una controteoria negazionista dei teoremi catastrofisti, ma per spiegare che sull’argomento non si sanno ancora troppe cose per potere prendere con sicumera decisioni politiche ed economiche costose e magari non risolutive (come da tempo dice uno dei geofisici più seri, Franco Prodi). Con dati documentali, sono ormai in molti e autorevoli a rifiutarsi di cedere al richiamo ideo-politico dei guru e dei demagoghi politici alla Al Gore.

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
    Ultima modifica di Bèrghem; 21-01-10 alle 19:43
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  7. #7
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    Predefinito Rif: Global Warming, rivedere le stime.

    Not evil just wrong




    Adesso il mondo inizia a chiedersi: che fine ha fatto il global warming?

    Dal Monde alla Bbc, le temperature che non salgono più riaprono un dibattito che per tanti era chiuso




    Adesso il mondo inizia a chiedersi: che fine ha fatto il global warming? - [ Il Foglio.it › La giornata ]

    L’autorevole quotidiano francese Le Monde, mercoledì apriva la prima pagina con una grande foto di un iceberg in Groenlandia e un titolo a tre colonne su due righe: “Clima: il riscaldamento segna una pausa?”. L’articolo, pur sostenendo l’origine antropica del riscaldamento globale, spiegava che “le temperature potrebbero leggermente abbassarsi da qui a dieci-vent’anni”. Ecco perché “il dibattito tra gli esperti rende più difficile la conclusione di un accordo a Copenaghen”. Per “Copenaghen” si intende il grande summit mondiale che a dicembre vedrà tutti i paesi del mondo impegnati a firmare un documento comune per combattere i cambiamenti climatici. Il termine interessante nell’articolo del Monde è “dibattito”, parola che da qualche anno era scomparsa dagli scritti sull’argomento.

    Il dibattito – si diceva – è finito, ormai è chiaro che l’uomo è responsabile dell’innalzamento delle temperature sul nostro pianeta. Ultimamente, almeno fuori dall’Italia, sembra che questa non sia più una certezza: testate storicamente schierate con il catastrofismo spinto, sempre più scienziati e una grossa fetta di opinione pubblica stanno ritrattando la definitività delle loro posizioni. Ammettono cioè che forse il dibattito non è del tutto chiuso. Anche perché nel mondo fa freddo. Qualche esempio: la stagione calda 2008-2009 dell’emisfero sud della Terra ha fatto segnare un record non di poco conto: mai, da quando sono iniziate le misurazioni, era capitato che si sciogliesse così poco ghiaccio. In diversi paesi europei come l’Austria e la Polonia, nevicava a inizio ottobre, negli Stati Uniti si sono toccate temperature basse come mai negli ultimi cinquant’anni e in Alberta, Canada, non faceva così freddo dal 1928. “Che cosa è successo al Global Warming? Così le basse temperature stanno iniziando a scuotere la teoria del riscaldamento globale”, titolava il Daily Mail qualche giorno fa facendo eco al “Che è successo al global warming?” della Bbc della settimana prima. “Questo titolo potrebbe sorprendervi – scriveva l’articolista inglese – così come sapere che l’anno più caldo registrato globalmente non è né il 2007 né il 2008, ma il 1998. Eppure è vero. Negli ultimi undici anni le temperature non sono aumentate”.

    Negli stessi giorni, segnalato dal Times e ripreso dal Corriere della Sera, si scopriva che “il diario di Cook svela che il clima è immutato”. Cook è James Cook, famoso esploratore britannico di fine Ottocento. Le note metereologiche contenute nei suoi diari di viaggio e rilette oggi ci dicono che da una parte negli ultimi 190 anni il livello dei ghiacci della baia di Baffin si è ridotto in modo “lieve ma significativo”, ma altre misurazioni suggeriscono che la temperatura dei mari artici è cambiata di poco o niente e che nell’artico norvegese a inizio Ottocento le temperature rilevate in estate non erano molto più fredde di quelle registrate alla fine del Novecento.

