Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Post Il federalismo etnico di Guy Heraud, di Saint-Loup e di Alain de Benoist

    I veri federalisti hanno sempre rifiutato il modello
    di super-Stato che mortifica le singole identità locali
    Verso un’Europa senza più anima
    di Giorgio Garbolino Boot

    La parola “Europa” ha assunto col tempo un grande potere evocativo. Chi può non volere l’Europa, l’Euro, l’Unione Europea? Tutto ciò che promana dall’Europa è per definizione buono e saggio, chi dubita di un’Europa di stati che ignora i popoli è un antieuropeista nemico della civiltà. L’Europa, col corollario delle espressioni europeismo o unità europea, rischia di diventare un valore in sé, il che è non solo fuorviante ma pericoloso: l’unità dell’Europa era anche quella voluta da Napoleone nella forma dell’Impero giacobino ad egemonia francese. Era l’obiettivo di Carlo V di Spagna nel ’500 col suo impero “universale”, altrettanto accentrato e assolutista. L’Europa era unita anche sotto il Nuovo Ordine della svastica e del littorio nei primi anni ’40: la laburista inglese Barbara Wootton nel 1940 osservava che «il continente era stato davvero unificato: unificato con la conquista e sotto la tirannide». Anche quel tipo di Europa sta bene agli “europeisti” di professione? I tentativi imperiali sono per fortuna sempre falliti: si scontravano contro le necessità e le aspirazioni dei popoli. Solo Carlo Magno era riuscito a dare una qualche forma di unità al continente, proprio perché la sua monarchia, pur dotata degli attributi della sovranità, era un’unione di territori e nazioni distinte, con amministrazioni separate e con istituzioni spesso diverse.
    UNIONE NEL RISPETTO DEI POPOLI
    L’esigenza di salvaguardare la libertà e l’identità dei popoli, oggi bollata come posizione reazionaria antieuropeista, è stata invece la preoccupazione costante di tutti i veri federalisti. Proudhon nel 1863 si dichiara convinto che solo una pluralità di confederazioni regionali, spezzando il centralismo degli stati unitari, potrebbe dare origine a una confederazione europea rispettosa della libertà delle nazioni.
    Nel 1900 poi, un Congresso di studiosi di scienze politiche a Parigi auspica l’unione dei popoli europei, ma a condizione che «rispetti nella sua varietà l’esistenza nazionale dei diversi popoli europei» e che non sia «opera di un internazionalismo livellatore». I federalisti europei estensori del manifesto di Ventotene del 1943, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli esprimono lo stesso concetto.
    Spinelli intende la federazione europea come un mezzo per liberare individui e popoli dall’assolutismo centralista degli stati e per ottenere più facilmente quella che chiama decentralizzazione interna, evitando un impero europeo di tipo napoleonico o hitleriano. Rossi ha in mente un’Europa come la Svizzera dove -scrive - tutti i popoli trovino «le condizioni necessarie alla vita delle loro libertà, senza rinunciare all’autonomo sviluppo della loro individualità». Nel 1944, anche il movimento europeista svizzero Europa-Union, per bocca di Adolf Gasser, studioso delle libertà comunali dell’Europa Medievale, si ugura un’Europa unita sul modello svizzero, perché «lo stato deve cessare di essere considerato l’unica fonte del diritto. Al contrario bisognerà arrivare, conformemente alle tradizioni dell’Europa primitiva, del Medio Evo, del mondo anglosassone di ieri e di oggi, a considerare tutti gli elementi dello stato come detentori di diritti propri e autonomi: innanzi tutto gli individui, le famiglie e i comuni, poi i distretti e le province».
    IL FEDERALISMO ETNICO DI HERAUD
    Il dibattito teorico sull’Europa dei popoli assume la concretezza di una proposta politica organica con lo storico francese Guy Heraud. Nel novembre del 1967 elabora un articolato progetto per organizzare dell’Europa su base regionale. La formula che propone è una federazione di popoli, anziché di stati, perché gli stati non rappresentano quasi mai i popoli. Era l’epoca in cui stava nascendo l’Europa economica e il dibattito per la transizione ad un’Europa politica era aperto. Guy Heraud considera pericolosa un’unione di stati. Lo stato - osserva - «è una realtà di potenza, non il frutto della ragione e della giustizia. Risultato degli accidenti della storia, delle guerre e dei giochi diplomatici, la divisione attuale degli stati in Europa e nel mondo non corrisponde alla carta dei popoli. Pertanto, ogni volta che una popolazione non accetta completamente lo stato si deve darle la possibilità di esprimere, attraverso un referendum, le proprie aspirazioni». Organizzare l’unità nel pluralismo significa federare le regioni, non gli stati, e le regioni devono essere le comunità etniche, non regioni economiche costruite sulla carta, perché «la federazione si costruisce dalla base, presuppone quindi la preesistenza dei suoi componenti», e questi componenti preesistenti sono le «comunità della medesima lingua e cultura», i popoli, le etnie, le antiche nazionalità spontanee d’Europa.
    AUTODETERMINAZIONE
    Heraud definisce nei dettagli il suo progetto.
    Per evitare il pericolo di squilibri fra etnie grandi e piccole, bisognerà creare più equilibrate regioni monoetniche, eventualmente suddividendo le regioni più grandi. Comunque «la divisione in regioni dovrebbe effettuarsi secondo i desideri delle popolazioni. E’ ai popoli che spetta di pronunciarsi liberamente sulle loro reciproche affinità. L’ultima parola deve restare al principio di autodeterminazione». E autoderminazione significa, in concreto, far scegliere al popolo, con referendum, fra tre opzioni: la situazione esistente; la secessione con annessione a un altro stato; la secessione con riconoscimento di una propria sovranità quale popolo distinto. Heraud insiste sulla piena legittimità di questa opzione: «Le popolazioni prive di sovranità statuale non costituiscono delle entità originarie meno rispettabili delle popolazioni costituite in stato». Ed Heraud presenta un piano operativo di referendum per l’autodeterminazione, cominciando coi popoli che «costituiscono un problema», come i sud tirolesi, e con le regioni etnicamente più omogenee. Una commissione scientifica di etnologi, linguisti, storici, eccetera, delimiterà il territorio da consultare.
    Solo dopo i referendum, e con i popoli «liberati», si potrà mettere mano all’elaborazione della costituzione europea «perché ciascun popolo possa partecipare all’opera costituente, impegnarsi liberamente e con ciò sentirsi legato».
    Ma anche quel legame sarà revocabile, perché diritto di libera determinazione dovrà essere garantito dalla costituzione stessa.
    LIBERI NELLE COMUNITÀ LOCALI
    Guy Heraud non era isolato e il suo modello di Europa era condiviso da molti: lo svizzero Denis de Rougemont, nel ’68 sosteneva tesi analoghe: «Gli stati sono troppo piccoli e troppo grandi. Troppo piccoli se si guardano su scala mondiale, troppo grandi se giudicati in base alla loro incapacità di animare le loro regioni e di offrire ai loro cittadini una reale partecipazione alla vita politica. Poiché sono troppo piccoli, gli stati-nazione dovrebbero federarsi su scala continentale; e poiché sono troppo grandi dovrebbero federalizzarsi al loro interno». Più tardi, nel ’79, ribadirà che l’evoluzione federalista degli stati, con l’autonomia delle regioni, è preliminare alla costituzione su scala continentale di un’Europa delle Regioni, per l’opposizione insuperabile che opporrebbero degli stati centralizzati. D’altra parte solo localmente si può sviluppare la democrazia: «Soltanto nelle comunità locali e regionali - sosteneva de Rougemont - l’uomo e la donna possono far sentire la loro voce ed essere liberi, perché responsabili». Se muore la cultura europea... Oggi, a più di trent’anni di distanza, il problema dell’Europa si ripropone: l’Unione Europea è un’emanazione burocratica degli stati, e persiste l’identificazione ottocentesca giacobina dello stato con la nazione. I popoli, le nazionalità vere, continuano ad essere ignorati dalle istituzioni, europee e statali.
    Non è comunque indifferente la strada che prenderà il processo di unificazione europea e se la strada continuerà ad essere quella statalista, burocratica e accentratrice, il rischio concreto sarà, per i popoli d’Europa, la rapida decadenza. Prevarrà l’omologazione culturale sotto il dominio dei poteri forti economici e continuerà l’egemonia Usa, contrabbandata come “mondialismo”. L’Europa rischierà di ridursi a una moltitudine che non è comunità, sradicata nei suoi valori e nella sua storia. Quell’Europa senz’anima che nel 1948 il poeta inglese Thomas Stearns Eliot invitava a rifiutare con forza: «Non vi può essere cultura europea dove tutti i paesi vengano ridotti ad una identità indifferenziata» e se muore la cultura europea, che è la spiritualità dell’Europa, «quel che organizzerete non sarà l’Europa ma unicamente una massa di esseri umani che parla diverse lingue. E non vi sarà più alcuna giustificazione perché essi continuino a parlare diverse lingue, poiché non avranno più nulla da dire che non si possa dire in una lingua sola...». E, come scriveva nel ’19 un altro poeta, Paul Valéry, «vedremo infine apparire il miracolo di una società animale, un perfetto e definitivo formicaio».

