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    Predefinito Papa: Roma e Costantinopoli, “Chiese veramente sorelle”

    visti i continui litigi, riporto una notizia trovata su Asianews:

    Papa: Roma e Costantinopoli, “Chiese veramente sorelle”

    Benedetto XVI all’udienza generale parla di Sant’Andrea, l’evangelizzatore del mondo greco. Del fratello di Simone ricorda l’atteggiamento di fronte al supplizio della croce per invitare a “considerare ed accogliere” i mali che ci colpiscono, “le nostre croci”, “come parte della croce di Cristo”.



    Città del Vaticano (AsiaNews) - Roma e Costantinopoli, cioè cattolici ed ortodossi, sono “Chiese veramente sorelle”. Le ha definite così, oggi, Benedetto XVI, prendendo spunto dalla riflessione sulla figura di Andrea, del quale ha parlato ai 35mila fedeli presenti in Piazza San Pietro per l’udienza generale. La preoccupazione ecumenica è così tornata anche oggi nelle parole del Papa, che mercoledì scorso, parlando di Pietro e del “primato petrino” l’aveva sì definito “elemento costitutivo” della Chiesa, ma legandolo alla ricerca dell’unità dei cristiani.

    Oggi, Benedetto XVI ha disegnato la figura del fratello di Simone, Andrea, che fu “il primo dei chiamati” e per questo è detto “il Protoclito”, dicendo che “è certo che anche per il rapporto fraterno tra Pietro e Andrea la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli si sentono tra loro in modo speciale sorelle. Per sottolineare questo rapporto – ha proseguito - il mio predecessore Papa Paolo VI, nel 1964, restituì le reliquie di sant’Andrea, fino ad allora custodite nella Basilica Vaticana, al vescovo metropolita ortodosso della città di Patrasso in Grecia, dove secondo la tradizione l'Apostolo fu crocifisso”.

    Di Andrea il Papa ha non solo sottolineato il ruolo di evangelizzatore del mondo greco, ma anche l’atteggiamento di fronte alla Croce sulla quale anch’egli sarebbe morto. Andrea, secondo la tradizione, la definì “beata” perché lo portava a Gesù: un atteggiamento che invita i fedeli a “considerare ed accogliere” i mali che ci colpiscono, “le nostre croci”, “come parte della croce di Cristo”.

    Dopo aver ricordato che di Andrea i Vangeli parlano più volte, mostrandolo come una figura eminente tra i Dodici, il Papa ha aggiunto: “Tradizioni molto antiche vedono in Andrea non solo l’interprete di alcuni Greci nell’incontro con Gesù, ma lo considerano come apostolo dei Greci negli anni che succedettero alla Pentecoste; ci fanno sapere che nel resto della sua vita egli fu annunciatore di Gesù per il mondo greco. Pietro da Gerusalemme attraverso Antiochia giunse a Roma per esercitarvi la sua missione universale; Andrea fu invece l’apostolo del mondo greco: essi appaiono così in vita e in morte come veri fratelli – una fratellanza che si esprime simbolicamente nello speciale rapporto delle Sedi di Roma e di Costantinopoli, Chiese veramente sorelle”.

    Benedetto XVI ha anche ricordato la tradizione della morte di Andrea a Patrasso, “ove anch’egli subì il supplizio della crocifissione. In quel momento supremo, però, in modo analogo al fratello Pietro, egli chiese di essere posto sopra una croce diversa da quella di Gesù. Nel suo caso si trattò di una croce decussata, cioè a incrocio trasversale inclinato, che perciò venne detta ‘croce di sant'Andrea’. Ecco ciò che l’Apostolo avrebbe detto in quell’occasione, secondo un antico racconto (inizi del secolo VI) intitolato Passione di Andrea: ‘Salve, o Croce, inaugurata per mezzo del corpo di Cristo e divenuta adorna delle sue membra, come fossero perle preziose. Prima che il Signore salisse su di te, tu incutevi un timore terreno. Ora invece, dotata di un amore celeste, sei ricevuta come un dono. I credenti sanno, a tuo riguardo, quanta gioia tu possiedi, quanti regali tu tieni preparati. Sicuro dunque e pieno di gioia io vengo a te, perché anche tu mi riceva esultante come discepolo di colui che fu sospeso a te ... O Croce beata, che ricevesti la maestà e la bellezza delle membra del Signore! ... Prendimi e portami lontano dagli uomini e rendimi al mio Maestro, affinché per mezzo tuo mi riceva chi per te mi ha redento. Salve, o Croce; sì, salve davvero!’. Come si vede – ha aggiunto Benedetto XVI - c'è qui una profondissima spiritualità cristiana, che vede nella Croce non tanto uno strumento di tortura quanto piuttosto il mezzo incomparabile di una piena assimilazione al Redentore. Noi dobbiamo imparare di qui una lezione molto importante: le nostre croci acquistano valore se considerate e accolte come parte della croce di Cristo, se raggiunte dal riverbero della sua luce. Soltanto da quella Croce anche le nostre sofferenze vengono nobilitate e acquistano il loro vero senso. L'apostolo Andrea, dunque, ci insegni a seguire Gesù con prontezza (cfr Mt 4,20; Mc 1,18), a parlare con entusiasmo di Lui a quanti incontriamo, e soprattutto a coltivare con Lui un rapporto di vera familiarità, ben coscienti che solo in Lui possiamo trovare il senso ultimo della nostra vita e della nostra morte”.

  2. #2
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    I NOSTRI NON SONO LITIGI ma dialoghi SINCERI dove ognuno mostra il suo mondo e si confronta con l'altro.
    I capi religiosi sanno tutto questo.
    Nel loro caso, però, ci sono altre urgenze da risolvere.

    Bartolomeo I ha tutto l'interesse a non urtare la sensibilità papale con opportuni o importuni "dialoghi" sul genere-tipo di quelli che stiamo facendo.

    IN QUESTO FORUM abbiamo la libertà di non avere interessi terreni, GRANDE LIBERTA' DAVVERO!

    Batolomeo I non ha libertà piena in Turchia e cerca di battere sulle cose che "fanno piacere" agli altri anche perché, poveraccio, deve essere aiutato!
    Se io fossi in lui non avrei così tante altre scelte!

    Vedete,
    a seconda di DOVE SI E', DI COME SI VIVE e di QUALE INCARICO SI RICOPRE si è influenzati in QUELLO CHE CONVIENE O NON CONVIENE dire. Se si pensa che nei pressi del Patriarcato di Costantinopoli si fanno attentati e si fanno esplodere bombe si capisce bene il mio discorso...

    Ovviamente questo non è un principio che assorbe tutto e sempre anche se lo condiziona grandemente.
    Bartolomeo I ha anche saputo sorprendere Roma con uscite non sempre gradevoli che, comunque, ne rilevano un certo margine di autonomia e libertà...

    Così, non bisogna leggere le cose come stanno ma situarle nel contesto da dove provengono. Perciò una cosa può avere molti sensi. Ovviamente per i semplicioni ne avrà uno solo: quello che immediatamente vuole pubblicizzare.

    Per ragionarvi su vi faccio una domanda.
    Perché normalmente si parla di Bartolomeo I sempre quando è associato al papa?
    Sapete che oramai è stato in Italia MOLTE VOLTE? (Negli ultimi mesi a Bologna e a Firenze)
    Eppure di tutte quelle volte non se ne è mai parlato nei notiziari nazionali o nella stampa. PARE CHE BARTOLOMEO IN SE' NON INTERESSA O E' COMUNQUE ASSAI MARGINALE.
    Non avete anche qui il sospetto che tutto questo non abbia, nella gestione delle notizie, un suo evidente ed eloquente significato? Il significato è: di Bartolomeo ha senso parlare in funzione del Papa.
    Non occorre essere molto acuti per accorgersene e questa non è una malizia ma un esame attento dei fatti.
    Evidentemente chi gestisce le notizie o le influenza VUOLE che le cose appaiano così!

