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    Predefinito Acqua...storia di ordinaria follia...!!!

    Acqua che esce gialla e puzzolente dai rubinetti.
    La fanno pagare come potabile ma non convince. E dopo le intimidazioni, si passa alle maniere forti




    Il posto è la Maddalena, una perla di isola invidiata da tutti, all'Unesco si parlava di rendere il posto patrimonio dell'umanità.

    Il protagonista della storia si chiama Andrea, per gli amici è indios, ama la sua terra come un indiano difendeva la propria. Definisce il suo territorio "la riserva".

    Il fatto è la lotta per un diritto inviolabile: l'acqua. Da oltre quindici anni, gli abitanti della Maddalena comprano acqua per cucinare, per lavarsi i denti, per bere, non si usa l'acqua dei rubinetti perchè esce di un colorito strano, quando sembra pulita e ci si azzarda a fare docce, si esce con eritemi sulla pelle. Questo diritto inviolabile, infatti, pare continuamente violato, e non solo, chi non accondiscende alle decisioni prese dal comune (e cioè pagando come potabile un'acqua che non lo è affatto, oppure non accettare bollette a forfait, invece che a consumo, come vorrebbe la legge), è considerato una "testa calda", come il nostro Indios, un sovversivo, che spinge la popolazione a ribellarsi a un sistema illegale, solo perchè in comune ci sono le casse vuote. E a farne le spese sono i pensionati e gli abitanti con basso reddito. Un paio di anni fa, un padre di famiglia fece fare le analisi batteriologiche a sue spese perchè gli era nata una bimba prematuramente e "pretendeva" di fare i bagnetti con la sicurezza di non rischiare la salute della piccola. I risultati delle analisi fecero accapponare la pelle: infiltrazioni di acque fognarie nelle tubature.

    Praticamente nella Maddalena si lavano con acqua e un po' di cacca (residui fecali, dicono le analisi, ma a casa nostra si chiama cacca). Sarà per questo forse che c'è nella Maddalena una bella serie di malati di salmonellosi, dermatiti e virus intestinali. Inizialmente i cittadini pensavano a qualche allergia a saponi, poi vedendo che cambiando sapone la situazione non migliorava, è rimasta solo l'ultima ipotesi: l'acqua inquinata. All'ufficio idrico dicono che è stata potabilizzata, ma gli abitanti continuano a star male, ad avere dermatiti, a sentire un cattivo odore, e a vedere il colorito a volte giallognolo, che fa desistere dall'attaccarsi al rubinetto, anche con l'aria sempre più torrida. Andrea/indios, il nostro protagonista, ha cominciato a fare ricerche sulla legalità delle strutture nell'isola, e ha cominciato a coinvolgere tutte le famiglie che non arrivano a pagare le salatissime bollette che arrivano, nonostante l'acqua non sia usata da nessuno.

    Ed è quindi cominciato il calvario, una petizione che ha visto coinvolti gli abitanti del posto. Ogni firma è stata protocollata in comune, tutte le firme richiedevano un corretto utilizzo delle risorse, bollette eque e per tutti. La gente ha cominciato a dare segni di stanchezza. Lavorare per pagare un servizio che non è stato mai erogato, non è giusto. Tutti hanno diritto ad una vita dignitosa, e Indios ha cominciato ad affiggere locandine in tutta l'isola, per informare la popolazione delle irregolarità a cui si andava incontro. Ogni volantino regolarmente timbrato dal comune, pagando di tasca propria.

    E ai volantini seguiva il silenzio assordante delle amministrazioni comunali. Per far notare che la protesta non poteva passare inosservata, indios ha cominciato a fare striscioni con lenzuola nello stile delle proteste antimafiose che seguirono alla morte di Falcone e Borsellino. E così la gente comune ha cominciato a esporsi in prima persona. Indios aveva di fatto aperto la strada a tutti quelli che volevano ribellarsi a questo stato di fatto. L'amministrazione comunale è assente? gli uffici di competenza non danno spiegazioni? Ecco che si parte con le lenzuola: "coca cola, e sai cosa bevi - acqua cosa, e sai solo quanto paghi".

    Questa storiava avanti per un paio di mesi, finché qualche coraggioso signore la notte del 10 giugno ha deciso di pestare indios, per il servizio fatto. Già precedentemente erano arrivate minacce alla moglie, bruciarono l'automobile, e ora si è passati ai fatti. Portato in un vicolo isolato dalla macchina dei carabinieri senza nessun apparente motivo, tre personcine perbene sono sbucate all'improvviso e hanno gonfiato il nostro amico come una zampogna. Ha perso i sensi e si è risvegliato dentro l'ambulanza, con vari ematomi e contusioni nel costato e agli arti. Circa una settimana di prognosi, che servirà a ricarburarsi prima di riprendere la battaglia.

