LA LAPIDE DEI SAVOIA
Beh, in fondo erano profetici. Gli ultimi duri della Repubblica Sociale di Mussolini, le Brigate nere, le ultime raffiche di Salò, come le ha chiamate Arrigo Petacco, cantavano nelle loro disperate canzoni “..abbiamo scolpito una lapide, scolpita su pelle di troia, a morte la Casa Savoia, a morte quel porco di un re.” : erano piuttosto lugubri e volgari ma eran tempi cupi ed essendo davanti al plotone d’esecuzione e non volendo cambiar casacca come avevano fatto i Savoia li si può capire. De facto, hanno però finito per indovinare: chi di baldracca colpisce di baldracca perisce. Una lapide su pelle di maiala.
La più antica casa regnante d’Europa che aveva avuto trascorsi non indegni e aveva, grazie alle qualità militari dei piemontesi, avuto un piccolo posto nella Storia europea , aveva però un vizio d’origine. Si vendeva spesso al miglior offerente, purchè vincente. La Casa Savoia non finisce mai una guerra con lo stesso alleato con cui l’ha cominciata, soleva dire il Re Sole. Nella prima guerra mondiale i Savoia, ( ma, come disse Carlo Felice, sarebbe più corretto chiamarli i Carignano: con Carlo Alberto i Savoia originari erano estinti) si erano legati alla grande massoneria e Cavour indebitava il Piemonte con i prestiti dei Rothschild. Erano per una buona causa, la causa nazionale, ma certi prestiti costano sempre troppo. La massoneria era legata alla corona britannica, ai circoli sionisti, alle democrazie. Per questo anche nel primo conflitto mondiale, dopo aver sottoscritto con gli Imperi centrali la Triplice alleanza, i Savoia furono spinti a tradire l’alleanza. Anche quella volta gli andò bene, la guerra la vinsero i franco britannici, e stava per andargli bene anche l’ennesimo tradimento, la rottura con gli alleati del Terzo Reich in seguito ad improvvisa conversione alla democrazia, se non avessero nel ’38 sottoscritto le leggi razziali volute da Mussolini. Questo provocò loro l’inesauribile odio vendicativo delle comunità ebraiche e fu probabilmente in seguito a questo che i Savoia nel famoso referendum per la Repubblica o la Monarchia nel ’46 finirono con il perdere per un soffio: la stampa comunista e filo sionista ebbero la capacità di sottrarre ai sovrani un decisivo pugno di voti. E ancora di recente le comunità ebraiche si erano opposte al rientro dei Savoia in Italia. Purtroppo questa volta hanno fallito.
Perché in effetti il clamoroso rientro della famigliola reale, papà Vittorio, mamma Marina (Doria) e il putto Filiberto è andato rovinosamente a puttane. In senso letterale.
Belle bambine subito!
Nelle duemila pagine raccolte dal pm Henry John Woodcock ci sono poi ampi stralci sulle presunte connivenze di Vittorio Emanuele, che sarebbe stato interessato "a soldi e donne". Con rapporti con prostitute sia a titolo personale, sia per i facoltosi clienti del casinò di Campione. Un regal bordello, in parole povere
"Speriamo che ci sian delle belle bambine, così le s...", dice Gian Nicolino Narducci, stretto collaboratore di Vittorio Emanuele, al principe, che ribatte subito: "Subito, sì, urlando!".
Questo altissimo linguaggio degno dell’Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro della Real Casa, è indicativo di dove si situino nel 2006 gli ideali dell’aristocrazia, in perfetta sintonia con i tempi. ' Nell’intercettazione telefonica tra Vittorio Emanuele e il nobile fornitore di baldracche della casa reale è quanto emerge di un colloquio tra i due uomini, che discutono della ad una manifestazione filantropica, nel settembre dello scorso anno. Durante l'evento, sarebbero stati raccolti fondi a favore di un'associazione milanese che assiste minorenni vittime di abusi sessuali e maltrattamenti in famiglia. Geniale!! Il gip di Potenza, Alberto Iannuzzi, nell'ordinanza di custodia cautelare, ha definito "oggettivamente raccapriccianti" i termini usati dal principe e dal suo assistente.
Poveri monarchici italiani! Sognavano un erede al trono delle favole, un principe azzurro come la nazionale e non ritrovano neppure un principe nero ma solo puttaniere pappone e taccagno per supermercato. I tabulati telefonici sono agghiaccianti. Un impasto schifoso nel sottobosco del gioce e della prostituzione che tocca i vertici dello Stato.
Come si evince dalla telefonata del 30 novembre 2004 tra il principe e Ugo Bonazza, un nome che è anche un programma, l’anello di congiunzione con i promotori dell’affare. A chiamare è il principe.
Vittorio Emanuele: «Sto andando a Milano, in città... e adesso c’ho tre quarti d’ora... e volevo andare a puttane». Elegante come sempre.
Bonazza : «Se mi chiamava stamattina (ride) vuole andare?... Dica dica».
V. Emanuele: «Andare sempre, come si chiamava quella là?». Andare sempre, per la serie avanti Savoia.
Riponde Bonazza: «Alice, Alice».
Bonazza fornisce l’indirizzo: «È lì, suona il campanello, numero 18, c’è scritto Yoga, si ricordi...».
V. Emanuele : «Gli do 200 euro e non di più, eh?». Taccagneria reale.
Bonazza: «No, no, anche niente (...). Gli faccia un salutino, un bacino e basta. Gli dica che mi arrangio io, dopo». Poi cambia argomento: «Senta, mi permetta adesso una parolina sola di lavoro. Una cosa (...). Io avrei bisogno che lei mi presentasse, o se lei potesse parlare con un generale, qua, della Finanza, perché c’è un grosso affare, business, grosso, grosso, grosso».
V. Emanuele: «Ma cosa vuole? Chi vuole?... Un carabiniere o una fiamma gialla?».
Bonazza: «Fiamma gialla, fiamma gialla».
V. Emanuele : «Ok, sarà fatto».
In un’altra occasione, nel giugno 2005, dopo un colloquio con Vittorio Emanuele, Bonazza telefona a una ragazza, Sonia.
Bonazza: «Sei libera stasera?... Ci sarebbe da andare a Ginevra... praticamente la persona è importante(...). Vabbè posso dirti, è il principe Vittorio Emanuele di Savoia».
Sonia: «Uhm, uhm».
Bonazza: «Sei italiana te?».
Sonia: «Uhm, di origine. Per metà solo. Sono araba per metà». (...)
Bonazza: «Come sei? Alta, bassa, piccola giusta? Ah?».
Sonia: «Sono alta un metro e settanta».
Bonazza: «Però! Buono! Giovane?».
Sonia: «Ventidue anni». I due si accordano per risentirsi e organizzare la serata.
Si va avanti così tra baldracche e loschi affari di macchinette mangiasoldi in cui c’entra, manco a dirlo, il Casinò di Campione e il sindaco Salmoiraghi. Un’enclave, quella di Campione, che andrebbe semplicemente sbarrata e circondata da un cordone sanitario.
Vittorio Emanuele la butta anche in politica ma a modo suo : si infuria con i “bolscevichi” perché se vincono i suoi affari vanno male . Odia chi critica gli americani. Parlando della Sgrena, la giornalista del Manifesto appena liberata e dell’assassinio di Calidari, se la prende con chi attacca i marines. “«Sono proprio degli stronzi... No, di avere questo anti-americanismo...», rileva l’intercettazione telefonica.
Lasciateci questa soddisfazione pur non avendo simpatie politiche per il Manifesto: è bello sapere che i filo americani, avidi plutocrati, sono gente così. Ci si sente bene a stare dall’altra parte.
Ancora due parole sul “principe”.
E’ significativo il commento di uno dei suoi tirapiedi intercettato dalla magistratura:
Vittorio Emanuele è coinvolto a pieno titolo nell’affare delle macchinette mangiasoldi ed è lui a mettere fretta, come Bonazza dice al segretario dei Savoia, Gian Nicolino Narducci. Il quale sbotta: «Perché lui... ha questa bramìa di guadagnare»; in un altro colloquio è quasi irriverente: «Lui sai, incomincia a pensare a dollari... Sai che Paperone aveva i dollari negli occhi? Lui lo stesso».
Ecco questo vuol dire vivere nell’usurocrazia e accettarne i valori.
Mille anni di storia , un nome che poteva comunque essere un simbolo.
Rientrare in Italia dopo l'esilio poteva essere un simbolo.
attenti a quei due..
Poteva, doveva se voleva davvero dare un senso ad uina dinastia, mettersi alla testa di un'Italia diversa sia dai Berlusconi che dai Vladimir Luxuria, dalle mafie e dagli sfruttatori. Ma per i dollari è diventato uno squallido buffone. Suo figlio, il putto Filiberto, viene ripreso negli spot televisivi mentre mangia sottaceti, “olive da Re” mentre lui Vittoro, l'erede al trono, fa letteralmente di tutto. Una fogna. Un Lapo.
E ha il fegato di proclamarsi di “destra” di parlare di “valori”.
Fosse stato fedele anche in minima parte a dei valori veri, avrebbe saputo che il denaro non conta. Avrebbe potuto combattere davvero per il suo paese: cominciando da una vita esemplare. Certo non gli mancava denaro per vivere, ben più che l’essenziale, anche senza far nulla per aumentare il patrimonio. Ma l’avidità è sfrenata, come il vizio.
Tutte le aristocrazie europee sono più o meno fetide ma purtroppo i Savoia, che sono i più antichi , hanno superato tutti. Questo ciarpame di corone fetide, da Londra a Bruxelles, va buttato per sempre a mare senza rimpianti. I loro antenati seppero combattere e vincere conquistando il mondo. Questi oramai sono un’accozzaglia di mantenuti, spesso debosciati, inutili quando non dannosi.
Al posto del sangue nelle loro vene scorre moneta.
Il motto dei Savoia era “Fert” , sopporta. Ma sono gli altri che non li sopportano più . Ed era ora.




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