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    Il vero è un momento del falso
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    Post "Brevi considerazioni sulla situazione attuale"

    DENTRO LA CORRENTE

    Note critiche su alcune tesi di Gianfranco La Grassa

    di Ascanio Bernardeschi

    "La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali".

    Karl Marx – Friedrich Engels, 1848

    "Nel capitalismo ci sono alcuni che hanno denaro, cioè capitale e fabbriche e negozi e terre e molte cose, e ci sono altri che non hanno niente ma hanno solo la loro forza e le loro competenze per lavorare; e nel capitalismo comandano quelli che hanno il denaro e le cose ed obbediscono quelli che non hanno altro che la loro capacità di lavoro".

    Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno – Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, giugno 2005

    "If we want an alternative to capitalist society, we need to know what capital is. Nothing is more indispensable to this aim than the right interpretation of Marx’s theory of value".

    Tom More, marzo-aprile 2005



    L’oggetto di queste note critiche è la ricerca di Gianfranco La Grassa, così come approdata al più recente tra i suoi lavori a me noti: Fuori della corrente – Decostruzione-ricostruzione di una teoria critica del capitalismo, Edizioni Unicopli, Milano 2002. La sconfitta epocale e definitiva delle realtà statuali dell’Est e dei movimenti mondiali che ad essa avevano pur in maniera diversamente articolata - fatto riferimento, il successivo suicidio di tanti e importanti partiti politici dell’occidente fino ad allora richiamatisi al marxismo, impongono la ricerca di una innovazione teorica. Tale ricerca non può evitare di fare i conti, per il carattere indubbiamente innovativo del suo lavoro, con La Grassa. Anche gli aspetti "distruttivi" del suo pensiero, possono rappresentare uno stimolo per una ricostruzione di una teoria anticapitalistica. Il che non significa adesione alle sue tesi. Infatti chi scrive vede, nel loro complessivo significato, una serie di limiti ed alcuni indirizzi di ricerca fuorvianti.

    Una decostruzione-ricostruzione teorica non può prescindere neppure da un confronto con altri filoni di ricerca, che qualcuno potrebbe sprezzantemente definire "ortodossi", ma che hanno il pregio di ricostruire un’interpretazione di Marx che dà il giusto peso alla sua rottura con gli economisti classici, soprattutto con Ricardo, interpretazione che consente di prendere le

    distanze dagli approcci di alcuni seguaci di Sraffa, svelando una serie di malintesi interpretativi e logici e restituendo evidenza all’utilità di alcuni strumenti analitici di Marx, tra cui la teoria del valore. Alcune recenti interpretazioni - cui hanno contribuito anche studiosi italiani, con scarsissimo eco in Italia, e i cui testi sono ignorati dalla nostra editoria, salvo pochissime eccezioni - sembrano trovare ulteriore supporto nella nuova edizione critica delle opere di Marx. Di questi contributi non possiamo qui riferire. Sappiamo di dare per scontati, così facendo, elementi tanto indispensabili a supporto del nostro ragionamento quanto abbastanza sconosciuti alla platea nazionale dei lettori. Se chi ospita questo intervento lo ritiene utile, è possibile riferire al riguardo in un intervento successivo, che richiede uno suo spazio.

    La fuoriuscita di La Grassa dal marxismo non è un’illazione, dal momento che egli la rivendica esplicitamente, sia pure con l’onestà di riconoscere il suo debito verso (ed un residuo legame con) il sistema teorico marxiano e ponendosi in netta e sprezzante contrapposizione con coloro che l’hanno rinnegato approdando però alla pura e semplice accettazione del capitalismo.

    Ma veniamo - limitandomi a elencarle e sintetizzarle in undici voci, nella speranza che in questo caso i dettagli, i nessi e le argomentazioni siano noti al lettore - alle tesi che mi preme di discutere in questa sede e che credo siano essenziali per il percorso di ricerca che l’Autore intende proporre.

    I) La struttura sociale si articola nelle seguenti sottostrutture: economica, politica e ideologico-culturale.

    II) Nella struttura della particolare formazione storica capitalistica - o meglio della formazione in cui prevale il modo di produzione capitalistico - la sottostruttura economica ha una posizione preminente sulle altre sulle altre.

    III) L’aspetto più importante del contributo di Marx è la teoria del modo di produzione e non la teoria del valore.

    IV) Quest’ultima, utile per analizzare aspetti non centrali del modo di produzione, non ha un rilevo significativo per comprendere quelli più importanti. Essa inoltre è affetta da una serie di debolezze teoriche e pratiche (tra queste l’impossibilità di ridurre i vari lavori con diverso livello di qualificazione, non solo in base a distinte specializzazioni ma anche in base a distinti ruoli gerarchici, a lavoro generico) tanto da rendere assai difficile la soluzione di intricatissimi nodi teorici. Pertanto essa deve essere archiviata.

    V) L’elemento più rilevante è invece il conflitto tra le classi (di ruoli) dominanti.

    VI) L’evidenza della storia ha smentito la previsione marxiana di una tendenza, nell’ambito del sottosistema economico, all’unificazione degli interessi della classe dei produttori, o meglio del lavoratore collettivo cooperativo "dal dirigente all’ultimo manovale" (il cosiddetto "general intellect"), contro la classe borghese, che sempre più si farebbe parassitaria. Al contrario il mondo del lavoro ha accresciuto la sua frammentazione e la gerarchia dei ruoli lavorativi, con una accentuazione della separazione tra direzione ed esecuzione, mentre i soggetti dominanti non sono parassitari, in quanto sono preposti al tipo di conflittualità decisivo per la riproduzione sociale.

    VII) Nella sottostruttura economica, all’interno dei ruoli di direzione, si distingue il quello della direzione tecnica o manageriale delle unità produttive o del coordinamento tra quest’ultime, volto ad assicurare la massima razionalità strumentale della produzione - ovvero la scelta dei mezzi economici più adatti a conseguire un certo fine - dal ruolo della direzione strategica, che è proiettato all’esterno dell’impresa e che cura la competizione interimprenditoriale, il conflitto con le altre imprese per ampliare la sua sfera di influenza. Il primo gruppo di agenti, pur non rappresentando una classe di ruoli dominati, non è neppure quella dei dominanti. Il secondo è il ruolo che prevale, il ruolo della classe dominante. Tale ruolo, sia pure connesso in vario grado, a seconda delle circostanze, alla proprietà, è comunque da essa distinto e su essa prevalente.

