Islam d'Italia, di Angela Lano (Edizioni Paoline, Milano 2005)

Recensione di Enrico Galoppini

Dopo il riposizionamento russo operato attraverso la Glasnost e la Perestroijka, gli Stati Uniti dovettero fare i conti con un problema non da poco: trovare un sostituto al famigerato «Impero del Male», ovvero a quell’Unione Sovietica sulla quale sempre poco ci hanno fatto sapere, a parte il fatto che da un momento all’altro avrebbe scatenato un conflitto nucleare, oppure ci avrebbe invaso mangiando tutti i nostri bambini ecc. Per quasi tutti gli anni Novanta, gli Stati Uniti – ovvero gli interessi da questi difesi - si trovarono effettivamente in seria difficoltà: mancavano sia il «nemico» esterno (l’Urss) che quello interno (i comunisti delle varie Nazioni europee).

Per di più, sul finire del XX secolo, pareva d’improvviso perdere ogni giustificazione la presenza reticolare di basi militari statunitensi e della Nato sul suolo europeo ed oltre. A rigor di logica, la Nato avrebbe dovuto sciogliersi come il Patto di Varsavia, e noialtri europei, al limite, avremmo potuto salutare i «liberatori» e dir loro: «Grazie per averci protetto e difeso. Arrivederci alla prossima volta, se ce ne sarà bisogno, e buon ritorno a casa».

Ma una scena del genere rientra, come minimo, nel genere della fantascienza, poiché come sempre più si sta delineando con la dottrina (e la pratica) dell’unipolarismo («o con noi o contro di noi»), gli Stati Uniti non si sono mai accontentati di un condominio con altre Potenze, mirando piuttosto al dominio unilaterale del mondo intero per meglio sfruttarlo a favore delle loro corporation. Più precisamente, essendo gli Stati europei (o meglio, quel che ne resta, a causa delle progressive ed ingiustificate concessioni di sovranità nazionale elargite da politici eletti non per fare questo), quale più quale meno, dei satelliti degli Usa, l’Africa trovandosi nel ben noto stato di predazione e il Sud America essendo all’epoca ancora il «cortile di casa», l’unico vero intralcio al dominio statunitense sul mondo erano la Russia e la Cina, le due grandi Potenze della massa continentale eurasiatica che gli Stati Uniti non sono riusciti a porre sotto il loro controllo dopo il 1945.

Con la Russia si pensava di aver chiuso la partita insediandovi Eltsin e gli oligarchi sionisti tesi alla distruzione dello Stato, ma a ‘rovinare tutto’ ci si è poi messo Putin, non per niente dipinto a tinte fosche da un apparato mediatico ‘internazionale’ controllato per intero da forze ad esso ostili; la Cina, invece, rimaneva ancora un miraggio, il mitico «mercato dell’Oriente» già oggetto delle cannoniere all’epoca delle Guerre dell’oppio e dei trattati-capestro, ma sfuggita di mano con la presa del potere da parte dei comunisti: oggi la Cina si è messa a giocare al «libero mercato» sbaragliando la concorrenza, e strategicamente ha chiuso il capitolo delle frizioni col grande vicino russo recependo lo slogan della «guerra al terrorismo» ma ribaltandolo di segno, ovvero individuando in chi grida «al lupo al lupo» la fucina dell’unico vero terrorismo, quello (del Dipartimento) di Stato.

