Vittorio Emanuele e il mondo della destra italiana.
MICHELE SERRA
IL PEZZO di destra italiana che esce dalle intercettazioni savoiarde di questi giorni (e da altre recenti inchieste giudiziarie) mette soprattutto tristezza. E ravviva il paradosso secondo il quale, in questo strano paese, le ultime tracce residue di una destra risorgimentale e borghese, patriottica e di alto profilo, sono oramai a sinistra, in vecchi statisti come Scalfaro, rifugiato politico come fu il Montanelli degli ultimi anni.
Qui si narra, all´opposto, di un fibrillante vicepotere romano che vive di raccomandazioni e comparaggi, similissimo al vecchio armeggiare democristiano tanto odiato fino a mezza generazione fa dai missini.
Con pochi sedimenti arcaici (e decisamente comici) della sua identità monarchica, tipo il voto delle "Guardie del Pantheon" promesso in dote dall´anziano Savoia al governo Berlusconi in cambio di qualche carta da bollo che accelerasse lo sdoganamento degli ex regnanti e della loro argenteria. E con molte, anzi moltissime concessioni alle ambizioni, insieme piccole e sbracate, della nuova destra populista e mediatica, così populista e così mediatica da risultare un calco peggiorativo del proprio elettorato, quasi una sua parodia, con l´entourage del vicepresidente del Consiglio che sembra avere gli stessi obiettivi e la stessa cultura della claque più periferica. Con il mito della gnocca e del quattrino a fare da catalizzatori, parodie da Bagaglino di quello che fu il vitalismo fascista e oggi è appena un greve darsi di gomito. Con la tratta delle veline sempre in bilico tra vecchio paternalismo e mentalità puttaniera (ma sono le due facce della stessa medaglia). E con l´assillo dei quattrini che dev´essere diventato davvero la malattia del millennio, se riesce a travolgere, ed esporre allo scandalo, anche funzionari governativi con ottimi stipendi.
Ma se l´involucro è patetico, con quell´invincibile e famelica atmosfera burina che si addensa su Roma ad ogni mutar di legislatura, dentro quelle chiacchiere e quelle vicende c´è comunque un brutto grumo nero. Ben oltre il turpiloquio, che è il linguaggio-rifugio di una società culturalmente deprivata, colpisce e offende la vecchia e rancida complicità maschile, lo spregio per le femmine considerate più o meno come animali da compagnia. Perfino l´ex pretendente all´ex trono, che pure, come parte in commedia, avrebbe dovuto avere, un po´ alla Vittorio De Sica, quella del gentiluomo fesso da usare come paravento dei varii raggiri, si esprime, in merito alle faccende sessuali, con una crudezza diretta e violenta che lascia di stucco: come se, per essere accettato dai suoi nuovi amici italiani, si considerasse in dovere di fare sfoggio di quella cultura da case chiuse, da vecchia Italia catto-fascista che per meglio onorare la Famiglia si mantiene puttaniera.
Nel disagio da emarginato di lusso quale è sempre stato, in netta difficoltà con la lingua italiana, Vittorio Emanuele sembra cercare l´agio di una complicità di basso rango, diciamo dalla cintola in giù: e lo trova facilmente. Politicamente parlando (ma politica è, nel caso del Savoia, una parola grossa) la saldatura con i suoi amici di An è parecchio vaga, fondata su un anticomunismo che non ha più niente di ideologico e molto di scemo e di razzista, vedi le orrende parole su Giuliana Sgrena (comunista e donna, figurarsi che schifo…). Ma la rimpatriata, il vero ritrovarsi, il sostanzioso ricongiungersi dell´ex famiglia regnante d´Italia con la destra di governo avviene, ahimé con facilità agghiacciante, sul terreno della vanteria sessuale e del business da praticone, quasi che ci fosse un´italianità immutabile sulla quale fare conto comunque, non importa se posteggiatori abusivi o aristocratici gli amici sono sempre amici, i favori sempre favori, le faccende sempre faccende.
Che l´erede della dinastia che ha realizzato l´unità d´Italia appaia, in tutto questo, come un relitto da compatire, può anche essere sorprendente, ma in fin dei conti non è grave. Più grave che uomini di Alleanza Nazionale, cioè nostri contemporanei e concittadini, abbiano condotto a un così infimo livello l´opera di ricongiungimento del vecchio Savoia con la destra italiana…
Non per caso Gianfranco Fini, pur se intoccato dallo scandalo (e rispettato dai commentatori) è per metà furibondo con gli inquirenti, ma per l´altra metà con le persone che lo circondano. La credibilità di An come "nuova destra" fondata sui valori tradizionali e il senso dello Stato, magari in competizione con il berlusconismo libertino e menefreghista, subisce un colpo secco da questa connection da stato post-coloniale. Nelle repubbliche delle banane, anche i monarchici hanno il loro posto al sole.




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