perchè li chiedi? il NO ha "quasi praticamente" vinto... lo dicono quelli dell'Unione...


perchè li chiedi? il NO ha "quasi praticamente" vinto... lo dicono quelli dell'Unione...


Molte sono le ragioni di ordine costituzionale per votare no al prossimo referendum sulla modifica della Costituzione (vedasi il «Manifesto per il No» primo firmatario Leopoldo Elia, l'Unità 17.06.06). Io vorrei concentrare l'attenzione solo su alcuni aspetti economici della «devolution» e più in generale del federalismo. Primo: efficienza nell'attribuzione di competenze. La teoria economica del federalismo (Musgrave) afferma: a. che devono essere gestite a livello centralizzato le politiche di stabilizzazione e di redistribuzione del reddito (e quindi le politiche di welfare); b. che a livello decentrato vanno attribuite le funzioni allocative; c. che queste stesse funzioni restano a livello accentrato nel caso in cui siano presenti delle esternalità. A motivo di quest'ultimo punto discende la prima considerazione circa il caso italiano e cioè che la riforma del Titolo V attuata dal centrosinistra (art 117) va corretta perché vanno riportate alla sfera di esclusività dello Stato le funzioni seguenti: le politiche relative alle reti di trasporto e navigazione; la produzione, il trasporto e la distribuzione di energia; l'ordinamento delle comunicazioni; le normative sugli ordini professionali; gli incentivi alla produzione (Ricerca e Sviluppo) e alla internazionalizzazione delle imprese. Tutto questo è presente nel Programma di governo dell'Unione. Seconda considerazione: si diceva che è opportuno che le politiche di welfare restino a livello centrale. Le tre principali politiche di welfare riguardano, come è noto, pensioni, educazione e sanità. In tema di sanità in Italia si è già decentrato molto (forse troppo) e la «devolution» presente nella proposta di riforma costituzionale del centrodestra accentua le competenze esclusive a livello regionale di questa materia e inoltre aggiunge tra le materie di competenza esclusiva anche l'istruzione. Dalle analisi dell'Ocse (Learning from Tomorrow's World: First results from Pisa 2003, Parigi 2004) e di Foresti-Pennisi (Fare i conti con la scuola, in www.lavoce.info, 2005) si rileva che la percentuale di studenti 15enni con capacità matematiche tali da risolvere problemi complessi è del 50% in Finlandia e Giappone, del 33% nella media Ocse, del 20% in Italia, valore che, a sua volta, è una media di più del 30% al Nord e di meno del 10% al Sud. Il problema dell'Italia è quindi quello di aumentare l'efficacia dell'insegnamento secondario e di ridurre le differenze territoriali. Non conosco studi che inducano a pensare che si possano fare passi avanti in questa direzione attribuendo l'ordinamento scolastico come esclusiva competenza regionale.
Secondo: costi del processo decisionale. Il processo decisionale democratico, sulla cui preferibilità nessuno nutre alcun dubbio, è tuttavia più lungo di quello non-democratico (si pensi alla rapidità con cui in Cina si decide di allagare una vallata per farvi una diga e di allontanare senza compensazione i residenti). Tuttavia se in un sistema democratico si eccede in lentezza e in complessità delle strutture decisionali intermedie i costi possono diventare intollerabili. In Italia abbiamo due situazioni anomale. Una riguarda i numerosi livelli decisionali: Unione europea, Stato nazionale, Regione, Provincia, Città metropolitana, Comune (e a volte comunità montana). Opportuno sarebbe lo sfoltimento e l'aggregazione e non la moltiplicazione di questi livelli, ma di questo si parla troppo poco. La seconda peculiarità negativa riguarda il bicameralismo perfetto che comporta alti costi e tempi lunghi nel varo delle leggi. Il Programma dell'Unione prevede il superamento dell'attuale bicameralismo con l'attribuzione di competenze differenziate ad un Senato rappresentativo delle Regioni e delle autonomie locali, ma la Camera può sempre legiferare anche nelle materie di competenza regionale per garantire l'unità giuridica ed economica del Paese. La riforma del centrodestra invece, attribuendo competenze esclusive alle regioni, determinerà costanti ricorsi alla Corte Costituzionale che bloccheranno e rallenteranno ulteriormente il processo decisionale. È vero che nel testo di riforma del centrodestra viene concesso al Governo la possibilità, attraverso una specifica procedura, di rimuovere una legge regionale che pregiudichi un «interesse nazionale della Repubblica», ma siccome questo interesse non è (né può essere una volta per tutte) specificato l'inserimento di questo principio sarà solo destinato ad alimentare ulteriormente la conflittualità tra stato e regioni.