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Le comunità che ne faranno parte dovranno essere disegnate
    in base al principio di autodeterminazione
    Costruiamo l'Europa delle Regioni
    di Andrea Chiti-Batelli

    L’Europa politica che i federalisti auspicano - e cioè uno Stato federale continentale - non potrà inizialmente essere costituita se non dagli Stati nazionali attuali (nell’ipotesi di meno difficile realizzazione: un primo “nucleo duro” di Stati disposti a tale Unione, entro l’ambito di una Unione europea in corso di progressivo allargamento, che non pare per ora pronta, nella totalità dei suoi membri, a tale salto qualitativo).
    Tuttavia, in un momento successivo, sembra auspicabile una ulteriore trasformazione interna, nel senso che diremo, e ciò per due ragioni. Anzitutto perché gli Stati nazionali sono portatori di una tradizione di indipendenza e di sovranità troppo esclusiva per non mettere costantemente a rischio la ipotizzata Federazione europea con eccessive spinte centrifughe.
    In secondo luogo perché tali Stati - i cui confini sono quasi sempre conseguenza di accidenti storici, di rapporti di forza, di guerre, e non di un disegno razionale e democratico - contengono spesso minoranze alloglotte, o comunque componenti che mal sopportano il vincolo nazionale.
    Da qui la proposta, che ora illustrerò, e che è stata, meglio che da ogni altro, elaborata dal giurista e politologo francese Guy Héraud (ne ho esposto più ampiamente il contenuto, con particolare riferimento all’Italia, in due articoli, dove ho fornito anche la bibliografia essenziale, apparsi rispettivamente nelle riviste “Federalismo e Società” - oggi “Federalismo e Libertà”, Bologna -, 1997, nn. 1-2 e “Nord e Sud”, sett.-ott. 1999).
    Membri diretti dello Stato federale europeo, dice Héraud, dovranno essere, sì, gli attuali Stati che abbiano dimensioni relativamente non grandi, quali la Danimarca, l’Olanda e l’Austria. Ma per quanto concerne gli Stati più grandi, non questi - che al limite dovranno sparire - ma Grandi Regioni dovranno essere membri diretti della Federazione europea, come la Catalogna, la Scozia, la Baviera: e cioè Grandi Regioni fornite di un’autonomia e di poteri paragonabili a quelli degli Stati membri degli Stati Uniti, e aventi dimensioni e consistenza economica e demografica tali da consentire loro di adempiere realmente a quelle funzioni, evitando così, inoltre, il rischio di un numero eccessivo di membri dell’Unione, il che potrebbe, in futuro, stimolare in questa tendenze centralistiche.
    Tre ulteriori considerazioni - sempre sulla falsariga di Héraud - devono essere aggiunte a quanto si è detto.
    Anzitutto che le Grandi Regioni europee dovranno essere disegnate in base al principio di autodeterminazione, inteso nel senso non di un diritto alla secessione, ma alla libera definizione dei propri confini entro la cornice federale europea: eliminando così, per quanto possibile, il problema delle minoranze.
    In secondo luogo sarà indispensabile che tali Grandi Regioni prevedano a loro volta al loro interno un ampio sistema di autonomie, in modo da non sviluppare anch’esse forme non meno perniciose di centralismo.
    Infine, aggiunge Héraud, allo stesso modo di come la Costituzione belga prevede, accanto a Regioni politiche, anche “Comunità” (a competenze culturali e linguistiche), così potrà avvenire in Europa, nel senso che accanto alle Grandi Regioni che si è detto potranno sussistere Comunità nazionali - anch’esse membri diretti dello Stato federale europeo - col compito di amministrare le materie che in Belgio si definiscono “personalizzabili” (e cioè relative alla cultura, alla lingua, alla difesa del patrimonio artistico, ecc.): recuperando così, in questo ambito culturale, l’unità dei valori nazionali, ovunque ciò sia ritenuto opportuno.
    Naturalmente lo schema sopra disegnato deve poi essere riempito da proposte precise: quali e quante Grandi Regioni, in particolare in Italia?
    Ma l’argomento non può essere svolto in poche pagine. Mi limito pertanto a rinviare a quanto ne ho detto nei due articoli sopra citati, nonché alla proposta di divisione dell’Europa in Grandi Regioni (e in piccole regioni all’interno di queste) formulata da Sergio Salvi nella rivista bilingue, oggi scomparsa, della Regione Trentino-Alto Adige intitolata “Aggiornamenti/Aktuell” (n. 3-4 del 1981), Trento; e, più ampiamente, nel mio volume La dimensione europea delle autonomie e l’Italia, Milano, Angeli, 1984.

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Venezia, ieri a Ca’ Corner il convegno promosso dal governo padano
    Etnie e regioni nel continente del futuro
    di Andrea Ballarin

    Concepita inizialmente come progetto economico, l’Unione Europea, giorno dopo giorno, sta diventando un punto di riferimento per ogni cittadino del Vecchio Continente. Un soggetto economico in grado di indirizzare e condizionare la vita, le tradizioni, le abitudini di interi popoli. Ma all’interno del continente che si trasforma, c’è un Europa che si ribella, che rifiuta di annullarsi nel vortice della globalizzazione: è “L’Europa delle etnie e delle Regioni”. Questo il filo conduttore del convegno di ieri a Ca’ Corner di Venezia, organizzato dal Governo della Padania, presieduto da Mario Borghezio, dal gruppo Tdi del Parlamento europeo (di cui la Lega fa parte) e dalla segreteria provinciale del Carroccio lagunare. Al centro della discussione, le riflessioni di Guy Heraud, uno dei maggiori teorici dell’etnofederalismo, illustrate con efficacia dal professor Yvo Peeters, definito quest’ultimo dallo stesso Borghezio “un’enciclopedia del federalismo”. Un’enciclopedia che rivela l’essenza alla quale miriadi di movimenti autonomisti in tutta Europa continuano ad ispirarsi: «Ad Heraud - spiega Peeters - va riconosciuto il merito di aver elaborato la teoria generale del diritto etnico». Un diritto che, al contrario, i principi di sviluppo economico dell’Ue tendono a non riconoscere, diritto sacrificato sull’altare della frenesia globalizzatrice e del mondialismo. È così che tradizioni, culture, stili di vita, comportamenti, idiomi e identità millenarie continuano a subire l’onta della mortificazione storica. E Venezia sembra il palcoscenico più appropriato per discuterne. Quella stessa Venezia che, dopo oltre 1.100 anni di gloriosa Repubblica, da sempre riconosciuta come esempio di democrazia evoluta, ha dovuto cedere alla nota abdicazione del 12 maggio 1797 con la quale il Maggior Consiglio decretava la propria fine giuridica, pur illegittima. Ma solo la propria fine giuridica. L’enorme eredità di tradizione e cultura della Serenissima, infatti, è tramandato ancora oggi da un popolo orgoglioso della propria storia: i veneti. Quale soluzione per riconquistare la dignità di popolo e di etnia? Peeters, citando Heraud, non ha dubbi: «L’unico fattore che può sconfiggere lo Stato nazionale è la forza etnoregionalista». L’applauso della platea è tanto istintivo quanto sincero. Etnia, dunque, non come concetto di “riserva indiana” ma come rivendicazione del diritto naturale di identità storica, di tradizione, di parlare la propria lingua. Accanto a Borghezio che conduce i lavori siedono tra gli altri i deputati leghisti Enrico Cavaliere e Flavio Rodighiero, il professor Andrea Chitti Batelli, il ministro della Padania Alberto Mazzonetto, l’eurodeputato Gian Paolo Gobbo, i professori Renato del Ponte, Gianfranco Cuttica, Mariella Mazzetto, Carlo Corti e Renato Dal Ponte, il rappresentante del Friuli-Venezia Giulia Claudio Violino. Nel pomeriggio, poi, tra i relatori si sono aggiunti il professor Luca Pesenti, il deputato Pietro Fontanini e il noto giornalista Massimo Fini. Spetta a Borghezio aprire i lavori: «L’avanzata inarrestabile della globalizzazione e la conseguente omologazione delle culture - spiega - preannuncia un futuro agghiacciante, di totale sradicamento delle tradizioni e della cultura locale. L’imperativo europeo sembra essere l’indifferenza verso le differenze. Il nostro modello di vita, al contrario, è quello che si ispira alla civile e pacifica convivenza tra differenze sociali, culturali ed etniche». Un concetto più volte ribadito anche dagli altri relatori come antidoto alla normalizzazione imposta dai modelli economici dell’Unione Europea, criticati duramente da Gian Paolo Gobbo: «Questa non è l’Europa che vogliamo - ha detto - poiché oggi l’Unione, e in particolare la Commissione Europea, più che i popoli preferisce ascoltare i grandi interessi economici, le multinazionali e le varie lobby che spesso influenzano le norme comunitarie. Incerti casi - ha continuato Gobbo - sembra addirittura che i tecnocrati di Bruxelles, più che difendere i nostri popoli europei, tendano alla loro distruzione: pensiamo, ad esempio, all’assurdo progetto di allargamento alla Turchia. Questo è ancor più vero per i popoli padani che non possono certo aspettarsi la difesa della diplomazia italiana, in gran parte meridionalizzata». Etnia, dunque non significa assolutamente isolazionismo ma, piuttosto, il riconoscimento di principi forti sui quali la società può svilupparsi in modo antitetico allo scellerato progetto europeo di massificazione.