    Un modo molto codardo per dare una lezione. Tre contro uno, di notte, con tanto di effetto sorpresa. Stranamente proprio il giorno dopo il pestaggio, il comune annuncia fiero che ha fatto pulizia togliendo le lenzuola usate per la protesta. Se questa sia stata un'azione coordinata non lo sappiamo, certo è che sono stati tempestivi, nel togliere tutto proprio mentre Andrea era fuori combattimento. Ma sapete... se andate a caccia e non ammazzate il leone al primo colpo, allora non vi rimane che scappare, perchè diventa cattivo. Molto.

  2. #2
    Gherradori Virtuali
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  3. #3
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    L'acqua in Sardegna: uno studio della Cisl funzione pubblica




    La Sardegna attraversa un momento di grande difficoltà dovuto all’emergenza idrica e ai ritardi nel riordino del comparto.
    Le numerose soluzioni tese a risolvere il problema contingente non riescono a risolvere in maniera definitiva la crisi che attanaglia la maggior parte delle comunità, il mondo produttivo e la strategia di sviluppo della nostra isola.
    L’attualità di queste problematiche ha fatto riemergere tutte le questioni irrisolte e anche la nostra Organizzazione deve dare il suo contributo concreto e di valore per andare oltre la crisi e trovare una riforma definitiva dell’intero comparto.
    L’acqua rappresenta da sempre una forza di cambiamento e di progresso, basti pensare alle millenarie lotte per il suo controllo, in un contesto di interessi locali e internazionali.
    Controllare l’acqua significa avere in mano una comunità.
    Nonostante la sua estrema preziosità, il liquido non è mai stato davvero rispettato e salvaguardato, non essendosi sviluppata una cultura della tutela dell’acqua, del suo consumo e della gestione.
    In seguito a importanti rivoluzioni normative ed economiche, ma soprattutto di fronte a una popolazione mondiale triplicata in un secolo, con un fabbisogno idrico cresciuto di sette volte tanto, questo bene naturale si appresta a sostituire il petrolio nelle battaglie dell’economia e della finanza mondiale.
    In diversi paesi sottosviluppati, la rapida crescita della popolazione, rispetto alle disponibilità già scarse, ha generato situazioni allarmanti per la carenza di acqua potabile.
    Mediamente nel corso dell’anno, un cittadino necessita di un metro cubo all’anno per bere, ma ne occorrono oltre mille per mangiare.
    In futuro oltre 30 paesi del mondo e un miliardo di persone saranno a rischio, se non si affronterà globalmente il problema.
    Per superare in maniera concreta alcuni meccanismi primordiali che portano a considerare l’acqua come qualcosa di eterno e soprattutto gratuito, nel secolo scorso, si è cercato di creare un sistema razionale di governo e di gestione della risorsa.
    Nel contesto Europeo negli ultimi decenni tutti i paesi hanno provveduto a organizzare la gestione e il governo della risorsa con risultati più o meno positivi e rilevanti spinte verso una gestione in mano privata.
    La Francia rappresentava fino a qualche anno fa la punta di diamante, con un sistema idrico all’avanguardia, sia come know-how che come servizio al cittadino.
    Dalla seconda metà del secolo il servizio è stato affidato dai Comuni, in concessione o in affitto, a grandi imprese private specializzate che gestiscono le opere con cadenza in media ventennale.
    Dal 2000 è partita la rimunicipalizzazione delle gestioni, con un notevole ripensamento del ruolo del privato nel servizio idrico.
    L’Inghilterra invece ha regolamentato il servizio dall’inizio del secolo scorso
    attraverso gli Enti Pubblici Fluviali, fino all’istituzione, nel 1973, delle Regional Water Authorities, privatizzate nel 1989, primo esempio di ciclo a gestione integrata.
    Nel tempo il monopolio pubblico, senza la minima concorrenza, aveva irrigidito il sistema.
    Come contromisura il servizio è stato privatizzato, sposando così in pieno, le teorie del mercato e del liberismo, con un controllo e indirizzo minimo da parte del pubblico.
    In generale questa esperienza privatizzatrice spinta e poco graduale, non ha dato buoni frutti.
    Infatti, non sempre il gestore privato ha investito nel miglioramento delle infrastrutture avute in concessione, lo dimostrano gli incidenti accaduti nell’ambito ferroviario.
    Anche l’Olanda ha vissuto gli stessi problemi dell’Inghilterra, ma ha corretto il tiro subito, legiferando per una gestione pubblica, ma efficiente.
    Esiste una precisa norma che prevede la gestione ad opera di spa pubbliche, a carattere municipale o territoriale.
    Un’altra proposta è stata presentata in questi mesi dal Ministro dell’Ambiente e stringe ancor di più i margini di manovra verso la natura e la proprietà pubblica delle società e delle infrastrutture.
    In Germania la gran parte delle gestioni sono pubbliche, con esigue presenze di privati.
    Il governo e la gestione della risorsa si sviluppa su base comunale, con la supervisione e la vigilanza dei Lander Federali.
    Negli ultimi anni, su spinta della popolazione e dei processi imposti dal mercato, si è tentato di articolare una gestione privatistica, attraverso norme ispirate alla delicatezza del servizio.
    Permangono tuttavia tariffe elevatissime rispetto agli altri servizi in rete nel panorama europeo.
    La Svezia ha un tipo di gestione tipicamente pubblica, con un eccellente rapporto tra i costi e l’efficienza del servizio.
    Nel caso del Portogallo si denota una presenza forte in tutto il territorio della ADP l’ente governativo che mira a rafforzare con una gestione pubblica e solida, la linea difensiva rispetto ai vari tentativi di colossi internazionali di impadronirsi di quote di mercato.