    VIII) Nella sottostruttura economica il conflitto, almeno dal punto di vista empirico, assume prevalentemente i connotati della concorrenza tra imprese nel mercato. L’impresa non è la semplice unità in cui si combinano i fattori produttivi, ma la versione capitalistica della tendenza conflittuale che è comune a tutte le società. Essa quindi è funzionale al conflitto, anche se deve utilizzare strumenti economici, tra cui primeggia il denaro.

    IX) Anche nella sfera politica si distinguono gli agenti che amministrano i mezzi dello stato in funzione della razionalità economica (spesa pubblica, fisco, amministrazione di imprese pubbliche ecc.), paragonabili, per il ruolo svolto, alla direzione tecnica o manageriale delle imprese, da quelli addetti alle strategie esterne (definite militari "in senso assai lato"), volte ad espandere la sfera di influenza degli stati e delle loro economie, che invece hanno affinità con la direzione strategica delle imprese, con cui non raramente tendono addirittura a coincidere.

    X) Il capitalismo si è caratterizzato per la ricorsività di fasi di egemonia incontrastata e di accentramento di funzioni strategiche in un polo, come ad esempio quello statuale USA a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, e/o - nella sfera economica - in un complesso imprenditoriale, e fasi di policentrismo, di più accentuata conflittualità intercapitalistica e interstatuale (interimperialistica). Nei poli egemoni hanno grande rilievo le figure direttive strategiche sia della sfera economica che di quella statuale, mentre tali funzioni sono di scarso rilievo nelle realtà della "periferia", cioè non egemoniche. Nelle fasi dette monopolistiche le connessioni tra pubblico e privato sono assai più strette e complesse.

    XI) Diversamente da quanto asserito nel Manifesto del Partito comunista, il motore della storia non è la lotta tra classi dominanti e classi dominate, ma la lotta tra le classi dominanti. La lotta tra dominanti e dominati, esistente spesso in proporzioni notevoli, in forme acute e con effetti importanti, ha sempre fatto da substrato a quella tra dominanti, l’unica che ha innescato transizioni ad altre forme di società. Il soggetto della trasformazione non è mai stato la classe dominata ma una nuova classe di ruoli sociali formatasi all’interno della vecchia società a seguito dell’attrito tra classi dominanti.

    Vorrei ragionare su alcune di queste undici tesi secondo un ordine scelto per comodità espositiva.

    Cominciamo con la tesi III). Ogni teoria è fatta di elementi che si tengono assieme, come gli elementi architettonici che sostengono una struttura. Si può sostenere che l’elemento essenziale di un porticato sono le volte e non le colonne che le sostengono, o viceversa? Ad ogni elemento deve essere riconosciuta la sua funzione. Alcuni elementi sono poi indispensabili perché l’edificio teorico tenga.

    Una teoria ha inoltre un certo oggetto che si vuole indagare e rappresentare e alcuni strumenti utili per tale indagine. È chiaro che l’oggetto del Capitale di Marx è il modo di produzione capitalistico e le sue leggi di movimento. Riteniamo altrettanto vero che la teoria del valore è uno strumento analitico essenziale per spiegare tali leggi. Non ci sembra però che la contrapposizione proposta da La Grassa sia quella tra oggetto e strumento, tra fine e mezzo. Infatti egli giudica lo strumento della teoria del valore irrilevante proprio per la conoscenza degli aspetti più importanti del modo di produzione capitalistico. Piuttosto la tesi III ci sembra strumentale al sostegno della IV), che invece vorremmo affrontare più avanti.

    Le tesi VII e IX illustrano fatti di evidenza generale, a-storica, in quanto validi non solo all’interno dello specifico modo di produzione indagato, verificabili, al contrario, a prescindere dalle distinte forme che storicamente hanno assunto le diverse società. Sarebbe stato impossibile perfino per le prime società schiavistiche realizzare e tramandare imponenti monumenti senza l’opera di una qualche direzione tecnica, senza l’applicazione razionale nel processo produttivo, da parte di tecnici e artisti assai ingegnosi, probabilmente ben ricompensati ma non in posizione dominante, delle conoscenze scientifiche di allora e senza la direzione manageriale - anche se quasi sempre in forma di una più assoluta e violenta costrizione - degli schiavi addetti a quelle opere. Ugualmente deve essere esistito, a maggior ragione nei centri degli imperi, un ruolo direttivo strategico, volto a curare i rapporti esterni e ad affermare la potenza degli stati e dei suoi apparati produttivi, ad assicurarne la supremazia nei confronti di altri. E questo ruolo, magari esercitato da un ceto assai ristretto o al limite, tendenzialmente, da una persona sola, deve aver avuto un carattere dominante nei confronti degli altri. Fatta questa osservazione, valida per ogni società minimamente evoluta, occorre indagare le specifiche forme assunte da questi caratteri generali nelle diverse società storicamente esistite, e in particolare nelle società in cui predomina il modo di produzione capitalistico.