Dunque, Russia e Cina sono al momento incontrollabili e non danno alcun segno di capitolazione. Gli sforzi degli Occidentali si sono perciò attualmente concentrati sugli Stati a ridosso dei due giganti eurasiatici, organizzando una serie di aggressioni e di golpe sempre ammantati da «esportazione della democrazia» (le cosiddette «rivoluzioni arancioni») (1), la parola d’ordine che ha cementato tutte le fazioni degli schieramenti liberaldemocratici al potere nei Paesi filo-americani.
Per poter condurre a buon fine tale disegno c’era però l’esigenza di risolvere un serio problema. Anzi due, uno pratico ed uno propagandistico. Il primo: sia la Russia che la Cina sono in un certo senso protette da una cintura di Paesi a maggioranza musulmana, dunque, per arrivare alle due prede ambite, si deve prima controllare quei territori che corrispondono agli attuali Siria, Iraq, Iran, Afghanistan, Pakistan ed ex Repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale. Il secondo: creare un’opinione pubblica adeguata allo scopo, quindi bisogna diffamare l’Islam. Si tratta, né più né meno, dello «scontro di civiltà». E che lo si persegua o lo si avversi, poco importa; l’essenziale è che la questione all’ordine del giorno resti il «problema islamico» (2).
Sempre nei primi anni Novanta, con le prime considerevoli (almeno per l’Italia) migrazioni di musulmani, l’Islam non era presentato come un «problema». Anzi, chi (legge e) ha buona memoria ricorderà un certo interesse dell’editoria italiana, con la pubblicazione di diversi manualetti, certo non esaustivi e sovente con varie inesattezze, ma la cui pubblicazione era tuttavia mossa da un intento perlopiù generoso: cercare di conoscere l’Islam e i musulmani, seppur dall’esterno. L’islamofobia, invece, era confinata negli ambienti che l’avevano sin lì coerentemente coltivata: ad esempio quelli del cattolicesimo integrale. I «progressisti», al contrario, non si erano ancora convertiti alla pseudo-religione edonistica dei «diritti umani», per cui una Fallaci come oggi la conosciamo era ancora impensabile.

Oggi, invece, «il problema» è l’Islam, e non passa giorno che non si assista a pretestuose iniziative mirate a stressare l’animo dei musulmani del mondo intero sperando in qualche loro reazione (vedasi la pubblicazione delle vignette), o, specularmente, ad altre iniziative, «di pace», «di dialogo», come se «il problema» fosse davvero quello «islamico», ovvero di carattere religioso, e non strategico e geopolitico, e più precisamente quello costituito dai burattinai dello «scontro di civiltà».
Stabilire l’identità di costoro non è difficile. Si sa che «tra i due litiganti il terzo gode»: se a litigare stanno mettendo il «mondo islamico» e il «mondo cristiano», i Paesi arabo-musulmani (che in parte formano, non lo si dimentichi, quella ‘cintura protettiva’ di Russia e Cina di cui parlavamo) e l’Europa, risulta evidente che il proverbiale «terzo che gode» sono il Sionismo e gli Stati Uniti.
Ora, questi due termini hanno bisogno di una breve puntualizzazione. Con Sionismo è da identificarsi una corrente di pensiero (ed una corrispondente impresa politico-militare) che travalica il mero ambito del Giudaismo quando attira a sé anche aspettative messianiche di ambienti cristiani, e serve precisi interessi strategici in un’area d’importanza capitale da un centinaio d’anni a questa parte. Quest’area, da quando è arrivato il Sionismo, non ha più avuto pace.

Il Sionismo, che nella «religione dell’Olocausto» ha oggi il principale motivo ideologico-propagandistico (3), è la vera credenza dell’Occidente filo-americano, con le sue élite che non credono ad altro con eguale zelo sebbene si dichiarino «cristiane». Tutto è criticabile radicalmente, ma il Sionismo no, perché smontandolo concettualmente e riducendolo ai minimi termini si scopre che nulla dei discorsi pubblicamente ammessi e «rispettabili» prende le mosse da questioni di principio, ma, al contrario, da sentimenti quali faziosità, opportunismo e piaggeria posti al servizio d’interessi stranieri che non sono quelli dei popoli europei (con l’eccezione di coloro che, morsi dalla ‘tarantola’ del Sionismo, hanno di fatto tradito se stessi, i loro conterranei, la loro storia e le loro radici). E a coronamento di un simile stravolgimento della realtà, le famose «radici giudaico-cristiane dell’Europa» vengono appunto a stabilire una irriducibile contrapposizione con l’Islam, che va espunto nella percezione della storia e della cultura di un’Europa ridotta ad «Occidente» (4).