    Fortunatamente agli occhi di Dio tutti gli uomini sono ... UGUALI tra loro e uno non è MAI in funzione di un altro!

  3. #3
    Ut unum sint!
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    Citazione Originariamente Scritto da Informatore
    Per ragionarvi su vi faccio una domanda.
    Perché normalmente si parla di Bartolomeo I sempre quando è associato al papa?
    Sapete che oramai è stato in Italia MOLTE VOLTE? (Negli ultimi mesi a Bologna e a Firenze)
    Evidentemente all'epoca non leggevi questo forum... se ne e' parlato eccome.
    Io personalmente l'ho pure conosciuto durante la sua visita a Bova Marina
    UT UNUM SINT!

  4. #4
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    Parlo di notizie che rimbalzano NAZIONALMENTE, non in loco dove fa notizia anche il salvataggio del gatto della signora Gina da parte dei coraggiosi pompieri. ;-)

  5. #5
    presbitero cristiano ortodosso
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    ed eretico perfino di se stesso -contraddisse e si contraddisse
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    LETTERA PATRIARCALE
    AL PAPA DI ROMA GIOVANNI PAOLO II
    SULLA QUESTIONE CONCERNENTE
    L’INTENZIONE DEL VATICANO
    DI FONDARE UN PATRIARCATO UNIATE IN UCRAINA
    (traduzione dal testo originale in lingua greca,
    pubblicato sul sito Internet del Patriarcato Ecumencio)





    Prot. N.: 982

    Al Santissimo e Beatissimo Papa dell’Antica Roma
    Giovanni Paolo II, saluto nel Signore.