    Che cosa significa tutto questo? Di sicuro che l’osservazione della realtà comincia a introdurre dubbi nelle previsioni fatte al computer con modelli non ancora verificati. Questo fa sì che i cosiddetti scettici si stiano liberando della definizione di “negazionisti” coniata per loro da chi riteneva chiuso il discorso sul clima e comincino a far sentire la loro voce. Il film “Not evil, just wrong” è un esempio in tal senso: uscito pochi giorni fa, è un contro-documentario che critica le “verità scomode” del lungometraggio con cui l’ex vicepresidente americano Al Gore vinse l’Oscar e il Nobel per la Pace nel 2007. Diretto da Phelim McAleer, “Non cattivo, semplicemente sbagliato” cerca di frenare l’isteria che il catastrofismo à la Gore ha generato negli ultimi anni. Al è in difficoltà, e non solo per la sorta di “nuvoletta di Fantozzi” che tradizionalmente lo accompagna quando parla di global warming in giro per il mondo (dove arriva lui si registrano quasi sempre temperature sotto la media), ma perché in troppi si stanno accorgendo delle esagerazioni apocalittiche che contraddistinguono i sostenitori del riscaldamento globale per cause antropiche: la scorsa settimana, dopo quattro anni passati lontano da domande scomode, Al Gore ha accettato di partecipare a una sorta di conferenza stampa in cui avrebbe risposto a tutte le domande dell’associazione dei giornalisti ambientali, la Society of Enironmental Journalists. A quell’incontro c’era anche, come membro effettivo dell’associazione, Phelim McAleer, regista di “Not evil, just wrong”, che a un certo punto ha chiesto la parola e, ottenutala, ha domandato ad Al che cosa pensasse dei “nove importanti errori” che un giudice inglese ha individuato nel suo film, tanto da vietarne la proiezione nelle scuole inglesi. Gore ha risposto dicendo che nelle scuole invece il suo film è stato fatto vedere, ma McAleer ha insistito, chiedendo al premio Nobel di entrare nel merito, volendo sapere se avrebbe fatto qualcosa per riparare a quegli errori. A quel punto McAleer è stato circondato da due energumeni che lo hanno invitato fisicamente a tacere, con – nitida – la voce di uno dei responsabili dell’associazione di giornalisti che, rivolto alla sala regia, diceva: “Kill the mic!”, “spegnigli il microfono”.

    Quando si alza il tono dello scontro si ammettono implicitamente delle difficoltà. Così il governo inglese guidato da Gordon Brown (che due giorni fa spiegava che se a Copenaghen non si raggiungerà un accordo la Terra ha i giorni contati) ha messo in onda uno spot dedicato ai bambini sui pericoli che derivano dalla produzione di CO2. Non riuscendo ad avere presa sugli adulti nonostante i messaggi sui media siano a senso unico (tutti i sondaggi dicono che la gente è più preoccupata di economia e terrorismo che dei cambiamenti climatici) provano a spaventarli fin da piccoli: nel commerciale andato in onda questa settimana si vede un papà che racconta la favola della buonanotte alla piccola figlia che ascolta la storia con volto spaventato: “Cera una volta un paese in cui il clima era diventato molto molto strano”, dice il babbo; gli scienziati avevano detto che la colpa era della CO2 e che per questo molte città sarebbero state sommerse e i bambini avrebbero perso i loro cuccioli travolti da catastrofi naturali. Come combattere tutto questo? Ad esempio spegnendo la luce in camera quando non serve. “C’è un lieto fine?”, chiede la bimba spaventata. “Dipende da te”, risponde la voce fuori campo. Oltre alla grossolanità della soluzione prospettata nello spot, questa campagna (costata sei milioni di sterline al governo britannico) ha scatenato le ire di moltissimi genitori oltre che dell’opposizione conservatrice: “Una pubblicità – ha detto Philip Davies – che rivela quanto logoro sia il punto di vista del governo se decide di spaventare i ragazzini per combattere il cambiamento climatico”. Ma il portavoce del dipartimento per il cambiamento climatico ha risposto che “per proteggere la prossima generazione dobbiamo motivarla”. Appunto, non terrorizzarla.

