‘Al principio era la guerra.’
Il decennio dell’irrequietezza: gli anni ‘70. Il punto in cui la storia confermò il suo carsismo, il suo andamento segnato da oscuramenti e riapparizioni, da scomparse e risorgive. Prima, erano stati gli scontri cruenti del 1919-1922, che suscitarono la vittoria del Fascismo; poi la guerra civile del 1943-1945 (prolungatasi nelle svariate rappresaglie che i vincitori – com’è naturale - inflissero ai vinti). Per qualche stagione, alla superficie, tutto tacque. Quindi, rifluito dopo il suo tragitto sotterraneo, l’istinto alla vendetta dei vinti eruppe con vigore. Il tempo del nichilismo politico arrivò. I nazifascisti si battevano contro l’avversario di sempre - i rossi più accesi -, e, ancor più, contro quello stato che non era riuscito a stemperare a dovere gli odii, e, ottuso, pretendeva di aver tacitato, e di tacitare, per sempre i vinti. In quest’ultimo, comune, obiettivo, per quei paradossi che la guerra fa suoi, rossi e neri trovarono il nemico comune. Il loro ancipite nichilismo si abbatté contro lo stato dei ‘valori di carta filigranata’: contro il niente dell’oggi, per il tutto del futuro.




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