Onorevole Rutelli,

chi Le scrive è attualmente contitolare insieme alla moglie di un bed and breakfast in Val di Susa, Piemonte, area Olimpiadi Invernali di Torino 2006. Dopo aver speso la sua carriera professionale nel settore turistico e ristorativo, a Roma, il sottoscritto ha aderito con immenso piacere all’istanza della consorte, perito tributarista in lunga (definitiva?) pausa di riflessione, trasferendo il proprio lavoro e tutta la sua esistenza sulle alpi Cozie, nei pressi del Sestriere.

Proprio in questo contesto due romani D.O.C. come noi, già convinti di aver visto tutto e di aver capito come gira il mondo, hanno progressivamente compreso come questa nuova esperienza ed il loro bagaglio professionale, li spingessero a riconsiderare pesantemente alcune (già vacillanti) certezze sulla società, sul turismo e sull’economia in generale, portandoli infine a maturare la profonda convinzione che la loro non sia stata una scelta personale, sporadica e pellegrina, ma che esista invece un futuro per un’alternativa vera, concreta e destinata ad un sicuro successo.

La prospettiva di cui stiamo parlando è quella della cosiddetta “ospitalità diffusa”, in altre parole di quell’opportunità ricettiva che sta iniziando a decollare anche nel nostro paese grazie, soprattutto, ad investitori stranieri che ne hanno compreso da tempo la validità e che in Italia hanno già creato alcuni “alberghi diffusi”. Un piccolo ma significativo “assaggio”, poi, l’abbiamo avuto qui in Piemonte proprio in occasione delle Olimpiadi Invernali di Torino, ove l’organizzazione (più per necessità contingente che per effettiva convinzione, riteniamo) ha reperito seconde case ed alloggi di varia natura atti ad integrare la scarsa ricettività alberghiera ed extralberghiera sul territorio.

Benché condotto, a nostro avviso, con modalità e tempistiche non del tutto corrette (e del resto era la prima volta), l’esperimento ha permesso di capire quanto e come l’integrazione di differenti tipologie di offerta ricettiva possa costituire un positivo stimolo ed esempio per le future scelte in ambito turistico, tanto più in un momento economico in cui la crisi recessiva sembra aver intaccato anche un settore storicamente florido, in Italia, come quello turistico alberghiero.

Ci sembra, infatti, di poter affermare che, anche in questo settore, l’unica strategia in grado di ridare spunto e vitalità al mercato sia proprio quella della differenziazione dell’offerta e dell’integrazione sul territorio delle diverse tipologie ricettive. L’istanza che intendiamo sottoporLe, in sostanza, è quella di voler considerare, nell’ambito delle nuove politiche turistico ricettive della nostra nazione, l’opportunità di dare un nuovo e più moderno e dinamico assetto all’intero settore.

La nostra concezione di “ospitalità diffusa” è piuttosto articolata. Innanzitutto è bene precisare che l’idea è rivolta piuttosto alla riqualificazione (urbanistica e turistica) dei piccoli centri, piuttosto che delle grandi città d’arte. La nostra nazione, infatti, a differenza (ad esempio) della vicina Francia di cui abbiamo conoscenza diretta, è caratterizzata da un divario netto e stridente tra la realtà dei grandi centri urbani e quella dei piccoli borghi, sovrastati dal punto di vista turistico (e sociale) dall’altisonante attrattiva dei primi, ormai sovraffollati, caotici e sempre meno fruibili, non soltanto in chiave turistica.

Recuperare e riqualificare in prospettiva turistica i nostri antichi e dimenticati paesi, offrirebbe una gamma notevole di opportunità e garantirebbe alla nostra nazione una concreta chance di rilancio economico. Notevoli sarebbero, inoltre, i risvolti in ambito occupazionale. Da questo punto di vista la nostra personale esperienza rappresenta una testimonianza vivente, così come quella di numerosi colleghi ed amici in tutta Italia che hanno già preso questa strada o stanno iniziando a farlo (purtroppo alcuni di loro lo hanno fatto all’estero, dove gli strumenti legislativi più agili hanno reso meno ardua l’impresa).

