Mastellocrazia, ed altre patologie
Autore:Maurizio Blondet
Fonte: www.effedieffe.com
All'università della Calabria, dove sono invitato ad un convegno, mi dicono
che al Sud cresce impetuosamente il partito di Mastella.
Politici locali di ogni ordine e grado, candidati trombati, specie, ma non
solo, da Forza Italia, aderiscono di giorno in giorno all'Udeur.
Il che non stupisce, essendo Mastella il più abile e di successo nello
sfruttare la sua forza modesta ma interstiziale, a strappare poltrone e a
compensare clientele.
Ma proprio per questo, e prima che diventi il maggior partito meridionale,
l'Udeur andrebbe dichiarato fuorilegge.
E la sua ricostituzione sotto qualunque forma, vietata come (anzi più)
quella del partito fascista.
Il perchè dovrebbe essere evidente.
Un partito dovrebbe avere, o almeno fingere di avere, un programma
complessivo per il Paese, e su questo presentarsi agli elettori.
L'Udeur è il solo partito il cui programma dichiarato è il vantaggio proprio
e dei suoi associati, il solo che abbia come progetto esclusivo ed esplicito
il clientelismo e i suoi lucri, né Mastella lo nasconde.
Sulla sua bandiera è scritto palesemente: per me, la mia famiglia, e gli
amici miei.
Nella situazione attuale di fine delle ideologie, nello sgranarsi
inevitabile della coalizione sconfitta, accelerata dal ritorno al
proporzionale, e la caduta di tutte le speranze civili e persino
economiche - per cui è ormai chiaro che avrà posti e stipendi solo chi si
aggrega al carro pubblico, mentre gli altri resteranno fuori sotto la
pioggia, a vedersela con l'invincibile concorrenza globale - il clientelismo
diventa il richiamo più potente, la forza maggiore, anzi sola, come
motivazione del «far politica».
L'Udeur diverrà una vera Lega Sud, più potente di quanto sia mai stata la
Lega Nord, e di miglior successo: perché se il particolarismo del nord si
esprimeva (vacuamente, a parole) come secessionismo per non mandare i soldi
delle tasse a Roma ladrona, quello di Mastella è un secessionismo anche più
radicale, benchè di segno opposto, perchè totalmente parassitario: restare
aggrappati a Roma per succhiare alla sua jugulare, e fare «a modo nostro»
sulla «nostra terra», senza controllo centrale.
Per il Sud e i suoi giovani, sarebbe la fine: la vittoria di tutte le
inerzie antiche, le collusioni storiche, gli immobilismi profittatori.
Fatto notevole, ho trovato piena e allarmata coscienza di questo rischio
nell'organizzatore del convegno di Arcavacata, il docente Mario Caligiuri.
Il tema che ha dato all'incontro era «La democrazia occulta», con ovvia
allusione alle lobby sovranazionali, ai Bilderberg e alle American
Enterprise, ai WTO e alle altre oligarchie riservate che guidano le
democrazie occidentali dietro le quinte.
Ma Caligiuri, che ha un'esperienza di amministratore locale (ha fatto del
suo comunello calabro il più informatizzato d'Italia) è consapevole - e mi
ha reso anche più consapevole - che il primo problema politico dell'Italia è
quello di cui parliamo spesso in questo sito: l'enormità degli emolumenti
«pubblici» di fronte alla modestia di quelli privati, che diminuiscono
storicamente quanto più quelli aumentano.
L'insostenibilità di un settore pubblico che estrae sempre più grosse somme
dalle tasche di contribuenti in via di impoverimento.
Il lusso dei «ricchi di Stato» (e di regione) a cui non corrisponde
responsabilità, né rischi, né è condizionato a risultati da raggiungere o ad
alta produttività, è dunque in sé corruttore della vita civile.
«Questo è il primo problema politico d'Italia, il più urgente», dice
Caligiuri, esasperato dalle ridicole pesudo-priorità del nuovo governo (la
grazia a Bompressi, tambur battente; i PACS, le «stanze dei buchi» per la
somministrazione di droghe, fate voi), pure finzioni tanto per «fare
qualcosa di sinistra».
Insomma, la democrazia è occultata in Italia non tanto dalle lobby esterne,
quanto dal tradimento che il ceto politico opera a danno dei suoi cittadini
ed elettori.