    L’esperienza comunitaria non ha dato buoni frutti, infatti non sempre il gestore privato ha investito nel miglioramento delle infrastrutture avute in concessione.
    L’esperienza degli stati dell’unione ha registrato un graduale ripensamento politico sulla tendenza privatizzatrice di un bene sociale e delicato come l’acqua, mentre la globalizzazione e il mercato procedono ai ritmi scanditi dalle borse di tutto il mondo.

    In molti paesi si sta legiferando con opzioni ispirate a una sorta di protezionismo pubblico rispetto alle insidie del mercato e alle risultanze della esperienza con la gestione privata.







    In Italia il tentativo di dare ordine e razionalità alla gestione della risorsa inizia negli anni successivi alla prima guerra mondiale e prosegue fino alla legge Galli.
    Il processo di riunificazione del caos tariffario e di governo e la negativa frammentarietà delle gestioni, ha incontrato numerosi ostacoli soprattutto al Sud.
    Nell’azione di programmazione politica si sono prosciugati dei canali di finanziamenti straordinari al Mezzogiorno, a vantaggio di una nuova cultura, fatta di progettualità e obiettivi precisi, ancorati sempre più nelle direttive Europee.
    La convergenza comunitaria e la rispondenza dei progetti a precisi dettati imposti dall’Unione, alimentano e spingono nel versante dell’equilibrio finanziario.
    Da questo ritardo del nostro paese e da queste direttrici nasce la legge Galli 36, approvata nel 1994, in pieno vigore economico del comparto.
    La legge Galli indirizza le Regioni ad operare scelte di campo precise e tempestive, sulla “tutela della risorsa e l’organizzazione del servizio idrico integrato”.
    Le Finalità principali sono:
    • Miglioramento e razionalizzazione del servizio
    • Raggiungimento graduale dell’efficienza economica (tariffa e investimenti)
    • Rispetto dell’ambiente con un equilibrio idrogeologico
    Per riorganizzare il servizio si cerca una dimensione territoriale adeguata, chiamata Ambito Ottimale.

    L’Ambito si configura come il consorzio dei comuni ricadenti nel territorio prescelto, che attraverso una forma moderna di cooperazione, riorganizzano il servizio con una graduale creazione di una vera e propria industria dell’acqua, che assicuri al comune più piccolo le stesse prestazioni del comune più grande.
    Insieme gli enti locali pianificano le politiche d’investimento nel territorio, il piano tariffario e le forme di gestione, dopo il monitoraggio e la salvaguardia di quelle esistenti.
    Nel campo ambientale, il corretto utilizzo delle risorse disponibili, garantisce senz’altro maggiori garanzie di equilibrio ambientale, sia per le acque sotterranee che per quelle superficiali.