In questi ultimi anni l’Italia brulica di iniziative di vario genere (fiere, congressi, seminari, degustazioni, mostre, etc.) che tendono spontaneamente a sostenere il recupero delle tradizioni, delle tipicità, delle differenze culturali ed etniche, del folclore. Nel contempo, ecco un’altra novità che Lei ben conosce, il fenomeno dei bed and breakfast (categoria cui ci pregiamo di appartenere) sta finalmente esplodendo anche nel nostro paese, tanto da allarmare l’ambiente e da suscitare crescente indignazione nel settore alberghiero.

A tal riguardo va pur detto che non sempre gli esponenti di questa nuova categoria remano nella direzione che noi stiamo in questa sede indicando. Troppo spesso, specialmente nelle grandi città d’arte, il B&B è inteso come mera opportunità di guadagno, piuttosto che come un fenomeno culturale e sociale in grado di arricchire la persona oltre chi il conto in banca. Lo stesso dicasi per l’agriturismo, disgraziata fucina (in molti casi) di ristoranti di grido e di alberghi extralusso immersi nel verde. Non è sicuramente questa la strada giusta, ovviamente. Né questa vuole essere una recriminazione di tipo politico da Robin Hood di provincia.

In tal senso e a scanso di equivoci appare doveroso premettere, tuttavia, che mia moglie ed io non apparteniamo ideologicamente e culturalmente alla Sua parte politica. Eppure riteniamo che al momento attuale Lei stia incarnando, nell’ambito delle politiche sul turismo, quel vago e sempreverde ideale di “uomo giusto al posto giusto” che ben si addice a chi abbia avuto l’onore e l’onere di rivestire nel 2000 la carica di Commissario straordinario per il coordinamento del Grande Giubileo. Tra le Sue prime istanze, inoltre, ci appare assolutamente in linea con il profilo che di Lei stiamo tracciando quella relativa alla opposizione all’aumento dei canoni per le concessioni demaniali agli stabilimenti ed attività balneari.

Ecco, è proprio questo il senso della nostra lettera. Quello di sollecitare al centrosinistra, attraverso Lei che lo rappresenta, l’impegno di mettere mano alla legge quadro sul turismo e a tutte le normative e regolamentazioni ad essa relative, in un’ottica moderna, elastica e dinamica che possa, tra l’altro, ridare all’Italia quelle posizioni di prestigio e di leadership di settore che sempre, anche nei momenti più bui della sua storia recente, ha saputo ricoprire.

Certo, era tutto più facile quando la vecchia “liretta” offriva ai turisti stranieri l’opportunità di visitare il paese più ricco d’arte e di cultura al mondo risparmiando soldi e, al contempo, godendo di strutture alberghiere e di servizi in linea con l’Euoropa occidentale e (sicuramente) migliori dei diretti concorrenti nel mediterraneo, in Africa ed in Asia; oggi la realtà è cambiata e gli scenari politici ed economici sono mutati, da noi come altrove.

Il recepimento indiscriminato e “passivo” delle normative comunitarie (vedi HACCP), inoltre, ha contribuito a rendere la vita ancor più dura alle piccole attività ricettive e ristorative (in particolar modo quelle legata alle pensioni, ai piccoli alberghi, alle antiche trattorie, etc.), costringendo gli operatori del settore a scelte difficili e non sempre in linea con le politiche e le finalità che si andavano perseguendo. È così che molte piccole strutture ricettive, ad esempio, hanno mutato il loro status da impresa con partita IVA a bed & breakfast con codice fiscale (pur continuando ad operare come alberghi o pensioni), creando malessere e confusione in una realtà nuova e “vergine” come questa.