Gli eletti dal popolo si sono costituiti in lobby contro il popolo, ed hanno
come scopo l'aumento infinito dei propri privilegi e dell'accaparramento del
denaro dei contribuenti.
L'Udeur è solo la più sfrontata di queste formazioni post-politiche, ma non
la sola.
La Lombardia, accaparrata dalla Compagnia delle Opere, l'Emilia da sempre
munta dall'apparato comunista, sono venute prima, e non sono in nulla
migliori.
In questo convegno si è denunciata come offensiva la vacua retorica dei
localismi per «portare il governo più vicino ai cittadini», pia enunciazione
cui corrisponde la robusta realtà della moltiplicazione degli strati
amministrativi per moltiplicare poltrone, consulenze, retribuzioni del ceto
politico, e discrezionalità sotto ogni controllo pubblico.
Si è persino spezzata più di una lancia, ad Arcavacata, per una
ricentralizzazione del governo come riforma possibile, perché il governo
centrale è in fondo il solo ancora, in qualche misura, sotto l'occhio
dell'opinione pubblica e della sua critica; gli altri strati, più sono
locali, e più sono opachi e collusivi.
Ci si è posti domande sulle malattie mortali della democrazia, ed anche
questo è notevole.
Nel Nord, un'università non oserebbe né potrebbe porre il problema, perché
qui il discorso pubblico è tutto sorvegliato e accaparrato da un paio di
«grandi giornali» servili a grandi interessi, da mezzo secolo di egemonia
«culturale» (le virgolette sono d'obbligo) di una sinistra che ha soffocato
ogni discorso insolito e minoritario, dalla industria «culturale» delle
«grandi» case editrici che vanno sul sicuro e pubblicano solo Camilleri o
traduzioni di Dan Brown, dal conformismo plumbeo «di mercato» e dalla
volgarità televisiva.
Perché nel Sud è ancora possibile diagnosticare i mali di una democrazia che
Mieli e Montezemolo, Padoa Schioppa e la Bocconi, dichiarano sana e forte?
Forse è un malinconico privilegio della marginalità del meridione.
Ma voglio intuirvi motivi più profondi: uno, che qui non c'è stata la guerra
civile che al Nord ha determinato la morte della patria in tutte le anime,
sicchè i meridionali che pensano con dignità civile pensano ancora in
termini di vita della nazione; e qui c'è ancora un qualche soffio dello
spirito classico e umanistico, non del tutto cancellato dal piglio
manageriale (fasullo) dei rampanti che leggono «Il Sole 24 Ore».
Invece lì, e non certo sul Corriere, si è espresso qualche dubbio
sull'America che «esporta la democrazia» come se ne avesse già troppa in
casa.
Il giudice Rosario Priore ha ragionato sulla democrazia quale creazione mal
trapiantabile della cultura anglosassone, del suo mercantilismo e del suo
individualismo; già in culture europee che hanno radici in altri principi e
in altre storie, funziona meno bene. Là dove prevalgono antiche solidarietà
tradizionali o di kabila, dove l'individualismo competitivo non ha radici
autoctone, la democrazia imposta dal vincitore della seconda guerra mondiale
è una finzione, più o meno bonaria.
Si pensi alla Francia, con la sua costituzione autoritaria modellata da De
Gaulle sulla sua figura, e mal portata dai successori, ma dove sempre
l'esecutivo - monarchico, colbertiano - domina su un legislativo spettrale.
O il Giappone, dove la formalità democratica copre alleanze e collusioni
meno trasparenti, ma almeno in una visione nazionale.
Quanto all'Islam, il regime religioso dove Allah è il despota supremo - crea
il mondo istante per istante, in un atto continuamente rinnovato di
volontà - il dispotismo (sperabilmente illuminato) è il massimo che se ne
possa ottenere.
Il trapianto forzato di «democrazia» da parte di un'America governata da una
cricca putschista può risultare davvero in qualcosa diverso dal sangue sulle
strade di Baghdad e di Samarra?
Le squadre della morte ebraica certo hanno una parte preponderante in quel
sangue; la forte idea nazionale che il Baath aveva impresso all'Iraq stinge,
ed è quella che si voleva abolire.