    L’integrazione di tutti i processi che il prezioso liquido compie, mira a un ciclo unico di captazione, protezione, adduzione e distribuzione, con particolare riguardo ai reflui e alla remissione nel territorio.
    Va ricordato che nel paese oltre dieci milioni di cittadini non sono collegati a reti fognarie, mentre ben 20 milioni non hanno garanzie della potabilità e della continuità della risorsa.
    Le criticità maggiori ricadono nel Mezzogiorno, dove la stragrande maggioranza della popolazione non usufruisce di un servizio accettabile o continuo;
    Le perdite nei grandi sistemi di trasporto e nelle reti interne hanno punte di oltre il 50%.
    In termini sintetici, per recuperare un livello di efficienza di reti e condotte, più di un terzo andrebbero sostituite.
    Nelle Regioni Settentrionali invece, prevalgono emergenze di inquinamento e di qualità della risorsa.
    Di certo le basse tariffe incentivano gli sprechi, anche se non è mai esistita una vera cultura di pianificazione tariffaria e di sensibilizzazione del cittadino.
    L’idea-forza della Galli punta ad un passaggio armonico da una tariffa politica ad un prezzo economico, con un corrispettivo che contenga gli oneri degli investimenti oltre ai molteplici costi del ciclo integrato.
    La politica tariffaria disegnata dalla Galli è stata migliorata e adeguata dalle direttive orientate al metodo normalizzato o tariffa di riferimento.
    Su questo importante tassello lavorano gli esperti del Ministero delle Infrastrutture.

    Gli obiettivi e le notevoli aspettative della legge in questione, non hanno trovato in tutte le regioni tempestive applicazioni e recepimenti sviluppati in tutto l’iter previsto.
    A livello nazionale si pensa di andare oltre la Galli, con elementi nuovi e moderni contenuti nella proposta di modifica della legge n°142/90 sui servizi pubblici locali, ripresi in un lungo articolo di grande significato votato nell’ultima finanziaria nazionale, che regola l’affidamento ai soggetti presenti e salvaguardati e chiarisce meglio la fattispecie degli affidamenti tramite gara.
    La tendenza a livello nazionale, dopo una fase iniziale di grande spinta teorica e frettolosa verso la privatizzazione del servizio, così come nel resto d’Europa, ha registrato un significativo ripensamento, a favore di una riforma in senso privatistico ma pubblico dei grandi enti e delle municipalizzate.
    Le Autorità d’Ambito lavorano per la creazione di aziende pubbliche o società consortili a capitale pubblico, per gestire al meglio un bene che non può essere assoggettato per quanto possibile alle ciniche regole del mercato.
    Quasi tutte le Regioni, soprattutto al sud stanno operando in questa direzione, con un occhio alle rilevanze sociali e un altro al recupero di efficienza e governo della risorsa.
    LE GESTIONI IN ITALIA
    Le direttive comunitarie, le rilevanze ambientali impongono un rapido passaggio dalle gestioni frammentarie a nuove imprenditoriali e solide economicamente.
    In questo modo, con una rigida programmazione delle opere rappresenta un addio alle vecchie e talvolta inutili infrastrutture.
    Questa rivoluzione è finalizzata da un lato a favorire l’imprenditorialità locale nei servizi, dall’altro a preparare seriamente le gestioni esistenti allo sbarco delle società straniere, che al momento, sia per dimensione che per solidità economica, ci fanno ombra.
    Oggi le alleanze, le fusioni e le quotazioni in borsa delle società che gestiscono l’oro blu vedono in prima linea i due colossi francesi la Vivendi e la Lyonnaise des Aux, mentre oltreoceano una società americana la Enron, scala il mercato partendo dalla sua leadership mondiale del gas.
    Nella spinta aggressiva dei mercati, cavalcata dalle multinazionali con eccellenti fusioni, il mercato dell’acqua riveste un ruolo strategico e di grande coagulo intorno al quale costruire il pacchetto dei servizi al cittadino, un terreno fertile per le cosiddette utilities.
    Queste grandi aziende puntano ad un interlocutore unico per tutti i servizi necessari per vivere al meglio: Energia, acqua, gas, trasporto urbano, rifiuti, servizi finanziari, telefonia mobile e fissa, pay-tv, internet, commercio elettronico.
    Il mercato mondiale dell’acqua vale intorno ai 300 miliardi di dollari, mentre nel nostro paese si ipotizzano 60.000 miliardi nei prossimi anni.
    La Conferenza Internazionale di Budapest sull’acqua del 1993, quella dell’Aja del 2000 e quella Australiana dell’Aprile 2002, hanno deliberato alcuni importanti vincoli di ordine sociale sull’uso e la gestione della risorsa con delle garanzie per tutti i cittadini.
    Il Contratto Mondiale dell’Acqua e le pressioni delle associazioni sull’Onu e sulla Fao prendono piede, dietro la problematica di un fetta troppo grande di abitanti del pianeta che presto saranno senza acqua potabile.
    Intanto l’Onu chiede con forza un governo mondiale della risorsa, e due schieramenti si confrontano sul futuro del prezioso bene:
    Preservarlo e governarlo come bene sociale, oppure lasciarlo alle dinamiche del mercato e della globalizzazione.