    Lo spot in questione è però in linea con gli allarmismi del premier inglese, che ha da poco dichiarato che “la Conferenza sul clima di Copenaghen è l’ultima possibilità per raggiungere un accordo globale, ridurre le emissioni ed evitare il disastro. Se non raggiungeremo un’intesa non ci sono dubbi: una volta che il danno delle emissioni è fatto, sarà troppo tardi”. In effetti col passare dei mesi l’appuntamento danese è passato da momento catartico e decisivo per il futuro dell’umanità a semplice punto di incontro dei vari potenti del mondo per riempirsi la bocca di clima. Così diversi politici già avvertono che non ci si deve aspettare molto da quello che nell’immaginario comune dovrebbe essere un “Kyoto 2”. Come nel romanzo di Michael Crichton “Stato di paura”, più il meeting sul clima si avvicina più i media rilanciano i disastri per spaventare l’opinione pubblica e incastrare Obama e compagnia alle loro responsabilità. Responsabilità (vere o presunte che siano) di cui già approfittano non pochi paesi poveri: a fine agosto dieci paesi africani si sono riuniti per chiedere ai paesi industrializzati 46 miliardi di dollari perché per colpa loro in Africa fa caldo. Se il conto non verrà pagato, hanno avvertito, Copenaghen rischia di saltare.

    In tutto questo per fortuna il dibattito sulle vere cause del global warming si è riaperto, e ciò non può che giovare alla causa. L’articolo del Monde, oltre a sostenere che lo stop al riscaldamento globale non significa assolutamente che l’uomo non ne sia il responsabile, ammetteva che questo “raffreddamento” potrebbe essere dovuto a cause naturali. E questa è una notizia: a leggere certe cose, negli ultimi tempi, sembrava che la natura fosse stata ormai sostituita in toto dall’uomo.

    di Piero Vietti

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    23 ottobre 2009
    Ultima modifica di Bèrghem; 21-01-10 alle 19:44
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

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    Climategate: rotolano le prime teste

    The Right Nation: Climategate: rotolano le prime teste

    Lo scandalo del “Climategate” inizia a fare le prime vittime illustri. A poco più di una settimana dal vertice internazionale sul clima di Copenhagen, Phil Jones, il direttore della Climate Research Unit della University of East Anglia è stato costretto a «fare un passo indietro» in attesa della conclusione di un’inchiesta interna avviata dalla stessa università. E, dall’altra parte dell’Atlantico, un’indagine analoga è in corso su Michael Mann alla Pennsylvania State University.

    Jones e Mann sono due figure assolutamente centrali
    nel dibattito - scientifico e politico - che circonda il global warming (o, come i climatologi mainstream preferiscono chiamarlo ultimamente, il climate change). Jones è il climatologo che possiede - ma sarebbe meglio dire “possedeva”, visto che nessuno alla Cru riesce più a trovarle - le serie storiche di dati sulla temperatura terrestre che sono alla base dei lavori dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’organizzazione internazionale creata nel 1988 dall’Onu per valutare i rischi dei cambiamenti climatici causati dall’attività umana. La stessa organizzazione che, nel 2007, ha condiviso con Al Gore il Premio Nobel per la Pace. Mann, invece, è il creatore dell’ormai celebre “hockey stick” (bastone da hockey), il contestatissimo grafico che dimostrerebbe - almeno visivamente - le responsabilità dell’uomo nell’aumento della temperatura terrestre degli ultimi decenni.

    I due climatologi sono anche gli autori del 12° capitolo del terzo rapporto Ipcc, pubblicato nel 2001, dal titolo più che significativo: «Identificazione dei cambiamenti climatici e attribuzione delle cause». Sono proprio Jones e Mann, dunque, i veri autori del mantra algoriano sulle cause umane del global warming, ripetuto ossessivamente nell’ultimo decennio dalla stragrande maggioranza dei mezzi d’informazione, dei partiti politici e dei movimenti d’opinione pubblica occidentali. E sono proprio Jones e Mann le prime due (finora potenziali) vittime di quello che è stato definito, forse prematuramente, «il più grande scandalo scientifico della storia». Ma facciamo un passo indietro.