    A mio parere la differenza tra le precedenti formazioni sociali e quella attuale non sta nella distinzione tra questi ruoli, ma nella minore autonomia, nelle prime, della sfera o sottostruttura economica (azzardo a dire non nella sua minore importanza, visto che una condizione essenziale della riproduzione di una società è la riproduzione delle condizioni materiali di esistenza e di sopravvivenza degli uomini, assai più problematiche, e quindi cruciali, nelle società meno sviluppate). È ragionevole supporre che in quelle realtà la posizione dominante venisse nettamente occupata dalle sottostrutture politica e ideologica, in grado esercitare un potere pressoché assoluto sulle altre. Con la rivoluzione borghese, invece, l’economico si è emancipato sempre di più dalla sottomissione al politico per giungere ad una posizione assolutamente dominante nel regolare la riproduzione sociale. Infatti, nelle formazioni sociali in cui prevale il modo di produzione capitalistico, i diversi ruoli ed i rapporti di dominio non derivano, come nelle precedenti, dalla legge, dal diritto naturale o da quello divino, ma dal rapporto degli uomini con i mezzi di produzione, velati dai rapporti di tipo mercntile. Quindi, un carattere specifico del nuovo modo di produzione sta proprio nel ruolo egemonico della sottostruttura economica, la quale casomai si avvale in maniera strumentale degli apparati giuridici, statuali e ideologici, la cosiddetta sovrastruttura, per legittimarsi e imporsi. La Grassa ne è consapevole e ne fa oggetto della tesi II.

    Ma se si attribuisce alla sfera economica, nelle società odierne, questo carattere cruciale, sia pure con rapporti di simbiosi più o meno decisivi con quella politica, occorre individuare: 1) l’origine del potere economico, cioè della ricchezza e, come lui stesso enfatizza, del denaro, insieme alle le sue modalità di distribuzione tra i soggetti; 2) come questa ricchezza si traduca in un potere di comando.

    A ben vedere anche la tesi X, che condivido, ha un aspetto a-storico nel senso che in altre epoche si sono verificate fasi ricorsive, conquiste e perdite di egemonia da parte di alcune realtà politiche, fasi caratterizzate dall’esercizio di un potere incontrastato da parte di un polo imperiale e fasi di conflittualità multipolare. L’aspetto storico di questa società sta nell’intreccio più stringente tra la sfera economica e quella politica, con maggiore influenza della prima, e quindi anche in questo caso servirebbe specificare: 3) il carattere dei nessi tra il conflitto interimperialistico e quello interimprenditoriale e le caratteristiche del luogo di questo conflitto, il mercato.

    Ci consideriamo indubbiamente inadeguati a fornire le risposte ai tre quesiti sopra enunciati, ma, per quanto ci siamo sforzati, non abbiamo trovato migliore strumento utile - e qui veniamo alla tesi IV - di quello che La Grassa ha deciso di archiviare: la legge del valore.

    Egli, più dettagliatamente nelle sue opere anteriori già citate, così sferra il suo attacco alle fondamenta della teoria del valore e al concetto di lavoro astratto. Nel processo produttivo entra il lavoro vivo, inteso come un flusso. I vari flussi lavorativi sono tra loro concatenati secondo sequenze sia orizzontali che verticali che si differenziano in base alle qualità ed ai ruoli. Se si definisce il valore del prodotto come la sommatoria tra questi lavori si compie un duplice errore. 1) Si sommano a questi flussi vivi cristallizzazioni di lavoro passato. 2) Si considerano in qualche modo riducibili a lavoro astratto comune questi diversi flussi vivi, presupponendo che l'astrazione sia un fenomeno ormai realizzato compiutamente nell'ambito del modo di produzione capitalistico. Solo in questo modo si possono rappresentare i diversi lavori vivi come puro tempo, per cui sono possibili operazioni matematiche tra di loro e con il lavoro cristallizzato nei mezzi di produzione e di consumo. La Grassa nega questa possibilità fino a trarne conclusioni, anche sul piano politico, che negano l'esistenza di una classe dominata omogenea ed avente in blocco interessi opposti alla classe dominante.

    L’ "errore" 1) cioè quello di sommare flussi di lavoro vivo a cristallizzazioni di lavoro passato, lamentato dall’Autore, ci pare una conseguenza del secondo. Se infatti si potesse parlare di lavoro astratto, a prescindere dalla differenziazione di qualificazione e di ruoli, di modo che fosse possibile considerarlo come lavoro generico, o ridurlo a tale, anche il lavoro passato cristallizzato, avrebbe la stessa caratteristica di astrazione, e non si porrebbero ulteriori problemi.

    Veniamo al secondo "errore", quello che mi sembra determinante. Per Marx l'astrazione del lavoro è una conseguenza di una caratteristica del modo di produzione capitalistico, in cui i soggetti non agiscono in base a piani e a finalità prestabilite o ad esigenze immediate di socialità, ma come atomi separati ed indifferenti tra di loro, i cui prodotti raggiungono la socialità solo con lo scambio. La socialità del lavoro non si manifesta quindi all’atto della produzione ma successivamente, nello scambio, anche se le merci si possono scambiare tra di loro perché già uguali prima di incontrarsi nel mercato, in quanto oggettivazione del lavoro astratto. Il lavoro, estorto agli individui prestatori nel processo produttivo, da essi separato, alienato, è lavoro

    privato, che può essere reso sociale solo annullandone le particolarità, concrete ed utili, tra cui - è da ritenere - i loro diversi ruoli gerarchici, rovesciandolo nel suo opposto: in un lavoro generico, qualitativamente identico, i cui prodotti sono per questo equivalenti e quindi quantitativamente comparabili. È nello scambio quindi che la socialità del lavoro oggettivato nella produzione, si manifesta come sostanza del valore, lavoro astratto, effettuato per lo scambio dei prodotti sul mercato, che a tal fine conta non per le sue differenze, ma in quanto generico, determinato solo quantitativamente, senza altra connotazione. È così che i rapporti sociali tra gli individui vengono mediati da cose, da rapporti di scambio e che si afferma un meccanismo impersonale, dominato dal mondo delle cose, dai prodotti del lavoro e dalle incarnazioni di lavoro astratto, che posseggono, nello scambio, la loro natura di ricchezza astratta e realizzano, scambiandosi contro denaro, il proprio prezzo. Lo scambio è decisivo per la verifica della socialità del lavoro e per poter considerare omogenee, tra di loro computabili, quantità di lavoro prestate nei diversi processi produttivi. L’omogeneità del lavoro si manifesta allorquando il suo prodotto si scambia con il denaro, con il rappresentante generale di tutti i lavori. Le grandezze del valore delle singole merci si manifestano con il loro "salto mortale", con la conclusione del circuito capitalistico: il valore scaturisce non dalla sola produzione, ma "dall'incrocio tra produzione, circolazione e distribuzione delle merci". Così pure la grandezza del plusvalore realizzato da ogni singolo capitalista, è solo attesa, fino allo scambio. Ma la produzione capitalistica, l'origine del plusvalore, si basano su questa attesa".