    In Italia il mercato dell’acqua non ha ancora preso piede, nonostante le previsioni di alcuni anni fa.

    Le cause principali, sono di natura politica e regolamentare.

    L’organizzazione del sistema, non ha raggiunto nell’industria idrica lo stesso livello raggiunto in altri settori dei servizi in rete.
    Le considerazioni e le valutazioni esposte fino a questo punto, sono collegate e applicabili con alcune aggravanti e peculiarità, al caso Sardegna.
    Per le sue caratteristiche geo-morfologiche, non potendo contare su rifornimenti naturali sotterranei o superficiali, l’isola ha raccolto la risorsa investendo su invasi artificiali, complessivamente 54.
    Molti di essi vanno ancora collaudati, per poterli utilizzare al meglio della capienza.
    In prevalenza sono dighe ad uso plurimo, per soddisfare gli usi civili, agricoli o industriali, secondo i vincoli e le priorità stabilite dalla Regione.
    Questo tipo di sistema di raccolta determina un costo elevatissimo per il trattamento della risorsa, che si presenta in forma grezza con pessime qualità.
    La piovosità è concentrata in pochi mesi, con intere stagioni in totale assenza di precipitazioni.
    Non è da escludere una prossima desertificazione di alcuni territori, per via di situazioni calamitose cicliche.
    A questo si aggiunge lo sviluppo urbanistico che ha visto sorgere i pochi agglomerati urbani di notevoli dimensioni, quasi tutti distanti dai principali invasi.
    Infatti va considerato e affrontato il costo elevato per il trasporto della risorsa, che per raggiungere una famiglia o un campo da irrigare, deve scorrere per decine ed in certi casi centinaia di chilometri.
    Negli ultimi anni la classe politica isolana, ha tentato di riprendere alcuni dei decennali ordini del giorno in materia di riordino del servizio idrico.
    Nel 1997 il Consiglio Regionale ha recepito la Galli con la L.R n°29, tracciando una via di razionale gestione dell’idropotabile.
    Nell’articolato gli elementi interessanti sono l’ambito unico regionale e la previsione di una tariffa unica in tutta l’isola.
    Entro la fine dell’anno dovrà essere predisposto il Piano d’Ambito e costituita l’Autorità d’Ambito, che a sua volta dovrà scegliere le forme di gestione e la politica tariffaria e infrastrutturale nel settore idropotabile.
    E’ in corso un dibattito molto interessante sull’Ambito unico e sulla richiesta da parte degli enti locali di moltiplicare gli ambiti nel territorio isolano.
    Occorre senza pregiudizi valutare quali ricadute vi siano a seconda della scelta sull’Ambito o su una pluralità di Ambiti.
    Con l’Ambito unico si garantisce a tutta l’isola la stessa tariffa e si ha la possibilità di attivare il principio dei vasi comunicanti e della solidarietà fra territori, agendo in un quadro unitario di governo e di programmazione.
    Con l’articolazione in più ambiti non potrà essere così e tali richieste sono per ora una rivendicazione di federalismo su questioni delicate e poco sviluppate.
    Un aspetto invece molto serio poco presente nei dibattiti di questo periodo è lo sbilanciamento negli organismi di rappresentanza a favore dei grandi comuni; nelle proposte in discussione, poche voci e poco potere di coordinamento e controllo viene previsto per i comuni al di sotto dei 15.ooo abitanti.
    Capite bene cosa può accadere ai piccoli comuni se sono fuori dalle consulte e dagli organismi politici.

    Nell’isola la galassia delle gestioni è molto frammentata come nel resto del Mezzogiorno: Enti Strumentali della Regione, Consorzi di Bonifica, Consorzi Acquedottistici, Consorzi Industriali, Enel, Comuni.