    Lo scorso 21 novembre, un hacker (ma c’è anche di chi parla di un inside job) ha sottratto dai server della Climate Research Unit circa 172 di megabyte tra email interne e documenti vari. E li ha pubblicati online, non senza averne dato notizia a vari blog specializzati sul clima, in larga parte appartenenti al fronte degli “scettici”. Immediatamente, è partita una minuziosa analisi dei dati, che ha restituito un quadro inquietante dello stato in cui versa quella che Al Gore chiama «una scienza ormai consolidata».

    Dopo qualche giorno di scrutinio, sono iniziati ad emergere alcuni fatti inequivocabili. Partiamo dalle email, che rivelano l’esistenza di almeno tre gravi problemi. Il primo è gli scienziati della Cru, o almeno la maggior parte di essi, lavorava costantemente perché sulle riviste accademiche ufficiali venissero pubblicati soltanto gli studi favorevoli alla teoria Agw (Anthropogenic global warming), che stabilisce la responsabilità diretta dell’uomo nei cambiamenti climatici. Questi tentativi di mettere il silenziatore a qualsiasi ricerca “controcorrente”, arrivavano al punto di esercitare pressioni nei confronti dei redattori e dei responsabili delle riviste, il tutto condito da minacce di ostracismo generalizzato nei confronti delle riviste che manifestavano anche fugaci cenni di dissenso. Un’interessante scambio di email riguarda il sito RealClimate.org (fino a qualche settimana fa considerato dai più come una delle più affidabili risorse online sull’argomento), i cui responsabili offrono i loro “servigi” alla cricca della Cru, promettendo di “moderare” (si legga “censurare”) qualsiasi commento sgradito al “partito Agw”.

    In risposta a un articolo “scettico” pubblicato sulla rivista Climate Researchì, il direttore della Cru, Phil Jones, elabora strategie per «sbarazzarsi del pericoloso direttore» che ha avuto l’ardire di pubblicare una ricerca non perfettamente ortodossa. E Michael Mann replica: «Credo dovremmo smettere di considerarla una rivista legittima, incoraggiando i nostri colleghi della comunità scientifica a non proporre più articoli e a smettere di citarla nei loro lavori». Un perfetto caso di logica circolare. Lo scetticismo sul global warming (o sulle cause umane di esso) non è “scientifico” perché non è supportato da articoli pubblicati da riviste accademiche ufficiali. Ma se una rivista pubblica articoli “scettici”, allora diventa “non scientifica” per definizione. «Il mare è mosso perché Nettuno è infuriato. E come fai a stabilire che la causa del mare mosso sia il pessimo umore di Nettuno? Ma come, non vedi il mare com’è mosso il mare?». Pura scienza.

    In altre email, gli “scienziati” della Cru (sarà forse il caso di iniziare a utilizzare le virgolette), si scambiano consigli su come “taroccare” alcuni dati grezzi che contraddicono il graduale aumento delle temperature terrestri. Si ammette esplicitamente l’utilizzo di «trucchi» statistici per «nascondere il declino» delle temperature
    . Sarà poi il blogger (ed ex metereologo) Anthony Watts a spiegare i dettagli tecnici del “trucco”, che consiste nel mescolare selettivamente due serie differenti di dati sulla temperatura in modo da produrre un grafico globale che finisce nel modo preferito dall’establishment sul global warming: con la classica curva all’insù tipica dell’hockey stick.

    Dalle comunicazioni tra gli “scienziati” si percepisce anche una forte insicurezza di fondo sulla solidità delle stesse teorie su cui hanno costruito le proprie fortune, accademiche e finanziarie. «Dove diavolo è finito il global warming?», si chiede qualcuno dopo aver analizzato dati che dipingono un quadro generale di diminuzione delle temperature. E un articolo di Der Spiegel che sottolinea proprio questa tendenza al “raffreddamento globale” viene accolto quasi con terrore...