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Il federalismo etnico di Saint-Loup di Jérôme Moreau





    “La gioventù francese che ieri viveva nelle tenebre, a cui mancava un ideale, che aveva perso la fede nei destini della patria, sarà abbagliata domani dal compito che l’attende: rifare l’Europa…(1)”.



    Per la destra, per lo meno quella che non lo disprezza, Marc Augier detto Saint-Loup è il romanziere della civiltà minacciata e dell’Europa delle patrie carnali… Due temi che sono punto di riferimento dopo Solstice en Laponie, pubblicato nel 1939, dove l’autore espone già il suo timore per l’evangelizzazione e la colonizzazione delle popolazioni lapponi da parte dei mercanti della morale.

    Riflessione che prosegue sotto l’occupazione, soprattutto negli articoli su i Baschi ed i Bretoni dove Saint-Loup pone i primi fondamenti del “federalismo etnico” quale principio su cui vuole organizzare l’Europa (2).

    Sia detto tra parentesi, la difesa dei popoli minacciati non si limita nel suo spirito al solo territorio europeo giacché egli affermava nel 1941, in un articolo sull’avvenire dell’Impero francese: “Il nostro dovere in Africa è quello di ristabilire nel quadro storico e razziale una grande civilizzazione araba ed una grande civilizzazione nera (3)”.

    Ed è sempre per l’Europa delle etnie che Saint-Loup ha seguito la fede gammata ed è andato a combattere sul Fronte dell’Est nel 1942. Egli era in effetti persuaso fin dal 1941 che la Germania preparasse una pace fondata su un federalismo etnico europeo. A questa convinzione si aggiunge ancora l'idea, diffusa precedentemente negli ambienti tedeschi rivoluzionari conservatori, che il futuro dell'Europa si trovi ad Est, in una Russia battuta dove si potranno attingere nuove forze: economiche, razziali, spirituali.

    Dopo la sconfitta è difficile per molti comprendere come Saint-Loup abbia potuto interpretare – benché non sia stato il solo – il pangermanismo hitleriano come un tentativo di unione dell’Europa sulla base delle etnie che la compongono. Otto Strasser che manifestava negli anni trenta la medesima volontà, l’intenzione di riorganizzare l’Europa su basi etnico-linguistiche, entrerà presto in conflitto con i seguaci ortodossi di Hitler. Probabilmente questo atteggiamento era dovuto all’anticomunismo fanatico che Saint-Loup aveva sviluppato a causa del suo contatto con i militanti di sinistra nel periodo tra le due guerre mondiali (4). L’esperienza del fronte russo segna però un radicale cambiamento nell’atteggiamento di Marc Augier, che non si fa più illusioni sulle intenzioni tedesche.

    Questa tendenza è manifestata in alcuni articoli su “Combattant Européen” che oscillano tra la fedeltà completa ed una certa presa di distanza dalle posizioni ideologiche tedesche. Così scriveva a qualche mese di distanza “Hitler non è che un uomo (5)” mostrando così il suo rifiuto verso un’Europa a dominazione tedesca: “ Non si tratta di fonderci in una specie di europeo. Non vogliamo essere germanofili o russofili. Vogliamo rimanere noi stessi, con la nostra eredità nazionale, pur adottando uno stile di vita moderno. E vogliamo arricchire questo stile con il genio francese che non è un mito (6).”

    La contraddizione apparente di questi due propositi deve essere compresa con lo iato tra un giuramento di fedeltà incondizionata e il pensiero proprio di Marc Augier. Questa confusione tra l’aspetto sentimentale e quello dottrinario che ha potuto, dopo il 1945, far passare Saint-Loup come un settario del Nazionalsocialismo proprio quando egli considerava lo stato nazione come un principio politico storicamente superato. Non è tuttavia errato osservare che questa contraddizione rimane in Saint-Loup per quelli che dopo la guerra hanno voluto far coincidere la sua esperienza nelle Waffen SS con la sua concezione del mondo. Nelle opere Götterdämmerung, Les Volontaires e Les Hérétiques, Saint-Loup, manifesta un viscerale attaccamento ai suoi camerati lasciando libero corso ai suoi fantasmi e concepisce l’esistenza di una frazione oppositrice federalista che avrebbe tentato di affermarsi all’interno del regime nazionalsocialista. Saint-Loup non ha mai deposto l’uniforme.

    Rifare l’Europa! Ma perché l’Europa delle etnie, delle patrie carnali? Perché nello spirito di Saint-Loup questa è la forma politica che più ha la forza di resistere alle ideologie massificanti - liberalismo, cristianesimo, comunismo - nascoste sotto la maschera dell’universalismo e dell’internazionalismo. Perché gli stati nazione hanno confini ideologici. Perché la patria carnale, terra dei padri, risponde ad una aspirazione di identità naturale.

    “L’Europa deve dunque essere riconsiderata a partire dalla nozione biologicamente fondata del sangue (…) e degli imperativi tellurici (…). Non può esistere che come somma di piccole patrie carnali nutrite di questa doppia forza. Infatti più lo spazio unificato si estende, più la realtà razziale si diluisce per mescolamento e più il territorio sfugge alla proprietà del singolo a profitto della massa (7).”

    Saint-Loup fa della razza il motore della storia di un popolo e dell’ibridazione la principale minaccia che grava su una civiltà. Poiché l’omogeneità razziale è un elemento di stabilità. La dottrina di Saint-Loup non si manifesta dunque sotto la forma di un nazionalismo aggressivo ma si avvicina maggiormente ad un differenzialismo etnico. In altre parole solo colui che ama e vuole difendere il suo popolo è capace di amare ed apprezzare i popoli stranieri.

    L’affermazione del diritto alla differenza si sostituisce all’imperialismo e Saint-Loup può stigmatizzare l’universalismo come ideologia razzista. E’ proprio quello che si vede in La Nuit commence au Cap Horn, eccellente libro con i caratteri dell’affresco epico: gli indiani della terra del fuoco sono vittime di un pericoloso progetto di un pastore evangelico pieno di buone intenzioni ma incapace di concepire un modo d’esistere diverso dal suo. Un popolo soccombe al colonialismo cristiano perché il cristianesimo è inadatto all’ambiente in cui questo popolo evolve.

    La morte di una civiltà attraverso l’arrivo di missionari, funzionari, commercianti. Questa tematica è anche quella di La peau de l'aurochs (8) pubblicato per la prima volta nel 1954 e finalmente ristampato. Anche in questo libro una civiltà è minacciata di scomparire; un'invasione dittatoriale, la conquista della meccanizzazione che si sostituisce poco a poco alla tradizione rurale e cattolica locale.