    Comunichiamo con tanto amore con Vostra Santità, per la preziosa salute per la quale incessantemente preghiamo, augurandoci calorosamente il suo ristabilimento, per porgere alla Sua osservazione un’importantissima questione riguardo i buoni rapporti tra le nostre Chiese, coltivati con tante fatiche e sacrifici. L’argomento emerso, come noi in seguito spiegheremo, ha la forza, se non verrà annullata la Vostra azione intrapresa, di distruggere tutto il progresso fin ora ottenuto e di condurre a una retrocessione tale, che questi [nostri] rapporti si troveranno ad un punto ancora più basso rispetto a un qualsiasi altro momento storico. In specifico, si tratta della Vostra intenzione di fondare un Patriarcato uniate in Ucraina, intenzione comunicata al nostro Beatissimo Fratello, il Patriarca di Mosca Alessio, dal Cardinale Walter Kasper, come riferitoci da Sua Beatitudine. Abbiamo letto, con dovuta attenzione e sensibilità, la lettera del 29 marzo rivolta alla nostra Mediocrità dal Beatissimo Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Alessio, e un documento allegato inviato al Dipartimento dei Rapporti Ecclesiastici Esterni della Santissima Chiesa di Russia, dal summenzionato Eminentissimo Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità die Cristiani. Leggendo tali documenti ci siamo molto rattristati. Questo perchè, nonostante la sensibilità di tutte le Chiese Ortodosse verso il metodo e la tattica uniate - nota a tutta la Chiesa Romano-Cattolica - generalmente e giustamente considerata come ecclesiologicamente scorretta e ingannatrice, poichè mira a fagocitare membri del gregge ortodosso strappandoli dalla loro Chiesa per reclutarli in quella Romano-Cattolica, la Vostra Chiesa, invece di scoraggiare tale presenza e attività, con la fondazione di un Patriarcato unito nella sofferente terra d’Ucraina, manifesta l’intenzione [contraria] e ne prepara l’incoraggiamento. Inoltre, con lo scopo di fondare la correttezza d’una simile azione, sicuramente non fraterna, è stato compilato l’allegato studio, da parte del summenzionato riferito Cardinale, inviandolo al Beatissimo Patriarca di Mosca. Tale studio, esaminato scientificamente, privo di fondamenta storiche, è inaccettabile e offende l’ordine canonico ortodosso per servire a progetti elaborati da secoli a danno della Santissima nostra Chiesa. L’Eminentissimo Cardinale Walter Kasper conosce bene, in qualità di noto teologo, l’irrealtà delle [sue] proposte interpretazioni, prive di fondamenta storiche, riguardanti la nascita e l’istituzione canonica dell’istituto patriarcale nel governo dell’intera Chiesa, sia in Oriente sia in Occidente, da aprte del IV Concilio Ecumenico di Calcedonia (451). Tali proposte hanno già avuto l’accusa, pure dalla stessa ricerca storica romano-cattolica, d’essere esiti malati di un’isteria polemica contro la Cattedra episcopale di Costantinopoli e contro l’istituzione patriarcale in genere, miranti solo a creare un fertile terreno per la teoria del primato papale, integralmente rifiutata dalla Chiesa d’Oriente in quanto ecclesiologicamente e canonicamente errata.
    Così, le facilmente confutabili e arbitrarie interpretazioni sull’istituzione patriarcale, proposte nel documento in questione, corrono il rischio d’essere caratterizzate come un ritorno anacronistico a forme medioevali di teologia polemica dal momento che, in esse, viene sostenuta la teoria riguardante il primato papale attraverso la Donazione pseudo-costantiniana e gli Ordinamenti pseudo-isidoriani.
    L’Eminentissimo Cardinale conosce molto bene che i Vescovi di Roma, fino allo scisma delle Chiese d’Oriente e d’Occidente, avevano la coscienza d’essere Patriarchi d’Occidente e agivano sempre in conseguenza di ciò. In questo spirito rispondevano agli inviti per rappresentare la Chiesa Occidentale nei Concili Ecumenici. Il fatto si desume dall’intera corrispondenza epistolare papale, soprattutto di Papa Gregorio I, verso i Patriarchi d’Oriente e dalle decisioni del Sinodo filo-papale (869-870), attraverso il canone 21, come pure dal Grande Sinodo di Costantinopoli (879-880), attraverso il canone 1, con i quali viene codificata la posizione ufficiale del Vescovo di Roma quale Patriarca d’Occidente avente un primato d’onore tra i cinque Patriarchi. Così, il canone 1 del Grande Sinodo di Costantinopoli (879-880) conferma il fondamentale principio canonico dell’inviolabilità dei confini giurisdizionali delle Cattedre Patriarcali con l’approvazione degli stessi rappresentanti del Papa che vi partecipavano: ‘’Questo Santo ed Ecumenico Sinodo ha definito che se qualcuno dei chierici provenienti dall’Italia, laici o vescovi, dall’Asia, dall’Europa o dalla Libia, soggiacciono a qualche limitazione, destituzione, anatema da parte del Santissimo Papa Giovanni, ciò sia reso valido anche per il Santissimo Fozio, Patriarca di Costantinopoli, nello stesso termine della punizione cioè destituzione, anatema, scomunica. D’altronde coloro che Fozio, il nostro Santissimo Patriarca, ha reso chierici o laici o aprte dell’ordine vescovile e monastico in qualsiasi parrocchia o li ha posti sotto destituzione, anatema, scomunica, ciò sia valido, nello stesso termine della punizione, anche per il Santissimo Papa Giovanni e la sua sottoposta Santa Chiesa di Dio dei Romani nello stesso termine della punizione; nessuno dei privilegi dati al Trono della Chiesa dei Romani e anche al suo Presidente siano innovati nè oggi nè d’ora in poi’’!
    E’ ovvio che, con questo canone, vengono rifiutati, anche con l’approvazione dei rappresentanti papali, gli interventi arbitrati e anticanonici dei Papi Nicola I e Adriano II nelle questioni interne della Cattedra di Costantinopoli. Specificamente, ciò si riferisce al mancato riconoscimento della destituzione del Patriarca Ignazio e della collaborazione alla destituzione del Patriarca Fozio ed è per questo che l’intera disposizione ha per epicentro i rapporti tra queste due Cattedre Patriarcali. In questo modo, secondo la coerente applicazione di un fondamentale principio normativo generale della tradizione canonica riguardante i diritti dei Troni Patriarcali, principio rispettato dalla Cattedra papale fino al grande scisma (1054), è stata abolita l’unica intromissione anticanonica papale riguardante le questioni interne di un’altra Cattedra patriarcale nel primo millennio della vita della Chiesa.
    Questo è mostrato anche dal relativo ed esauriente studio del famoso storico romano-cattolico, Fr. Dvornik, il quale osserva giustamente che, con eccezione fatta per le questioni di fede, l’intervento per questioni canoniche, nel caso dei Patriarchi Ignazio e Fozio, è l’unico avvenuto nel primo millennio e provocato, addirittura, dall’Imperatore bizantino ma ecclesiasticamente respinto dal suddetto canone. L’eccezione delle questioni di fede è facilmente comprensibile poichè, essendoci il pericolo dell’Ortodossia della fede, vengono abbattuti i severi limiti dei diritti territoriali di competenza per l’immediata e più efficace difesa della fede stessa.
    Sulla base di questi criteri puramente ecclesiastici si sono formate, durante i tre primi secoli, non solo l’istituzione sinodale ma anche le prerogative d’onore delle locali sedi ecclesistiche più importanti (Roma, Alessandria, Antiochia, gerusalemme, Cartagine, Efeso, ecc.) e questo senza l’intervento imperiale o di altri, per affrontare comunemente in forma sinodale le questioni importanti della fede o dell’ordine canonico dall’apparizione delle eresie (gnosticismo, montanesimo, monarchianesimo, ecc.) e per le conseguenze delle persecuzioni (decaduti, lapsi, ecc.). Questa tradizione, essendo applicata in modo consuetudinario e divenendo abitudine durante i primi tre secoli, fu eccezionalmente istituzionalizzata come ‘’antica prassi’’. Ciò avvenne attraverso i canoni 6 e 7 del I Concilio Ecumenico (325), che costituì la base canonica della definizione finale del sistema patriarcale nel IV Sinodo, cosicchè venisse soddisfatta la pressante necessità di una migliore coordinazione della poliarchia metropolitana nell’esercizio del diritto delle ordinazioni e dei giudizi sui vescovi (canoni 14, 15 del Concilio Antiocheno; canoni 3,4,5 del Concilio di Sardi; canoni 2 e 6 del II Concilio Ecumenico, ecc.).
    Indubbiamente, gli Imperatori preferivano la poliarchia metropolitana, da loro più facilmente controllabile come del resto si certifica dai loro arbitrati interventi anche nelle questioni di fede durante il IV e la prima metà del V secolo. Perciò, si può caratterizzare come priva di fontamenti storici la definizione del sistema patriarcale come ‘’costruzione imperiale’’ dell’epoca di Giustiniano I (527-565). Del resto, se questa caratterizzazione fosse anche solo ipoteticamente fondata, avrebbe ancor più valore per la Cattedra di Roma, in qualità di Cattedra della capitale dell’Impero Romano, prima tra le conque Cattedre Patriarcali. Naturalmente il prestigio politico delle città si collegava solitamente con la loro fiorente vita ecclesiastica e spirituale, ed è perciò che, alle Chiese di tali città, venivano riconosciuti e distribuiti, durante i primi tre secoli, le prerogative d’onore. Sono queste che costituiscono il principio ecclesistico fondativo per la formazione del sistema patriarcale e non di certo la politica imperiale sulle questioni ecclesiastiche.
    In particolar modo, però, insistendo ad usare la teolgia polemica medioevale di Roma, riguardo l’elevazione patriarcale di Costantinopoli, si riproducono in modo completamente scriteriato e, certamente, errato delle argomentazioni prive di fondamenti storici sia sui principi con i quali la Cattedra costantinopolitana è stata elevata a Patriarcato, sia sulla comprensione dell’atteggiamento che la Chiesa di Roma aveva tenuto davanti a tale fatto. In questo modo, [il Cardinale Kasper] sostiene arbitrariamente che ‘’la struttura patriarcale, in particolar modo nel caso di Costantinopoli, è una costruzione imperiale’’, cosa che è stata confermata attraverso il canone 28 del Concilio di Calcedonia (451) nonostante l’opposizione di Roma.
    La confusione è completa! Innanzitutto perchè il canone 3 del II Concilio Ecumenico (381) ha semplicemente confermato i primati di onore, attribuiti già per consuetudine, alla fiorentissima Chiesa di Costantinopoli i quali, con il canone 28 del IV Concilio Ecumenico (451), sono stati collegati con un’ampia giurisdizione ecclesiastica. Inoltre, i rappresentanti della Cattedra papale presenti al Sinodo non hanno espresso alcuna ‘’opposizione’’ ma hanno inizialmente mostrato delle riserve solo riguardo all’estensione della giurisdizione ecclesiastica [costantinopolitana] sull’Asia, sul Ponto e sulla Tracia. Tutto ciò è confermato dall’impeccabile testimonianza degli Atti del IV Concilio Ecuemnico i quali fanno decadere le errate supposizioni dello studio sul quale parliamo. Perciò tornare ad esaminare gli Atti del Concilio sarebbe molto più utile invece d’invocare le conosciute consunte e già vecchie argomentazioni della teologia polemica romano-catolica.
    Si può facilmente constatare che i delegati della Cattedra papale nel IV Sinodo Ecumenico non solo non si sono opposti ma, al contrario, hanno sostenuto i primati di onore della Cattedra di Costantinopoli, così come sono stati riconosciuti attraverso il canone 3 del II Concilio Ecumenico. Naturalmente [i delegati] hanno espresso riserve sull’estensione della giurisdizione ecclesiastica attribuita [a Costantinopoli] con la dichiarazione che ‘’quanto si dice fin ora (con il canone 28), pare oltrapassare i termini del relativo canone (del I Concilio Ecumenico) e del relativo canone (del II Concilio Ecumenico); quanto espresso (dal canone 28) non è riferito nei canoni sinodali e può essere disdetto’’ (E. Schwartz, Act, II, 1, 3, 96). Comunque, [i delegati papali] hanno disapprovato categoricamente la retrocessione del Patriarca di Costantinopoli Flaviano al quinto posto [della gerarchia patriarcale] da parte del conciliabolo di Efeso (449) sottolineando che ‘’noi, Dio volendo, abbiamo il signor Anatolio come primo, loro posero il beato Flaviano come quinto’’ (E. Schwartz, Act, II, 1, 1, 78). Di conseguenza, i legati papali nel IV Concilio Ecumenico hanno riconosciuto espressamente e realmente applicato senz’alcuna ritrosia, il canone 3 del II Concilio Ecumenico, nonostante le loro riserve sull’estensione della giurisdizione della Cattedra costantinopolitana. Perciò le conclusioni tratte, riguardo all’istituzione patriarcale, sono non solo completamente prive di fondamenta, ma pure in evidente contrasto con la storia, se non addirittura progettate di proposito per esserlo.
    Di analogo tenore, è anche la confusione storica riguardante le conseguenze delle decisioni dei Concili Ecumenici di Efeso (431) e di Calcedonia (451) poichè viene sostenuto erroneamente che quando ‘’i Patriarcati di Alessandria e Antiochia si separarono dalla Chiesa dell’Impero, sono stati considerati eterodossi (nestoriani e monofisiti), per cui al loro posto vennero fondati nuovi Patriarcati Ortodossi’’. Di fatto, attraverso le decisioni dei suddetti Concili Ecumenici, si sono separati gruppi di fedeli non concordi con la Chiesa canonica - comprendente quella di Roma - i quali non formavano certo dei Patriarcati, com’è sostenuto nello studio in questione. Ecco perchè non fu necessario fondare ‘’nuovi Patriarcati Ortodossi’’, come erroneamente si afferma nel medesimo studio il quale, evidentemente, è stato compilato solo per ‘’sostenere le comunità uniate dell’Oriente’’ e, invece, agisce come una nuova provocazione a danno della Chiesa Ortodossa ferendo i già tesi rapporti bilaterali sulla questione. L’autore avrebbe potuto porsi una domanda, mentre esprimeva i giudizi contenuti nello studio, certamente privi di base e indubbiamente erronei, giudizi riguardanti istituzioni ecclesiastiche consolidate da secoli di storia come il sistema delle Cattedre Patriarcali. Ciò, da una parte, perchè in queste Cattedre Patriarcali è compresa anche la stessa Cattedra papale e, d’altra parte, perchè la loro [delle Cattedre di Alessandria e Antiochia] parificazione con i Patriarcati dei nestoriani e degli anticalcedonesi, già durante il primo millennio, è incoerente con la costante posizione della Cattedra papale prima del grande scisma (1054). L’accettazione del concetto uniate contenuta nello studio in esame, secondo il quale ‘’i Patriarcati uniati possono essere considerati come paralleli ai vecchi Patriarcati Orientali (nestoriani e anticalcedonesi) e Ortodossi in quanto basati in una diversa visione ecclesiologica rispetto a quella ortodossa’’ è, dal punto di vista ortodosso, inaccettabile non solo perchè, sotto ogni apsetto, è errata, ma pure perchè non serve a ciò che apparentemente sembra, cioè a legalizzare la provocatoria e inaccettabile intenzione di fondare un Patriarcato Uniate in Ucraina. Indubbiamente, le conseguenze dolorose per la base ecllesiologica dell’ordine canonico del primo millennio di una tale provocatoria intenzione, sono ovvie come anche le argomentazioni offensive e prive di base utilizzate a difesa di tal intenzione. E’ ovvio il danno provocato ai rapporti bilaterali e agli sforzi adoperati per il rinnovo e la continuità del dialogo teologico costruttivo tra le nostre due Chiese. La giustificata preoccupazione della Santissima Chiesa di Russia trova piena solidarietà in tutte le Chiese Ortodosse. Perciò emerge la logica domanda sull’utilità di tale intenzione sotto le presenti condizioni. La presenza uniate nell’Ucraina occidentale non verrà rinforzata con la fondazione di un Patriarcato Uniate mentre tale decisione infiammerà la teologia polemica da ambo le parti e non senza danno per i rapporti dell’uniatismo con la Chiesa Ortodossa Ucraina. I rapporti già tesi, per la contrapposizione del recente passato, verranno acuiti ancor più con ignote previsioni per il futuro. Perciò l’anticipata prevenzione è preferibile a tutti i posteriori interventi terapeutici.