    Poi c’è un aspetto altrettanto inquietante che rischia in più di avere conseguenze penali (ed è al centro delle inchieste avviate dalle università britanniche e statunitensi): quello del deliberato occultamento di dati scientifici che potrebbero falsificare la teoria di fondo dell’Anthropogenic global warming. «I due MMs - si legge in una mail di Phil Jones - stanno inseguendo i dati delle stazioni Cru da anni. Se scoprissero che ora esiste un Freedom of Information Act anche nel Regno Unito, credo che cancellerei tutti i file piuttosto che darli a qualcuno». I due MMs non sono caramelle, ma Ross Mckittrick e Steve McIntyre, due degli esponenti di punta dei climatologi scettici. E ancora: Phil Jones, evidentemente pressato dai vertici amministrativi della Cru che lo spingono a rendere pubblici i dati per evitare polemiche e cattiva pubblicità, perde la pazienza e invita i suoi collaboratori a sbarazzarsi di tutte le email in cui questi dati sono stati allegati. E l’aspetto più interessante di tutta la vicenda è che, recentemente, la Cru ha ammesso che i “dati grezzi” su cui sono state elaborate tutte le teorie dell’Ipcc sono stati «inavvertitamente cancellati» durante l’ultimo trasloco di sede dell’organizzazione. Una coincidenza strabiliante. O un atto criminale di cui Jones dovrà rispondere, non solo nelle sedi accademiche.

    Fin qui, si tratta di email che dipingono un quadro disarmante della situazione. Ma c’è anche un’altra serie di “chicche” nascoste in uno dei documenti pubblicati online. Si tratta di un lungo file di testo denominato “Harry_Read_Me.txt” in cui, tra le linee di codice di un programma (scritto nel vecchio linguaggio fortran), il programmatore incaricato di «dare una sistemata ai dati» esprime tutta la sua frustrazione per essere costretto a lavorare con serie di dati incompleti, incoerenti e - in ultima analisi - del tutto inutilizzabili. Si tratta di commenti troppo tecnici per essere riportati in questa sede, ma dai quali si evince una realtà che gli “scettici” avevano intuito da tempo: quella sui cambiamenti climatici non è una «scienza consolidata», ma nella migliore delle ipotesi una “scienza neonata” in cui si avrebbero difficoltà quasi insormontabili nel ricostruire una serie di misurazioni coerenti e vagamente utilizzabili, figuriamoci nell’elaborare una teoria “perfetta” in cui si arriva perfino a stabilire un nesso di causalità. Eppure, negli ultimi anni, è accaduto proprio questo.

    Lo scenario che emerge dal Climategate è drammatico, ma semplice da raccontare. In ogni discussione sul global warming, nella letteratura scientifica come nei mainstream media, il risultato è sempre lo stesso: è colpa dell’uomo. Lo ha scritto Robert Tracinski su Real Clear Politics, «come i grafici sulla temperatura prodotti dalla Cru sono sempre truccati per far vedere la curva all’insù dell’hockey stick, ogni discussione sui cambiamenti climatici finisce con l’attribuire ogni responsabilità all’uomo; e ogni dato o lavoro scientifico che tende a falsificare questa teoria viene screditato come “non scientifico” proprio perché insidia questo dogma prestabilito». Ma le email (e i documenti) del “Climategate” dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo in presenza di un caso gigantesco di frode scientifica organizzata. Negli ultimi cinque anni, Phil Jones ha “raccolto” finanziamenti per 13,7 milioni di sterline dal governo britannico, grazie a dati falsi, minacce trasversali e trucchi statistici. Ed è stato trattato dall’opinione pubblica, manipolata da media compiacenti, come un eroe.

    Il danno, poi, potrebbe andare molto oltre questa piccola truffa milionaria, nel momento in cui una teoria non dimostrata (e probabilmente non dimostrabile) venisse utilizzata per introdurre gabbie legislative capaci di distruggere ricchezza per migliaia di miliardi, soltanto nel mondo occidentale. Proprio come rischia di accadere nei prossimi anni.

    Mercoledì 2 dicembre 2009

    iaociao:
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  9. #9
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    Gaffe dell'Onu sullo scioglimento dell'Himalaya



    Gaffe dell'Onu sullo scioglimento dell'Himalaya - [ Il Foglio.it › Cambi di stagione ]

    Capita, quando si parla di cambiamenti climatici e si criticano alcune "certezze" dei catastrofisti (siano esse lo scioglimento dei ghiacci o la fideistica credenza che la CO2 prodotta dall'uomo causi il global warming), di sentirsi criticare aspramente soprattutto sulla scorta di un ragionamento: se lo dicono gli scienziati dell'Ipcc, che sono tanti e sanno fare il loro mestiere, sarà vero per forza. Insomma, le previsioni sul futuro nero che ci aspetta derivano da studi approfonditi con tanto di peer-review: sono cioè rivisti e controllati da fior di esperti. Quindi, concludono i catastrofisti feriti dalle critiche, o ci dimostrate che c'è il complotto globale, o smettetela di dire che gli scenari che l'Ipcc ci rappresenta sono esagerati, se non falsi.