    Se è il mercato che conferma la socialità del lavoro, attraverso il denaro che viene realizzato, anche il valore delle componenti del capitale, che sono merci scaturite da precedenti processi produttivi, è stato soggetto allo stesso tipo di validazione. È fuorviante e frutto di distorsione ottica dei neoricardiani determinare tale valore attraverso la somma dei lavori necessari alla produzione di tali beni, dei lavori ad essi "incorporati", con un ricorso indietro nel tempo (la nota "riduzione" del valore dei beni a quantità di lavoro di epoche diverse). Il valore del capitale costante e del capitale variabile, è invece dato dal lavoro astratto sociale, valicato dal mercato, rappresentato dall’esborso monetario che il capitalista ha dovuto sostenere al momento dell’acquisto di tali fattori. In questo modo il problema della presunta mancata "trasformazione" da parte di Marx del valore degli input, si manifesta come un falso problema, dal momento che non c’è da trasformare prezzi di mercato, e si conferma che la dialettica tra il lavoro oggettivato e il lavoro vivo del salariato, unica possibile fonte del valore e del capitale, diviene fondamentale in questo modo di produzione.

    Da qui la centralità del ruolo della proprietà, nel senso lato della disponibilità dei mezzi di produzione, in un sistema in cui è assicurata sul piano giuridico una formale condizione di eguaglianza tra i cittadini.

    Al di là del problema della riduzione a lavoro comune, l'astrazione del lavoro non attiene tanto all'uniformità dei lavori concreti nei diversi processi lavorativi o all'interno del medesimo processo (anche se l’evoluzione tecnologica realizza una certa omogeneizzazione dei diversi lavori tra di loro), essa attiene alla caratteristica del modo di produzione capitalistico in cui il processo lavorativo non è altro che il mezzo, il fine essendo il processo di valorizzazione del capitale, di ricchezza astratta. La produzione diviene fine a sé stessa, il lavoro interessa in quanto produttore di plusvalore, non produttore di singoli valori d'uso ma sorgente unica della valorizzazione del capitale. I singoli lavori determinati interessano laddove si indagano le condizioni generali, naturali, di riproduzione di una società, a prescindere dal suo carattere storico. Non appena ci occupiamo del modo di produzione capitalistico dobbiamo considerare che il processo lavorativo può aver luogo solo in quanto processo di valorizzazione, in cui non questo o quel lavoro si contrappongono al capitale ma vi si contrappone il lavoro astratto. L'autovalorizzazione del capitale è possibile perché il valore d'uso della forza lavoro consiste nel il potere di fornire una eccedenza di lavoro rispetto a quello che è richiesto per la sua riproduzione. Questa eccedenza può essere definita, non già in termini di lavori particolari eterogenei, ma solamente in termini di lavoro astratto. Solo attraverso di esso è possibile rappresentare il carattere del modo di produzione capitalistico.

    Questo carattere si può dire che sia venuto meno con il capitalismo manageriale o con le innovazioni all’organizzazione produttiva introdotte dal cosiddetto post fordismo, o con i caratteri salienti assunti dalla globalizzazione liberista? Dovendo in questa sede dare per noti alcuni nodi teorici, ci limitiamo a considerare l’evidenza empirica di questa legge, proponendo, così come probabilmente La Grassa approverebbe, di non contemplare svolte "epocali" che ci vengono annunciate un anno sì e l’altro pure - ma di provare a leggere i processi in corso come manifestazioni di una delle ricorrenti fasi di sviluppo capitalistico.

    Le specificità della fase non attenuano, ma accentuano, le caratteristiche di fondo del modo di produzione capitalistico. Inoltre non è possibile leggere con chiarezza gli aspetti specifici della fase se non si confrontano con i caratteri generali di tale modo di produzione, che ha ancora molto a che vedere con quello analizzato e descritto nell’800 da Marx. Elemento essenziale del sistema di analisi marxiano è l’individuazione della finalità all’interno del modo capitalistico di produzione ad accumulare ricchezza astratta, in forma di segno monetario, a prescindere dai bisogni delle persone in carne ed ossa - che possono essere solo un riferimento necessario alla realizzazione del plusvalore - e a superare ogni limite sociale e naturale che questa accumulazione si trova di fronte, ponendo al centro e al di sopra dei destini degli uomini questo fine assoluto. A questo proposito la distinzione di La Grassa tra il potere (il fine) e il denaro (il mezzo) non pare convincente. A parte il rischio di cadere nella storia della gallina e dell’uovo, di discutere se il denaro è strumentale al potere o se il potere serve a fare denaro, ci pare che il denaro in sé rappresenti il potere, il potere di disporre degli altri uomini a proprio piacimento: il denaro, oltre a mezzo di questa costrizione, è la forma più pura di cristallizzazione del lavoro già estorto ai produttori.

    La finalizzazione di ogni scelta all’estrazione ed accumulazione di pluslavoro - ripeto, in forma di ricchezza astratta, di valore, di denaro - può spiegare alcune caratteristiche dell’attuale fase, che vorrei sommariamente ricordare:

    a) Il coinvolgimento del lavoratore, la sua partecipazione, la sua autonomia, la sua possibilità di intervenire nel ciclo lavorativo e di arrestarlo ogni qualvolta si renda necessario, se erano considerate un pericolo e quindi escluse nella fabbrica taylorista, sono ora ritenute necessarie. Ciò presuppone un’adesione soggettiva del lavoratore alle sorti dell'impresa la quale deve esercitare una capacità egemonica, far venir meno il carattere conflittuale della produzione che il fordismo, pur cercando di controllare, semplicemente presupponeva. Questa egemonia è stata conquistata solo dopo che i lavoratori hanno subito gravi sconfitte. La "qualità totale", spogliata dell'involucro ideologico, consiste solo nel non sprecare le risorse necessarie attraverso il coinvolgimento dei lavoratori; la loro partecipazione però interessa le fasi esecutive e non certo le scelte strategiche (anzi, deterritorializzandosi l'impresa, spesso i lavoratori non conoscono neppure il luogo in cui queste scelte avvengono). Questa flessibilità e questa riduzione della forza lavoro vengono introdotte pur sempre per aumentare lo sfruttamento. Riducendo i tempi morti, facendo sì che tendenzialmente tutto l'orario di lavoro sia tempo attivo di valorizzazione, intensificando il controllo del capitale sulle condizioni di lavoro, con metodi meno costrittivi ma più efficaci, chiedendo una completa dedizione anima e corpo del lavoratore alle sorti della fabbrica, utilizzandolo in una pluralità di mansioni intercambiabili, il processo di astrazione del lavoro certamente non si indebolisce. L'affidamento di più macchine in sequenza al medesimo operaio non porta ad una sua più qualificata professionalizzazione ma all'esplicazione di funzioni sempre più esecutive e generiche, alla disintegrazione delle conoscenze specifiche, alla maggiore intercambiabilità della forza lavoro. La flessibilità del lavoro, la attitudine richiesta all'operaio di passare con facilità da un lavoro ad un altro, quando non gli viene addirittura imposto di passare dal lavoro al non lavoro, e in cui il genere determinato del lavoro è fortuito e quindi indifferente sono anch'esse un elemento di rafforzamento dell'astrazione, del carattere del lavoro che diviene "il mezzo per creare la ricchezza in generale". La "qualità" si riduce alla ricerca dell'aumento in intensità e durata del lavoro, all'aumento della quantità del plusvalore. Anche il lavoro degli impiegati di tipo esecutivo, con l'introduzione dell'informatica, viene ridotto ad attività ripetitive, omogenee tra di loro: elaborazioni di informazioni secondo modalità già precostituite nel software. C'è una diversa composizione di classe, le gerarchie rimangono o si approfondiscono, ma il lavoro che sta alla base di tali attività ripetitive, quello di tipo esecutivo, è sempre più indifferenziato. Tutto ciò non fa venir meno, anzi conferma, il carattere astratto del lavoro.

    b) L’estensione dello sfruttamento del lavoro, anche minorile, soprattutto nel terzo mondo, ma non solo, l’estensione della durata della giornata lavorativa, come previsto anche dalle nuove direttive europee in materia (l’esatto opposto della "fine del lavoro"), confermano l’assoluta necessità, per valorizzare il capitale, di succhiare quanto più possibile lavoro. Non si verifica la scomparsa della classe operaia ed anzi il conflitto di classe viene esportato nelle ex aree arretrate. La messa a valore di sempre più lavoro (come nel caso di quello "cognitivo"), l’asservimento del lavoro intellettuale, della scienza e dei saperi alla valorizzazione del capitale, o la messa a valore, addirittura, dello stesso tempo libero (come nel caso dei lavoratori a chiamata, intermittente e altre diavolerie simili) costituiscono una ulteriore conferma che la fonte del valore, diviene sempre più insufficiente in rapporto alle ingenti ricchezze accumulate e da valorizzare, e che pertanto sempre più lavoro, con modalità più flessibile possibile, deve essere asservito. Se il potere del capitale è quello di disporre a proprio piacimento degli uomini e del tempo della loro vita, diventa necessario sviluppo di questa logica pretendere la disponibilità del lavoratore per ogni necessità, al di là dell’orario di lavoro e la "messa a valore" della sua stessa coscienza, forzando così i limiti della valorizzazione. La flessibilità elevata a paradigma fondamentale, che precarizza la vita di intere generazioni è anche un tentativo di superare l’insufficienza del "lavoro vivo" in rapporto alla crescente quantità di "lavoro morto" accumulato. Analogamente lo sono le leggi fatte a misura per sfruttare ancor più massicciamente la nuova forza lavoro costituita dagli immigrati e per ricattare meglio, sulla base di questa nuova disponibilità di forza lavoro, i lavoratori residenti.

    c) La pervasione del rapporto di lavoro salariato (sfruttato), la mercificazione di ogni aspetto della vita e la sussunzione sotto il capitale, e quindi sotto il rapporto di lavoro salariato, di aspetti essenziali della stessa riproduzione umana, ormai largamente sottratta alle forme non mercantili con cui finora veniva assicurata, tra cui - ma non solo - il welfare testimoniano ancora che solo il lavoro è in grado di valorizzare il capitale. L’opportunità presentatasi dal dissolvimento dei modelli di società dell’Est e le sconfitte della sinistra in Occidente hanno consentito, almeno provvisoriamente, di chiudere di una fase e il ritorno a rapporti sociali vicini a quelli del capitalismo puro ottocentesco e perfino più vicini alla precedente fase dell’accumulazione originaria (compradorizzazione delle periferie).

    Da tutto ciò si ha una conferma delle intuizioni sull’astrazione del capitale che succhia progressivamente al suo interno ogni aspetto della vita concreta: i valori d’uso, i bisogni fondamentali, la forza lavoro, l’ambiente (l’accaparramento e messa a valore delle risorse naturali e dello stesso codice della vita al di là di ogni sostenibilità), cioè il mondo delle cose e dei corpi.

    Anche le soluzioni "politiche" emergenti, sono funzionali a questo sistema di sfruttamento. Molti deliberati del WTO o del FMI, molte direttive europee, come quella di Bolkestein, il trattato di Maastricht, molti accordi internazionali, come il GATS, ne sono la prova.