Terzo: responsabilità di spesa e federalismo fiscale. Il sistema a multilivello di cui si diceva deve comportare una stretta corrispondenza tra spese che sono nella potestà degli enti territoriali e risorse (date dal prelievo fiscale) con le quali finanziare quelle spese. Per lungo tempo gli enti locali italiani hanno avuto un vincolo di bilancio assai morbido perché avevano ampia autonomia di spesa, ma non dovevano andare a imporre le tasse ai loro cittadini, perché ricevevano le risorse finanziarie dallo Stato (la cosiddetta finanza derivata). Il cosiddetto federalismo fiscale tende ad ovviare a questa asimmetria, che è una delle ragioni dei problemi della finanza pubblica del nostro paese. Oggi siamo a metà del guado: esistono tributi statali destinati alle regioni (ad esempio l'Irap), compartecipazioni (all'Iva), addizionali regionali (all'Ire e all'Irap), tributi propri (l'Ici dei Comuni) eccetera, ma una grossa parte delle risorse degli enti territoriali è ancora rappresentata da trasferimenti erariali. Dal lato della spesa c'è un impegno al rispetto di un Patto di stabilità interno, e sono previste delle sanzioni (come quelle scattate in questi giorni sulla base di norme dell'ultima Finanziaria) in termini di maggiorazione delle aliquote Irap e Ire che gravano su imprese e cittadini di quelle regioni che non stanno rispettando i piani di rientro del debito sanitario. Il percorso sarà portato a compimento quando sarà data attuazione all'articolo 119 della Costituzione sul federalismo fiscale, che prevede la completa corrispondenza tra spese e risorse. Questo processo è tuttavia complesso e delicato. Un'attuazione immediata e radicale può sconvolgere la finanza pubblica a detta della stessa «Alta commissione di studio sul federalismo fiscale» presieduta dal prof Vitaletti.
Quarto: costi della trasformazione federale e della «devolution». È stato fatto uno studio (Isae, L'attuazione del Federalismo, marzo 2006) che ha quantificato l'ammontare di risorse finanziarie che dovrebbero essere trasferite dallo Stato alla Pubblica Amministrazione locale in ottemperanza all'attuazione della riforma del titolo V della Costituzione. La spesa decentrata aggiuntiva per servizi e prestazioni finali, come previsto dall'attuazione dell'articolo 117, ammonterebbe a 70 miliardi di euro, di questi ben 44, cioè i due terzi, per le competenze in tema di istruzione. Se il complesso delle spese (le nuove spese di cui si diceva sopra e le la quota delle vecchie spese già finanziate con trasferimenti erariali) fosse coperto da risorse proprie (tributi locali o compartecipazioni al gettito di tributi erariali) da assicurare alle Pubbliche Amministrazioni locali, come previsto dall'articolo 119, l'aumento lordo delle risorse autonome ammonterebbe a 169 miliardi di euro. In sintesi, nell'ipotesi di costanza sia di spesa pubblica, sia di pressione fiscale complessiva, l'attuazione dell'articolo 117 determinerebbe un aumento della massa complessiva amministrata dalla Pubblica Amministrazione locale dal 15 al 21% del Pil, mentre l'attuazione dell'articolo 119 determinerebbe un aumento della pressione fiscale locale dal 6,7 al 17,7% del Pil, una quota assai superiore a quella media dell'UE e superiore anche a quella di stati federali come la Germania (12,2%). È mio parere che su questo terreno la riforma del centrosinistra del titolo V abbia fatto il passo più lungo della gamba. E ora, invece di fare dei passi indietro, la «devolution» del centrodestra vuole fare un passo ancora più lungo: il capitombolo sarebbe probabilmente inevitabile. Ad esempio allo stato attuale delle cose è dubbio che l'attuazione dell'articolo 117 comporti la devoluzione dell'istruzione alle regioni, mentre il dubbio non si pone nel caso del nuovo testo approvato nel 2005. Si noti poi che le cifre sopra riportate si riferiscono all'ipotesi di costanza della spesa complessiva. È facile immaginare che questa costanza non avrà luogo e tanto maggiore saranno i trasferimenti locali e tanto maggiore sarà la parte della spesa che verrà compiuta sia a livello centrale, sia a livello locale. Il compito del Ministro Padoa-Schioppa di ridurre la spesa pubblica diventerebbe titanico.