    Nelle opere di Saint-Loup la patria carnale appare allo stesso tempo come un'alternativa politica, sociale e religiosa. Politica inizialmente, poiché rappresenta un rifugio contro il imperialismo. Sociale in seguito, poiché mira a rafforzare il senso della comunità, che è istinto puramente etnico. Si basa su ciò che Saint-Loup chiama "socialismo dell'azione" che è destinato a diventare la pietra angolare della nuova Europa e che si definisce come un socialismo radicato, un atteggiamento del cuore, della volontà, di opposizione alla logica astratta del marxismo-leninismo. La patria carnale è infine un’alternativa religiosa che ci permette di ricollegarci alle nostre radici pagane. Ad una concezione eroica della vita che il giudeo-cristianesimo, religione salvifica, ha soffocato. La patria carnale deve concepirsi in un certo senso come un ritorno alle fonti spirituali e sensoriali dell’uomo. “Si tratta per l’individuo di attingere alle fonti di vita eroiche ed estetiche, di ricevere quindi l'insegnamento del combattimento naturale e di tutto ciò che implica: selezione delle aristocrazie con la lotta per la vita, nuova nozione del diritto che si stabilisce più con l'azione del forte e del migliore, infine ricerca ed applicazione della nozione estetica e della vera grandezza (9)". Il federalismo etnico di Saint-Loup porta in realtà una nuova concezione della società. Un paganesimo eroico e popolare che rimanda ad un'immagine più accettabile della persona umana.

    Nonostante le apparenti contraddizioni, l'itinerario politico di Saint-Loup obbedisce ad una logica perfettamente coerente, dove la volontà di affermarsi caccia le contrazioni ideologiche. Prende forma un mondo di grande salute fisica e morale dove tutti i popoli hanno il diritto di esistere, purché radicati nelle loro proprie culture. Nel tempo, Saint-Loup ha tessuto un opera sincera attraverso la quale si è espresso uno spirito libero, che ha pagato la sua libertà con la cospirazione del silenzio di cui si circonda il suo nome.



    Note:



    1 Marc Augier, "Jeunesse d'Europe, unissez-vous!", Conversazione del 17 maggio 1941 sotto gli auspici del Groupe Collaboration à la Maison de la Chimie - Paris

    2 Marc Agier, "A la recherche des forces françaises", in La Gerbe, 4-9-1941 e 2-10-1941.

    3 Marc Augier, "La route de l'huile", in La Gerbe , 6-2-1941.

    4 Occorre sempre avere lo spirito per comprendere l'itinerario politico di Saint-Loup, che ha fatto le sue prime esperienze politiche nell'ambito della sinistra "Fronte Popolare "." Infatti Marc Augier fu uno dei principali animatori e ideologi del movimento Auberges de jeunesse (ostelli della gioventù, ajisme), fu redattore principale del periodico “Cri des Auberges de Jeunesse” (rivista del centro Laïc degli Auberges de Jeunesse), incaricato nel gabinetto di Léo Lagrange sotto governo del fronte popolare nel 1936 e vicino a Jean Giono, il suo riferimento ideale e maestro, con cui partecipò all'esperienza pacifista del Contadour. Per tutto questo periodo del dopo guerra, sono il pacifismo e volontà d’unire la gioventù europea che motivano il suo impegno.

    Rappresentante del CLAJ al Congresso Mondiale della gioventù che ebbe luogo a Stati Uniti nel 1937, si rese tuttavia conto che i delegati comunisti si consegnavano ad una intensa propaganda bellicista contro la Germania e l'Italia. Da quella data manifesta i suoi primi sentimenti anticomunisti. Varie volte, dopo il 1941, Marc Augier considererà del resto la crociata europea contro il bolscevismo come il logico prolungamento della sua azione passata nell'ambito del movimento Ajiste.

    5 Marc Augier, "La fidélité des Nibelungen", in Le Combattant Européen, 30-9-1943.

    6 Marc Augier, "Ce siècle avait deux ans", in Le Combattant Européen, 15-6-1943.

    7 Saint-Loup, "Une Europe des patries charnelles ?", in Défense de l'Occident, n°136, marzo 1976.

    8 Sint-Loup, Peau de l'aurochs.- Paris,Editions de l'Homme libre, 2000.

    9 Marc Augier, Les Skieurs de la nuit.- Paris, Stock, 1944, pp.16-17.



    Articolo tratto dal sito http://es.geocities.com/sucellus23/724.htm

    E’ possibile richiedere l’opera di Jérôme Moreau Itinéraire politique de Saint-Loup, Edition Aencre, pag. 288, al costo di 24.00 € presso la Librairie Nationale 12 rue de La Sourdière - 75001 Paris - France Tel : 01.42.86.06.92 - Fax : 01.42.86.06.98 Email: contact@librairienationale.com http://www.librairienationale.com



    Questa inchiesta storica è dedicata all’itinerario politico di Saint-Loup, dagli Auberges de Jeunesse all’addestramento dei Volontari sul fronte dell’Est e specialmente chiarisce i punti essenziali della visione del mondo di cui l’autore si fa araldo. Il suo gusto per l’avventura, per i grandi spazi, la passione per la velocità, la ricerca dell’azione gloriosa e dell’impresa sportiva… Egli ha previsto il risveglio dei popoli e la rinascita delle patrie carnali. Il suo messaggio chiama alla radicale sovversione del disordine attuale.



    Quindici anni orsono, il 16 dicembre 1990 si spegneva a Parigi Marc Augier, noto anche con lo pseudonimo letterario di Saint-Loup. Era nato il 19 marzo 1908 a Bordeaux. Militante di sinistra, aveva fondato nel 1935 gli Auberges laïques de la jeunesse ed aveva collaborato, durante il governo del Front Populaire con Léo Lagrange, al minsistero del lavoro che istituì la settimana corta e le ferie pagate. Delegato al Congresso mondiale della gioventù nel 1937, Augier si avvicinò ai movimenti giovanili fascisti e nazionalsocialisti. Collaboratore al quotidiano La Gerbe, diretto da Alphonse de Châteaubriant, fondò il movimento “Jeunes de l’Europe Nouvelle”. Volontario nel 1941 nella LVF raggiunse il fronte dell’est cui sono dedicati due suoi famosi romanzi “Les volontaires” e “Les hérétiques”. Sul fronte fondò “Le combattant européen”, organo ufficiale della LVF per poi divenire caporedattore di “Devenir”, il giornale della Charlemagne (la divisone Frankreich delle Waffen SS). Dopo la guerra si recò in Argentina dove divenne istruttore delle truppe di montagna durante Peron. In quel tempo scrisse “Face nord” e “La nuit commence au Cap Horn”. Da http://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=4776



    In edizione italiana sono usciti presso l’editore Volpe e Sentinella d’Italia (via Buonarroti 4 – 34074 Monfalcone) le seguenti opere di Saint-Loup:

    Saint-Loup, I volontari europei delle Waffen SS, Volpe, 1967

    Saint-Loup, Il sangue d’Israele, Sentinella d'Italia, 1975

    Saint-Loup, I velieri fantasma di Hitler, Sentinella d'Italia, 1978

    Saint-Loup, I volontari. Storia della LVF contro il bolscevismo, Sentinella d'Italia, 1983

    Saint-Loup, Gli eretici. Storia della Divisione SS “Charlemagne”, Sentinella d'Italia, 1985

    Saint-Loup, I nostalgici, Sentinella d'Italia, 1991



    Opere recensite nei numeri 1, 26, 67, 152 di Diorama Letterario http://www.diorama.it/biblio/autori_s.htm#saintloup

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Il federalismo integrale per Alain de Benoist
    di Intervista di Sergio Terzaghi [05/12/2005]
    Fonte:ariannaeditrice.it
    Dialogare con Alain de Benoist è un’esperienza formativa per chi crede che la politica abbia oramai divorziato dalle idee. Il sessantenne filosofo francese incarna il tipo umano del ribelle che però non si estranea dalla società, ma che vi partecipa al fine di attivare modalità che la possano mettere in cortocircuito. Nel suo sguardo si legge l’apertura e la disponibilità verso l’altro, att! eggiamenti poco inclini a numerosi professoroni, da anni asserviti al pensiero unico. De Benoist, ha una visione del mondo che avversa ogni tipo di dispotismo, auspicando la conservazione delle differenze culturali tra i popoli poiché queste rappresentano la ricchezza del mondo. Egli afferma il primato della politica sull’economia e denuncia come gli effetti dell’omologazione nelle società liberali, le ri*conducano ad una specie di “totalitarismo dal volto umano”. De Benoist, sostenendo che la politica sia chiamata a rinascere partendo dalla base, riprende con stile il pensiero del federalismo integrale.