    La contraddizione tra questa tendenza del sistema ad abbattere ogni limite che si frappone alla valorizzazione, tramite lo sfruttamento del lavoro, anche in forme inedite, e la necessità di porre tale valorizzazione su basi sociali ristrette e limitate è ancora la contraddizione fondamentale che riassume e include tutte le altre. Ad esempio, l’esigenza di un mercato in espansione illimitata collide con il quella - che invece pone limiti ristretti alla domanda - del contenimento dei salari e della spesa sociale. Da questa contraddizione deriva l’oscillazione tra fasi "riformiste", in cui c’è spazio per il welfare e per miglioramenti salariali - funzionali anche agli sbocchi della produzione - e fasi di più acuto liberismo, di ritorno al "capitalismo classico", favorito oggi dal venir meno della competizione - economica, militare, ma anche sul terreno del consenso - con le società del cosiddetto socialismo reale. Una fase che si caratterizza quindi per una radicalizzazione, degli aspetti salienti del capitalismo, proponendo per esempio una emarginazione del ruolo dello stato che va oltre gli stessi auspici di Adam Smith. Se proprio vogliamo vedere una novità della fase, è quella che siamo di fronte a una sorta di estremismo del capitale, non a un’attenuazione del suo carattere. La polemica in questo caso non è indirizzata a La Grassa perché egli è ben consapevole di ciò.

    Proponiamo un ultimo esempio: l’autonomizzarsi degli aspetti finanziari. La Grassa, nello spiegare il fenomeno della finanziarizzazione, sottolinea la necessità da parte delle imprese di tenere i mezzi economici in forma liquida per poter essere rapidamente utilizzati in funzione strategica. E questo senza dubbio è un aspetto, ma insufficiente a spiegare perché il volume delle transizioni puramente finanziarie è pari a quello delle alle transizioni "reali" moltiplicato per molte decine di volte. A questo proposito non è inutile ricordare come non solo l’opera teorica più matura di Marx, ma già l’opera divulgativa del Manifesto, nonostante che l’entità delle transizioni finanziarie a metà dell’ottocento non fosse minimamente paragonabile a quella attuale e che non esistessero i prodotti finanziari sofisticati di oggi, non aveva trascurato la tendenza allo sviluppo di potenti mezzi di scambio, difficilmente dominabili.

    Proprio la natura astratta del valore fa degli strumenti finanziari, che in vario modo lo rappresentano, al pari del denaro, un elemento cardine del sistema. Anzi essi più del denaro rappresentano ricchezza astratta autonoma e la forma più appropriata di esistenza e di circolazione del capitale. Vediamo di spiegarne i motivi. La forma necessaria della metamorfosi del capitale Denaro-Merce-Produzione-Merce-Denaro maggiorato (D-M-P-M-D’) prevede all’inizio e alla fine del ciclo il denaro, mediato dalla circolazione e produzione delle merci, e quindi dai valori d’uso, i quali vengono sussunti all’interno della circolazione del capitale, entro relazioni capitalistiche, ma costituiscono comunque una mediazione necessaria. La "produzione" di strumenti finanziari, al pari del capitale dato a prestito, è invece direttamente, senza mediazioni, un risultato delle relazioni capitalistiche in cui si scambia valore astratto direttamente, senza la mediazione di valori s’uso. Il loro valore d’uso, al pari di quello della moneta, non è nel consumo ma nella circolazione. Ma, mentre la moneta è anche il medium della circolazione delle merci, può servire anche per acquistare beni di consumo e quindi può non essere lo strumento della metamorfosi del capitale - come avviene se si esamina la metamorfosi della merce, lo scambio dal punto di vista dei consumatori (M-D-M), o come avviene per chi semplicemente la tesaurizza in vista di consumi futuri - i prodotti finanziari servono solamente come capitale, per l’autovalorizzazione della ricchezza astratta. Si raggiunge quindi così il massimo dell’autonomizzazione dalla produzione di valori d’uso.

    Bisogna inoltre domandarsi come si spiegano le "bolle speculative" e l’uso degli strumenti finanziari come puro e semplice gioco d’azzardo, come una scommessa sul verificarsi o meno di certe aspettative economiche. Io vi vedo anche il tentativo illusorio di uscire, sulla base di quella autonomizzazione, dai limiti della redditività su base produttiva, determinati dalla vituperata legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, di astrarre e prescindere illusoriamente dai limiti della produzione e dei rapporti sociali capitalistici. Così come il credito consente di prescindere, per un periodo, dalle difficoltà di realizzazione del valore, salvo poi doverne prendere atto ancor più disastrosamente nelle crisi, la finanziarizzazione fornisce l’illusione di forme di investimento più redditizie di quelle che consentono lo sfruttamento diretto della forza lavoro, di poter collocare il surplus crescente di capitale che non trova sbocco nella produzione. Dietro la liberalizzazione dei movimenti finanziari e le accondiscendenti politiche fiscali degli stati e delle autorità internazionali c’è l’obiettivo di favorire tali sbocchi. E per un po’ le cose possono funzionare davvero così. Finché la bolla non scoppia, e non può che scoppiare perché il lavoro è l’unica fonte del valore.

    Altro aspetto è quello dei movimenti finanziari volti a rivoluzionare gli assetti proprietari delle società di capitale, o addirittura a scommettere su possibili scalate a questa o quella società. Certo, si potrebbe rispondere, si tratta di una conferma del ruolo strategico, conflittuale, "militare". Ma si può anche dedurne che il ruolo della proprietà è tutt’altro che inessenziale o non strategico.

    Questa fase di sviluppo del capitalismo è supportata dalle politiche liberiste associate alla guerra preventiva e permanente. Questo dipende dalla circostanza che, nei momenti in cui più acuti e oppressivi sono il carattere del capitalismo e la riduzione dei soggetti a funzioni del capitale, la dose di violenza per imporre il capitalismo elevato all’ennesima potenza deve tendere a crescere. E non sarei davvero sicuro, a proposito del carattere strategico del ruolo "militare", se di tale ruolo sia davvero e in ogni circostanza più rilevante la funzione di supporto alla competizione e al conflitto con l’esterno o piuttosto quella di sottomissione dei dominati di tutto il mondo.