Quinto: tensioni perequative. Nel disegnare un sistema di finanziamento ottimale per i governi subnazionali ci si trova di fronte a due obiettivi contrapposti. Da un lato bisogna responsabilizzare gli enti territoriali nella gestione finanziaria delle loro ampie competenze di spesa, riconoscendo la possibilità di differenziare il prelievo tra i diversi territori: il federalismo fiscale non può che prevedere entrate procapite diverse a secondo dei diversi livelli di reddito procapite regionale. D'altro lato tuttavia si vuole garantire al sistema della finanza decentrata un adeguato grado di solidarietà, che significa garantire il soddisfacimento di bisogni standard che non siano di livello minimo anche alle regioni più povere. Come ha recentemente scritto Alberto Zanardi «il passaggio per pervenire ad una soluzione in qualche modo soddisfacente è oltremodo stretto» (Un federalismo fiscale responsabile e solidale, il Mulino, 2006). Questo passaggio è tanto più stretto quanto più il dualismo è ampio e quanto più la quota di spesa decentrata (e quindi il grado di federalismo fiscale) è rilevante. Siccome il grado di dualismo italiano è tra i maggiori dell'Unione, non dovremmo rincorrere chimere di accelerazioni autonomiste e procedere con un sano principio di sperimentazione, che preveda anche dei passi indietro considerando che, per citare (dal libro di Zanardi) Wallace Oates, uno dei massimi studiosi del federalismo fiscale, in Italia «il movimento verso la decentralizzazione si è spinto talmente in là da prevedere una vera e propria proposta di separazione della nazione in due stati indipendenti». Non credo che gli italiani, né settentrionali, né meridionali, vogliano questo.




...ASSIEME AI FEDERALISTIOriginariamente Scritto da vend. solitario
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Stiamo in guardia.
E' vero che gli umori prevalenti degli elettori sembrano essere per il NO, ma facciamo attenzione che i voti espressi saranno probabilmente così pochi che il risultato potrebbe traballare fino all'ultimo.
Amici che difendete la Costituzione Repubblicana:
IMPEGNAMOCI A CONVINCERE GLI INCERTI ED I PIGRI.
TRASCINIAMO AMICI E PARENTI A VOTARE PER IL NO.
OFFRIAMO UN PO' DI VOLONTARIATO A SOSTEGNO DEI COMITATI PER IL NO


Per quale motivo i cittadini italiani sono chiamati alle urne il prossimo 25/26 giugno? Guardando gli spot mandati in onda negli scorsi giorni dalle reti Mediaset, molti aventi diritto si saranno convinti che si vota per decidere se bisogna ridurre o meno il numero dei Parlamentari.
Ma questo è ovviamente solo un passaggio di una maxi-Riforma che modifica oltre cinquanta articoli della Costituzione.
Il centrosinistra negli scorsi giorni aveva già fatto esplodere la propria rabbia denunciando questo ennesimo grande inganno ai danni dei cittadini, oggi è intervenuta l'Autorità garante per le Telecomunicazioni, che ha diffidato "Mediaset a non continuare la trasmissione di spot informativi che per la parcellizzazione e l'incompletezza delle informazioni fornite enfatizzino aspetti particolari della complessiva consultazione referendaria".
Lo schema, comunque, appare sempre lo stesso. Il capo del centrodestra Silvio Berlusconi, grazie alle sue televisioni, delle quali dispone ovviamente a suo piacimento, viola le regole ogni volta che gli fa comodo. Poi, quando il danno già è stato fatto, arriva la bacchettata di una delle autorità di controllo. Il Cavaliere a quel punto se la cava con una diffida o - quando proprio gli va male - con una multa che certamente non influisce sul suo bilancio familiare. Una storia che si ripete sempre uguale dal 1994 ad oggi.


La vera posta in gioco
Stefano Ceccanti
Non è un sondaggio quello di domenica e lunedì, è un voto che decide direttamente la sorte di larghe parti della Costituzione solo ed esclusivamente sulla base dei Sì e dei No.
Per questo ha fatto bene ieri il Presidente Napolitano a richiamare il diritto-dovere di partecipare a una decisione che in ogni caso avrà conseguenze importanti.