Non possiamo nascondere, Onorevole Rutelli, che tra i nostri colleghi e nell’ambiente serpeggia latente da tempo un malcelato senso di malessere e di paura per quelle che saranno le mosse politiche relativamente ad un fenomeno che è esploso incontrollato e che, ora, rischia inevitabili ed impopolari restrizioni normative sulla scia di quanto è già accaduto con gli agriturismo. Inutile rimarcare che questo non farebbe che nuocere all’intero settore turistico-ricettivo che, invece, dovrebbe fare un deciso passo avanti e puntare ad un diverso riordinamento.

Non siamo più competitivi dal punto di vista economico e qualitativo, si diceva; al tempo stesso lo stiamo divenendo (nelle grandi città) almeno dal punto di vista quantitativo, tanto che se nel 2000 prenotare un posto letto a Roma era carissimo e pressoché impossibile (ci si doveva muovere almeno un anno prima…), oggi la realtà dei B&B offre un’alternativa “low-cost” spesso addirittura di migliore qualità rispetto almeno ai vecchi alberghi. È chiaro, tuttavia, che se le strutture “tradizionali” continueranno a vedersi aumentare gli oneri (di ogni genere), diminuire i margini ed aumentare la concorrenza dal basso, queste saranno costrette a chiudere i battenti e le nostre città si ritroveranno piene di strutture extralberghiere incapaci di assorbire da sole tutta la richiesta.

Per contro, i nostri antichi borghi non stanno ricevendo l’impulso che dovrebbero avere “dalla politica” per un immediato recupero e per la realizzazione di quella alternativa che ci sembra ormai improrogabile. Quella che noi definiamo come Ospitalità Diffusa ed Integrata; sotto questa definizione ci piace “raccogliere” tutte le opportunità ricettive e le iniziative (commerciali e non) correlate al turismo. L’applicazione di questo nuovo concetto ad alcuni piccoli e caratteristici borghi italiani in via di abbandono, consentirebbe al tempo stesso di recuperare e riqualificare le aree, di creare occupazione ed indotto, di rilanciare e diversificare l’offerta turistica, di conservare, diffondere e tutelare il patrimonio e l’identità culturale di ciascuna zona. Non di meno darebbe un segnale forte all’edilizia nazionale, dimostrando che si può lavorare e guadagnare anche (e soprattutto) nel restauro e nel recupero del patrimonio esistente, piuttosto che nella realizzazione di nuove aree periferiche ad alta densità abitativa.

S. Plog nel suo libro “Leisure Travel” sostiene che “i turisti in vacanza desiderano unicità, non uniformità”; allo stesso modo la popolazione residente ricerca servizi, infrastrutture e occupazione, ma non necessariamente queste prerogative debbono essere e rimanere proprie delle grandi città e delle nuove periferie. Un’ottima quadratura del cerchio, tra la domanda turistica e quella residenziale, è proprio quella dell’ospitalità diffusa e della collaborazione ed integrazione tra la realtà alberghiera e quella extralberhiera, tra i servizi, il commercio e tutte le forze presenti sul territorio. L’unicità dei nostri piccoli borghi offerta attraverso le antiche costruzioni restaurate nel rispetto della tradizione e della loro storia e la vastità di un’offerta a più livelli, dal grande albergo al piccolo bed & breakfast, dall’ostello alla casa vacanza al camping, il tutto promosso attraverso un canale unico (il portale di incoming Italia.it rappresenta il veicolo ideale) e con finalità ed obbiettivi comuni. In questo dovrebbe impegnarsi chi voglia seriamente rimettere mano all’economia turistica italiana.

In questo e nella ottimale regolamentazione di quanto già esiste (alberghi, pensioni, ostelli, case vacanze, agriturismo, bed and breakfast, affittacamere, campeggi, etc.) nel segno della massima integrazione e cooperatività, nonché nell’individuazione di nuove prospettive ed opportunità professionali ed occasionali, così da poter garantire i necessari tempi di crescita ad una nuova e vincente modalità ricettiva. È impensabile, infatti, supporre che un fenomeno come quello dell’ospitalità diffusa possa prendere piede in tempi brevi se si pretende un immediato inquadramento professionale di tutti gli operatori e di tutte le strutture. Ecco dunque la necessità di immaginare strutture e servizi che nascano come occasionali, stagionali, saltuari e che, col tempo, si trasformeranno eventualmente in vere e proprie attività a carattere professionale.

Concludendo. Le nuove normative sul turismo dovrebbero, a nostro avviso, accogliere e favorire questa nuova tendenza attraverso l’elasticità, la creazione di nuovi e più moderni centri di formazione e di nuove figure professionali, la formazione e l’informazione degli addetti al controllo (unica possibile forma di tutela per i nuovi operatori e per i loro utenti) e, soprattutto, dovrebbero essere improntate alla regolamentazione piuttosto che alla restrizione. Differenziare l’offerta, infatti, significa saper stratificare le opportunità per fasce di prezzo, qualità del servizio, modalità e tempistiche di fornitura dello stesso, dislocazione sul territorio, etc.

Limitare le capacità e le iniziative dei singoli entro leggi e norme che tendano a tutelare le grandi aziende, significa impedire al paese una crescita organica, eterogenea e stratificata, finendo col danneggiare indirettamente le stesse realtà che avrebbero potuto favorire.

Si parla oggi di turismo sostenibile, di eco-turismo, di marketing equosolidale, di turismo responsabile; definizioni affascinanti, modaiole e di pronta presa che quasi sempre fanno riferimento a mercati lontani, a quello che ci ostiniamo a chiamare terzo mondo come se il primo fosse ancora quello di venti anni fa! La verità è che i primi ad aver bisogno di aria nuova e di idee fresche siamo proprio noi, “reduci dell’Euro” e di una globalizzazione miope e brevimirante. Serve una scossa, una rivoluzione senza armi che crei occupazione, cultura, aggregazione, sviluppo e benessere vero (fatto di vita semplice e appagante, non di videotelefonini e di televisori a schermo piatto). Servono investimenti sulle persone e sul patrimonio culturale, artistico ed urbanistico del nostro paese, non sulle tecnologie e su un progresso sempre meno sostenibile.

Il grande successo dei bed and breakfast e dell’accoglienza familiare in Italia è la manifestazione più evidente di come le persone, i cittadini, siano in grado di farsi parte attiva in un processo che non può e non deve essere lasciato a se stesso né, tantomeno, dev’essere represso e “strozzato” da leggi e norme restrittive. Viceversa questo stimolo, questa grande passione che i numeri ci dicono esistere già nel nostro paese, deve essere lo spunto per allargare gli orizzonti e permettere alla gente di trovare una strada che non sia per forza quella di una vita anonima e precaria in un grande centro urbano, aggiungendo problemi su problemi e promettendo improbabili posti di lavoro, sovrabbondanti ed inutili servizi e costose infrastrutture.

L’Italia è un paese di santi, poeti e navigatori, Onorevole Rutelli; è per questo che nel corso dei secoli gli italiani hanno imparato a sopportare l’insopportabile, a cantare le lodi di un consumismo sfrenato ed inconcludente e a barcamenarsi tra le difficoltà. È arrivato il momento di credere in loro e di mostrargli che un’alternativa esiste ed è nascosta proprio in quei paeselli sperduti in cui a luglio portano i figli a giocare dai nonni. È Italia pure quella, forse anche di più.

Nel salutarLa e nell’augurarLe un proficuo quinquennio di lavoro nell’ambito delle Sue cariche istituzionali, La invitiamo a considerare questi nostri spunti e restiamo a disposizione

Sentitamente

Claudio e Faustina Gagliardini