    Professore, la Francia è lo stato giacobino per eccellenza. Come prende forma nella Sua persona la riflessione federalista?

    La Francia ha in effetti una vecchia tradizione giacobina, che non comincia però con la Rivoluzione: la tendenza alla centralizzazione, a spese dei poteri locali, é stata largamente avviata sotto l’Ancien Régime, la Rivoluzione non ha fatto altro che radicalizzarla. Questa tradizione é collegata alle modalità di formazione della nazione francese, la quale é nata dall’espansione progressiva d’un nucleo centrale, associata alla messa in atti d’un mercato nazionale e d’uno spazio giuridico unificato. Al contempo, non va dimenticato che ci sono sempre state resistenze alla centralizzazione, specialmente da parte della nobiltà, ma anche da parte degli strati popolari. Tutta una corrente di pensiero, che va da Henry de Boulainvilliers a Tocqueville, ha denunciato con forza il giacobinismo. Nelle province periferiche, con tratti più marcati, i regionalismi e le autonomie si sono mantenute sino ai giorni nostri. Nel XIX° secolo, uomini di sinistra come Proudhon, di destra come il giovane Maurras e, soprattutto, il giovane Barrès hanno richiesto esplicitamente il federalismo.

    Personalmente, sono giunto al federalismo a causa d’una spontanea simpatia per i movimenti regionalisti (bretoni, normannni, fiamminghi, alsaziani, corsi, baschi, ecc.), provata fin dalla mia gioventù, e per la derivante riflessione di filosofia politica. Il federalismo mi è apparso come il solo sistema politico capace di conciliare l’uno e il molteplice, vale a dire gli imperativi in apparenza contraddittori dell’unità, necessaria alla decisione, e della libertà, necessaria al mantenimento delle diversità. Ma ho anche subito l’influenza d’un certo numero d’autori come Paul Sérant e Thierry Maulnier, che scrissero negli anni sessanta “Le XXe siècle fédéraliste”, come Robert Aron, il quale fece parte dei “non-conformisti degli anni 30” e non smise di difendere le idee di Georges Sorel e il socialismo associativo - solidale francese, come Alexandre Marc, direttore di “L’Europe en formation” e teorico del “federalismo integrale”, ecc.

    La democrazia rappresentativa contemporanea ha in sè il rischio di non rappresentare nessuno, tanto meno il popolo. Cosa ne pensa?

    La crisi della rappresentanza affligge oggigiorno tutte le democrazie liberali. L’indebolimento dello Stato-nazione, il quale, come ho detto sovente, è divenuto, in una volta, troppo grande per rispondere alle aspettative quotidiane della gente e troppo piccolo per far fronte alle problematiche che si sviluppano oramai su scala planetaria, ha avuto per conseguenza la rottura di ogni legame sociale (lo Stato non è più produttore di socialità) e una frattura, sempre più accentuata, tra la classe politica e i cittadini. Quest’ultimi allora tendono a rifugiarsi nell’astensione o a votare per i partiti di pura protesta, i quali non rappresentano forze costruttive. E’ possibile rimediare a questa situazione soltanto ponendo in essere una democrazia partecipativa su tutti i livelli che, a partire dalla base, permette a ciascun cittadino di! partecipare alle vicende pubbliche.

    Esiste, pertanto, secondo lei, il problema della sovranità?

    Il problema della sovranità è un altro problema. Nell’ottica giacobina dello Stato-nazione, la sovranità è definita, sin dai tempi di Jean Bodin, come una nozione “indivisibile”: l’autorità sovrana è un’autorità alla quale non si potrà per definizione assegnare limiti. Una simile sovranità ha autorità su tutto, e tutto tende naturalmente al despotismo. Il federalismo non rigetta in nessun modo la nozione della sovranità, ma ne dà un’altra definizione. La sovranità non è indivisibile, ma è ripartita secondo il principio di sussidiarietà o della sufficiente competenza. Il potere sovrano non è un potere assoluto, rappresenta solamente il potere situato al livello più elevato e dove il campo di decisione è più esteso, quello che interviene solo quando i poteri locali, ai livelli inferiori, non sono in grado di risolvere i problemi prese! ntatisi.

    Johannes Althusius, uno dei primi pensatori federalisti, sosteneva che il sociale andasse costruito partendo dalla prima forma associativa, la famiglia, per poi concretizzarsi in comuni, province e regioni? Oggigiorno, è possibile adottare questa modalità?

    R: Dare nuova vitalità alle famiglie è certamente una delle condizioni per ricreare un legame sociale, perché la famiglia è uno dei luoghi d’apprendimento della socialità, dello stare insieme. Ma io credo che c’è un grave errore nel considerare la società globale come un sistema di “bambole-matrioska” dove si potrà passare, senza una vera rottura, dalla famiglia ai comuni e alle regioni. Questo errore è stato costantemente commesso da autori, generalmente di destra, che hanno assimilato la società globale a una grande famiglia (aventi spesso come scopo l’annettere la sovranità ad un padre di famiglia, di cui gli stessi soggetti sarebbero i “figli”). La famiglia dona valore alla dimensione privata dell’esistenza, i comuni e le regioni alla vita pubblica. I modelli relazionali dentro la famiglia sono rappresentati da un legame, tra genitori e figli, che è fondamentalmente differente dallo stesso che esiste in seno ad una società politica. Disconoscere la differenza naturale tra la dimensione privata e la dimensione pubblica dell’esistenza umana rischia di condurre, sia a un totalitarismo che sottomette alla politica tutti gli aspetti della vita privata, sia all’inverso cioè ad un liberalismo che mira alla “privatizzazione” generalizzata delle vicende pubbliche.

    Preso atto di questi rischi, appare però evidente come l’odierna società sia composta da individui atomizzati, slegati uno dall’altro. Vede la possibilità della nascita di un nuovo modello antropologico?

    Noi viviamo infatti un’epoca in cui l’individualismo intacca le cose più alte, ma in cui allo stesso tempo, e potrebbe essere per compensazione, si vedono nascere e svilupparsi spontaneamente nuove forme associative simili quali le “tribù”, le comunità, le reti, ecc. Il vero problema è attinente alla colonizzazione degli spiriti attraverso l’immaginario economico e mercantile. Il modello antropologico dominante è quello d’un uomo esclusivamente preoccupato di massimizzare il suo miglior interesse, vale a dire in generale di raggiungere una quantità sempre più grande d’oggetti consumati. Il messaggio implicito dei mass-media rende l’idea che le felicità sia sinonimo di consumo. Questo modello è tanto descrittivo quanto normativo: legittima a sua volta il materialismo pratico e l’idea che il comportamento egoistico sia il comportamento più normale che ci sia. In quest’ottica, il legame sociale si scioglie immancabilmente, perché l’altro appare prima di tutto come un rivale in un tessuto sociale trasformato in uno spazio di concorrenza generalizzata. Ciò dunque contrasta l’avvento d’un altro modello antropologico. Quest’ultimo esige la restituzione all’immaginario della capacità simbolica, la ridefinizione dell’uomo come un essere fondamentalmente sociale e politico, ed la risistemazione dei valori marcantili al loro posto, necessariamente subordinato.

    Esiste in Europa un problema culturale per i suoi molteplici popoli?

    Sul punto, si potrebbe riprendere la datata distinzione tra cultura e civilizzazione, che ricalca d’altronde la distinzione tra comunità e società, teorizzata da Ferdinand Tönnies. La civilizzazione tende verso l’unico, mentre le culture sono sempre più d’una. La diversità culturale dei popoli europei — diversità relativa nella misura in cui questi popoli hanno tutti un retaggio comune — é oggigiorno minacciata dalla progressiva omogeneizzazione degli stili di vita, indotti da una globalizzazione pilotata dalla superpotenza americana, ma che si definisce anzitutto come l’espansione planetaria della Forma-Capitale ad oggi totalmente deterritorializzata. Qui ancora, io credo che non si potrà contrastare questo processo se non attraverso un ritorno alla base, alla vita locale, alle comunità. Si tratta di contrapporre il locale al globale e, così facendo, di donare alla globalizzazione un altro contenuto, multipolare e differente.

    La scomparsa delle lingue locali è, secondo lei, un dato significativo?