Spicca certo il paradosso dell'assenza di quorum rispetto a quello ormai inarrivabile del 50% + 1 del referendum abrogativo, da quando chi vorrebbe votare No in quel caso ha scoperto la strada dell'astensione.
Un motivo in più per avvicinare le due discipline, portando anche quello abrogativo a un livello raggiungibile. Il quorum è un'eccezione nel diritto comparato: tutti stiamo commentando l'importantissimo referendum catalano dove per l'appunto il quorum non c'era e dove la posta in gioco era di rilievo costituzionale e che segnerà in profondità e in positivo la storia di quel paese, nonostante che abbia votato poco meno del 50% degli eventi diritto. L'assenza di quorum responsabilizza al massimo l'elettore, come in una qualsiasi elezione amministrativa e politica. Chi tace acconsente, delega agli altri. Alle Politiche solo ventimila elettori hanno fatto la differenza: non scordiamocelo.
Trasmettere questo messaggio semplice è doveroso, ma non è di immediata ricezione e per questo Napoletano si è sentito in dovere di segnalarlo. Il Paese arriva stanco di politica a questo appuntamento dopo troppe domeniche elettorali. Per questo coinvolgere non è facile, al di là delle minoranze impegnate, ed è difficile decodificare come l'interesse che si manifesta nelle iniziative di questi ultimi giorni possa tradursi nella scelta tra il voto e il non voto e anche tra il Sì e il No, oltre agli slogans demagogici diffusi a piene mani. I dibattiti più partecipati sono stati per me (ma non so se è un'esperienza generale) quelli dove si è avuto un contraddittorio e dove esso si è svolto con pacatezza: ma quali esiti abbia ciò nel corpo profondo del Paese nessuno può prevedere.
Prevarrà la stanchezza oppure lo sforzo dell'associazionismo, anche di quello che non ha preso posizione ma che ha organizzato dibattiti a voci plurali, in cui si è distinto in questo caso, non essendovi una posizione ufficiale di parte, l'associazionismo cattolico? Soprattutto nel Nord colgo una domanda di innovazione, quella stessa che si manifestò in forme del tutto impreviste nel referendum abrogativo del 9 giugno 1991 e la richiesta di chiarire come il voto al No possa essere importante in questo senso. C'è una prima risposta da dare, anche se va oltre l'oggetto del referendum e che colpisce sia il No sia l'astensione. La maggioranza che ha approvato questa legge è la stessa che ha disincentivato la partecipazione, il rapporto effettivo di rappresentanza con la pessima legge elettorale con cui abbiamo votato l'ultima volta e che sta dispiegando i suoi perniciosi effetti anche sull'attività di Governo, incentivando l'esibizione di logiche micro-identitarie.
Astenersi o votare Sì significa accettare o comunque assecondare anche la logica oligarchica che abbiamo sperimentato con quella legge e che il Parlamento dovrà invece cambiare radicalmente, anche sotto la pressione del prossimo quesito abrogativo. Votare No oggi è anche un modo per esprimere a posteriori un giudizio su quella scelta, anch'essa compiuta in modo blindato, sordo al dialogo. C'è poi una seconda osservazione di buon senso specificamente contro l'astensione: essa disconosce l'importanza del tema del rinnovamento delle istituzioni, i cui princìpi e valori possono indebolirsi non solo per riforme sbagliate, ma anche per il peccato di omissione delle mancate riforme.
C'è infine un paradosso da segnalare contro la scelta del Sì: la riforma su cui votiamo è intimamente incoerente, assemblando principi e logiche di funzionamento opposti, per cui chi tenti di difenderla dentro un dibattito, ragionando, senza limitarsi a slogan demagogici non può comunque fare a meno di segnalare vari limiti. Così ha fatto anche il manifesto degli studiosi per il Sì.
Ma se per il referendum abrogativo, nel caso di successo del Sì, abbiamo sempre affermato che eventuali leggi successive dovessero sempre approvarsi «sotto dettatura del corpo elettorale», questo non è ancor più vero per eventuale la prevalenza del Sì in un referendum che confermerebbe il precedente lavoro parlamentare? Si potrebbe modificare in profondità un testo varato già sotto la duplice dettatura del Parlamento precedente e degli elettori?
Per questo se l'appello del Presidente Napolitano a ritrovare le strade del dialogo, non solo tra i poli, ma anche con le autonomie locali e regionali, con le forze sociali e culturali, a prescindere dai risultati, va comunque accettato, senza riserve, è evidente che esso potrebbe trovare esiti migliori da un tavolo sgombro anziché da uno pieno di proposte già approvate anche col crisma del popolo sovrano. La vittoria del No e il quesito abrogativo sulla legge elettorale possono rilanciare la prospettiva delle riforme nel modo più proficuo per il Paese.


Non ha fatto neanche in tempo a pronunciare l'insulto che i blogger si sono scatenati online dando vita a sonounindegno.com. Berlusconi dà degli indegni agli italiani che voteranno No al referendum. La Rete coglie l'attimo e risponde a tono. Aprendo un blog e, di conseguenza, il dibattito.
Come un déjà vu. Sembra ieri che l'allora presidente del consiglio definiva "coglioni" gli elettori del centrosinistra colpevoli di non votarlo. Allora, per protesta, la Rete si scatenò. Nacque sonouncoglione.com che fece migliaia di proseliti e un esercito di utenti (non solo di sinistra) arrabbiati, offesi, pronti a dire la propria.
Oggi Berlusconi replica. E il web pure. Nel pomeriggio il leader di Forza Italia apre la manifestazione romana per il sì al referendum e si lascia andare a uno dei suoi apprezzamenti verso chi non la pensa come lui. Dice alla folla: "Nessun italiano può sentirsi degno di essere tale se domenica non sarà andato a dare il proprio sì alla riforma costituzionale".
Insomma, quelli che voteranno No sono indegni di essere italiani. I blogger colgono al volo. E appena un'ora dopo la dichiarazione compare online il sito sonounindegno.com.
Autori, gli stessi di sonouncoglione.com. Che si definiscono come "un gruppo di amici che in un pomeriggio della primavera romana, scoprirono d'essere dei coglioni. Adesso che l'estate sta cominciando, apprendiamo d'esser diventati altro: non più dei coglioni, ma finalmente degli indegni".
Il blog ha già qualche commento perché gli internauti sono veloci e hanno voglia di comunicare. C'è chi ironizza: "Per fortuna che c'è Silvio".




Gian Piero OrselloColoro che ascoltano purtroppo soltanto i telegiornali di Mediaset, che della controriforma costituzionale voluta dalla destra citano soltanto la riduzione del numero dei parlamentari e, quindi, possono essere convinti che questa riduzione (da attuarsi, peraltro, soltanto nel 2016) produrrà una diminuzione nei costi dello Stato per i cittadini italiani. Ma dovrebbero riflettere sul costo altissimo che deriverebbe ai cittadini italiani subito dopo l'eventuale entrata in vigore della controriforma (da evitare in ogni caso con la un'ampia partecipazione al voto nel referendum e con l'espressione di un deciso NO) a causa della realizzazione della devolution, e dell'attribuzione delle nuove competenze e dei più vasti poteri alle regioni, sottraendoli allo Stato e, conseguentemente, con una moltiplicazione delle burocrazie e dei relativi trasferimenti di personale dallo Stato alle regioni con i costi relativi.
Gli esperti economici valutano in 270 miliardi di euro la partita di giro relativa alle competenze che si sposterebbero dal bilancio statale a quelle delle Regioni, mentre gli aumenti dei costi del personale fin dal 2006 ammonterebbero a non meno di un miliardo e mezzo di euro. Inoltre occorrerebbero circa 40 miliardi di euro per realizzare il passaggio dei poteri previsto dalla controriforma costituzionale, con la previsione di un progressivo aumento annuale della spesa.
Tutto ciò senza considerare la spesa derivante da uno spezzettamento in venti sistemi regionali per quanto attiene alle competenze relative all'attuazione della devolution per la scuola e per la sanità e tralasciando gli oneri derivanti per il nuovo potere delle Regioni in materia di polizia regionale. Tenuto conto della situazione finanziaria disastrosa cui l'attuale Governo deve far fronte a seguito degli errori e delle insufficienze del governo precedente le conseguenze della controriforma, in termini di costi, è probabile un rinvio sine die delle modificazioni approvate oppure il blocco dei nuovi sistemi introdotti con conseguenze gravissime per la realizzazione della sanità pubblica e soprattutto per la scuola, tenuto conto che non sono previste norme per garantire alle regioni in tali casi l'autonomia finanziaria.
Anche soltanto limitandosi a questo aspetto, così negativo in termini finanziari, vi sono evidenti ragioni per evitare simili rischi, persuadendo tutti i cittadini sulla necessità di un deciso NO alla controriforma nell'ormai prossimo referendum.