Detto questo, si capisce cosa è da intendersi per Stati Uniti, i quali condividono col Sionismo vari miti fondatori (5), tra cui quello della «terra redenta» (con l’annessa brutta fine degli autoctoni): non di certo i cittadini degli Stati Uniti sino all’ultimo uomo, tra i quali - è quasi inutile sottolinearlo - vi sono stati e vi sono persone attente all’indipendenza e all’autodeterminazione dei popoli, quanto una sorta di Grande polizia superarmata (gli interventi di «polizia internazionale») al servizio delle corporation. Il Mercato come destino esistenziale e la «religione dell’Olocausto» come credo parodistico rappresentano il punto d’incontro della ricetta planetaria degli Stati Uniti e del Sionismo. Chi non ci sta è «fascista», «integralista», «terrorista», «fuori dal mondo civile». In una parola, «non umano».
Dunque, negli Usa e nel Sionismo possiamo individuare il braccio e la mente di un unico disegno. Per completare l’opera, nei Paesi arabo-musulmani viene incoraggiata l’ascesa al potere di élite «islamiste» in contrasto con i regimi nazionalisti più o meno laicizzati (e, va riconosciuto, più o meno antipopolari), le quali vengono presentate in termini estremamente allarmistici mentre, curiosamente, hanno le loro basi a Londra!
La sostanza di tutto ciò è che gli europei devono essere distratti dal vero «problema» che dovrebbe interessarli dalla mattina alla sera, ovvero la loro autodeterminazione, indipendenza, sovranità e libertà politica, economica, culturale e militare, per essere imbarcati in una Crociata senza Croce a beneficio del progetto Usa-sionista. In tale quadro, la nutrita presenza di sottili manipolatori e ancor di più di babbei ed utili idioti nella politica e nel mondo della cultura (sic) quali gli arrabbiatissimi Crociati dello Zio Sam (6), riveste un’importanza capitale nel mantenimento dello stato di tensione tra Europa e mondo islamico, tra nord e sud del Mediterraneo.

Contro il danno apportato da tali tristi figuri, fautori della «libertà d’espressione» quando si tratta d’infangare il sentimento religioso islamico ed impareggiabili struzzi quando uno storico finisce in galera per aver pubblicato studi che confutano la dimensione pretesamente storica della «religione dell’Olocausto» (7), giunge opportuno un libro-inchiesta dal significativo titolo Islam d’Italia, di Angela Lano, la quale da anni è impegnata nella divulgazione di un’onesta conoscenza della presenza islamica in Italia (8). Premesso che la cosa più importante è sempre l’esperienza reale, anche una buona conoscenza libresca non è cosa di poco conto: la conoscenza è il contrario dell’ignoranza, e come l’ignoranza sulle cose del precedente «Male assoluto», l’Urss, era evidentemente in funzione del mantenimento degli europei in uno stato di divisione e di sudditanza politica, economica, culturale e militare, la disinformazione sull’Islam e i musulmani è un momento essenziale della campagna ideologica e militare chiamata «scontro di civiltà» (9).

