TORINO PRIDE
IL CORTEO ATTRAVERSA IL CENTRO 32 CARRI DA TUTTA ITALIA DAVANTI ALLA GENTE DEL SABATO POMERIGGIO, DISERTANO I LEADER DELL’UNIONE
La sfilata dei gay
Centomila come al giro d’Italia
Torino aperta, la città festeggia il Pride
18/6/2006
Marco Neirotti
Un momento del corteo
Un momento del corteo
Le immagini del Gay Pride
Speciale Torino Pride
TORINO. Torino di scirocco che accoglie e Torino che vince. Torino che voleva anche il sindaco, «Chiamparino dove sei, oggi Torino è con i gay». Aspettavano da 20 mila a un’esagerazione come 40 mila persone ieri per il Gay Pride che avrebbe tagliato la città dalla stazione di Porta Susa alla riva un po’ asciutta triste del Po, in piazza Vittorio Veneto. Forse a sfilare sui carri quasi da Carnevale o a dimenarsi sul porfido e sull’asfalto saranno stati di meno.
Ma Torino che si guarda intorno, Torino che accoglie, Torino che sorride, Torino che «dove andate», si è fatta vedere ieri come una grande siepe, chilometri e chilometri di una siepe - prima fila, seconda fila, terza fila, quarta fila - sotto un inseguirsi di porticati che dalla stazione conducono al fiume. Centomila persone che sfilano o aspettano. Con forze di polizia in assetto da stadio, da G8, che non devono muovere un dito, anzi ricevono sorrisi mentre, a sera, se ne vanno verso i blindati che li riporteranno a casa, qualcuno in tempo per la partita. E un questore, Rodolfo Poli, che passeggia in incognito fra i manifestanti e al telefono dispone: «Mi raccomando, lontani dal corteo. Attenti a incursioni». Un tentativo di incursione - targato Forza Nuova - c’è stato. La Digos l’ha respinto in pochi secondi, insieme con i ragazzi del Mobile. E la festa è scivolata per Torino, senza esibizionismi facili, senza scene esagerate, senza che l’orgoglio diventasse sottoscrivere una diversità. Il corteo si muove dalla grande e bella piazza della stazaione. Dice Nichi Vendola: «Basta guardarsi intorno.
Questa gente parla, ascolta, guarda, ma l’obiettivo sono i diritti». E lo scrittore Gianni Farinetti: «La società è più avanti della politica». Vladimir Luxuria sorride e si fa fotografare, sorride all’idea di una passeggiata dei diritti: «Vediamo di arrivare al traguardo». Passano canti e musiche. Angelo Magrini, storico presidente dei politrasfusi, fanale della battaglia contro l’Aids, è qui «per una questione di principio. Per questo è dispiaciuto se qualcosa assume la piega della “carnevalata”». Vuole che folklore e dolore siano due cose diverse. Ma è una voce triste in un cammino per il centro della città che non è più rivendicazione di una parte, è proprio una festa, una discoteca che passeggia. Slogan, slogan uno dopo l’altro: «No Vatican, no Taleban». Oppure «Ciao Bi Sedici». Non è una moto, bensì il Papa Benedetto XVI del quale si pubblica una foto con il segretario che lo guarda adorante e si commenta: «Perché loro sì e noi no?». Accanto alla stazione di Porta Susa, dove si preparano questi striscioni, c’è una postazione per i Mondiali.
E’ pomeriggio, c’è Portogallo-Iran, piovicchia, gli spazi sono semivuoti. La gente scivola verso questi lunghi rimorchi con su scritto «Folies Scandale», oppure più semplicemente «Zoccola». Ballano due uomini in mutande e un trans un po’ più coperto. C’è più folla qui che alla partita «chisenefrega». Emilio Penna, anarchico Fai, ha un banchetto dei più seri. E’ quello degli anarchici, con «Pagine di lotta quotidiana» di Enrico Malatesta, ma attirano di più - spiace per il suo sforzo - le musiche, le basi, i ritmi di qualche stand mobile, con balli e danze, o le carioca che sculettano in testa al corteo, dove il questore continua a passeggiare come un turista capitato lì per caso. A sorprenderti, nel pomeriggio, quando il fiume si mette in moto, è il passaggio in questo percorso di pochi chilometri di cortei che si incrociano, di politici che si guardano intorno: i bersaglieri attraversano il fiume, con la loro storia, in piazza Castello parte invece il corteo delle Vespe Piaggio, che sembra non finire più. Chi aspetta questa folla del sabato pomeriggio?
Tutti e due. Hanno fatto bingo: vetrine, vespe e gay. E forse i gay deludono un po’, perché sono scanzonati ma non sono un carosello, uno spettacolino, sono più il viaggio di qualcosa che la gente recepisce oltre la sessualità. E’ il corteo dei diritti, come dice Vendola. Segnalano il ministro Pollastrini, segnalano Marco Pannella, dalla siepe umana da giro d’Italia che attraversiamo fotografano Luxuria, chiedono autografi, però parlano continuamente di diritti, non di spettacolo. Il Gay Pride di Torino sembra figlio del clima delle Olimpiadi: la fiducia nelle forze dell’ordine, il gusto della festa senza complicazioni, la città un po’ di tutti. Da una finestra spunta un manifesto contreo i «cupiu», gli omosessuali in dialetto. Dal corteo nessuno lo contesta.
Sono le famigliole assiepate lì intorno a fischiare finché non lo tolgono. Poi saranno, a tarda sera, canti e festa. Qualcuno si rammarica perché ci si sposta nella cintura. Ma la vittoria del Gay Pride è già fatta: è una Torino che sorride, non si scandalizza, non mitizza, sorride e va a dormire, come nelle notti olimpiche.
LA STAMPA







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