    Il carattere del dominio nel mondo capitalistico, che si produce soprattutto nella sfera economica (pur non sottacendo tutti i nessi con la sfera politica), sta quindi nella possibilità di disporre - attraverso i meccanismi impersonali del mercato e attraverso la competizione in regime di concorrenza o di oligopolio - della maggior quantità possibile di potere sociale che si manifesta con il denaro, ma che non è altro che la possibilità di disporre del lavoro di altri, del loro tempo di lavoro che è la negazione del tempo della loro vita. Ed è possibile che i lavoratori, accettino di far sottrarre al tempo della loro vita il tempo di lavoro perché questo è l’unico mezzo per poter sopravvivere e riprodursi, perché i mezzi di produzione, nella forma socialmente determinata di capitale, non sono nella loro disponibilità ed al contrario la loro esistenza di lavoratori, i loro corpi, sono utilizzabili, con sempre meno limiti da qualche decennio, da chi può disporre a proprio piacimento delle condizioni di lavoro. Senza questa qualificazione altre tesi di La Grassa, anche quelle più condivisibili, perdono di pregnanza storica. Quindi, anche la sottovalutazione dell’importanza della proprietà/disponibilità dei mezzi di produzione, ai fini della definizione dei distinti ruoli sociali, mi sembra una conseguenza della sottovalutazione di alcune caratteristiche specifiche, storiche, del modo di produzione capitalistico, delle forme a cui sono assoggettati i rapporti sociali in questa epoca storica.

    Così pure, mi sembra vi sia un rapporto tra questa mancanza di determinazione storica e la tesi XI. Al di là di quello che con immediatezza si può ricavare dalla lettura dell’opera maggiormente divulgativa di Marx (Il Manifesto del Partito Comunista) a proposito di lotta fra le classi, non manca, implicitamente nello stesso Manifesto e più esplicitamente in altri più complessi saggi di carattere politico, la consapevolezza che in precedenti rivoluzioni, per esempio in quella borghese, una classe minoritaria di dominanti è stata sostituita da un’altra, la quale ha in questo modo liberato nuove forze produttive dalle catene dei vecchi rapporti di produzione, insieme alla consapevolezza che la rivoluzione del proletariato sarà diversa da queste esperienze.

    Perché questa rivoluzione sarà diversa? Perché la rivoluzione borghese ha ormai fatto tabula rasa di vecchi privilegi fondati sul diritto di qualsiasi tipo, incluse le prescrizioni morali o religiose, e tutti i soggetti sono posti su un piano di uguaglianza dal punto di vista giuridico e formale. Per la prima volta nella storia, tutti gli uomini sono "liberi" e l’ingiustizia, lo sfruttamento, la presenza di classi dominanti e dominate, discende solo dai rapporti economici e dalla proprietà/disponibilità dei mezzi di produzione. Inoltre i limiti alla liberazione di nuove forze produttive, non dipendono da vincoli sovrastrutturali, ma il "vero limite del capitale è il capitale stesso". In presenza di tali contraddizioni, quale altra rivoluzione è possibile, se non il superamento dei rapporti di capitale? Quale ulteriore progresso sociale, se non quello basato sulla consapevole programmazione dei fini della società da parte degli uomini liberamente associati, e non su meccanismi impersonali, sugli esistenti rapporti proprietari? Quale altra classe potrà allora porsi l’obiettivo del (desiderare il) superamento del capitale, della proprietà privata dei mezzi di produzione, se non quella esclusa dalla proprietà, il proletariato nelle sue diverse configurazioni e articolazioni all’interno dell’intero mercato mondializzato? Ritenere quindi che anche nell’attuale modo di produzione non può essere che una classe dominante a fare la rivoluzione è una conseguenza precisa di non aver messo al centro dell’analisi le caratteristiche specifiche di questo modo di produzione.

    Ci rendiamo conto di non aver affrontato altri quesiti cui La Grassa ha dato risposte che meriterebbero di essere esaminate con attenzione. Per esempio non è agevole, dopo le sconfitte del comunismo nei paesi in cui lo si è tentato di realizzare (io sono tra quelli che negano che sia mai stato realizzato) ma anche dei tentativi rivoluzionari in occidente, respingere la tesi VI, che pone l’enorme problema della composizione del soggetto antagonista al capitalismo, la cui soluzione è tanto difficile quanto urgente.

    Senza pretendere di rispondere, bisogna sperare (e soprattutto operare per favorire tale risultato) che il carattere distruttivo ormai raggiunto dal capitalismo, l’imbarbarimento della società che sta provocando in maniera generalizzata, le guerre, il raggiungimento di limiti di sostenibilità assai ristretti, il pericolo di una distruzione dell’umanità e del pianeta per effetto dell’uso stravolto della scienza sia ai fini "produttivi" che militari, tenda ad allargare i soggetti interessati al superamento di questa formazione sociale. Certamente le soggettività non fioriranno da sole senza il sostegno di una teoria all’altezza dei tempi, e vediamo quanto ci sia ancora da lavorare per disporre di questo strumento. Ma domandiamoci quanto utile possa essere fare tabula rasa di alcune acquisizioni ormai più che verificate dai fatti, buttare via il bambino con l’acqua sporca, oppure dire a chi si ribella: solo la lotta tra dominanti può cambiare le cose. Intanto cosa si fa?

    Il posto giusto è dentro la corrente dei dominati, degli sfruttati, dei diseredati, degli oppressi, degli affamati, magari con meno fideismo e con spirito più critico del passato, ma dentro. Non è solo moralismo, per quanto fin qui argomentato è l’unica possibilità di impegno rivoluzionario che vediamo attualmente.



    NOTE

    1. Per una comprensione del percorso intellettuale, si vedano anche i precedenti lavori G. La Grassa Saggi di critica dell'economia politica, ed Vangelista, Milano 1994 e E. De Marchi, G. La Grassa, M. Turchetto Per una teoria della società capitalistica, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1994.

    2 Mi riferisco alla raccolta di saggi a cura di L. Vasapollo dal titolo Un vecchio falso problema. La trasformazione dei valori in prezzi nel capitale di Marx, Media Print Edizioni, Roma 2002. Sul piano della ripresa della ricerca filologica scaturita dalla nuova edizione critica delle opere di Marx, si veda A. Mazzone, MEGA2: Marx ritrovato, Media Print Edizioni, Roma 2002 e il pregevolissimo R. Fineschi, Ripartire da Marx Processo storico ed economia politica nella teoria del "capitale", Istituto Italiano per gli Studi filosofici, ed La città del Sole, Napoli 2001.