Finzione nella finzione, si aizza la guerra civile provando a creare
coalizioni di governo sotto una occupazione sterminatrice.
Poco si è parlato della democrazia come riflesso della teologia.
Quella anglosassone nacque come fanatismo biblico, di protestanti che a
forza di leggere la Torah si sentirono il popolo eletto ed ora - crudamente
e cinicamente al modo anglosassone - puntano a rubare le risorse altrui
mentre, messianicamente, vogliono rendere il mondo e le sue diversità una
finzione omogenea, di dominati con «forme» democratiche.
Ma almeno, a suo tempo, gli anglosassoni ebbero chiare un paio di cose:
primo, che i diritti del popolo non sono mai regalati, ma devono essere
strappati a forza; che la protesta contro l'esazione fiscale da parte dei
ceti parassitari ha la nobiltà della vera lotta politica e civile.
E infine, un'idea non del tutto cancellata della democrazia come sovranità
popolare, e responsabilità popolare nelle scelte cruciali.
In un clima consuetudinariamente cattolico, una democrazia competitiva
anglosassone sarà sempre gracile e falsa.
Mai si chiederà spontaneamente «meno Stato e più mercato», o - altro slogan
anglosassone poco frequentato - «nessun pasto gratis» (no free lunch).
Al meglio, qualche forma di autoritarismo paternale, come un fascismo; al
peggio, le collusioni clientelari alla Mastella.
Ma qui, bisognerebbe piuttosto chiedersi come può vivere una forma di
democrazia presa sul serio (sovranità popolare, non forme e procedure) in
una cultura cattolica svuotata, in una società senza più alcuna religione,
se non ateo-cattolica, che non ha nemmeno il truce coraggio della
secolarizzazione radicale, di tipo olandese, con l'eutanasia e la droga
libera.
La risposta, temo, è sotto i nostri occhi.
Il popolo senza fede, contento del suo destino zoologico, non esige più la
sovranità per sé, né la difende contro i nemici interni ed esterni.
Non vuole governare, ma essere amministrato, accudito, assistito e distratto
(col calcio alla TV di Stato) mentre persegue la «felicità individuale» al
più basso livello, che significa per lo più passare il week-end nei
mega-shopping center, per altri le nozze gay e la «stanza dei buchi».
E' ovvio che a questo popolo inerte e flaccido, un ceto politico di eletti
sia tentato di rubare tutto. Che il gregge sia tosato, è inevitabile.
E' significativo che la creazione politica ultima - terminale - di questa
«democrazia» siano le regioni.
Dove l'80 % del bilancio è rappresentato dalla spesa sanitaria.
Regioni-infermiere, regioni-badanti: ma questa è politica?
E perché poi il servizio sanitario, detto «nazionale», deve essere invece
gestito regionalmente?
Non si può nemmeno fare la domanda.
Ampie collusioni di burocrati, pseudo-politici e pseudo-imprenditori, con
giornali e media, la vietano.
Socrate che faceva domande irritanti per suscitare le coscienze e gli
intelletti torpidi, viene ogni giorno costretto a bere la cicuta - di Bruno
Vespa, Platinette, Canale Cinque, veleni spirituali ad effetto di
inebetimento totale.
Ogni discorso è controllato da tabù, e chi sgarra è «fascista»,
«anti-americano»; «secessionista»; magari «antisemita» o altra
demonizzazione qualunque.
Nulla deve essere riformato.
Dire che i diritti che ci stanno sottraendo, insieme ai soldi sempre più
magri, vanno strappati di nuovo, è addirittura impensabile.
Eppure proprio un americano democratico, un padre fondatore, Jefferson,
disse: «L'albero della libertà va periodicamente innaffiato dal sangue del
popolo e dei tiranni» (e parassiti, poteva aggiungere).
La democrazia è seria, la politica è seria, solo quando forza temibile,
anche la violenza, del popolo, cova sul suo fondo, pronta a scattare a
difesa contro il grande furto.
Verrà, verrà, vedrete: sarà violenza da saccheggiatori, da banlieues in
fiamme, senza disegno politico ma solo per rubare nei negozi dalle vetrine
infrante.
Senza progetto altro che il proprio arraffare.
Mastellismo totale.
Maurizio Blondet
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