    La tariffa unica per tutta l’isola, benché prevista in legge, rimane per ora un obiettivo lontano rispetto alle decine di tariffe, tutte ancora politiche e nessuna formulata secondo il bilanciamento economico.
    Nell’ipotesi di una tariffa economica, formulata da tutti i costi compresi gli oneri dei finanziamenti, che graveranno sull’utente, si rende necessario sciogliere il nodo di alcune difficoltà specifiche dell’isola, tenendo conto che le tariffe medie applicate nell’isola sono nettamente inferiori sia ai costi di gestione che alla media nazionale.
    Onde evitare aumenti smisurati e poco sopportabili dall’utente, servirebbero opportune forme di cofinanziamento della tariffa, previste dalla Galli, per poter così riequilibrare le condizioni svantaggiose dell’utenza nella fruizione di un bene vitale come l’acqua.

    Il nodo principale dell’emergenza non è tanto nelle enunciazioni sulla siccità o sulla carenza d’infrastrutture, ma soprattutto nell’assenza di un governo della risorsa e di un caos gestionale e tariffario privo di unitarietà.
    Ogni soluzione tecnico gestionale di cui si parla, come i dissalatori o altri sistemi legati alle innovazioni, perderebbe la sua efficacia se poi regna l’anarchia o naufraga nei soliti problemi dei padroni dell’acqua, perché in fondo di questo si tratta..
    L’acqua dissalata seppur con tutti i costi per la produzione di energia e trattamento della risorsa, come risolve il problema se poi più della meta della risorsa si perde nel trasporto fino alle case o ai campi.

    Come se ad esempio una padrona di casa andando al supermercato, dovesse comprare dieci bottiglie d’acqua di ottima qualità e una volta arrivata a casa, se ne ritrova solo cinque.
    Ne ha pagato dieci e ne dispone della metà.

    E poi “Siamo sicuri che ci sia davvero nell’isola un così preoccupante carenza di risorsa o invece il problema vero sia nella cattiva distribuzione nella giungla degli usi e nel pessimo stato di conservazione”.
    L’acqua manca davvero o dato che siamo un milione e mezzo di persone d’inverno e tre milioni d’estate la usiamo in maniera pessima.
    Questa è la questione vera, è chiaro che se ci sono situazioni dove le economie di scala lo permettono si possono affiancare alle soluzioni generali, i dissalatori per lavorare in parallelo.

    Sentire che si vogliono spendere migliaia di miliardi di vechie lire per collegare la Sardegna con la Corsica per avere 24 milioni di metri cubi in più all’anno è quantomeno assurdo, quando basterebbe collaudare e invasare al meglio alcuni invasi e investire subito le risorse comunitarie per l’ammodernamento dei grandi sistemi di trasporto del prezioso liquido, collegare gli invasi fra di loro e fare la riforma degli enti gestori.
    In alcuni anni il problema sarebbe quasi risolto.
    Eppure nonostante i milioni di euro stanziati per l’Emergenza Idrica, sono in crescita i Comuni costretti a razionare l’acqua per intere stagioni.
    Il nuovo Accordo Programma Quadro prevede un secondo filone di interventi mirati a modernizzare le strutture esistenti e costruirne altre, più funzionali al trasporto della risorsa e al collegamento fra gli schemi.
    Ma non basta.
    Esistono crescenti squilibri fra le zone ricche d’acqua e quelle povere, figuriamoci cosa accadrebbe nell’ipotesi della creazione di 8/10 ambiti; quale di questi cederebbe fette di risorsa alle zone disagiate?

    Eppure la disponibilità di acqua rappresenta uno dei volani strategici per l’economia, soprattutto l’agricoltura.
    Non si focalizzano le problematiche relative ai Consorzi di Bonifica, nati per gestire e distribuire la risorsa per l’irrigazione.
    Quando si affronta il tema ci si limita a girare attorno alle questioni, mentre le aziende agricole chiedono lo stato di calamità.
    Anche per i Consorzi da tempo si parla di una revisione e razionalizzazione dei compiti e delle burocrazie, con la proposta ancora bloccata in Consiglio di ridurli a otto.
    Una questione irrisolta nel governo della risorsa, è il rapporto fra i concessionari e gestori delle dighe e le tariffe per la vendita d’acqua grezza.
    Va chiarita e regolamentata la funzione dei cosiddetti grossisti d’acqua, un compito anomalo che li vede protagonisti di alcune intermediazioni confuse, di vendite artificiose di milioni di metri cubi di risorsa demaniale a gestori pubblici, senza che vi sia una prezzo amministrato a monte.
    Se ne parla poco, ma sicuramente la mancanza di una precisa tariffa per l’acqua grezza rappresenta una delle maggiori storture nel governo della risorsa nell’isola.
    Queste intermediazioni e questi extra/costi, talvolta non dovuti, saranno domani a carico del cittadino.
    Negli usi idropotabili purtroppo al momento, nessuno dei gestori operanti nell’isola ha le carte in regola per candidarsi da solo a gestire, secondo i criteri enunciati precedentemente.