    Bene, è di questi giorni una storia che dimostra come, forse, effettivamente non c'è nessun complotto globale, ma che siamo al cospetto soltanto di cialtroni, e cialtroni pericolosi. Mi riferisco a quanto riportato ieri dal Times, e cioè che "l'allarme che il cambiamento climatico scioglierà la maggior parte dei ghiacciai dell'Himalaya entro il 2035 è da far rientrare dopo l'ammissione da parte delle stesse Nazioni unite di una serie di gaffe".

    In breve, e con ordine: nel 2007 l'Ipcc scrive nel suo report che i ghiacci della catena montuosa più alta del mondo si stanno sciogliendo molto in fretta. Sulla base di cosa viene lanciato questo allarme? Studi scientifici? Misurazioni satellitari? Analisi sul campo durate anni? Niente di tutto questo. La fonte di questa previsione – lo hanno ammesso gli stessi studiosi dell'Ipcc in questi giorni – è un'intervista al New Scientist (una popolare rivista scientifica) di un semi sconosciuto scienziato indiano, tale Syed Hasnain, che da poco ha ammesso che la sua era peraltro una "speculazione" non supportata da "alcuna ricerca formale".

    L'Ipcc, dopo qualche giorno di silenzioso imbarazzo, ha fatto sapere, per bocca del professor Murari Lal, che il capitolo sui ghiacciai himalayani sarà presto omesso dal report. Intanto però il danno è stato fatto. E' come ci si è arrivati che ha dell'incredibile. Lo stesso Hasnian nell'intervista (datata 1999) faceva riferimento a un report non rivisto da nessuno scienziato, che non parlava della totalità dei ghiacciai himalayani, né menzionava il 2035 come anno limite. Il report è rimasto in sonno fino al 2005, quando il Wwf lo ha citato in un documento sullo stato dei ghiacciai in Nepal, India e Cina. Il documento accreditava l'intervista di Hasnian e nel giro di poco tempo diventava una fonte chiave per l'Ipcc nel momento in cui Lal e i suoi colleghi hanno dovuto scrivere il capitolo sull'Himalaya. Una volta pubblicato, il report diceva che c'erano oltre il 90 per cento di possibilità che i ghiacciai si sciogliessero entro il 2035, se non prima.

    Come è potuto accadere tutto questo? Cattiva fede? Pigrizia? Non è chiaro. Fatto sta che su giornali e riviste si sono scritte pagine e pagine sull'Himalaya in fase di scioglimento per anni, si sono lanciati allarmi catastrofici e chiesto ai governi di cambiare le loro politiche economiche per impedire che questa meraviglia della natura scomparisse. Tutto inutile.

    Un'ultima curiosità: lo stesso Murari Lal, lo scienziato dell'Ipcc che ha supervisionato il capitolo sull'Himalaya, ha ammesso di non sapere molto sull'argomento: "Non sono un esperto di ghiacciai – ha detto – non ho visitato la regione e quindi ho dovuto contare su una pubblicazione credibile. I commenti nel report del Wwf erano fatti da un rispettabile scienziato indiano e pertanto era ragionevole pensare che lui sapesse di cosa stava parlando".

    Peccato che alla fine della storia si è capito che NESSUNO sapesse di che cosa stava parlando. Solo che il frutto di questa serie di errori è finita in un documento ufficiale delle Nazioni Unite sulla base del quale si porta avanti tutta la campagna contro l'uomo causa dei cambiamenti climatici. Quante altre cialtronerie contengono quei report che sono considerati il testo sacro di ogni catastrofista che si rispetti?

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

    di Piero Vietti
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  10. #10
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    Ottimi articoli Berghem!

 

 
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