    La scomparsa delle lingue locali è evidentemente un aspetto dell’impoverimento delle culture e della riduzione della diversità. All’epoca della Rivoluzione, i giacobini avevano già tentato di far sparire con metodo autoritario il “vernacolo” e i dialetti locali. La IIIª Repubblica francese ha proseguito in questa direzione cercando di ripiegare l’uso delle lingue regionali solo sulla sfera privata. Al giorno d’oggi, le lingue locali sono meglio accettate, e perfino protette, ma è tutto lo stile di vita caratteristico della società globale che è loro sfavorevole. Il sistema mediatico, e specialmente la televisione, gioca a riguardo un ruolo centrale: i bambini non parlano più come i loro genitori, parlano come parla la televisione. Allo stesso tempo, l’anglo-americano s’impone ciascun giorno un po’ di più come la lingua de! lla nuova koinè mondiale. Però, la situazione è molto differente a seconda delle regioni. Certe lingue locali sono evidentemente destinate a sparire, altre hanno buone possibilità di sopravvivere, soprattutto quando sono impiegate quotidianamente nelle regioni che hanno saputo conservare l’essenza della loro personalità.

    Quali sono, secondo lei, gli scenari che si prefigurano per i popoli d’Europa?

    La costruzione politica dell’Europa è ad oggi totalmente bloccata, a causa della persistenza delle logiche degli stati-nazione, per l’assenza totale di volontà da parte degli uomini politici, e a causa della burocrazia. Al posto d’approfondire le proprie strutture istituzionali, l’Europa ha scelto di allargarsi in fretta ad alcuni paesi i quali non hanno altra ambizione se non quella d’integrarsi in un vasto mercato transatlantico. Pretende oggigiorno di dotarsi d’una Costituzione senza aver posto in essere un potere costituente, e pensa di aprirsi alla Turchia, ciò mostra che non ci sono nemmeno accordi tra gli Europei circa i veri confini dell’Europa. L’equivoco maggiore riguarda il fatto che non esiste un accordo sulle finalità della costruzione europea. C’è questo problema di finalità che occorre tener presente. L’alternativa è chiara: o l’Europa, dando la priorità alla liberalizzazione, sposerà la dinamica d’un grande mercato mirato ad allargarsi il più possibile, e in questo caso l’influenza americana diventerà preponderante, oppure si appoggerà a una logica d’approfondimento delle proprie strutture d’integrazione politica grazie all’espediente offerto dal federalismo e dalla sussidiarietà, in una prospettiva essenzialmente continentale e con l’intenzione di bilanciare il peso degli Stati Uniti d’America.

    Quale Europa vorrebbe?

    Vasta questione, e penso di aver già risposto. Mi auguro che l’Europa divenga una potenza indipendente che possa giocare un ruolo regolatore della globalizzazione in un mondo multipolare, ma anche una Europa che non si rinchiuda nella sola logica della potenza, ma che possa essere il luogo d’un nuovo progetto di civilità.

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Le rivolte del Nord e quelle del Sud
    di G. Savoini e V. Campagna
    Ecco a Voi un curioso confronto tra il gioranlista Gianluca Savoini e Campagna, responsabile del Movimento italia Meridionale.

    Il ritorno nella realtà politica e sociale dell'elemento “localistico” - dovuto non solo ad una reazione agli aspetti economici del processo di globalizzazione, ma anche al riaffiorare delle identità etniche - ci ha indotto a rivolgere alcune domande a esponenti di movimenti etnici: G. Savoini (giornalista della Padania) e V. Campagna (responsabile del Movimento italia Meridionale).

    D. - Quanto è rilevante il fattore immigrazione nel processo delle trasformazioni globalizzanti?

    R. (Savoini) - Dietro il fenomeno dell'immigrazione extracomunitaria di massa si celano gli interessi più o meno occulti delle lobbies mondialiste. Il progetto di Governo Unico Mondiale verrà attuato soltanto dopo la distruzione, l'annichilimento, l'omologazione delle identità dei singoli popoli che compongono il continente europeo. Per questo motivo i potentati economici dell'Alta Finanza cosmopolita si servono dell'immigrazione come arma micidiale per sovvertire gli equilibri sociali, culturali ed etnici del nostro continente. L'Immigrazione non è un fenomeno inarrestabile, come propagandano gli scribacchini, i nani e le ballerine di regime. L'immigrazione può e deve essere fermata aiutando i popoli in via di sviluppo a casa loro.

    R. (Campagna) - L'immigrazione rappresenta l'atto finale di un processo livellatore delle differenze esistenti tra i popoli, condotto, inizialmente, nel far desiderare un mondo di eguali in cui la felicità è rappresentatadai beni di consumo prodotti dalle multinazionali. L'ultimo ingranaggio livellatore rischia, però, di incepparsi, in quanto moltissimi immigrati rifiutano la società occidentale, innalzando il vessillo della loro fede musulmana...ma ciò rappresenta il capitolo di un'altra lotta che noi dovremo sostenere, sia che abitiamo nell'Italia meridionale che nell'estrema punta Nord della Scandinavia, per difendere la nostra cultura di europei.

    D. - Il Nord e il Sud hanno dato risposte diverse, ma ugualmente significative, agli sconvolgimenti sociali degli ultimi decenni. Il Sud con le rivolte degli anni '60, il Nord con la creazione di un modo nuovo —etnico— di intendere la politica. Vi è possibilità che oggi il Nord e il Sud si battano assieme?

    R. (Savoini) - Sicuramente la possibilità di difendere al meglio le identità dei popoli padani e italiani passa attraverso una comunione di intenti tra le forze migliori del Mezzogiorno e della Padania. La Lega ha dimostrato di non voler perdersi nei rigagnoli di un anti-meridionalismo retorico e demagogico e auspica che il Sud possa realmente ribellarsi all'assistenzialismo e tornare orgogliosamente protagonista del suo destino. Altrimenti la Padania ha la forza di fare da sola. E lo farà.

    R. (Campagna) - Se si condivide che l'Italia è un piccolo satellite del pianeta mondialista, si condividerà anche che chiunque pensi di poter condurre da solo la lotta contro il processo di globalizzazione o è un illuso o appartiene a quel progetto mondialista che finge di voler combattere. Il settentrione e il meridione d'Italia non hanno alternative: devono organizzarsi autonomamente ma condurre uniti la lotta. Se per l'editore Franco Freda —imprigionato per aver previsto e denunciato, dieci anni fa, l'invasione della criminalità straniera— si fosse proceduto contestando tutt'insieme l'assurdità di processare le idee, invece di difendere i propri interessi politici di parte, oggi avremmo avuto una prima piccolissima vittoria contro il mondialismo.

    D. - In un libro di recente pubblicazione "Elogio delle differenze. Per una critica della globalizzazione" L'Autore chiarisce i molteplici aspetti attraverso i quali si svolge il processo di globalizzazione. Può darci un suo parere sintetico su queste tesi?

    R. (Savoini) - I veri razzisti sono coloro che negano le differenze etniche e culturali tra i popoli. Il “politically correct” che domina in Occidente è oggettivamente un pensiero razzista che non tiene conto del fallimento del “melting pot” negli Stati Uniti, ovvero nel quartier generale del mondialismo. I padanisti, così come tutti i movimenti identitari europei, elogiano le differenze e non vogliono, che in nome del mercato senza regole, alle radici tradizionali si sostituiscono i falsi miti materialistici e consumistici che trasformerebbero il territorio europeo in un degradato falansterio di meticci rimbecilliti dall'ideologia del benessere materiale (che peraltro sarà goduto solo dalle élites e dai miliardari). Viva le differenze, dunque. Abbasso l'egualitarismo che, dopo la sbornia marxista-leninista, miseramente evaporata, si è reincarnato negli esegeti del mondialismo e della società multirazziale.

    R. (Campagna) - Condivido, totalmente, l'analisi di Giovanni Damiano nella sua opera Elogio delle differenze. Infatti la globalizzazione economica è solo un aspetto di quella perversa logica volta ad imporre un modello generale unico per tutti e in tutti i vari aspetti della vita: culturale, polititca, sociale etc. Ritengo, comunque, difficile tradurre in pratica questi concetti, in quanto l'uomo moderno si illude di essere tanto più libero quanto più è schiavo del sistema materialista consumista. L'unica possibilità di evadere dalla gabbia della globalizzazione è di riscoprire la propria storia, la propria cultura, e di amare la propria Terra come elemento non causale della propria nascita.Tra i vari difetti , l'italiano meridionale ancora ha il pregio di essere legato alla propria Terra e di non aver accettato, del tutto, il dominio dell'economia sulla propria vita, come ben illustra Ulderico Nisticò nel suo "Prontuario oscurantista".