Dal libro di Angela Lano apprendiamo che i musulmani sono una vivace realtà nella nostra penisola: a Torino, dove tra inevitabili problemi tra diversi (se non addirittura tra gli stessi musulmani, com’è normale che sia) si cerca di far capire con l’esempio che i musulmani sono innanzitutto esseri umani (sembra la cosa più banale del mondo, ma di questo passo si finirà per credere che esistono gli esseri umani e «i musulmani»!) in cerca di quelle cose che sempre e ovunque fanno la felicità di ciascuno (famiglia, lavoro ecc.); a Milano, che non è per i molti musulmani che la abitano un «crocevia del terrorismo» come tenderebbe a far credere qualche magistrato superstar regolarmente sbugiardato dalle sentenze dell’ormai mitica (per aver applicato la legge!) Clementina Forleo; alla Liguria, sede della principale organizzazione islamica in Italia, l’Ucoii, sempre al centro delle solerti attenzioni dei più screditati pinocchietti del giornalismo nostrano perché promuove l’ideale di «un buon cittadino musulmano europeo» che è cosa diversa dal «musulmano moderato», organico e funzionale al ruolo assegnatogli da chi, al massimo, intende «tollerarlo»; alla Toscana, dove risiede e lavora un giovane imam palestinese resosi protagonista – per quel che ne so io – dell’unica valida partecipazione di un rappresentante (10) non autoctono dell’Islam d’Italia ad una trasmissione da prima serata: ovviamente, dopo aver dimostrato che «la miglior difesa è l’attacco», il brillante imam non è stato più invitato dal famoso conduttore, il quale è perciò tornato ai consueti inconcludenti personaggi che non trovando di meglio che giustificarsi di fronte ad accuse risibili finiscono per nuocere ai loro correligionari e, in definitiva, anche a chi musulmano non è ma vorrebbe vivere in un Paese libero dall’ingerenza straniera, che non è certo quella degli immigrati!

L’Islam d’Italia è in maggioranza proprio quello degli immigrati (che magari hanno poi acquisito la cittadinanza italiana), ma anche degli italiani ‘convertiti’ che hanno riconosciuto nel messaggio dell’Islam una verità più consona al loro essere. Ebbene, tutti costoro, nella narrazione fasulla nella quale siamo immersi, incarnano il «nemico interno». Il nemico è perciò «esterno» (la Siria, l’Iraq, l’Iran ecc.) ed «interno». «Al-Qa‘ida», questa bufala colossale che non esiste se non in qualche blog puntualmente ‘scoperto’ (11) o in qualche database del Dipartimento di Stato (12), è la summa delle due facce del «pericolo»: lo «Stato canaglia» di turno trescherà perciò con «Al-Qa‘ida», il musulmano residente in Italia odorerà sempre di quel tanto di zolfo che basta a farlo sospettare come una quinta colonna di «Al-Qa‘ida».

Il punto finale di questa mistificazione supportata da nessun argomento dimostrabile è l’idea, fatta circolare di carambola in carambola nella mente dei più sprovveduti e disinformati, che «l’Islam ha compiuto l’11 settembre», il big bang del XXI secolo, il pretesto per ogni tipo di pressione, ricatto, aggressione ai danni di Stati sovrani e singole persone.
Che «l’Islam» sia ormai citato a sproposito oltre ogni ragionevolezza l’ha dimostrato anche la recente vicenda dell’ex ministro Crociato dello Zio Sam che pretendeva «le scuse dell’Islam» (per non si capisce bene che cosa), come se esistesse ‘il signor Islam’, per non parlare di altri megafoni dell’Anglosionamerica che nei loro giornali ipermediatizzati hanno titolato anche che «Allah impone le dimissioni di un ministro»! Si noti, en passant, che per un nonnulla nei confronti del Giudaismo e dei suoi praticanti assistiamo al rituale stracciarsi le vesti, all’invocazione di pene esemplari, a rieducazioni di massa ecc., a riprova che non di questioni di principio trattasi, bensì di una ben orchestrata campagna d’odio l’identità dei cui fabbricanti è quella appena descritta.