    Il Consorzio Govossai opera nella provincia di Nuoro ed è da qualche anno una azienda speciale.
    Gestisce il servizio in 20 Comuni, ma in situazioni di carenza sia di nuove condotte che di tecnologie industriali adeguate.

    Affrontare la riforma del servizio isolano senza ragionare sul futuro deli enti delle acque, Eaf ed Esaf non serve.
    Il primo si può considerare come grossista, il secondo come dettagliante.
    L’Eaf opera nella parte meridionale dell’isola e fa da supporto tecnico gestionale al comune di Cagliari e al mondo agricolo mediante i Consorzi.
    Per l’Esaf il Consiglio Regionale ha votato una legge che prevede un rigido risanamento economico e organizzativo in 4 anni, per poi trasformarlo in una SPA pubblica.
    Attualmente l’ente gestisce il servizio in 335 Comuni: in 100 di questi trasporta la risorsa fino al serbatoio comunale e in 225 si occupa del servizio integrato.
    Oltre un milione di sardi hanno a che fare con questo ente che spende ogni anno 15 milioni di euro di energia elettrica (trasporto e sollevamento) ENEL e 20 per il trattamento e la potabilizzazione della risorsa.
    Le condotte e le reti gestite sono oltre 7.000 km.
    Il futuro dell’Esaf è legato alla sfida del suo risanamento economico e organizzativo, inserito nelle molteplici difficoltà di un ente operativo ancora troppo carico di influenze politiche.
    Queste due realtà perciò necessitano di una riforma più decisa, pensando alla Sardegna e non ad altri interessi, salvaguardando e valorizzando le capacità e le professionalità, attrezzandole per le necessità industriali del domani.

    Una delle proposte più interessanti che la Sardegna può valutare è quella di dividere in due tronconi la gestione della risorsa:
    Dalle dighe ai serbatoi comunali con una azienda unica, che garantisca standard di qualità e di costi in tutto il territorio, consentendo alla Regione di avere il controllo politico della risorsa primaria e allo stesso tempo restare proprietaria e titolare del opere di interesse regionale, mentre dal serbatoio comunale in poi si creano società miste con eventuale presenza di capitali privati locali in forma consortili con i comuni.
    In altre parole la Regione gestirebbe la risorsa con una azienda pubblica a gestione privatistica, e gli enti locali con delle società di medie dimensioni e in forma consortile si occuperebbero della gestione le reti interne e i servizi a contatore.
    In questo modo si libererebbe per le piccole e medie imprese una buona fetta di mercato da gestire in cooperazione con il sistema delle autonomie locali, che non avrebbe spazi se si scegliesse un modello di gestione affidata ai colossi privati.
    Occorre allora procedere alla creazione di un ente pubblico economico che gestisca e governi la risorsa dalle dighe alle reti comunali, assicurando standard costi ed efficienza senza dover fare utili in un servizio così prezioso e vitale.
    Gli esempi più significativi su cui riflettere sono il clamoroso dietrofront dell’Acquedotto Pugliese e la scelta di natura pubblica e unitaria della Regione Sicilia o del Molise, all’interno dei varchi legislativi previsti dalla recente finanziaria.

    Va ricordato che il servizio può essere affidato tramite gara o per affidamento diretto a una struttura gestionale gia presente o creata ad hoc da quelle riformate.
    Sarebbe singolare se la nostra isola si avventurasse in una privatizzazione al buio senza tener conto dei ripensamenti e delle scelte graduali operate dalle altre regioni.
    L’acqua è un patrimonio vitale della collettività isolana: la forma di gestione ed il gestore stesso dovranno essere costruiti su questo imperativo.
    La situazione attuale necessita di un intervento urgente, autorevole e graduale, che metta ordine al caos gestionale e tariffario.
    Le logiche dei vecchi assetti nati da esigenze politiche poco rispondenti a quelle attuali, dovranno salutare, i vari campanili e i cosiddetti padroni dell’acqua.
    Il margine di manovra si riduce ai tempi e nei modi, ma il processo è irreversibile anche perché se entro il 2002 non si affrontano i nodi della riforma si perderanno i finanziamenti europei.
    Va sottolineato che ogni gestore si sente intoccabile, ogni rendita di posizione rappresenta un freno ed un ostacolo più che un patrimonio di esperienze da salvaguardare.
    Emerge sempre più una vocazione velleitaria di tanti nuovi piccoli soggetti a gestire, sbraitando una titolarità che non si sposa ne con le previsioni di legge richieste, tantomeno con le caratteristiche industriali ed economiche per fronteggiare la concorrenza del mercato.
    Il tutto avviene senza considerare gli accorpamenti nazionali e le drastiche riduzioni dei gestori.
    Il ragionamento non può trascurare due fattori collegati all’evoluzione del servizio idrico: il lavoro e l’impresa.
    Nel programma di rilancio delle Regioni del Sud, i governi degli ultimi anni hanno evidenziato l’aspetto occupazionale legato alle attività nei servizi idrici, un percorso di lavoro altamente specializzato.
    Sindacalmente non è trascurabile il viatico moderno di una fase occupazionale, collegata al miglioramento della qualità della vita e dell’efficienza nel servizio.
    La prospettiva vale anche per la Sardegna dove gli “operatori nei servizi idrici”, potrebbero diventare una categoria di migliaia di lavoratori.
    L’impresa isolana, soprattutto nel terziario avanzato non ha ancora capito quali siano le vere opportunità e gli spazi che si possono aprire con il riordino del servizio idrico, a meno che non si accontentino di fare i sub-appaltatori quando si costruisce o di lavorare per le briciole dell’indotto nella gestione.

    Nel mentre l’isola è percorsa da annunci sempre meno velati di uno sbarco in piena regola di grandi gestori privati, tra i quali l’Enel, da navi pronte a salpare a nome di imprese che forniscono tubi per collegamenti con la Corsica e quant’altro.
    Per via dell’irreversibilità della privatizzazione dei servizi e per le urgenze evidenziate, la Sardegna deve decidere quanto prima se governarlo o subirlo.
    La carta della specialità va giocata in tempo sul terreno della immediata razionalizzazione e riduzione dei gestori presenti, così da giungere ad una tariffa unica in tutta l’isola, favorendo le imprese isolane e guardando alla debolezza del tessuto sociale isolano rispetto al rischio di costi insopportabili.

    La specialità vince, se attraverso essa si costituisce un’industria isolana sensibile alle sue condizioni, sciogliendo i nodi del cabotaggio e dei campanili per offrire a tutti un servizio accettabile in tutte le zone ricche o povere del nostro territorio.
    Le insidie erano racchiuse ieri nell’assenza di un disegno politico chiaro e armonico, e nell’incapacità di sfruttare al meglio i ritardi ancora come opportunità e non come penalizzazione.
    Oggi diventano una frettolosa soluzione priva di confronto in un tema delicato, che non può essere affrontato in questo modo.
    Il futuro del servizio idrico lo devono decidere i sardi e le forze sociali devono prepararsi a una battaglia di elevato valore sociale.
    Pertanto il governo della risorsa deve tornare pienamente in capo alla Regione, che deve aprire il tavolo di confronto sulla programmazione delle opere sulle opzioni di governo e gestione, senza sotterfugi o logiche padronali nascoste nella fretta dell’emergenza e delle ordinanze confezionate a Roma con tanto di poteri speciali.
    Privatizzare il servizio idrico in Sardegna è una scelta o una necessità:
    In Sardegna è una scelta, che forse stanno compiendo in pochi, troppo pochi.
    Non è apocalittico affermare che dopo lo smantellamento di alcuni servizi pubblici come le poste la scuola e l’energia, un mancato intervento politico sul tema dell’acqua potrebbe dare il colpo di grazia alla sopravvivenza di numerose comunità poco economiche e vantaggiose per gli investimenti e per il trasporto del bene.
    Un privato non porterebbe mai l’acqua in un paesino di poche centinaia di abitanti, a meno che questi non la paghino 2 o 3 euro mc3.

    Nelle analisi sociologiche delle comunità deboli si riscontra una radicata difficoltà di coesione e cooperazione, che solo in alcuni momenti muta e tutti gli attori sociali agiscono con fiducia intorno a progetti di grande respiro.
    La Sardegna fino ad oggi non ha mai voluto una politica dell’acqua.
    Una privatizzazione selvaggia oggi sarebbe comunque migliore del caos e della confusa realtà, ma resta poco tempo utile per metterci mano e far parlare una sola lingua alla risorsa, invece di tanti dialetti.
    Nel mentre qui si bisticcia per una diga, che domani potrebbe avere insegne francesi.

 

 

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