  7. #7
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Elogio delle differenze, Prof. Damiano
    intervista di Radio Padania Libera (De Bono e Rondini)
    Intervista telefonica rilasciata dal prof. Giovanni Damiano a Radio Padania
    Libera (conduttori: Marco De Bono, Marco Rondini) il 20 novembre del 2001.


    Marco De Bono. - Nel corso dei nostri incontri radiofonici abbiamo
    affrontato, da diversi punti di vista, fenomeni come la globalizzazione e l’
    immigrazione, cercando di dimostrarne la non spontaneità. Ne riparliamo con
    un ospite che è Giovanni Damiano, professore di filosofia. Lo contattiamo
    perché il saggio del quale è autore: Elogio delle differenze, per una
    critica della globalizzazione, rispecchia posizioni molto vicine a quelle
    del nostro Movimento: di difesa e salvaguardia delle differenze e delle
    specificità etniche e culturali.


    Entro subito nel vivo dell’argomento ponendole la domanda che lei inserisce
    nel prologo di Elogio delle differenze: la globalizzazione è il nostro
    destino? Ed è quindi irrealistico opporvisi?


    Giovanni Damiano. - Io non credo affatto che la globalizzazione possa essere
    intesa come destino. Anche perché questo implicherebbe una visione della
    storia di tipo deterministico che mi sembra, francamente, un residuo
    ottocentesco. Quindi credo che, al contrario, la storia sia invece il regno
    della libertà e della possibilità. Scrivere la storia in anticipo è sempre
    una forzatura, di tipo ideologico.


    Marco Rondini. - I più ritengono che la globalizzazione sia un fenomeno
    puramente economico, mentre nel suo saggio ne viene sottolineato il
    carattere onnipervasivo; cosa che tra l’altro il nostro segretario ha più
    volte denunciato. Che cosa intendiamo per multidimensionalità della
    globalizzazione?


    Giovanni Damiano. - Io ho cercato di mettere in evidenza come il ridurre la
    globalizzazione ad un fenomeno esclusivamente economico sia un impoverire,
    in maniera decisiva, questo concetto. La globalizzazione, proprio perché è
    una spinta all’unificazione, tende ad interessare tutte le dimensioni della
    realtà. Quindi ritengo che si debba parlare di globalizzazione anche in
    ambiti diversi da quello economico. Avremo allora una globalizzazione
    economica ma anche politica, sociale e culturale. In questi ultimi tempi
    diversi autori si stanno avvicinando a questo concetto; penso ad esempio ad
    Habermas, Giddens, Beck ecc. Stanno cioè riconoscendo che la globalizzazione
    è un fenomeno onnipervasivo, che si sviluppa su più dimensioni. Ecco perché
    ho utilizzato questo concetto di multidimensionalità, soffermandomi
    soprattutto sulla dimensione sociale. Cioè su come la globalizzazione
    potrebbe trasformare le nostre società, riducendole ad una società globale,
    che perde di vista quelle che sono le specifiche differenze insite nei
    diversi assetti sociali, presenti nel mondo, per costruire un tipo di
    società che in ogni punto del pianeta rimandi sempre e solo agli stessi
    principi e allo stesso modo di intendere le relazioni sociali.


    Marco Rondini. - Nel suo saggio si sofferma, in particolar modo, su uno
    degli aspetti della globalizzazione e cioè sul tentativo, insito nel
    progetto mondialista, di annullamento delle differenze. Progetto che si
    compie attraverso l’instaurazione dell’utopica società multirazziale. A
    questo opponiamo la salvaguardia delle differenze.


    Marco De Bono. - Va qui ricordato che più volte il nostro movimento che
    professa il differenzialismo, si è trovato a difendersi da accuse di
    razzismo e xenofobia – intendendo con questi termini, i nostri detrattori,
    la propaganda di una supposta superiorità e il tentativo di fomentare, nelle
    nostre comunità, la paura, l’odio e l’annullamento del diverso. È vero
    invece esattamente il contrario perché la nostra posizione differenzialista
    implica, ancor prima della difesa delle nostre specificità, l’esistenza dell
    ’altro, di qualcuno di diverso con il quale avviene il confronto.


    Giovanni Damiano. - Queste accuse sono semplicemente un argomento polemico e
    anche, a dir il vero, pesantemente moralistico usato contro tutti quelli che
    cercano di difendere la propria identità. Queste accuse sono soltanto il
    paravento dietro il quale si nasconde la volontà di screditare moralmente
    chi la pensa diversamente. Perché io non credo affatto che la difesa della
    propria differenza possa mai essere intesa come paura del diverso. Questo è
    uno psicologismo senza alcun fondamento, io in realtà non ho paura del
    diverso, ho semplicemente interesse a difendere quello che è il mio modo di
    vita, coi miei valori, con i miei usi, con i miei costumi e con le mie
    tradizioni. Non vedo come questo possa essere inteso come paura dell’altro.
    Né tanto meno difendere la propria identità può mai significare di
    screditare l’identità altrui. Anzi al contrario, se io difendo la mia
    identità è proprio perché riconosco che ci sono altre persone, che rimandano
    a delle differenze, cioè a delle identità diverse dalla mia.


    Marco De Bono. - Noi abbiamo sempre visto gli Stati Uniti come una società
    multirazziale, bene o male, priva di veri valori. Ora però di fronte ad un
    pericolo sembra che abbiano riscoperto un’unità come popolo americano. Per
    riscoprire dei valori comuni abbiamo proprio bisogno che incomba su di noi
    un pericolo?


    Giovanni Damiano. - Indubbiamente i momenti di pericolo rafforzano. Rendono
    forse più consapevoli di ciò che si sta perdendo, o di quello che si rischia
    di perdere. Ecco il motivo per cui, in genere, quando ci sono questi momenti
    di mobilitazione, dovuti ad un qualsivoglia tipo di pericolo, interno o
    esterno, c’è sicuramente un rafforzamento dei propri valori. Nel caso degli
    americani credo possa essere riferito a quella sorta di religione civile che
    loro da sempre praticano. Una sorta di culto laico basato su una serie di
    valori, e su una serie di riflessioni sul proprio destino e sul proprio
    carattere. Indicativi della loro stessa nascita. Gli americani si sono
    sempre visti come il nuovo popolo d’Israele, un nuovo popolo eletto, un
    popolo che in qualche modo è destinato a compiere una sua missione, e questo
    sin dal 1600 e ancor più nel 1700. Credo che abbiano individuato in queste
    caratteristiche di novità e di diverinvengono nelle loro costituzioni: dalla
    dichiarazione della Virginia alla dichiarazione di Indipendenza. Si tratta
    di una vera e propria religione civile che nei momenti del pericolo riesce a
    coagulare un’intera nazione intorno a dei valori condivisi. Valori che sono
    di per sé oggettivamente astratti, non riconducibili ad una specificità
    culturale o etnica. La cosa non deve stupire, perché, altrimenti, la società
    americana sarebbe deflagrata già da tempo.


    Marco Rondini. - Recentemente con Maurizio Cabona, de Il Giornale, ci siamo
    soffermati, sottolineandola, sull’attualità dell’analisi svolta da Oswald
    Spengler, nel testo Anni della decisione (Edizioni di Ar) . E per farlo
    abbiamo dato lettura di alcuni brani che rileggo per poi lasciarle la
    possibilità di commentarli: "In Africa è il missionario cristiano,
    specialmente il metodista inglese, colui che in tutta innocenza – con il suo
    predicare l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio e il peccato di
    essere ricchi – ara il terreno sul quale poi il messo bolscevico semina e
    raccoglie. Inoltre il missionario islamico ne segue le tracce con
    progressivo successo. Dove ieri sorgeva una scuola cristiana, sorgerà domani
    una capanna destinata a moschea. Il sacerdote cristiano appare sospetto
    soprattutto perché rappresenta un popolo bianco dominatore, contro il quale
    si rivolge la propaganda islamica più politica che dogmatica".


