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    Predefinito Prodi batte Berlusconi...per il numero di Poltrone!

    Novantanove poltrone, Romano batte Silvio

    Record sfiorato.

    Un posto anche a De Paoli, il leghista «taroccato» che fu determinante per l'Unione


    Gian Antonio Stella da Il Corriere della Sera

    Meno uno.Ancora uno sforzo e il nuovo governo arriverà a battere il suo primo record: superare per numero di poltrone Giulio Andreotti, che con 101 troni, sedie e strapuntini distribuiti nel suo settimo esecutivo resiste da 15 anni e passa. Romano Prodi gli soffia sul collo: tra ministri, viceministri e sottosegretari ne ha già fatti (lui compreso) 99 ma il magico 100 è lì, a una pedalata. Sul più bello che la comitiva era già al Quirinale per giurare (visto che un tir poteva venir buono?) qualcuno si è battuto la fronte: «Ooops! Ci siamo scordati degli italiani all'estero!». Bella grana: a Palazzo Madama, senza i quattro senatori eletti in giro per il mondo dai nostri emigrati e senza l'ormai famoso Luigi Pallaro, l'«indipendente» di Buenos Aires che ha detto che non alzerà «mai la mano per far cadere il governo», la sinistra va sotto. E proprio oggi c'è il voto di fiducia al Professore.

    Il quale, non bastasse la prima, ha fatto ieri mattina una seconda frittata. Ricordate cosa aveva tuonato dopo le elezioni vinte per un pelo? «Abbiamo avuto l'incarico di governare dagli elettori di cinque continenti!» Bene: nel discorso al Senato, su un totale di oltre novemila parole, si è dimenticato di usarne tre: italiani-nel-mondo.

    Una svista seccante. Che sarà rimediata alla Camera (dove l'Unione è meno assetata di voti avendo già una maggioranza larga) ma che intanto ha fatto infuriare una parte dei preziosi rappresentanti delle circoscrizioni estere. I quali hanno scritto chiaro e tondo in una lettera inviata al capo del governo, D'Alema, Rutelli e Fassino, di essere rimasti sconcertati. E di aver trovato anche «nell'assenza di qualsiasi riferimento agli italiani nel mondo» la conferma che «né i leader di governo né quelli di partito hanno compreso la domanda politica dei nostri cittadini all'estero».

    Ma le grane non finiscono qui. I cinque firmatari (Claudio Micheloni, Mariza Bafile, Gino Bucchino, Gianni Farina e Marco Fedi) se la prendono anche per il modo in cui ieri sera pareva avviata la scelta del viceministro che dovrebbe occuparsi delle nostre comunità sparse per il pianeta. Scelta caduta, dopo una consultazione dei soli senatori («della Camera che gli importa, con decine di seggi di margine?») su Franco Danieli. Il quale è figlio di emigrati in Svizzera, si occupa da anni del tema emigrazione e ha subito raccolto il plauso di Pallaro («E' il nome che abbiamo fatto noi») ma non quello, anzi, degli autori della lettera.

    I quali sono vicini ai Ds e denunciano senza sfumature, stracciando il «politichese» nostrano, di scrivere «con sommo disagio e profondo disgusto» e di essere rimasti «attoniti» nell'assistere «a comportamenti di altri eletti al Senato» nella lista unitaria sospinti «al ricatto verso il governo dalle mire governative del senatore Danieli». Traduzione: fanno viceministro lui sennò addio fiducia. E tanto per essere ancora più chiari, dopo avere ricordato di «aver sempre dato disponibilità a ricercare soluzioni condivise», mettono nero su bianco che «non è possibile che prevalgano logiche di ricatto che per noi tutti sono semplicemente inaccettabili».

    Come finirà il braccio di ferro? Vedremo. Quel che è certo è che la risicatissima maggioranza al Senato, per l'Unione, potrebbe essere ancora più fragile del previsto. E che la novità della pattuglia di parlamentari italo-esteri, gestita disastrosamente dalla destra che si era presentata nei cinque continenti in ordine sparso uscendone tritata, rischia di scoppiare ora tra le mani della sinistra. Che dopo essere stata miracolata a Palazzo Madama dall'arrivo dei cinque senatori su sei favorevoli al governo, se n'è completamente dimenticata tornando a rimirarsi l'ombelico capitolino. A partire dalla decisione, scellerata sotto il profilo dell' immagine, di abolire il ministero occupato fino a ieri da Mirko Tremaglia.

    E sì che il caravanserraglio unionista non ha fatto lo sparagnino sulle poltrone. Ne ha trovata una anche per Elidio De Paoli «il leghista taroccato» (secondo il Carroccio) che coi suoi 45 mila voti è stato determinante.

    Risultato: con 26 ministri più Enrico Letta al posto di suo zio Gianni più 63 sottosegretari più 9 viceministri, è già a quota 99 incarichi governativi. Uno in più del Berlusconi Ter e solo due in meno, come dicevamo, del famigerato Andreotti settimo che pareva irraggiungibile.

    Sommiamo il vice-ministro per gli italiani all'estero in arrivo e resterà da aggiungere una sola casella per brindare al governo più coriandolato della storia patria. E forse del mondo.

    Divertente. Anche perché nel 2001, davanti al Berlusconi Bis che aveva distribuito una enormità di poltrone ma comunque 14 in meno rispetto ad oggi, si era levato un coro scandalizzato non solo dei giornali come il nostro che tentano inutilmente di morder le chiappe a questa deriva clientelare, ma anche dei protagonisti della «man bassa» di oggi. Coro sul quale svettò una battuta della quale Pierluigi Bersani sarà oggi pentito: «Complimenti per la fantasia, manca solo il ministero per la Felicità!» Sono anni, in realtà, che torna e ritorna il tormentone dei tagli dei ministeri. Cominciò Giovannone Spadolini e da allora non c'è stato candidato, capopartito o brindellone, per dirla con Luciano "Boss" Moggi, che non abbia giurato che lui sì, avrebbe ridotto le poltrone. L'ha promesso Berlusconi (Grande Opera fallita sia nel '94 sia nel 2001), l'ha promesso Prodi, che nel programma dell'Ulivo del '96 l'aveva fatto mettere come tesi numero nove: «Ridurre i ministeri e i ministri».

    Riuscì perfino a farla, l'Ulivo, la riforma. Bella pronta per il Cavaliere avviato a vincere le elezioni e già perplesso. Franco Bassanini, che firmò quella svolta istituzionale mai applicata, ridacchiava: «Capisco che chi ha fatto troppe promesse preferirebbe avere molte più poltrone da distribuire. Ma con la riforma il numero dei ministri sarà dimezzato rispetto ai governi degli anni Settanta e Ottanta di cui Pisanu ha forse nostalgia». E aggiunse esaltando il Giappone: «Li hanno ridotti da 23 a 13!» Evviva. Il Giappone, però.

  2. #2
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    Il Prof ha la squadra più costosa di sempre

    di Antonio Signorini da Il Giornale

    Per Prodi due primati negativi sul numero di ministri e sottosegretari (99). Un monte annuo di stipendi di 14,7 milioni di euro


    L’importo è più del triplo rispetto a quello dell’esecutivo Berlusconi. Determinante l’alto numero di membri non parlamentari

    Quando al Senato Romano Prodi ha annunciato il dimezzamento delle scorte al servizio del personale politico forse stava pensando agli effetti che il suo governo rischia di avere sul già disastroso traffico di Roma. L’esecutivo dell’Unione è composto da ben 99 persone, contando solo i neoministri (25) e i relativi viceministri e sottosegretari (73). Troppi per le strade della Capitale, già sature di auto blu. Oppure, più verosimilmente, il presidente del Consiglio potrebbe aver voluto dire ai suoi numerosi collaboratori che forse è il caso di stringere la cinghia su tutte le spese accessorie, visto che solo di stipendi il nuovo governo costerà più del triplo rispetto al precedente.

    Il calcolo lo ha fatto il quotidiano finanziario Italia Oggi in un articolo a firma Fosca Bincher, pseudonimo del direttore Franco Bechis. Se durerà tutta la legislatura, il secondo esecutivo guidato da Prodi costerà una cifra mai raggiunta nella storia: 73 milioni e mezzo circa di euro, il 230 per cento in più rispetto al governo guidato da Silvio Berlusconi. E a far esplodere il costo del lavoro della politica non è tanto il numero dei ministri. I 99 dell’Unione sono più degli 82 di Berlusconi di inizio legislatura (poi sono aumentati anche quelli), ma non tanto da spiegare una differenza così ampia. Tutto sta - spiega Italia Oggi - nell’aumento dei ministri e dei sottosegretari non parlamentari. Per il momento i ministri con un seggio in una delle due Camere sono 22 su 26, mentre i sottosegretari eletti sono solo 14 su 73. Ai tempi del governo Berlusconi i non parlamentari erano solo cinque ministri e quattro tra sottosegretari e viceministri. Il fatto è che ai «tecnici» spetta una indennità sostitutiva di quella da parlamentare che si aggiunge al reddito base dei ministri e dei sottosegretari. Nel dettaglio, il costo lordo è dato dalla somma dei 5.300 euro che sono lo «stipendio» da ministro e gli 11.200 per l’indennità sostitutiva da parlamentare. Circa la metà di questi ultimi se ne va in imposte o serve a pagare i contributi.
    Il risultato è che da oggi fino alla fine del governo se ne andranno in stipendi di ministri, vice e sottosegretari un milione e 230mila euro ogni mese contro i 535.400 euro del precedente governo. In un anno sono 14,7 milioni di euro contro i 6,4 del governo di centrodestra.
    Se la moltiplicazione di ministeri e strapuntini governativi è stato il prezzo pagato per accontentare tutti i partiti del governo e ridurre al minimo il rischio di perdere qualche indispensabile pezzo di maggioranza parlamentare, ora l’Unione sembra voglia correre ai ripari per cercare di evitare che lo stesso meccanismo si riproduca a cascata anche ai livelli più bassi.
    I due esponenti dei Ds Cesare Salvi e Massimo Villone hanno preparato un disegno di legge per limitare l’utilizzo dei collaboratori esterni da parte dei ministeri. Il disegno di legge dovrebbe essere presentato al Senato la prossima settimana e conterrà anche diversi criteri di nomina per i direttori generali della pubblica amministrazione e dei vertici delle società partecipate dello Stato. Potrebbe quindi trattarsi dello spostamento dei poteri su società come Eni, Enel e Finmeccanica dal Tesoro al nuovo dicastero dello Sviluppo, ma questa eventualità è stata di fatto smentita dal titolare Pier Luigi Bersani.
    Effetti nefasti del manuale Cencelli? L’Unione un po’ lo ammette, ma dà la colpa al precedente governo. «Troppe le 99 poltrone del secondo governo Prodi? Molte sono figlie di questa legge elettorale che favorisce la frammentazione e obbliga le coalizioni ad allargarsi», ha lamentato il neo ministro per l’Attuazione del programma di governo Giulio Santagata secondo il quale i dicasteri come quello della Famiglia o quello allo Sport sono la risposta «ai cambiamenti della società». Chi invece pensa che sia stato applicato il classico metodo di spartizione delle poltrone è proprio Massimiliano Cencelli, inventore del manuale: «È stato applicato bene, anche se i Ds dovevano avere un ministero in meno».

  3. #3
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    Anche io mi ricordo bene le polemiche fatte scoppiare dalla sinistra, all'epoca del terzo governo berlusconi ,per il numero definito da loro stessi elevatissimo di ministri e sottosegretari.E' una vergogna che i giornali abbiano solo appena accennato allo scandalo che vede il neo-governo di prodi costituito da un numero ancora superiore di poltrone.Dove sta la coerenza?

  4. #4
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    Perchè non parlate del miliardo di euro di sforamento della Presidenza del Consiglio fatto dall'innominato? Dove sono andati a finire tutti quei soldi? Per caso alle mille campagne pubblicitarie nelle TV? O nei mille uomini della sua scorta? Non doveva l'imprenditore efficiente ridurre i dipendenti di palazzo chigi?

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da picchio
    Perchè non parlate del miliardo di euro di sforamento della Presidenza del Consiglio fatto dall'innominato? Dove sono andati a finire tutti quei soldi? Per caso alle mille campagne pubblicitarie nelle TV? O nei mille uomini della sua scorta? Non doveva l'imprenditore efficiente ridurre i dipendenti di palazzo chigi?
    ma voi li avete aumentati gli sprechi con l'aumento di poltrone ,è ovvio!

  6. #6
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    E' inutile rispondere come al solito incolpando Berlusconi di qualcosa...la Fine della Superiorita' Morale della Sinistra (che non era mai esistita) è nei fatti,e questo viene riconfermato anche dalla nascita del Prodi II tutta sprechi,poltrone,intrallazzi di Palazzo e Manuale Cencelli con prefazione di D'Alema.
    Dopo 5 Anni passati a fare la morale questo è quello di cui siete capaci?
    Nonostante tutto...meglio Berlusconi!

  7. #7
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    LA CARICA DEI 101

    ANDREA INDINI da La Padania

    Che abbuffata. Il mister Romano Prodi ha completato la squadra da portare ai “mondiali” 2006-2011. La difesa: Fausto Bertinotti a dirigere il traffico di Montecitorio, Franco Marini a pacificare gli equilibri di Palazzo Madama, Giorgio Napolitano a irregimentare il Paese dal Colle. L’attacco: venticinque ministri sotto naftalina, riesumati ad hoc «per il bene dell’Italia». L’organico: settantadue sottosegretari per smistare, ingarbugliare, confondere le idee e far sparire qualche scheletro. La carica dei 101 è partita all’assalto dell’Urbe.
    Nel giro di sole quarantott’ore il Professore li ha accontentati tutti quanti: nessuno - o quasi - è rimasto a bocca asciutta. Sono bastate due nottate di inciuci per far capire agli alleati che, di posto, ce n’è per tutti.
    «Questa è la nostra strategia perché l’Italia torni a vincere». È la sintesi del primo discorso di Prodi al Senato. Gli alleati lo avevano minacciato puntando sullo spauracchio dell’«appoggio esterno». Ma, poi, radicali, comunisti e ceppaloni avevano capito che, in un modo o nell’altro, avrebbero partecipato alla festa romana. Meglio far parte della baracca, che sporcarsi le mani facendo da spettatori. Non importa se, poi, nello stesso dicastero si troveranno a lavorare, gomito a gomito, veterocomunisti incalliti, diessini illuminati e margheritine sfiorite. L’infornata dei sottosegretari della scorsa notte ha confermato una brutta tendenza che la riforma costituzionale voluta dalla Cdl mira a combattere. Il ritorno alla crescita del numero dei sottosegretari era già cominciato proprio con l’Ulivo nel 1996: nella seduta del Consiglio dei ministri del 21 maggio di quell’anno furono nominati 49 sottosegretari (Governo Prodi I), 23 in meno di oggi se si pensa che nel 1996 non esisteva ancora la figura del viceministro. Con la carica dei 72 il Prodi bis ha superato uno dei record storici raggiunti nella Prima Repubblica dal Governo Andreotti VII che collezionò ben 67 sottosegretari.
    Non era bastata la duplice trombatura alla Camera e al Quirinale. Alla fine Prodi ha deciso di concedergli gli Esteri, ma con un freno. Anzi sei. Non si sa quanto ne sarà felice il neoministro Massimo D’Alema. La sua squadra alla Farnesina nasce con un record: due vice ministri, Ugo Intini e Patrizia Sentinelli, e quattro sottosegretari, Famiano Crucianelli, Donato Di Santo, Gianni Vernetti e Bobo Craxi. Una squadra folta, che imporrà un’ulteriore suddivisione di deleghe già molto frazionate nell’esecutivo uscente. Per ora, la sola certezza riguarda la Sentinelli, 56 anni, responsabile per l’ambiente di Rifondazione e capogruppo del partito nel consiglio comunale di Roma. La stessa Sentinelli che aveva imparato ad “apprezzare” ai forum no global di Seattle e Porto Alegre («Il movimento è una cosa larga che esprime radicalità e spinge al conflitto sociale i giovani»). La stessa Sentinelli che, a Roma, promuoveva «l’incontro di culture e pratiche diverse» per «ricomporre il soggetto sociale frammentato dalla modernizzazione capitalistica e precarizzato dall’economia globale». La stessa Sentinelli che vorrebbe dare «l’Europa a chi la abita costruendo una cittadinanza universale» in opposizione «a chi, invece, fa dei migranti i nuovi schiavi del mercato del lavoro privi di diritti e dunque di dignità». L’altro vice ministro voluto dal Professore è Ugo Intini, 67 anni, già sottosegretario agli Esteri nel governo Amato tra il 2000 e il 2001. L’ex portavoce di Bettino Craxi potrebbe avere la delega per l’Europa che aveva Roberto Antonione. L’America latina dovrebbe, invece, andare a Donato Di Santo, responsabile dei Ds per questo continente e presidente di Movimondo, organizzazione non governativa molto vicina alla Quercia. La sua presenza garantirebbe al povero Baffino una persona di fiducia, esperta di Cooperazione, per bilanciare almeno in parte la delega “pesante” della Sentinelli.
    Frenato Baffino, il Professore si è circondato di ben quattro sottosegretari: Enrico Letta, Enrico Micheli con delega ai Servizi, Fabio Gobbo con delega al Coordinamento del Cipe e Riccardo Franco Levi con delega all’Editoria. Uno squadrone anche per il «tecnico» Tommaso Padoa Schioppa. «Pensavo che Dracula fosse tornato nei Carpazi», scherza Giulio Tremonti. Al fianco dell’ex banchiere Bce si mettono sull’attenti l’inventore dell’Irap e della dual income tax Vincenzo Visco e il Dl Roberto Pinza. Con loro un codazzo di altri cinque figuri (Massimo Tononi, Paolo Cento, Mario Lettieri, Alfiero Grandi e Antonangelo Casula), tutti disposti a guardare al passato più che al futuro. A dare una mano a Pierluigi Bersani ci penserà, invece, il sindacalista Sergio D’Antoni che sullo sviluppo economico ha le idee piuttosto confuse, dal momento che per attuarlo «non si possono chiudere le frontiere». Punta dritto all’abrogazione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione, legge definita da molti «xenofoba e razzista». «È giusto che questi lavoratori, quando vengono in Italia, abbiano gli stessi diritti e gli stessi doveri - spiegava D’Antoni, all’epoca segretario generale della Cisl - e quindi si trovi una possibilità per tutti, non ci sia una concorrenza sleale tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati».
    Tra economia e politiche estere vorrebbe fare da ponte la radicale in rosa. E sembrerebbe che ci stia riuscendo. L’hanno definita «una rosa in un governo di spine». Ma il ministro per le Politiche europee Emma Bonino, di spine, ne ha anche lei. E ben acuminate. Tanto che il Professore ci ha rimuginato su una notte intera e ha pensato bene di concedere anche alla protetta di Marco Pannella un portafoglio (tanto paga Pantalone). La Bonino si troverà, quindi, a guidare un ministero completamente nuovo che va a ingrassare la top ten dei dieci ministeri più “pesanti”. Da un lato, è stato deciso lo scorporo del Commercio con l’Estero dal ministero per le Attività produttive, sminuendo ulteriormente il ruolo del modenese Pierluigi Bersani e ripristinando il rango di dicastero con il nuovo nome di ministero per il Commercio internazionale. Dall’altro, la Bonino avrà la responsabilità sul dipartimento per le Politiche comunitarie - per l’occasione modificate in “Politiche europee” - più in linea con quella ricorrente in seno all’Unione europea. Un potentato senza precedenti che la Bonino vuole guidare «con sintesi politica» guardando ai dicasteri di D’Alema e Bersani. Le linee principe sono, fin d’ora, piuttosto chiare: lotta a ogni forma di protezionismo economico e contrasto dei nazionalismi. Sulla stessa linea anche il diessino Milos Budin, capace anni fa di «condannare tutto ciò che ha sortito e provocato i drammi delle foibe», ma strenuo sostenitore di un’Europa allargata verso Est: «L’Europa ad Est dell’Unione sta cambiando, la piena integrazione è l’inizio di una nuova fase storica: abbiamo vinto la sfida della ricomposizione, anche se c’è ancora molto lavoro da fare, in entrambi i casi, cercando di sedimentare la cultura della pace».
    La pattuglia di laziali e lo squadrone di emiliani fanno parte della grande falange che Prodi si è portato sotto il Cupolone. Voluto a tavolino o meno (lasciamogli pure il beneficio del dubbio) il Professore ha continuato il trend imboccato per i ministeri: il nord del Paese è stato completamente dimenticato. Fa (una magrissima) eccezione il dicastero delle Comunicazioni: qui sono stati nominati sottosegretari i lombardi Luigi Vimercati e Giorgio Calò. Al fianco della giovanissima Giovanna Melandri, in questi giorni sotto tiro a causa di una quarantunenne moldava colpita da un decreto di espulsione per documenti irregolari, spunta come per magia il leader di una lista locale Lega Alleanza Lombarda, il bresciano Elidio De Paoli. In vista delle consultazioni politiche del 2006 aveva firmato col suo partito un patto con l’Unione per allearsi con la coalizione prodiana in entrambe le Camere. Si ricandidava, nuovamente, a Palazzo Madama come capolista del suo partito ottenendo solo l’1,5 per cento delle preferenze in Lombardia (lo sbarramento regionale è del 3 per cento).
    A conti fatti sono stati tutti ben retribuiti. D’altra parte il Professore non poteva correre il rischio di smarrire per strada l’alleato che gli ha permesso la risicata vittoria. Anche se un posticino d’onore per Piero Fassino poteva trovarlo...

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da zaffo
    ma voi li avete aumentati gli sprechi con l'aumento di poltrone ,è ovvio!
    Con i soldi della missione irakena si pagano anche 500 sottosegretari. Pensaci.

  9. #9
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    Lasciando gli Irakeni con Saddam...sicuramente.

  10. #10
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    Il Professore aumenterà ancora le poltrone

    FABRIZIO CARCANO da La Padania

    Il record di 101 poltrone assegnate, stabilito dal settimo governo di Giulio Andreotti ai tempi, ovviamente, della Prima Repubblica, vacilla pericolosamente.
    Da indiscrezioni che filtrano da Palazzo Chigi sembra, infatti, che la pletora di incarichi governativi assegnati da Romano Prodi per il suo Esecutivo sia destinata ad aumentare entro breve per passare dagli attuali 99, anche se il numero 100 sostanzialmente è già previsto (sarebbe il vice ministro per gli Italiani all’Estero), a quota 101 o forse persino a quota 102, andando così a polverizzare il record andreottiano.
    Probabilmente tra il dire e il fare bisognerà aspettare ancora qualche giorno, ovvero dopo le elezioni Amministrative.
    L’ipotesi più accreditata è che nel prossimo Consiglio dei Ministri, in programma giovedì primo giugno, Prodi possa nominare almeno due tra sottosegretari e viceministri, ma non è da escludere che addirittura possa spuntare un nuovo ministro, il numero 26 di questo governo.
    Il ministro in questione sarebbe quello per gli Italiani all’Estero, per il momento non previsto se non come vice: una delega che sarebbe dovuta andare ad uno tra Franco Danieli della Margherita, favorito, anzi dato quasi per sicuro, o in alternativa Leoluca Orlando dell’Italia dei Valori, uscita delusa dall’assegnazione degli incarichi ministeriali. L’impressione è che il primo resti il più accreditato. Ma Prodi starebbe persino valutando l’intenzione di ripristinare il dicastero guidato nella scorsa legislatura da Mirko Tremaglia, per tacitare i malumori della pattuglia di parlamentari eletti con i voti degli italiani all’Estero, soprattutto i cinque senatori decisivi per avere la maggioranza a Palazzo Madama, ma nella coalizione non tutti i partiti sono d’accordo sull’ipotesi di creare un nuovo ministero ed è possibile, se non probabile, che alla fine si opti soltanto per un vice ministro, come inizialmente previsto.
    L’altra nomina riguarderebbe un nuovo sottosegretario al superministero dell’Economia, il cui ruolo sarebbe quello di seguire l'iter della manovra economica, compito svolto da Piero Giarda nei governi ulivisti e sostanzialmente da Giuseppe Vegas nella scorsa legislatura.
    Questo nuovo sottosegretario sarebbe quasi sicuramente un esponente dei Ds, probabilmente uno tra Enrico Morando e Laura Pennacchi.
    Ricapitolando: un sottosegretario all’Economia e siamo a quota 100, un vice ministro per gli Italiani all’Estero e saremmo a 101, impattando il primato andreottiano. Ma se invece quello per gli Italiani all’Estero fosse addirittura un ministro allora a quel punto quasi certamente ci sarebbe anche un sottosegretario per il suo dicastero e a quel punto scatterebbe la fatidica quota 102 e cadrebbe il record del governo Andreotti.
    Altro che Prima Repubblica…

 

 
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