POLITICA
Pronta la Val Brembana: «Se perdiamo, meglio lottare per la secessione»
Un sindaco:«Tanto vale tornare alle origini. Quando siamo soli vinciamo sempre»
16/6/2006
Fabio Poletti
Alla radio accesa sul bancone tirato a lucido prima dell’inaugurazione della festa, va in onda la protesta leghista. E un po’ di paura di non farcela nemmeno stavolta, meno dieci al referendum costituzionale, o la va o la spacca: «Ricordatevelo che i grandi cambiamenti vengono solo dal popolo oppresso...». «Non ci possono rubare anche la devolution. Padania libera...».
In sandali e canotta rossa il Gheraldi Diego, come si presenta mentre tende la mano, annuisce convinto: «Abbiamo la speranza di vincere il referendum». E se no? Se no rimbalza nuovamente la parola magica, quella che ogni tanto si sente nei cori sul pratone di Pontida, più spesso a «Radio Padania» e alla fine anche sotto questo tendone bianco grande come quello di un circo. Giura, il Gheraldi: «Se no, torneremo a lottare da soli per la secessione». L’aria su per la Valle Brembana è sempre quella. Figuriamoci a Zogno, 9 mila abitanti, monocolore leghista da undici anni, il sindaco Angelo Capelli che da solo incassa il 32% e la sede del partito in pieno centro e fa niente se si trova in via Vittorio Emanuele, quasi all’angolo con piazza Italia dove ci sono l’edicola e la chiesa, a un passo dai ciotoli di via Martiri della libertà. Attorno alla radio accesa sul bancone, mettono in fila i fusti di birra, provano l’impianto per il «Va’ pensiero» e lisciano il gonfalone prima dell’alzabandiera che apre questa festa, dieci giorni secchi fino al fatidico 25 luglio. Sotto i cartelli - «Basta stupri», «Padroni in casa nostra» - il popolo della Lega si interroga sulle ultime parole del Capo.
Cosa avrà voluto dire Bossi con quel «siamo pronti a percorrere vie non democratiche se non passa il referendum»? Il Gheraldi non si scompone: «Basta non interpretarlo alla lettera... Lui fa così solo perché non va più sui giornali...». Il sindaco Angelo Capelli, giura di non aver visto il tg nè di aver letto i giornali: «Non so... Bossi è così moderato di questi tempi. Alla secessione non ci credo più. Ma se perdiamo il referendum tanto vale tornare alle origini, alla Lega che vince quando corre da sola». Anche Giampaolo Pesenti, il segretario del movimento qui a Zogno, occhialini da intellettuale ma vista corta quando si tratta di trovare la «via non democratica» che vorrebbe percorrere il segretario, preferisce non sbilanciarsi: «Se non passa il referendum potremmo prendere molte direzioni».
Un’affermazione molto democristiana, la risposta cauta di chi da anni sta dentro un movimento con il Capo che ha detto tutto e il suo contrario: dagli insulti a Berlusconi all’alleanza di governo, dalla necessità di rimanere a Baghdad al «forse sarebbe meglio tornare...», dal «dialogo» con tutti comunque vada il referendum alle «vie non democratiche» da percorrere se vince il No. Giampaolo Pesenti, l’occhio lungo a sbirciare il taccuino per controllare che siano ben trascritte le sue parole, più in là di così non vorrebbe andare: «Quella di Bossi è stata solo una provocazione. E’ il suo modo di spiegare che non staremo con le mani in mano. La Lega è sempre stata il guardiano di Silvio Berlusconi. Lo abbiamo sempre difeso. Ma vedremo il 27 giugno se ci converrà essere ancora suoi alleati...». Magari bisognerà aspettare qualche giorno in più. Magari solo il 2 luglio quando sul pratone di Pontida, quello delle decisioni importanti, diciannove chilometri di curve da Zogno, Umberto Bossi detterà la linea e indicherà la strada, democratica o meno si tratta di vedere. Quel giorno ci saranno i soliti. Tutti i leghisti di questo paesone e gli altri della valle Brembana e Seriana, dove Bossi giurava di avere 300 mila fucili pronti alla rivoluzione.
Tutti meno i secessionisti guidati da Max Ferrari, l’ex direttore di Tele Padania che ha messo in piedi il «Fronte indipendentista», nel simbolo la croce di San Giorgio e l’aquila asburgica a due teste: «Nella Lega oramai vince chi la spara più grossa. Bossi vive una sindrome da bunker accerchiato. Ma chi ci crede alla “via non democratica”? Con chi la percorre, visto che noi, i soldati della Lega, quelli della prima linea, siamo stati buttati fuori?». Nei sogni di Ferrari ci sarebbero più modestamente la costruzione di una Gallia Cisalpina, di una nuova Mitteleuropa che metterebbe insieme austriaci e tedeschi. Occhieggiava a loro Bossi, quando sosteneva che «sotto l’Austria si stava meglio»?
Gli indipendentisti negano: «Indietro non si torna». I leghisti della prima ora qui a Zogno, smentiscono: «Sono cose che non fanno più breccia da noi, sono il passato...». E però al Diego Gheraldi, la tentazione rimane: «Quando hanno detto che dovevamo andare con Berlusconi mi sono turato il naso. Da soli non avremmo fatto nulla. Ma adesso mi chiedo: cosa c’entro io che prendo 706 euro al mese di pensione con quello lì che è pieno di soldi?».




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