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(martedì 20 giugno)
C'è un piano per ribaltare il governo: fuori il Prc, dentro l'Udc di
Casini
A leggere i giornali, la politica italiana (e segnatamente
Rifondazione comunista) sarebbe in preda ad un subbuglio caotico e
disordinato, nonché alle soglie di processi sostanzialmente
autodistruttivi. C'è un nucleo di verità "oggettiva" in questa
rappresentazione? Certo che sì. Ma c'è anche e soprattutto una
verità "soggettiva" che non può sfuggire ad un'analisi attenta. La
enunciamo nella sua cruda semplicità: i "poteri forti" stanno
seriamente lavorando per sostituire Rifondazione comunista con
l'Udc.
L'idea è sempre stata ben chiara, fin dalla nascita dell'Unione e
fin dalla campagna elettorale: "usare" i voti e la presenza della
sinistra radicale, politicamente e quantitativamente determinante,
per sbattere fuori Berlusconi, ma poi determinare, al più presto
possibile, un diverso equilibrio politico, di natura neo-centrista.
Il famoso "taglio delle ali". L'espulsione dalla maggioranza, o la
marginalizzazione del Prc, per un verso; la rottura della Casa della
libertà, per l'altro verso, con il passaggio ad una nuova
collocazione politica e parlamentare della sua ala ex-democristiana.
Un disegno, dicevamo, che Confindustria, Corriere della sera, ora
forse anche la Cei, accarezzano da sempre: solo che ora esso
comincia a camminare, sfruttando sapientemente tutti i varchi
possibili, tutte le differenze interne all'Unione, tutte le
emergenze che in un modo o nell'altro si pongono. Va da sé che la
vittima illustre di questa operazione - così come la si sta
concependo e organizzando - è proprio Romano Prodi. Il presidente
del consiglio, nonché leader dell'Unione, è l'agnello sacrificale
privilegiato del progetto neocentrista.
Vediamo i fatti, o meglio la rappresentazione mediatica dei fatti
politici a cui stiamo assistendo, nelle ultime settimane. Per un
verso, la politica italiana - e segnatamente Rifondazione comunista -
appaiono in preda ad un subbuglio caotico, ad un disordine
crescente, a processi pressoché autodistruttivi, insomma come
fossimo "agli ultimi giorni di Pompei". Per l'altro verso, anzi per
il verso opposto, novità politiche rilevanti, e dense di
conseguenze, vengono rese note, sì, ma in sordina, con visibilità
scarsa se non nulla: è il caso della svolta dell'Udc. Pier
Ferdinando Casini, nel corso della sua recentissima visita al
Quirinale, ha comunicato a Giorgio Napolitano la sua piena
disponibilità a votare il rifinanziamento della missione italiana in
Afghanistan - "soccorso bianco", si è detto. Ma anche e soprattutto
qualcosa che va ben oltre le dimensioni di una pur delicata e
rilevante decisione di politica estera: come minimo, si tratta di
un'offerta in piena regola di "allargamento" - chiamiamolo così -
dei confini dell'attuale maggioranza, così in sofferenza, del resto,
al Senato.
Ora, è chiaro che tutto questo è anche parte di una "normale",
normalissima lotta politica, nel corso della quale ciascuno fa la
sua parte, persegue i suoi obiettivi, stipula alleanze e/o
convergenze funzionali. Ma guardate il risultato finale. Di qua, c'è
un'alleanza composita, irrequieta, che stenta a presentarsi come una
forza coesa e compatta. Di là, un'opposizione soggiogata dalle
deliranti speranze di "spallata" del Cavaliere, una parte della
quale non vede l'ora di tornare a pesare o a "far politica". Di qua,
c'è un partito, il Prc, che sarebbe squassato dai conflitti interni,
condizionato da estremismi di tutti i tipi, e si dimostrerebbe
comunque inaffidabile per la tenuta della coalizione e dello stesso
governo. Di là, ci sono dei moderati - come l'Udc - pronti ad
assumersi, come si usa dire, le loro responsabilità.
Non occorre molta fantasia per capire dove si va a parare. Per ora,
certo, sono "piccoli passi", anzi un passo per volta - nessuno che
sia dotato di buon senso, né nell'Unione né nel centrodestra, può
parlare apertis verbis di una prospettiva così audace. Ma chi può
escludere che, dopo l'Afghanistan il "soccorso bianco" non arrivi
anche sulla manovrina? Chi può escludere l'avvio di un processo, di
cui non si conoscono gli esiti e non si possono prevedere gli
approdi ma che potrebbe comunque condizionare l'assetto nazionale?
Anche alla luce delle incertezze che continuano a caratterizzare la
nascita del "Partito democratico", che Prodi, non per caso,
fortissimamemnte vuole e continua a sollecitare.
Ora, noi non siamo in grado di prevedere fino a che punto questo
scenario potrà avverarsi. Abbiamo però una certezza, anzi due: che
la parte maggioritaria della borghesia (e dei poteri con i quali la
borghesia è oggi alleata) non sopportano l'idea che la sinistra
radicale abbia un peso politico, e di dirette responsabilità
istituzionali e ministeriali così rilevanti; e che, finora, a
dispetto di incertezze e contraddizioni, il governo Prodi dispiace
assai al padronato, a Washington e alla Cei.
Questa è la sostanza, oltre il can can e la fuffa mediatica. Questo
è il terreno ambivalente - e ambiguo, nel senso politico che va dato
a questo aggettivo - sul quale si misurerà la lotta politica delle
prossime settimane.
Esemplare, in proposito, la pur difficile questione afghana, che non
per caso non era contenuta nel programma dell'Unione. Gli scenari
prevedibili, dal punto di vista della maggioranza attuale, sono
evidenti: o l'uso costrittivo della fiducia, una sorta di "foglia di
fico" destinata a coprire problemi e contraddizioni, a rinviare
ipocritamente ogni confronto di merito e a inibire nei fatti ogni
più piccola modifica delle scelte politiche generali; o
un'operazione certo molto complessa, ma capace di sancire, sul
campo, intenzionalità politiche diverse, l'apertura di un confronto
vero sulla strategia della presenza italiana nelle zone critiche del
mondo, magari la possibile determinazione temporale della presenza
delle nostre truppe a Kabul. Nella prima ipotesi, sono salve le
coscienze, anzi le anime - ma solo quelle. Nella seconda, la
constatazione di un limite, oggi non superabile, delle istanze del
pacifismo, si accompagna a una non rinuncia politica, né
sull'Afghanistan né su altri terreni. Ma è solo in questo secondo
caso che i voti dell'Udc si dimostrerebbero accessori, o non
influenti. E si manterrebbero aperti gli spazi necessari per la
battaglia - di lungo respiro e di lunga lena - della sinistra
radicale.
A meno che, s'intende, non si mettano in campo opzioni e scelte
strategiche del tutto diverse: come per esempio quella di tentare di
far cadere "da sinistra" il governo Prodi. Nessuno, né all'interno
di Rifondazione comunista (che ha votato all'ultimo Cpn una
piattaforma politica a larga maggioranza, quasi i due terzi) né, men
che mai, nel Pdci, ha finora avanzato questa proposta. Se qualcuno
la pensa così, anche ai vertici della Fiom, farebbe bene a dirlo
esplicitamente. Ragionando sulle conseguenze che ne derivano, sulle
prospettive che si aprono - e sul pericolo neocentrista che incombe,
molto più forte, e incombente, dello spauracchio del ritorno di
Berlusconi.
Rina Gagliardi




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