    Santissimo Fratello,
    è evidente che la fondazione da parte Sua di un Patriarcato Uniate in Ucraina provocherà forti reazioni da parte delle sorelle Chiese Ortodosse, ed è probabile che faccia saltare i tentativi per proseguire il dialogo teologico tra le due Chiese le quali, dopo il fallimento dell’incontro di Baltimora, si trovano in un punto incerto e, inoltre, rafforzerà la diffidenza verso la Chiesa Romano-Cattolica, diffidenza che comunque sta aumentando tra le Chiese Ortodosse con il pericolo di tornare al clima di ostilità che dominava fino a pochi decenni fa. E’ dunque necessario che confermiate, con tutta l’enfasi e convincibilità possibili, al Popolo Ucraino e a tutte le Chiese Ortodosse che non avete intenzione di realizzare la fondazione di un Patriarcato Uniate in Ucraina annunciata dall’Eminentissimo Cardinal Kasper.
    RendendoLe noto che tutto ciò viene riferito anche al Beatissimo Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Alessio, attraverso una nostra analoga Lettera Patriarcale, come pure verso tutti i Primati delle Chiese Ortodosse, abbracciamo la Sua Santità e con un bacio fraterno ci confermiamo nel profondo amore e onore in Cristo.

    29 novembre 2003


    Di Vostra Santità diletto fratello in Cristo
    + Bartolomeo di Costantinopoli

  6. #6
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    Questa è la lettera che il "cattivo" Bartolomeo si è permesso di scrivere.
    Quando le cose non vanno come si vuole (o si ha programmato) i "buoni ortodossi" (manco fossero dei bigné ) divengono cattivi, pessimi....
    Allora iniziano i piagnistei come da copione

    Qui mi permetto di essere solo un pochettino polemico: "Bartolomeouccio, comportati bene sennò con la stampa ti faremo fare una figuraccia eh!!".

  7. #7
    più arcipreti, meno arcigay
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    Tra la verità e l'errore non c'è nessuna via di mezzo, tra questi due poli opposti non c'è che un immenso vuoto. Colui che si pone in questo vuoto è altrettanto lontano dalla verità di colui che è nell'errore (J. Donoso Cortes)
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    eh già, poverino... bartolomeo vuole tanto bene al Papa e ai cattolici, specialmente a quelli di rito orientale....!!!

  8. #8
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    L’argomento emerso, come noi in seguito spiegheremo, ha la forza, se non verrà annullata la Vostra azione intrapresa, di distruggere tutto il progresso fin ora ottenuto e di condurre a una retrocessione tale, che questi [nostri] rapporti si troveranno ad un punto ancora più basso rispetto a un qualsiasi altro momento storico.
    e già qui il caro bartolomeo inzia colle miance... della serie "se non fate come diciamo ci arrabbiamo"...

    Questo perchè, nonostante la sensibilità di tutte le Chiese Ortodosse verso il metodo e la tattica uniate - nota a tutta la Chiesa Romano-Cattolica - generalmente e giustamente considerata come ecclesiologicamente scorretta e ingannatrice, poichè mira a fagocitare membri del gregge ortodosso strappandoli dalla loro Chiesa per reclutarli in quella Romano-Cattolica, la Vostra Chiesa, invece di scoraggiare tale presenza e attività, con la fondazione di un Patriarcato unito nella sofferente terra d’Ucraina, manifesta l’intenzione [contraria] e ne prepara l’incoraggiamento.
    capito? i cattolici, invece di aiutare gli ortodossi a massacrare gli uniati e a incamerare le loro chiese, si ostinano a volerli difendere!!! è intollerabile!

    Tale studio, esaminato scientificamente, privo di fondamenta storiche, è inaccettabile e offende l’ordine canonico ortodosso per servire a progetti elaborati da secoli a danno della Santissima nostra Chiesa.
    alèèèèè.... il complotto cattolico parte I...

    L’Eminentissimo Cardinale Walter Kasper conosce bene, in qualità di noto teologo, l’irrealtà delle [sue] proposte interpretazioni, prive di fondamenta storiche, riguardanti la nascita e l’istituzione canonica dell’istituto patriarcale nel governo dell’intera Chiesa, sia in Oriente sia in Occidente, da aprte del IV Concilio Ecumenico di Calcedonia (451). Tali proposte hanno già avuto l’accusa, pure dalla stessa ricerca storica romano-cattolica, d’essere esiti malati di un’isteria polemica contro la Cattedra episcopale di Costantinopoli e contro l’istituzione patriarcale in genere, miranti solo a creare un fertile terreno per la teoria del primato papale, integralmente rifiutata dalla Chiesa d’Oriente in quanto ecclesiologicamente e canonicamente errata.
    insomma i cattolici odiano il patriarca di costantinopoli, mentre gli ortodossi amano il papa...

