Maurizio Blondet
22/06/2006

Ad un anno di distanza dall’attentato al metrò di Londra, la polizia britannica
si sta convincendo che i quattro terroristi non intendevano morire nelle esplosioni, ma «sono stati trascinati in un tranello mortale» (1).
E’ la conferma dei dubbi nutriti fin dai primi giorni, da quando noi giornalisti inviati sul posto appurammo che quel giorno e per quella stessa ora era in corso una «esercitazione» che simulava precisamente quattro esplosioni nelle quattro stazioni coinvolte: lo rivelò, alla BBC radio,
Peter Power, direttore di una ditta di sicurezza (Visor Consultants), che era l’organizzatore dell’esercitazione «per conto di un cliente di cui non faccio il nome», disse.
Ma, fatto istruttivo, la polizia inglese non cita questo episodio a sostegno della tesi che i quattro presunti terroristi fossero in realtà dei poveracci trascinati in una trappola.
Gli investigatori ne citano però diversi altri.
I quattro partirono dal sobborgo di Luton per Londra in treno, e tutti e quattro acquistarono un biglietto di andata e ritorno.
Tutti e quattro al momento della morte portavano addosso i documenti d’identità e le patenti di guida, fatto insolito per dei terroristi suicidi.
Uno dei quattro, pochi giorni prima, «aveva speso una grossa somma per far riparare la sua auto».
Un altro di loro, Germaine Lindsay, un giamaicano (nato però in Inghilterra) di 19 anni, convertitosi all’Islam col nome di Abdullah Shahid Jamal, noleggiò un’auto che lasciò in un parcheggio custodito a Luton - da cui prese il treno - e che è stata trovata con tanto di regolare scontrino
prepagato per una settimana di parcheggio.



Nel bagagliaio dell’auto è stata trovata una notevole quantità di esplosivo.
Ammesso che dovesse servire per un successivo attentato, sarebbe un indizio in più che i quattro non contavano di morire nella loro impresa del 7 luglio.
Soprattutto, «nessuno di loro ha lasciato un messaggio o un video di rivendicazione», e nemmeno una lettera di addio ai familiari: e si pensi che due di loro, Husain Hasib (20 anni) e Shehzad Tanweer (22) abitavano coi genitori.
Tanweer era un piccolo campione di cricket, andava bene a scuola e, secondo i familiari era «orgoglioso di essere britannico».
Quanto a Germaine Lindsay, di soli 19 anni, era sposato da poco e aveva un bambino piccolo: sua moglie lo descrive come un marito e un padre affettuoso, che avrebbe lasciato almeno un messaggio.
Ma le famiglie dei quattro non hanno mai avuto il minimo sospetto delle loro intenzioni terroristiche.
Non apparivano affatto dei fanatici.
Ma soprattutto, ciò che induce Scotland Yard a propendere per la tesi del tranello in cui i quattro sarebbero caduti è il successivo attentato, quello del 21 luglio, che non riuscì per il maldestro comportamento dei quattro altri attentatori: solo i detonatori scoppiarono senza danni, i quattro fuggirono e furono arrestati.



Ci devono essere altri elementi che hanno indotto gli investigatori a riesaminare l’attentato tragicamente riuscito.
«Pare impossibile che i terroristi del 7 luglio fossero abbastanza esperti e sofisticati da organizzare un attacco sincrono, con tre bombe esplose nel metrò a 45 secondi di distanza».
La quarta bomba esplose invece, come si ricorderà, 57 minuti dopo: il ragazzo che la portava salì su un autobus e i passeggeri lo videro frugare, spaventato, nel suo zaino.
Ora a Scotland Yard fanno notare che mai, nemmeno nei primi momenti, i capi supremi - sir Ian Blair, commissario della polizia metropolitana, e Peter Clarke, capo dell’antiterrorismo - hanno mai pronunciato il termine di «terroristi suicidi».
Hanno ammesso la «possibilità» che l’attentato fosse suicida, ma non hanno mai avallato ufficialmente questa versione.
Oggi Mark Billie, esperto di terrorismo al Center for Defense and International Security Studies, dice: «nell’ambiente, tutti stanno cominciando a parlare dell’ipotesi che i quattro siano stati indotti in una trappola. Ci sono troppe anomalie per parlare di terroristi suicidi».
L’ipotesi che corre è la seguente: «qualcuno può aver detto loro che gli ordigni sarebbero esplosi alle 9.10 o alle 0.15, e che loro dovevano lasciarle nel metrò entro le 9».
Invece le bombe scoppiarono alle 8.50.



Come si vede, questo scenario di Scotland Yard, se esclude che i quattro progettassero volontariamente di morire nell’attentato, tiene fermo che costoro abbiano volontariamente voluto provocare la strage.
Ma se Scotland Yard volesse far entrare nel quadro la famigerata «esercitazione» in corso in quel giorno, allora l’ipotesi può essere completamente assolutoria per i quattro poveri giovanotti: qualcuno avrà offerto loro qualche centinaio di sterline per prendere parte all’esercitazione, incaricandoli di portare quegli zaini alle quattro stazioni prescelte (che sulla mappa di Londra formavano una croce perfetta); i quattro si sarebbero prestati, convinti che sarebbero tornati la sera a casa col treno, ignari di trasportare dell’esplosivo e la loro propria morte.
Ma per qualche motivo, Scotland Yard non ha investigato sul «cliente ignoto» che ha ordinato quell’esercitazione alla Visor Consultants.
Lasciamo al lettore immaginarne il motivo (2).

Maurizio Blondet




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Note
1) Elaine Sciolino, «Police debate if London plotters were suicide bombers, or dupes», New York Times, 21 luglio 2006.
2) Eppure la notizia dell’esercitazione è certa al di là di ogni dubbio. Lo stesso Peter Power che l’organizzò per il cliente ignoto lo disse di sua iniziativa, chiamando molto impressionato la BBC lo stesso 7 luglio 2005. Ecco la trascrizione del dialogo:
Power: At half past nine this morning we were actually running an exercise for a company of over a thousand people in London based on simultaneous bombs going off precisely at the railway stations where it happened this morning, so I still have the hairs on the back of my neck standing up right now.
Host: To get this quite straight, you were running an exercise to see how you would cope with this and it happened while you were running the exercise?
Power: Precisely, and it was about half past nine this morning, we planned this for a company and for obvious reasons I don't want to reveal their name but they’re listening and they’ll know it. And we had a room full of crisis managers for the first time they’d met and so within five minutes we made a pretty rapid decision that this is the real one and so we went through the correct drills of activating crisis management procedures to jump from slow time to quick time thinking and so on».




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