Fabbricanti d’odio vengono accuratamente insediati nelle redazioni dei giornali e delle trasmissioni «che contano», e tutti rispondono ai medesimi ordini fungendo da censori di qualche eventuale idealista capitato lì per sbaglio (e che presto cambierà mestiere). Sono loro che infondono la psicosi del «terrorismo fondamentalista» (e sono gli stessi che ci spaventano con la SARS, l’Aviaria ecc.) (13), eppure, se solo si fosse un po’ meno di memoria corta, ci si potrebbe ricordare che anche certo «terrorismo nostrano» è stato dimostrato essere pilotato per fini rivelatisi ben diversi da quelli che gli autori di gesti scellerati si prefiguravano (14). In parole povere, ammesso che alcuni attentati vengano eseguiti dalle mitiche «cellule in sonno» (15), la recente storia italiana dimostra che ci vuol davvero poco a manipolare degli esaltati.
E sono sempre gli stessi sciacalli delle redazioni che titolano delle agenzie “Terrorismo – Islam: bla bla bla”, abituando il popolo, ridotto ad «opinione pubblica», ad associazioni d’idee micidiali.

Tranne alcune rarissime eccezioni (16) che dovrebbero essere la normalità in un Paese libero dalle imposture, quando in tv si parla d’Islam e musulmani lo si fa sempre per sollevare un «problema», mai per conoscere spassionatamente e con le giuste dosi di curiosità e di umiltà realtà a noi vicine e lontane allo stesso tempo. Per questo, una volta accettato ‘l’ordine del giorno’ dello «scontro di civiltà», poco importa che intervenga negli spettacoli televisivi chi è pro e chi contro: questi ultimi (ecco gli utili idioti) sono, a dir la verità, addirittura la maggioranza, forse perché sembra poco ‘morale’ dichiararsi «pro», eppure mai che una volta uscisse dalla loro bocca qualche argomento decisivo, di quelli che raccontino finalmente alla gente a casa come stanno le cose per finirla con questo teatrino dell’assurdo. No, anche gli «oppositori», gli «anticonformisti», sono ben selezionati tra gente circospetta, attenta a non pregiudicarsi la posizione, compresa quella specie particolare di musulmani da vetrina modello «indiano buono», che come capitava a quello sono sempre a rischio di vedersi togliere la patente di «moderato» (di «evoluto», si diceva tra Otto e Novecento).
E che dire dell’«antisemitismo islamico»? Avrebbe bisogno di un intero saggio per far capire quanto sia un equivoco nell’equivoco; come l’«islamofascismo», una variante del «fascismo eterno» (contro cui tutto è permesso, quindi anche ammazzarti nel tinello all’ora di pranzo, come accade ai palestinesi), mentre l’«Islam laico» riflette solo la patetica speranza che anche gli altri si conformino ad un preteso superiore modello, quando tutta questa smania di «esportare» tradisce una tremenda insicurezza di fondo. S’immagini che tra le elucubrazioni di questo tipo ho addirittura letto di un sociologico «Islam tranquillo»!
Ma se si continuerà di questo passo - e qui c’è poco da ridere - ci ritroveremo a parlare di un solo Islam: quello «incazzato», e a ragione, per tutto quel che i musulmani devono sopportare da qualche anno a questa parte. Anche per questo è senz’altro ammirevole il comportamento di moltissimi musulmani, che a fronte di provocazioni continue si attengono a quel versetto coranico che invita ad aver pazienza: Inna ’llâha ma‘a ’s-sâbirîn [“In verità, Iddio è con coloro che perseverano”. II, 153]. Noialtri, con tutta la nostra «tolleranza» e «democrazia», per molto molto meno la pazienza l’avremmo già persa da tempo.

Note

1)Cfr. Y. Bataille, "Rivoluzione arancione" in Ucraina, tentativi USA in Eurasia e Banana Chiquita, “Eurasia-rivista.org”, 24 gennaio 2005 (http://www.eurasia-rivista.org/cogit...ncionequ.shtml ).
2)Si legga anche il mio Note sulla politica islamica degli atlantici, “Eurasia”, 3/2005 (ott.-dic.), pp. 223-226.
3)Il senso profondo di questa vera e propria superstizione è ben analizzato nel seg. articolo: «La storia siamo noi» o «la storia la fanno loro»?, “Comedonchisciotte.org”, 20 gennaio 2005 (http://www.comedonchisciotte.org/sit...rticle&sid=486 ).
4)Sul concetto di «Occidente» si legga di F. Cardini, L’invenzione dell’Occidente, Solfanelli, Chieti 1995.
5) Sui miti fondatori del Sionismo c’è il classico di R. Garaudy, I miti fondatori della politica israeliana, Graphos, Genova 1999 (scaricabile in formato .pdf alla seg. url: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres/RGmiti.pdf
6) Cfr. T. de la Nive, Les Croisés de l’Oncle Sam, Avatar, Paris 2003; la sezione del sito “Kelebekler.com” La guerra del Bene contro il Male (http://www.kelebekler.com/occ/index.html ); E. Galoppini, I Crociati dello Zio Sam, “Opposta Direzione”, a. I, n. 0 (http://www.aljazira.it/index.php?opt...d=682&Itemid=1 ).
7) Sull’arresto di David Irving, prima della recente assurda (ma comprensibilissima…) condanna, ho scritto Irving: effetto boomerang?, “Rinascita”, 6 dicembre 2005 (http://www.rinascita.info/cogit_cont...oomerang.shtml ).
8) Angela Lano, giornalista torinese, laureata in lingua e letteratura araba, da anni scrive articoli sul mondo arabo-islamico e sulle comunità musulmane in Italia. Collabora con il quotidiano la Repubblica, con le riviste Missioni Consolata e Nigrizia, con il sito www.aljazira.it e, come formatrice, con enti pubblici e scuole superiori piemontesi. Ha pubblicato, con la EMI di Bologna Voci di donne in un hammam. Quando le parole non bastano e L'Iraq, la guerra dei bugiardi (in La guerra, le guerre). Si occupa inoltre del rapporto tra mass-media e Islam, attraverso articoli e conferenze.
9) Su tutto questo si legga l’intervista della stessa A. Lano all’estensore di queste note: Mondo islamico e disinformazione: la dimensione mediatica dello “scontro di civiltà”, “Eurasia”, 3/2005, pp. 193-198.
10) Uso il termine «rappresentante» coscientemente, in quanto l’imam di Firenze rappresenta effettivamente altri musulmani ricoprendo un incarico ufficiale; diverso è il caso di sociologi che, dotati del dono dell’ubiquità, presenziano dappertutto, dai premi letterari agli speciali televisivi in rappresentanza di non si sa che cosa.
11) Cfr. Cobra Jihad, La fabbrica di messaggi terroristici falsi, “Aljazira.it”, 1 agosto 2005 (http://www.aljazira.it/index.php?opt...sk=view&id=660 ).
12)Cfr. M. Blondet, Chi ha ammazzato Robin Cook?, “Effedieffe.com”, 10 agosto 2005 (http://www.effedieffe.com/rx.php?id=571 &chiave=database ).
13) Cfr. E. Galoppini, Propaganda mascherata da scienza, “Aljazira.it”, 20 novembre 2005 (http://www.aljazira.it/index.php?opt...d=714&Itemid=1 ).
14) La riprova del nove che le stragi in Italia non erano farina del sacco di spontanei terroristi è che a tutt’oggi non si può stabilire, in un’aula di tribunale, l’identità dei mandanti delle bombe sui treni, nelle stazioni, nelle banche ecc. Circola solo una verità politica, utile solo per il divide et impera a danno del popolo italiano.
15) Sfido io ad accumulare, senza la complicità di chi controlla le caserme, cioè gli Stati, le quantità d’esplosivo necessarie per radere al suolo palazzi, stazioni ecc.
16) Ad es. la trasmissione “Tg3 Mediterraneo”.

http://www.eurasia-rivista.org/cogit_conte...ngelaLano.shtml