    Così, le facilmente confutabili e arbitrarie interpretazioni sull’istituzione patriarcale, proposte nel documento in questione, corrono il rischio d’essere caratterizzate come un ritorno anacronistico a forme medioevali di teologia polemica dal momento che, in esse, viene sostenuta la teoria riguardante il primato papale attraverso la Donazione pseudo-costantiniana e gli Ordinamenti pseudo-isidoriani.
    molto meglio, invece, le formule altomedievali della pentarchia e altre amenità!! cosa c'entrerà poi la donazione di costantino?

    L’Eminentissimo Cardinale conosce molto bene che i Vescovi di Roma, fino allo scisma delle Chiese d’Oriente e d’Occidente, avevano la coscienza d’essere Patriarchi d’Occidente e agivano sempre in conseguenza di ciò.
    e quindi gli ortodossi avrebbero dovuto scrivere a Bendetto XVi che la sua rinuncia al titolo di "patriarca d'occidente" è errata...

    Indubbiamente, gli Imperatori preferivano la poliarchia metropolitana, da loro più facilmente controllabile come del resto si certifica dai loro arbitrati interventi anche nelle questioni di fede durante il IV e la prima metà del V secolo. Perciò, si può caratterizzare come priva di fontamenti storici la definizione del sistema patriarcale come ‘’costruzione imperiale’’ dell’epoca di Giustiniano I (527-565).
    veramente gli imperatori preferivano nominarsi direttamente il patriarca da sè a proprio uso e consumo... prima di giustiniano i patriarchi com'erano a Bisanzio non esistevano, mentre a Roma esisteva già il pater patrum.

    L’accettazione del concetto uniate contenuta nello studio in esame, secondo il quale ‘’i Patriarcati uniati possono essere considerati come paralleli ai vecchi Patriarcati Orientali (nestoriani e anticalcedonesi) e Ortodossi in quanto basati in una diversa visione ecclesiologica rispetto a quella ortodossa’’ è, dal punto di vista ortodosso, inaccettabile non solo perchè, sotto ogni apsetto, è errata, ma pure perchè non serve a ciò che apparentemente sembra, cioè a legalizzare la provocatoria e inaccettabile intenzione di fondare un Patriarcato Uniate in Ucraina.
    capito? i cattolici provocano, perchè difendono gli uniati!

    Santissimo Fratello,
    è evidente che la fondazione da parte Sua di un Patriarcato Uniate in Ucraina provocherà forti reazioni da parte delle sorelle Chiese Ortodosse, ed è probabile che faccia saltare i tentativi per proseguire il dialogo teologico tra le due Chiese le quali, dopo il fallimento dell’incontro di Baltimora, si trovano in un punto incerto e, inoltre, rafforzerà la diffidenza verso la Chiesa Romano-Cattolica, diffidenza che comunque sta aumentando tra le Chiese Ortodosse con il pericolo di tornare al clima di ostilità che dominava fino a pochi decenni fa.
    menomale che i fatti ci dicono di quanto amore dispongano i cari "fratelli" ortodossi!!! questa lettera trabocca di amore...

  9. #9
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    Mi scuso subito per la lunghezza del testo che ora vado a postare per intero Ma è documento importante del Patriarcato di Mosca ,atteso che si discute tanto e tanto e tanto
    Attendiamo anche qui l'attenta e scientifica ermeneutica di Dreyer



    CONCILIO GIUBILARE DEI VESCOVI
    DELLA CHIESA ORTODOSSA RUSSA

    13-16 Agosto 2000, Mosca





    PRINCIPI DI BASE
    DELL’ATTITUDINE DELLA CHIESA ORTODOSSA RUSSA VERSO LE ALTRE CONFESSIONI CRISTIANE

    Il testo sinodale dei Vescovi "Principi base dell'attitudine della Chiesa Ortodossa Russa verso le altre confessioni cristiane" è già stato pubblicato su "Il Regno" - Documenti n.5 (876) del 1 Marzo 2001. Alcune frasi o espressioni del documento qui presente sono state rivisitate facendo riferimento alla traduzione in lingua inglese in essere sul sito ufficiale del Patriarcato.

    1.L'unità della Chiesa e il peccato delle divisioni tra gli uomini

    1.1. La Chiesa Ortodossa è la vera Chiesa di Cristo, fondata dal nostro Signore e Salvatore stesso, la Chiesa confermata e sostenuta dallo Spirito Santo, la Chiesa di cui lo stesso Salvatore ha detto «Edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16,18). Questa è la Chiesa una, santa, cattolica (sobornaja) e apostolica, depositaria e dispensatrice dei Santi Sacramenti in tutto il mondo, «colonna e sostegno della verità» (I Tm 3,15) Essa ha la pienezza della responsabilità di diffondere la verità del Vangelo di Cristo, e anche la pienezza dell’autorità di testimoniare «la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte» (Gd 3)

    1.2. La Chiesa di Cristo è una e unica (San Cipriano di Cartagine, De Ecclesiae unitate). Il fondamento dell’unità della Chiesa - corpo di Cristo - sta nel fatto che essa ha un solo Capo - il Signore Gesù Cristo (Ef 5,23) e che in essa agisce un solo Spirito Santo che vivifica il corpo della Chiesa e unisce tutti i suoi membri con Cristo come suo capo.

    1.3. La Chiesa è l’unità «dell’uomo nuovo in Cristo». In virtù dell’incarnazione e dell’essersi fatto uomo, il Figlio di Dio «ricominciò da capo la lunga successione degli esseri umani» (Sant’lreneo di Lione), avendo creato un nuovo popolo eletto, stirpe spirituale del secondo Adamo. L’unità della Chiesa è superiore a ogni unità umana ~e terrena, poichè è data da Dio come dono perfetto e divino. Le membra della Chiesa sono unite in Cristo da lui stesso, sono come i tralci della vite, radicate in lui e convocate nell’unità della vita eterna e spirituale.

    1.4. L’unità della Chiesa supera le barriere e le frontiere, specialmente quelle razziali, linguistiche e sociali. E necessario che l’annuncio della salvezza sia proclamato a tutti i popoli, affinché siano ricondotti in un solo grembo e siano riuniti dalla forza della fede e dalla grazia dello Spirito Santo (Mt 28,19-20; Mc 16,15; At 1,8).

    1.5. Nella Chiesa si superano l’ostilità e l’indifferenza, e l’umanità, divisa dal peccato, è unita nell’amore secondo l’immagine della coessenziale Trinità.

    1.6. La Chiesa è l’unità dello Spirito nel vincolo della pace (Ef 4,3), è la pienezza e la continuità della vita di grazia e dell’esperienza spirituale. «Dov’è la Chiesa, lì è anche lo Spirito di Dio; e dov’è lo Spirito di Dio, lì è la Chiesa e ogni grazia» (Sant’lreneo di Lione, Adversus haereses, III, 24), Nell’unità della vita di grazia è contenuto il fondamento dell’unità e dell’immutabilità della fede della Chiesa. Sempre e immutabilmente «lo Spirito Santo insegna attraverso i santi padri e dottori. La Chiesa universale non può peccare o errare e pronunciare menzogna invece della verità: poiché lo Spirito Santo, che è sempre operante attraverso i padri e i dottori servi fedeli della Chiesa, la preserva da ogni errore» (Lettera dei patriarchi orientali).

    1.7. La Chiesa ha un carattere universale: se esiste nel mondo nella forma di diverse Chiese locali, questo tuttavia non sminuisce affatto l’unità della Chiesa. «La Chiesa, illuminata dalla luce del Signore, diffonde per tutto il mondo i suoi raggi. Tuttavia quella luce, che ovunque si diffonde, resta una sola e l’unità del corpo non si può dividere. La Chiesa estende i suoi rami su tutta la terra con esuberante fecondità ed espande su vaste regioni i ruscelli che sgorgano ricchi di acqua. Uno solo però è il principio, una sola la sorgente e una sola la madre feconda e ricca di figli: nasciamo dal suo grembo» (San Cipriano di Cartagine, De Ecclesiae unitate).

    1.8. L ‘unità della Chiesa risiede nel legame indissolubile con il sacramento dell’eucaristia, nel quale i credenti, partecipando dell’unico corpo di Cristo, veramente e realmente si uniscono nel corpo unico e universale, nel sacramento dell’amore di Cristo, nella forza trasformante dello Spirito. «Se infatti “tutti partecipiamo dell’unico pane”, allora tutti formiamo l’unico corpo (1 Cor 10,17), poiché Cristo non può essere diviso. Per questo chiamiamo la Chiesa corpo di Cristo, mentre noi siamo le singole membra, secondo l’interpretazione dell’apostolo Paolo (1 Cor 12,27)» (San Cirillo di Alessandria).

    1.9. La Chiesa una, santa e universale è Chiesa apostolica. Attraverso il clero, stabilito da Dio, i doni dello Spirito Santo si trasmettono ai credenti. La successione apostolica della gerarchia dai santi apostoli è il fondamento della comunione e dell’unità della vita ricca di grazia. La disobbedienza alla legittima autorità della Chiesa è disobbedienza allo Spirito Santo, a Cristo stesso. «Seguite tutti il vescovo, come Gesù Cristo segue il Padre; seguite il collegio dei presbiteri come gli apostoli; abbiate per i diaconi il rispetto che avete per il comandamento di Dio. Nessuno compia qualche opera che riguarda la Chiesa senza il vescovo. (...) Dove appare il vescovo, là si trovi pure la comunità, come dove è Gesù Cristo, ivi è la Chiesa cattolica» (Sant’lgnazio di Antiochia, Ai cristiani di Smirne, 8).

    1.10. Solo mediante il legame con una comunità concreta si realizza per ogni membro della Chiesa la comunione con tutta la Chiesa. Interrompendo i legittimi legami con la propria Chiesa locale, il cristiano pregiudica la propria unità salvifica con tutto il corpo della Chiesa, si stacca da esso. Qualsiasi peccato in qualche misura allontana dalla Chiesa, anche se non separa da essa completamente. Nella concezione della Chiesa antica la separazione consisteva nell’esclusione dall’assemblea eucaristica. Ma la riammissione alla comunità ecclesiale di colui (o coléi) che era stato scomunicato non avveniva mai attraverso la ripetizione del battesimo. La fede nel carattere permanente del battesimo si professa nel Simbolo di fede niceno-costantinopolitano: «Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati». lI 470 canone apostolico recita: «Il vescovo o il presbitero, che battezzi di nuovo uno che in verità ha già ricevuto il battesimo (...) sarà destituito».

    1.11. Con questo la Chiesa ha reso testimonianza che colui che viene escluso conserva il «sigillo» dell’appartenenza al popolo di Dio. Riammettendolo la Chiesa restituisce alla vita colui che era già stato battezzato con lo Spirito e aggregato in un solo corpo. Anche quando scomunica uno dei propri membri, sul quale aveva impresso i( proprio sigillo nel giorno del suo battesimo, la Chiesa spera nel suo ritorno. Essa considera la scomunica stessa come un mezzo di rinascita spirituale di colui che è stato escluso.

    1.12. Nel corso dei secoli il comandamento di Cristo sull’unità è stato più volte violato. Nonostante la comunione di idee e la concordia universali volute da Dio, nel cristianesimo sono sorte eterodossie e divisioni. La Chiesa ha sempre trattato in maniera severa e intransigente coloro che esprimevano idee contrarie alla purezza della fede salvifica, come pure coloro che portavano nella Chiesa divisioni e discordie: «A che scopo vi sono tra voi contese, collera, dispute, scissioni e guerra? Non abbiamo noi un solo Dio, un solo Cristo, un solo Spirito di grazia effuso su di noi e una sola vocazione in Cristo? A che scopo strappare e lacerare le membra di Cristo e insorgere contro il proprio corpo e giungere a tal grado di demenza da dimenticare che siamo membra gli unì degli altri?» (San Clemente Romano, Lettera ai Corinzi, 46,1).

    1.13. Nel corso della storia cristiana, dalla comunione con la Chiesa Ortodossa si separarono non solo singoli cristiani, ma anche intere comunità cristiane. Alcune di esse scomparvero nel corso della storia, altre invece si sono conservate lungo i secoli. Le divisioni più rilevanti che si veriflcarono nel primo millennio, e che si sono mantenute fino ai nostri giorni, ebbero luogo dopo il rifiuto, da parte di alcune comunità, di accettare le deliberazioni dei concili ecumenici III e IV. Tali contrasti ebbero come risultato la costituzione in forma autonoma di Chiese esistenti fino a oggi: la Chiesa Assira dell’Est e le Chiese non calcedonesi, le Chiese copta, armena, siro-giacobita, etiopica e malabarese. Nel Il millennio, dopo la separazione della Chiesa di Roma avvennero divisioni interne nel cristianesimo occidentale, connessè con la Riforma, e che portarono all’incessante processo di costituzione di una moltitudine di confessioni cristiane che non erano in comunione con la sede di Roma. Sorsero pure divisioni dalla comunione con le Chiese ortodosse locali, inclusa la Chiesa russa.

    1.14. Errori ed eresie sono la conseguenza dell’autoaffermazione egoistica e dell’isolamento. Ogni divisione o scisma provoca in qualche misura la corruzione dell’integrità ecclesiale. La separazione, anche se avviene per ragioni di natura non religiosa, rappresenta una violazione della dottrina ortodossa sulla Chiesa e in ultima analisi porta a un deterioramento nella fede.

    1.15. La Chiesa Ortodossa per bocca dei santi padri afferma che la salvezza si può trovare solo nella Chiesa di Cristo. Ma, nello stesso tempo, le comunità che si sono separate dalla comunione con l’Ortodossia non sono mai state considerate come del tutto private della grazia di Dio. La rottura della comunione ecclesiale porterà inevitabilmente a una lacerazione della vita di grazia, ma non sempre alla sua completa scomparsa nelle comunità che si sono separate. Proprio a questo è connessa la prassi di non ammettere nella Chiesa Ortodossa coloro che provengono da altre comunità religiose solo attraverso il sacramento del battesimo. Nonostante la rottura dell’unità, rimane una certa comunione incompleta, che serve da segno della possibilità di un ritorno all’unità nella Chiesa, all’integrità universale e alla comunione

    1.16. La posizione nella Chiesa di coloro che si sono separati da essa non si lascia circoscrivere in una definizione univoca e semplice Nel mondo cristiano diviso vi sono alcuni caratteri che lo unificano: la parola di Dio, la fede in Cristo come Dio e Salvatore che si è fatto uomo (1 Gv 1,lc 4,2,9), e la devozione sincera

    1.17. L’esistenza di diversi riti di ammissione (attraverso il battesimo, attraverso la cresima e attraverso la confessione) dimostra che la Chiesa Ortodossa si rapporta alle altre confessioni cristiane in maniera differenziata. Un criterio è quale grado di integrità della fede e della struttura della Chiesa e delle norme della vita religiosa cristiana sia preservato in una particolare confessione. Ma fissando diversi riti, la Chiesa Ortodossa non emette un giudizio sulla misura dell’integrità o sulla corruzione della vita religiosa nelle confessioni non ortodosse, ritenendo che questo faccia parte del mistero della provvidenza e del giudizio di Dio

    1.18. La Chiesa Ortodossa è la vera Chiesa, nella quale si conservano integralmente e senza corruzioni la Santa Tradizione e la pienezza della grazia salvifica di Dio. Essa ha custodito nell’integrità e nella purezza la santa eredità degli apostoli e dei santi padri. Essa è consapevole della conformità della propria dottrina, della struttura liturgica e della pratica religiosa alrannuncio degli apostoli e alla tradizione della Chiesa antica.

    1.19. L’Ortodossia non è un attributo nazionale o culturale della Chiesa d’Oriente. L ‘Ortodossia èuna qualità interna della Chiesa; è la preservazione della verità dottrinale, dell’ordinamento liturgico e gerarchico e dei principi della vita religiosa che si trova costantemente e ininterrottamente nella Chiesa dai tempi apostolici. Non si può cedere alla tentazione di idealizzare il passato o di ignorare i tragici errori o i fallimenti che hanno avuto luogo nella storia della Chiesa. Un esempio di autocritica spirituale Io offrono prima di tutti i grandi padri della Chiesa. La storia della Chiesa nei secoli lV-Vll conosce parecchi casi di caduta nell’eresia di una parte considerevole del popolo cristiano. Ma la storia rivela anche che la Chiesa ha combattuto con fermezza l’eresia, e ha talvolta conosciuto l’esperienza del risanamento di chi era caduto, l’esperienza del pentimento e del ritorno in seno alla Chiesa. Proprio la tragica esperienza dell’emergere di idee errate in seno alla Chiesa stessa e le lotte che ne sono seguite durante il periodo dei concili ecumenici hanno abituato i figli della Chiesa Ortodossa alla vigilanza. La Chiesa Ortodossa, rendendo umilmente testimonianza al fatto di custodire la verità, nello stesso tempo ricorda tutte le tentazioni che sono sorte nella storia.

    1.20. In seguito alla violazione del comandamento dell’unità, che ha provocato la tragedia storica dello scisma, i cristiani separati, invece dì essere un esempio di unità nell’amore secondo il modello della santissima Trinità, sono diventati una fonte. di scandalo. La divisione dei cristiani è una ferita aperta e sanguinante nel corpo di Cristo. La tragedia delle divisioni è diventata una distorsione grave e macroscopica dell’universalismo cristiano, un ostacolo che ha impedito e impedisce di testimoniare pienamente Cristo al mondo. Infatti l’efficacia di questa testimonianza della Chiesa di Cristo dipende in gran parte dalla manifestazione, nella vita e nella prassi delle comunità cristiane, delle verità che annuncia.

    2. Aspirazione alla ricostituzione dell’unità

    2.1. Scopo essenziale delle relazioni della Chiesa Ortodossa con le altre confessioni cristiane è la ricostituzione dell’unità dei cristiani, unità voluta da Dio (Gv 17,21) e che rientra nel suo disegno; essa appartiene all’essenza stessa del cristianesimo. Questo obiettivo è di primaria importanza per la Chiesa Ortodossa a tutti i livelli della sua vita.

    2.2. L’indifferenza per questo obiettivo o la sua negazione sono un peccato contro il comandamento di Dio che vuole l’unità. Secondo le parole di san Basilio Magno: «L’unica preoccupazione conveniente a coloro che servono genuinamente e veramente il Signore sia questa: ridurre, cioè, all’unità le Chiese chesono disgregate le une dalle altre in molte parti e in molti modi» (Lettere, 114).

    2.3. Tuttavia, riconoscendo la necessità di ricostituire la nostra unità cristiana infranta, la Chiesa Ortodossa afferma che una comunione autentica è possibile solo in seno alla Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Tutti gli altri «modelli» di comunione sono inaccettabili.

    2.4. La Chiesa Ortodossa non può assumere la tesi che, nonostante le divisioni storiche, la comunione fondamentale e profonda dei cristiani non sarebbe stata violata, e che la Chiesa dovrebbe comprendersi come coincidente con tutto «il mondo cristiano», che la comunione dei cristiani esisterebbe al di sopra delle barriere confessionali e che la separazione delle Chiese appartiene esclusivamente alla condizione di imperfezione dei rapporti umani. Secondo questa concezione, la Chiesa rimane una sola, ma questa unità non è sufficientemente manifestata in forme visibili. In tale modello di unità il compito dei cristiani si comprende non come la ricostituzione dell’unità perduta, ma come il manifestarsi dell’unità esistente in maniera irrinunciabile. In questo modello si ripete la dottrina, nata nella Riforma, della «Chiesa invisibile».

    2.5. Assolutamente inaccettabile e legata alla concezione summenzionata è la cosiddetta «teoria dei rami», che afferma la bontà e addirittura la provvidenzialità dell’esistenza del cristianesimo nella condizione di «rami separati».

    2.6. Per l’Ortodossia è inaccettabile l’affermazione che le divisioni tra i cristiani sono un’inevitabile imperfezione della storia cristiana, che esse sussistono solamente nella situazione storica contingente e possono essere risanate o superate con l’aiuto di accordi di compromesso interconfessionali.

    2.7. La Chiesa Ortodossa non può accettare «l’uguaglianza delle confessioni religiose». Coloro che si sono staccati dalla Chiesa non possono essere riuniti a essa in quella condizione in cui si trovano attualmente; i principi dogmatici divergenti devono essere superati, e non semplicemente aggirati. Questo significa che il cammino verso l’unità è il cammino del pentimento, della trasformazione e del rinnovamento.

    2.8. È inaccettabile l’idea che tutte le divisioni siano fondamentalmente dei tragici malintesi, che le divergenze sembrino inconciliabili solo per una carenza dell’amore reciproco, per la riluttanza a capire che al di là di tutta la diversità e la difformità c’è una sufficiente unità e concordia «nella sostanza». Le divisioni non possono essere attribuite alle passioni degli uomini, all’egoismo o ancor più a circostanze culturali, sociali o politiche. Altrettanto inaccettabile è l’affermazione che la Chiesa Ortodossa si distingue dalle altre comunità cristiane, con le quali essa non è in comunione, per questioni di carattere marginale. Non si possono attribuire tutte le divisioni e le divergenze a diversi fattori non teologici.

    2.9. La Chiesa Ortodossa respinge anche la tesi secondo la quale l’unità del mondo cristiano si può ricostituire solo attraverso la via del comune servizio cristiano al mondo. L ‘unità dei cristiani non può essere ricostituita attraverso il consenso sulle questioni mondane, nel qua! caso i cristiani si ritroverebbero uniti su questioni marginali, conservando tutte le loro divergenze sulle questioni fondamentali.

    2.10. È inaccettabile introdurre il relativismo nell’ambito della fede, limitare l’unità nella fede a un ristretto ambito di verità necessarie, per ammettere al di là di questi limiti la «libertà del dubbio». Èinaccettabile la propensione stessa alla tolleranza della divergenza di idee in materia di fede. Ma con questo non si può confondere l’unità della fede con le fàrme della sua espressione.

    2.11. La divisione del mondo cristiano è una divisione nell’esperienza stessa della fede e non solo nelle formule dottrinali. Deve essere raggiunto un pieno e autentico accordo nell’esperienza stessa della fede, e non solo nella sua espressione formale. L’unità dottrinale formale non esaurisce l’unità della Chiesa, anche se questa è una delle sue condizioni necessarie.

    2.12. L’unità della Chiesa è prima di tutto unità e comunione nei sacramenti. Ma una comunione autentica nei sacramenti non ha niente a che fare con la pratica della cosiddetta «intercomunione». L’unità può essere attuata solo in un’identica esperienza e vita digrazia, nella fede della Chiesa, nella pienezza della vita sacramentale nello Spirito Santo.

    2.13. La ricostituzione dell’unità dei cristiani nella fede e nell’amore può venire solo da Dio, come un dono del Signore onnipotente. La sorgente dell’unità è in Dio, e per questo i soli sforzi umani per la sua ricostituzione saranno vani, poiché «se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (Sai 127 ,1). Solo il Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha comandato l’unità, è colui che può darci le forze per la sua attuazione, poiché Egli è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Compito dei cristiani ortodossi, dunque, è quello di cooperare con Dio all’opera della salvezza in Cristo.