    La bibliografia in lingua inglese è invece ricchissima. Una buona raccolta di saggi che compendiano le posizioni da noi maggiormente condivise è quella, a cura di A. Freeman e G. Carchedi, Marx and Non-eqilibrium Economics, Edward Elgar Publishing Company, 1996.Un compendio maggiormente rappresentativo delle pluralità delle posizioni è la raccolta degli atti del seminario internazionale sul III volume del Capitale, tenutosi dal 15 al 17 dicembre 1994 all'Università di Bergamo, pubblicati dall'editore Macmillian Press nel 1998 Marxian Economics a Rappraisal Essays on Volume III of Capital.

    3. Cfr G. La Grassa Saggi ecc. cit. pp. 157-159.

    4. R. Bellofiore, Teoria del valore e processo capitalistico. Note di teoria marxiana a partire da un recente "bilancio", Centro Gobetti, 2 maggio 1994, p. 10-15.

    5. In questa sede si fa riferimento all’evidenza empirica derivante dalla capacità di spiegare una serie di fatti strutturali, economici e sociali di particolarmente evidenti in questa fase di sviluppo del capitalismo, comprese le cosiddette politiche liberistiche. È interessante però notare che, su un piano più strettamente tecnico, diversi studi empirici (statistici) concordano nel riconoscere il ruolo determinante del lavoro nella determinazione del sistema dei prezzi. Tra questi rammento A. Shaikh, The transformation from Marx to Sraffa nel volume curato da E. Mandel e A. Freeman Ricardo, Marx, Sraffa - The Langston Memorial Volume, Langston Foundation, Londra 1984; A. Shaikh, TheEempirical Strength of the labor theory of Value, contributo al seminario internazionale sul III volume del Capitale, tenutosi dal 15 al 17 dicembre 1994 all'Università di Bergamo, pubblicazione già citata; E. Ochoa, Labor Values and Prioces of Production: An Interindustry Study of the U.S. Economy, 1947-1972, tesi di laurea non pubblicata, New School for Social Research, New York, 1984 (una sintesi del lavoro di Ochoa è stata da lui presentata al convegno tenutosi a Milano nel marzo 1988 ed organizzato dal CITEP e dal Centro Karl Marx; gli atti, sotto il titolo di Prezzi, Valori e saggio del Profitto, sono stati editi dalla Casa ed. Vicolo del Pavone, Piacenza, 1989); ed infine diversi lavori di P. Cockshot e P. Cottrell, tra cui citiamo Testing Labour Value Theory with input/output tables, dei due autori insieme a G.J. Michaelson, e Value’s Law, Value’s Metric, 1994, disponibile all’URL http://www.cs.strath.ac.uk/~wpc/repo...ic/metric.html. Nello stesso sito è pubblicato anche J. Wright, Simulating the law of Value. In tutti questi lavori si è stimato, partendo dalle matrici intersettoriali dell'economia, l'accostamento dei prezzi di produzione ricardiani e dei valori marxiani ai prezzi di mercato e si sono indagate le relazioni tra varie grandezze economiche (composizione del capitale, saggio del plusvalore e saggio del profitto) misurate secondo i due distinti metodi pervenendo a conclusioni assai convergenti così sintetizzabili: 1) gli effetti della "trasformazione" dei valori in prezzi di produzione coprono una frazione molto piccola della componente di "disturbo" dei prezzi di mercato rispetto al valore, pertanto la teoria del valore lavoro spiega le influenze quantitativamente dominanti nella formazione dei prezzi; 2) la deviazione fra i prezzi di produzione ed i prezzi di mercato non è significativamente inferiore a quella tra i valori ed i prezzi di mercato; 3) la deviazione tra i prezzi di produzione ed i valori è una funzione inversa della quota del prodotto che va ai salari; essa raggiunge il suo valore massimo (dell’ordine del 35 per cento) con il salario uguale a zero e si annulla nell'ipotesi che tutto il prodotto vada al salario; ai livelli del rapporto effettivo salari/profitti la deviazione non raggiunge il 20%; 4) anche nel caso limite di saggio del profitto massimo (tutto il prodotto va ai profitti e salario uguale a zero) la deviazione tra i prezzi di produzione calcolati secondo criteri "sraffiani" e quelli calcolati secondo il metodo proposto da Marx nel Capitale sarebbe del 2 per cento. Altre interessanti ricerche empiriche riguardano l'andamento nel tempo del saggio del profitto e di altre variabili. Ochoa, nella sua già citata tesi di laurea, rileva (p. 214) un andamento decrescente del saggio medio nell'economia USA, stimandolo al 24,7 per cento nel 1947 e al 17,3 nel 1972. Anche Fred Moseley (Il declino del saggio del profitto nell'economia USA del dopoguerra: una spiegazione marxiana, nel già citato P. Giussani, F. Moseley, E. Ochoa, Prezzi, valori e saggio del profitto - Problemi teoria economica marxista oggi), esaminando tale andamento dal 1947 al 1977, osserva un trend sicuramente decrescente, dal 22 per cento (1947) al 12 per cento (1977), pur fornendo di questo fenomeno spiegazioni diverse da quella della nota legge marxiana sulla caduta tendenziale del saggio del profitto. Deve essere detto tuttavia che successivamente al ’77, per effetto dei mutati rapporti di forza tra le classi, assai più sfavorevoli ai lavoratori, il tasso del profitto ha ripreso a crescere, fino alla recente crisi.

    6. K. Marx, Lineamenti I, p. 32.

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  2. #2
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    ..oh, io di solito non posto mai mattoni, però è una lettura molto interessante e mi sembra giusto averla messa

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da vlad84
    ..oh, io di solito non posto mai mattoni, però è una lettura molto interessante e mi sembra giusto averla messa

    mazza che pippone... ...cmq, giuro, appena avrò un attimo di tempo lo leggo.

 

 

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