    Giovanni Damiano. - È sicuramente un passaggio particolarmente complesso,
    gravido di conseguenze anche per l’oggi. Indubbiamente ci sono alcune colpe
    dell’Occidente. Ma oggi impera un terzomondismo troppo spinto che ci porta
    ad una continua autoflagellazione. Indubbiamente una certa tolleranza mal
    intesa può dare un’impressione di debolezza, e finire con il permettere che
    altri possano sostituirci. Vi è da un lato un atteggiamento della Chiesa
    cattolica, che io francamente non condivido, troppo tollerante e disarmante,
    nel senso letterale del termine, che ci priva dal punto di vista culturale
    della difesa della nostra identità e dall’altro apre la strada ad un Islam
    aggressivo, sicuramente ecumenico e universalistico, indubbiamente proteso
    alla evangelizzazione. Lo stesso proliferare di moschee in Italia è
    indicativo di questa situazione.


    Marco Rondini. - In una recente recensione, pubblicata su La Padania, il suo
    saggio veniva definito come il manifesto del differenzialismo. Cosa intende
    quando dice che il differenzialismo si regge sul rapporto differenziale?


    Giovanni Damiano. - Io ho cercato di mettere in evidenza alcuni aspetti del
    pensiero differenzialista, che oggi ritengo sia fondamentale per opporsi a
    questo tipo di processi globali. Il pensiero differenzialista riconosce che
    ogni specificità, ogni cultura ha diritto all’esistenza, a svilupparsi e a
    divenire, ovviamente nel rispetto di se stessa. Il differenzialismo
    presuppone una reciprocità, quindi un reciproco rispetto, un reciproco
    riconoscimento della dignità di ogni posizione culturale, etnica e
    tradizionale. Totalmente alieno da qualsiasi pretesa di superiorità. Quindi
    nessun annullamento del diverso, perché nel momento in cui il diverso fosse
    annullato sparirebbe anche la propria identità, non esistendo più alcun
    termine di paragone. L’annullamento delle differenze è il processo cui tende
    la globalizzazione, nei suoi aspetti soprattutto sociali.


    Marco de Bono. - Esiste una globalizzazione positiva e una negativa, come i
    così detti no global vogliono darci ad intendere?


    Giovanni Damiano. - Già nel mio testo avevo indicato come potessero esserci
    frizioni fra i diversi apologeti della globalizzazione. Perché i no global
    sono soltanto per un altro tipo di globalizzazione, quella dal basso, di
    tipo cosmopolitico – democratico, che eventualmente vorrebbe mettere un
    freno a quelle che sono le disuguaglianze, sempre più ampie, che si
    verificano a seguito della globalizzazione economica. Personalmente ritengo
    che questa forma di globalizzazione dal basso sia quella più pericolosa dal
    punto di vista sociale. Quella che fa passare l’idea della dissoluzione
    delle differenze, l’idea della trasformazione delle nostre società, e delle
    nostre tradizioni, in vista di una società globale, di una società di eguali
    dove non ci siano più differenze di sorta. La globalizzazione considerata
    cattiva, mi riferisco a quella economica, è indubbiamente da rivedere,
    perché è chiaro che l’economia non può essere lasciata a se stessa. Quindi
    credo che anche in quel caso vadano apportati dei correttivi, soprattutto
    per evitare che certe forme di globalizzazione economica e finanziaria
    possano avere delle pesanti ricadute sul popolo. Ritengo però che dal punto
    di vista ideologico la globalizzazione dal basso sia quella più pericolosa.


    Marco De Bono. - Vi sono state molte polemiche per la questione dei
    crocefissi tolti dalle aule scolastiche per non turbare la sensibilità dei
    bambini stranieri, non cattolici. E ultimamente sentiamo parlare, cosa che l
    ’anno scorso è successa un po’ ovunque, di un’eventuale eliminazione delle
    canzoni di Natale in quelle classi, delle scuole elementari, dove sono
    presenti bambini di altre religioni. In più assistiamo all’edificazione di
    scuole islamiche, specificatamente in Inghilterra, così i figli di questi
    immigrati, di religione islamica, non rischiano di perdere le proprie
    tradizioni. Ma allora, contrariamente a quello che ci viene raccontato, non
    sono più integrabili. La soluzione qual è: li dobbiamo obbligare ad
    accettare la nostra tradizione, anche perché sono sempre di più "purtroppo".


    Giovanni Damiano. - Innanzitutto, trovo assolutamente inaccettabile che si
    possa venir meno a degli usi e costumi consolidati per compiacere gli
    islamici. Credo che si tratti, in questo caso, di una tolleranza disarmante,
    cioè di una tolleranza che dimostra la nostra debolezza. Sarebbe sicuramente
    un passo in avanti quello di creare delle strutture dove gli islamici, ad
    esempio, possano seguire le proprie tradizioni senza per questo entrare in
    conflitto con le nostre, altrimenti finiremo per pagare, poi, noi questo
    malinteso multiculturalismo. La cosa sicuramente migliore sarebbe quella di
    tendere ad un restringimento del fenomeno, questo credo che sia a monte il
    discorso di fondo. Il problema dell’immigrazione dovrebbe essere impostato
    in termini molto più seri, bisognerebbe cercare innanzitutto di favorire un’
    immigrazione più organica, più "integrabile" e compatibile, per evitare
    situazioni di questo tipo che ci vedono perdenti. Perché una posizione di
    quel tipo, come l’eliminazione dei canti di Natale, agli occhi di un
    islamico è la dimostrazione di una nostra debolezza.


    Marco De Bono. - Tra l’altro alla nostra debolezza viene contrapposta una
    sorta di volontà di conquista che anima l’attività dei centri islamici.
    Spesso leggiamo riportate dalla stampa nazionale, le dichiarazioni di questo
    o quell’ esponente islamico che ci ricordano che vale di più di cento
    battaglie vinte aver sposato e convertito all’Islam una donna cristiana.
    Mentre noi, come cristiani, non rivendicheremmo come vittoria la conversione
    di un islamico.


    Giovanni Damiano. - Io credo che ciò derivi da una diversità di
    impostazione. Il Cristianesimo, ormai, mi sembra sulla difensiva rispetto ad
    un Islam che indubbiamente sta avanzando. Al di là delle discussioni, che
    lasciano il tempo che trovano, sullo scontro di civiltà, rimane il fatto di
    fondo, che loro tendono ad una penetrazione qui da noi. Ed è evidente che
    qualsiasi conversione di un europeo all’Islam finisce con l’essere una
    conferma di questa penetrazione.

  8. #8
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Giovanni Damiano, Elogio delle differenze. Per una critica della globalizzazione, Edizioni di Ar.
    Elogio delle differenze è un autentico manifesto del differenzialismo o –comunque la si voglia chiamare- dell’unica concezione metapolitica radicalmente alternativa nei confronti della globalizzazione. I (dis)valori della modernità occidentale, i suoi presupposti ideologici e giuridici, la sua prepotenza assimilatrice sono analizzati e presentati in relazione alla effettive e concrete risposte che una comunità organica tradizionale -o quanto ne rimane- deve dare in termini di difesa della propria (e altrui) identità. Damiano osserva giustamente che la modernità “si fonda su un cumulo di macerie”, perché non può sopportare la compresenza di differenze che prescindano da mode di massa, da aspettative effimere e da diktàt livellatori. Con le buone o con le cattive -con la “persuasione” sottile e il consumismo o con le operazioni di “polizia internazionale”- la tendenza è quella di eliminare ogni radicamento, ogni specificità culturale, religiosa ed etnica, presentata come espressione fastidiosa di intolleranza ed egoismo. Il differenzialismo riconosce, di contro, l’esistenza di forme oggettive -etnie, religioni, tradizioni- nelle quali il singolo si situa secondo modalità e gradazioni, nonché attitudini, diverse. La relazione fra tali forme si instaura non secondo un principio di superiorità/inferiorità dell’una rispetto all’altra, e nemmeno di eguaglianza, ma viene scandita dalla diversità (non – equivalenza) di ogni forma, dalla loro capacità di connettersi e di separarsi a seconda della situazione.
    Sono, invece, i processi di assimilazione e di integrazione –ideologicamente determinati- a colpire mortalmente tali diversità, secondo una logica giacobina di falsa tolleranza. (A. Braccio, in 'Margini' n. 33, gennaio 2001

 

 

Discussioni Simili

  1. Il federalismo etnico di Saint-Loup
    Di Gianky nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 30-09-12, 15:09
  2. Il federalismo etnico di Saint-Loup
    Di Sabotaggio nel forum Destra Radicale
    Risposte: 11
    Ultimo Messaggio: 06-11-07, 01:01
  3. Il federalismo etnico di Saint-Loup
    Di Harm Wulf nel forum Destra Radicale
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 03-04-06, 21:42

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito