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Discussione: I Fasci Siciliani

  1. #1
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    I Fasci Siciliani

    http://www.ilportaledelsud.org/fasci_siciliani.htm
    i Fasci Siciliani

    Palermo, lo Scibene e Monte Cuccio

    Prefazione
    1) Oltre cento anni fa (nel 1893) nelle campagne e nelle città di Sicilia, contadini, artigiani, intellettuali, ma soprattutto donne e uomini di ogni età, cominciarono ad unirsi nei Fasci dei Lavoratori, nel tentativo di sconfiggere la rassegnazione, di sfidare la mafia dei gabelloti ed il potere dello Stato che affamava la povera gente lavoratrice. Era un sogno di giustizia e di libertà che mirava a costruire, con la lotta giorno dopo giorno, il progetto di una società migliore. Fra coloro che aderirono ai Fasci dei Lavoratori, si distinsero le donne che aspiravano alla conquista, attraverso la solidarietà e la partecipazione, del benessere sociale. Tentavano di recuperare valori morali e sociali in grado di proporre alla collettività un senso nuovo della dignità umana.
    I Fasci siciliani furono tragicamente repressi dai mafiosi locali e dal governo nazionale. Si contarono più di cento morti, diverse centinaia i feriti e oltre tremila cinquecento rinchiusi nelle patrie galere....
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  2. #2
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    2) Per comprendere perché i fasci ebbero una tale diffusione nei centri rurali basta considerare le condizioni in cui versava, a trent'anni di distanza dalla forzata Unità, la classe contadina. In Sicilia giunse in ritardo, anche rispetto al Mezzogiorno continentale, la promulgazione delle leggi eversive della feudalità e, quando giunsero, queste leggi non vennero applicate per molto tempo. Benché i feudi fossero stati trasformati in allodi, cioè in proprietà private, non ci fu la formazione di una classe di piccoli e medi proprietari. Le terre vendute dai baroni in dissesto finanziario finirono per ingrandire ulteriormente i latifondi di altri ex-feudatari e di gabelloti arricchiti. Il latifondo, quindi, continuava a caratterizzare l'agricoltura e la struttura sociale siciliane. Inoltre, le condizioni dei contadini erano peggiorate per la perdita, in seguito alla eversione della feudalità, dei diritti comuni e degli usi civici....
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  3. #3
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    3) La situazione non mutò, anzi s'è possibile, peggiorò dopo la forzata unità d'Italia: Infatti, "la censuazione dei demani pubblici e dei beni ex-ecclesiastici non intaccò minimamente il latifondo" (M. Ganci, 1977), al contrario, contribuì a rafforzarlo poiché i terreni, concessi in enfiteusi o venduti, furono in massima parte accaparrati dai grandi proprietari terrieri e dai gabelloti. Chi erano i gabelloti? Questa figura era nata nel corso del XIX secolo, in seguito alla tendenza dell'aristocrazia siciliana di trasferirsi nella città di Palermo, cedendo le terre dell'interno, dietro pagamento di una gabella, a degli affittuari che vennero, per questo, chiamati gabelloti. Il mercato delle gabelle, nella Sicilia centro-occidentale, era in gran parte controllato e gestito, da organizzazioni mafiose e molti gabelloti, erano affiliati a queste organizzazioni, così come lo erano i "soprastanti", uomini di fiducia dei gabelloti, ed i "campieri", i quali costituivano una sorta di polizia privata del feudo. I gabelloti, a loro volta, subaffittavano le terre ai contadini, ad un canone di gran lunga superiore alla gabella che erano tenuti a pagare ai proprietari. Essi speculavano sullo stato di bisogno dei "villani"; inoltre, spalleggiati dai campieri e dai soprastanti, ricorrevano alla violenza per tenere assoggettati i contadini e per far desistere i proprietari da eventuali aumenti degli affitti....
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  4. #4
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    4) Fu con questi sistemi che i gabelloti riuscirono ad accumulare il denaro che permise loro di acquistare le terre degli ex-feudatari e di partecipare alle aste dei beni ecclesiastici, impedendo di fatto la redistribuzione delle terre. Il gabelloto, divenuto latifondista, si faceva riconoscere dalla monarchia borbonica prima e sabauda dopo, un titolo nobiliare, di solito quello di barone; chi non ci riusciva si contentava di quello di galantuomo, con diritto al voto. Trent'anni dopo l'Unità d'Italia, e cioè nel periodo in cui cominciarono a sorgere i primi Fasci dei lavoratori, i rapporti sociali e di lavoro nel latifondo erano ancora basati sulle seguenti classi: i grandi proprietari terrieri; i gabelloti; i borghesi; i coloni; ed i giornalieri agricoli. I borghesi erano i piccoli e medi proprietari, cioè coloro che, in qualche modo, erano riusciti ad acquistare qualche ettaro di terra, in seguito al processo di vendita dei beni della Chiesa. Le condizioni dei borghesi erano difficili per via delle numerose tasse che li costringeva a ricorrere a prestiti usurari. I piccoli proprietari finivano pertanto col prendere a mezzadria altri terreni ed a dipendere, anch'essi, dall'economia del latifondo. La maggior parte dei grandi proprietari, come abbiamo già detto, preferiva cedere la propria terra, ai gabelloti. Costoro la subaffittavano ai coloni, sottoponendoli a contratti iniqui ed angarici. I patti colonici più diffusi, alla fine dell'Ottocento, nella Sicilia del latifondo erano la mezzadria, o metaterìa, ed il terratico.....
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  5. #5
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    5) Con la mezzadria il proprietario o il gabelloto metteva a disposizione del colono la terra e anticipava le sementi, mentre il colono era tenuto a fare tutti i lavori necessari per la produzione; il raccolto veniva ripartito con vari sistemi. Nonostante le diverse varianti, alla base del contratto di mezzadria c'era sempre lo sfruttamento del colono da parte del proprietario o, più spesso, del gabelloto. Il contadino dell'interno, e in modo particolare il mezzadro che usava i suoi muli e la sua attrezzatura per lavorare la terra, era infatti indebitato in permanenza col gabelloto. Inoltre il contratto era verbale, cosa che dava adito ad abusi da parte del gabelloto. Della sua quota, il mezzadro doveva cederne una parte che il gabelloto distribuiva tra i campieri. Questi donativi erano in realtà tributi che il contadino pagava in cambio di protezione. Il terratico era, per il contadino, ancora più pesante e svantaggioso di quello di mezzadria. Mentre in quest'ultimo contratto il compenso dovuto al proprietario era proporzionato al raccolto, nel terratico il colono doveva corrispondere al proprietario una quota fissa, in denaro o in natura, indipendentemente dalla buona riuscita del raccolto; bastava, quindi, una cattiva annata per costringere il terratichiere a ricorrere all'usuraio o a vendere quel poco di cui disponeva. Il terratico fu imposto sempre più diffusamente nel corso del XIX secolo, in seguito alla liberalizzazione della proprietà dai vincoli feudali, e all'instaurarsi di una certa concorrenza tra i nuovi proprietari o tra i nuovi possessori. Costoro, approfittando delle condizioni sempre più misere dei contadini, i quali erano stati privati anche degli usi civici, riuscirono ad imporre loro questo contratto capestro....
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  6. #6
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    6) Una delle rivendicazioni principali dei Fasci sarà proprio la sostituzione del terratico con la mezzadria. Infine c'erano i braccianti, la classe la più numerosa dei contadini siciliani, i più poveri che non possedevano nulla e venivano impiegati nei periodi dell'anno dedicati alla semina ed alla raccolta del grano. i salari erano bassissimi in quanto, a causa del sistema della gabella e del subaffitto, spesso coloro che li pagavano erano anch'essi poveri: anche il metatiere faceva il bracciante quando non aveva lavoro nel suo campo. Nei periodi di lavoro, i braccianti si offrivano, tutte le mattine, sulle piazze dei loro paesi, sperando di essere ingaggiati dai campieri o dai sovrastanti dei feudi.Alla base della attiva partecipazione dei braccianti al movimento dei fasci, vi era quindi l'aspirazione alla terra e quella di vedere aumentate le loro misere paghe. Questa era quindi la situazione della Sicilia del latifondo, quella soprattutto centro-occidentale, al tempo dei Fasci. I primi Fasci Siciliani nacquero nella Sicilia orientale, a Messina e a Catania, ed erano essenzialmente di carattere urbano; anche l'attività del fascio di Palermo, d'altronde, nei primi mesi non riguardava che gli operai della città. Inoltre, accanto a questi ultimi ed ai contadini (coloni e braccianti) e borghesi del latifondo, troviamo nei fasci gli zolfatari, cioè coloro che lavoravano nelle miniere di zolfo (nelle province di Caltanissetta e di Agrigento), ed i braccianti, delle zone costiere. La Sicilia orientale si trovava in una situazione economica migliore rispetto alla Sicilia centro-occidentale....
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  7. #7
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    7) Questa differenza era dovuta ad una maggiore divisione della proprietà terriera, e ad una più larga diffusione di aree a coltura intensiva, quali agrumeti, vigneti e uliveti. Anche nella Sicilia orientale, comunque, vi erano dei latifondi e, con questi, le figure tipiche che li caratterizzavano:La condizione operaia nelle principali città siciliane (Palermo, Catania e Messina) non era delle migliori. L'industria siciliana, sorta nei primi anni dell'Ottocento, alla fine del secolo era già in fase di esaurimento, in quanto, dopo l'Unità d'Italia, si trovò a dover concorrere con la fiorente industria settentrionale. A Palermo, nella seconda metà dell'Ottocento e nei primi quindici anni del Novecento c'erano i Florio che, come dice Massimo Ganci, erano l'unico esempio di grande borghesia industriale nella provincia di Palermo. Il loro potere economico si rivelò soprattutto nel campo enologico e dell'armamento navale (nel 1881, insieme ai Rubbattino di Genova, fondarono la "Navigazione Generale Italiana", la maggiore società armatoriale italiana). Ai Florio si deve anche la fondazione della fonderia Orotea e, nel 1896, del Cantiere Navale. Nell'ultimo decennio del XIX secolo, per quanto riguarda l'industria pesante, oltre a quelle dei Florio troviamo soltanto uno stabilimento meccanico e quello del gas. L'industria leggera si basava soprattutto sulla lavorazione dei prodotti alimentari, poco sviluppata e più simile all'artigianato che ad un'industria vera e propria. A Catania vi erano gli unici impianti di raffinazione e ventilazione dello zolfo. L'economia di Messina si basava invece sui traffici marittimi. Le attività portuali davano lavoro a un alto numero di operai e ad esse era legata la piccola industria. Nella città erano presenti numerose fabbriche per la produzione di vini, derivati di agrumi, pelli, pesce conservato e tessuti di seta...
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  8. #8
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    7) La produzione della seta, un tempo floridissima, alla fine dell'Ottocento era in decadenza. Complessivamente il potenziale industriale dell'Isola era basso e incapace di contrastare la concorrenza dell'industria settentrionale. Questa situazione influiva, chiaramente, sulla condizione degli operai, i quali, più che costituire una moderna classe sociale costituivano un ceto. Riguardo gli zolfatari, la loro situazione era simile da quella dei contadini del latifondo, anch'essi erano sfruttati, per lo più, da gabelloti mafiosi. I gabelloti delle miniere, al pari di quelli agrari, prendevano in affitto le miniere dai proprietari e sfruttavano il più possibile i "picconieri" e i "carusi". I "picconieri" estraevano il minerale di zolfo e venivano pagati a cottimo. I "carusi" erano ragazzi dai nove ai quindici anni che avevano il compito di trasportare, a spalla, il carico di minerale estratto fino all'imbocco della miniera, dove il picconiere, per contratto, doveva consegnare lo zolfo al gabelloto.Dopo questo breve descrizione sulle realtà economiche e sociali presenti nella Sicilia, alla fine dell'Ottocento, passiamo a parlare di quello che possiamo definire il primo movimento organizzato che si è contrapposto allo sfruttamento ed alla mafia che lo gestiva: il movimento dei Fasci Siciliani. È interessante notare come ancora oggi qualcuno sostiene che la mafia è generata dal sottosviluppo, senza rendersi conto che, al contrario, è la mafia che genera sottosviluppo. Le organizzazioni mafiose, ed i gabelloti, i campieri ne erano parte, tendono sempre a sfruttare qualunque potenzialità economica, presente nel territorio da esse controllato, a loro esclusivo vantaggio, impedendo, così, che queste potenzialità si traducano in effettivo sviluppo socio-economico....
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  9. #9
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    9)
    I PRIMI FASCI URBANI
    Il primo Fascio siciliano, in assoluto, fu costituito a Messina, il 18 marzo 1889. Esso venne organizzato sull'esempio dei fasci che erano già sorti nell'Italia centro-settentrionale a partire dal 1871. Il Fascio messinese riuniva non i singoli lavoratori ma le società operaie della città. Dal luglio 1889 (cioè pochi mesi dopo la sua costituzione) al marzo 1892, il Fascio restò inoperante, a causa dell'arresto, e della condanna a due anni di reclusione, del suo fondatore Nicola Petrina. Soltanto con la nascita del Fascio di Catania, il 1° maggio 1891 sotto la guida di Giuseppe De Felice Giuffrida, il processo di formazione dei Fasci Siciliani poté dirsi veramente avviato. Il fascio di Catania era "una associazione-propaganda". Esso non reclutava solo "socialisti", ma permetteva a qualunque lavoratore di iscriversi liberamente alla associazione. De Felice preferiva questo sistema perché, per il momento si avevano "delle coscienze da formare, dei lavoratori da conquistare, della propaganda da fare, non dei socialisti da raggruppare". Una più chiara e netta definizione dei principi ispiratori e del programma dei fasci, si ebbe con la costituzione del Fascio di Palermo, il 29 giugno 1892, e con la fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani, il 4 agosto, a cui il fascio di Palermo aderì fin dall'inizio. Ma l'elemento scatenante per lo sviluppo dei Fasci nell'isola sarà l'incontro e l'unione di queste organizzazioni operaie con le masse contadine. Il punto di forza del movimento dei Fasci Siciliani, che lo rese temibile agli occhi del Governo e di tutti coloro che beneficiavano del vecchio sistema economico e politico, fu proprio costituito dall'unione, nella protesta, della città con la campagna. I Fasci conservarono fin quasi tutto il 1892, un carattere cittadino. La loro nascita costituiva il punto di arrivo di un lungo processo di maturazione della classe operaia che in Sicilia non costituiva piuttosto un "ceto". Mancava loro, un requisito basilare per la trasformazione in classe sociale, cioè la "coscienza di classe". Il processo di acquisizione di tale coscienza ebbe inizio nel 1860, anno in cui cominciarono a sorgere nell'Isola le società di mutuo soccorso. La prima sorse a Corleone, nel luglio del 1860. La seconda fu costituita a Palermo subito dopo. Via via, queste società si diffusero nel resto della Sicilia, nei primi anni in maniera sporadica, poi, soprattutto a partire dal 1875, sempre più velocemente. Le società di mutuo soccorso erano la forma più diffusa di organizzazione dei gruppi proletari più coscienti. Praticavano il mutuo soccorso fra i soci previo il pagamento di quote mensili, e fungevano anche da organizzazioni di resistenza, promuovendo scioperi e agitazioni per miglioramenti salariali nei luoghi di lavoro. Due tappe importanti, nella storia delle società di mutuo soccorso, vennero raggiunte nel 1875 quando sorse a Palermo la società dei tipografi che prevedeva nel proprio statuto il ricorso allo sciopero, quale mezzo per la difesa del salario e la costituzione di una cassa mutua, per assistere i soci nei giorni in cui si sarebbero astenuti dal lavoro e nel 1882, anno in cui fu attuata la riforma elettorale che allargava il suffragio a coloro i quali, compiuti i ventuno anni di età sapessero leggere e scrivere oppure pagassero una certa somma d'imposta diretta. Il requisito per il voto era pertanto considerato alternativo a quello del censo: in questo modo le popolazioni cittadine erano favorite rispetto a quelle delle campagne ove l'analfabetismo era dominante e la ricchezza latitante. Il diritto di voto agli operai era stata proprio una delle principali richieste avanzate dalle società di mutuo soccorso. Ma una volta ottenuto l'allargamento del suffragio, queste società si trasformarono in un serbatoio di voti per gli uomini politici sia di destra che di sinistra, grazie anche al trasformismo imperante. Sul piano politico, le società di mutuo soccorso dimostrarono una certa immaturità, mettendo in luce il fatto che, in Sicilia, il processo di formazione di una vera classe operaia non era ancora compiuto. Passi importanti, verso questa direzione, vennero però compiuti a Palermo: nel 1879, con la creazione della Confederazione delle 72 maestranze, un organo direttivo composto da tre rappresentanti per ogni società operaia rappresentata; e nel 1882, con la trasformazione di questa confederazione in Consolato operaio Un Consolato operaio sorse anche a Catania, nel 1883....
    continua...

  10. #10
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    10) Negli anni 1891-92 si tenne a Palermo una Esposizione Nazionale. Questa voleva essere una celebrazione dei successi dell'imprenditoria siciliana, ma finì, invece, per evidenziarne il nascente stato di crisi. A determinare questa crisi avevano contribuito: la crisi economica, dilagante in Europa sin dal 1874; il fallimento della politica di protezione doganale, adottata dal Governo italiano con le tariffe del 1887 ed il divario tra l'industria del Nord e quella del Sud. A causare la grande crisi economica, che da lungo tempo colpiva le nazioni europee, era stata, principalmente, l'invasione dei mercati da parte degli abbondanti ed economici prodotti agricoli americani (soprattutto del grano). In Sicilia la crisi era esplosa intorno alla metà degli anni '80. I primi prodotti ad essere colpiti erano stati il grano e lo zolfo. La viticoltura, invece, era entrata in una profonda crisi qualche anno dopo, in seguito alle distruzioni dei vigneti da parte della fillossera, ed alla guerra commerciale italo-francese. Una delle cause scatenanti di quest'ultima era stata l'adozione nel 1887, da parte del Governo italiano, di nuove tariffe doganali, per arginare la crisi economica. Alla base di questa politica protezionista, vi era l'alleanza degli esponenti del blocco agrario del Sud - dominato naturalmente dai grandi proprietari terrieri - con gli esponenti del blocco industriale del Nord. In Sicilia, gli unici a trarre giovamento, dalla svolta politica del 1887, erano stati i latifondisti, i quali avevano ottenuto l'inserimento, tra le misure adottate, di una elevata imposta sui cereali d'importazione. Secondo le previsioni del Governo italiano, le nuove tariffe doganali avrebbero dovuto promuovere l'imprenditoria di tutto il territorio nazionale. Ma, ben presto, il protezionismo si rivelò per quello che era: uno scudo economico per la borghesia imprenditoriale più forte, cioè quella settentrionale, con il sacrificio dell'industria meridionale;....
    continua....

 

 
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