    3. La testimonianza ortodossa di fronte al mondo non ortodosso

    3.1. La Chiesa Ortodossa è la depositaria della tradizione e dei doni di grazia della Chiesa antica, e per questo ritiene che il suo compito principale nei confronti delle confessioni non ortodosse sia la costante e infaticabile testimonianza, che conduce alla rivelazione e all’accoglimento della verità, espressa in questa tradizione. Come si dice nella deliberazione della III Conferenza panortodossa preconciliare (1986): «La Chiesa Ortodossa, nella profonda convinzione e nell’autocoscienza ecclesiale di essere portatrice e testimone della fede e della tradizione della Chiesa una santa cattolica e apostolica, crede fermamente di occupare un posto centrate nel cammino verso l’unità dei cristiani nel mondo contemporaneo (...) Missione e dovere della Chiesa Ortodossa è insegnare in tutta la sua pienezza la verità contenuta nella sacra Scrittura e nella sacra tradizione, che conferisce alla Chiesa il suo carattere universale. Questa responsabilità della Chiesa Ortodossa, come pure la sua missione ecumenica riguardo all’unità della Chiesa, sono state espresse dai concili ecumenici, i quali hanno sottolineato in particolare il legame indissolubile esistente fra la giusta fede e la comunione nei sacramenti. La Chiesa Ortodossa ha sempre cercato di richiamare le diverse Chiese e confessioni cristiane a una ricerca comune della perduta unità dei cristiani, affinché tutti possano giungere alla comunione della fede...».
    L’impegno della testimonianza ortodossa è affidato a ciascun membro della Chiesa. I cristiani ortodossi devono prendere coscienza con chiarezza che la fede da loro custodita e professata ha un carattere universale, ecumenico. La Chiesa non solo è chiamata a istruire i suoi figli, ma anche a rendere testimonianza della verità di fronte a coloro che l’hanno abbandonata. «Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentime parlare senza uno che lo annunzi?» (Rm 10,14). lI dovere dei cristiani ortodossi è quello di testimoniare quella verità che è stata una volta per sempre affidata alla Chiesa, poiché, secondo l’espressione dell’apostolo Paolo, «siamo infatti collaboratori di Dio» (I Cor 3,9).

    4. Dialogo con i cristiani non ortodossi

    4.1. La Chiesa Ortodossa Russa ha un dialogo teologico aperto con i cristiani non ortodossi da più di due secoli. Per questo dialogo è peculiare la combinazione del rigore dogmatico con l’amore fraterno. Questo principio venne formulato nella• Risposta alla léltera del Santo Sinodo del Patriarcato ecumenico (1903) relativamente al metodo del dialogo teologico con gli anglicani e con i vecchiocattolici. Riguardo alle confessioni non ortodosse «ci devono essere la disponibilità fraterna ad aiutarle con chiarimenti, la consueta attenzione alle loro migliori aspirazioni, tutta la possibile indulgenza per il naturale imbarazzo a causa della secolare divisione, ma nello stesso tempo una risoluta professione della verità della nostra Chiesa universale come unica depositaria dell’eredità di Cristo e custode dell’unica arca salvifica della grazia di Dio (...) Il nostro compito rispetto a esse deve essere, senza porre loro inutili ostacoli all’unione con un ‘intolleranza e una diffidenza inopportune, (...) quello di rivelare loro la nostra fede e la convinzione incrollabile che soltanto la nostra Chiesa Ortodossa d’Oriente, che ha custodito senza corruzione il pegno integro di Cristo, è al tempo presente la Chiesa universale, e, proprio per questo, di mostrare loro che cosa esse devono considerare e che cosa decidere, se veramente credono nel carattere salvifico della permanenza nella Chiesa e se sinceramente desiderano essere unite a essa».

    4.2. Una peculiarità tipica dei dialoghi condotti dalla Chiesa ortodossa russa con altre confessioni cristiane è il loro carattere teologico, Il compito di un dialogo teologico è spiegare ai credenti delle altre confessioni l’autocoscienza ecclesiologica della Chiesa Ortodossa, i fondamenti della sua dottrina, del suo ordinamento canonico e della sua tradizione spirituale, fugare le perpiessità e gli stereotipi esistenti.

    4.3. Rappresentanti della Chiesa Ortodossa Russa conducono dialoghi con i credenti delle altre confessioni sulla base della fedeltà alla Tradizione apostolica, ai santi padri delta Chiesa Ortodossa e alla dottrina dei Concili ecumenici e locali. Con questo si escludono tutti i compromessi dogmatici e gli accomodamenti nella fede. Nessun documento o materiale dei dialoghi e dei colloqui teologici ha vigore vincolante per le Chiese ortodosse fino a che non avranno ricevuto una definitiva ratifica da parte di tutta la Chiesa Ortodossa.

    4.4. Dal punto di vista degli ortodossi, per le altre confessioni il cammino della riunificazione passa attraverso il risanamento e là trasformazione della consapevolezza dogmatica. Su questa via devono essere nuovamente ripensati i temi che sono stati discussi all’epoca dei concili ecumenici. Importante nel dialogo con confessioni non ortodosse è lo studio dell’eredità spirituale e teologica dei santi padri -interpreti delta fede della Chiesa.

    4.5. La testimonianza non può essere un monologo: essa presuppone degli interlocutori, presuppone una comunicazione. Il dialogo sottintende due parti, un’apertura reciproca alla
    comunicazione, la disponibilità a comprendere, sottintende non solo una «bocca aperta», ma anche «un cuore tutto aperto» (2 Cor 6,11). Proprio per questo una delle attenzioni piÙ importanti nel dialogo della teologia ortodossa con le altre confessioni deve essere il problema del linguaggio teologico, della comprensione e dell’interpretazione.

    4.6. Assai consolante e stimolante è il fatto che la riflessione teologica non ortodossa, così com’è espressa dai suoi rappresentanti migliori, abbia dimostrato un sincero e profondo interesse per lo studio dell’eredità patristica e della dottrina e dell’ordinamento della Chiesa antica. Nello stesso tempo bisogna riconoscere che nei rapporti tra la teologia ortodossa e quella non ortodossa rimangono molti problemi irrisolti e molte divergenze. Anzi, persino l’affinità formale in molti aspetti della fede non significa un’effettiva comunione, poiché gli stessi elementi dottrinali vengono interpretati in maniera diversa nelle diverse tradizioni teologiche.

    4.7. lI dialogo con le confessioni non ortodosse ha fatto rinascere la convinzione che l’unica verità universale e l’unica norma universale possono essere espresse e incamate in forme diverse nei diversi contesti culturali e linguistici. Nello svolgersi del dialogo è necessario saper distinguere l’originalità del contesto specifico dall’effettiva deviazione dall’integrità universale. Deve essere studiata la questione dei limiti della molteplicità nell’unica tradizione universale.

    4.8. Conviene raccomandare la creazione, nell’ambito dei dialoghi teologici, di centri di ricerca, di gruppi e di programmi comuni. È importante che si tengano con regolarità conferenze teologiche, seminari e convegni scientifici comuni, che vi siano scambi di visite e di pubblicazioni e informazione reciproca, così come lo sviluppo di programmi editoriali comuni. Grande importanza ha anche lo scambio di specialisti, di docenti e di teologi.

    4.9. È particolarmente utile l’invio di teologi della Chiesa Ortodossa Russa nei maggiori centri di studi teologici delle altre confessioni. E pure indispensabile invitare teologi non ortodossi in centri di studi religiosi e in istituti scolastici ecclesiastici della Chiesa Ortodossa Russa per studiare la teologia ortodossa. Nei programmi delle scuole ecclesiastiche della Chiesa Ortodossa Russa una maggior attenzione dovrà essere riservata all’esame del cammino e dei risultati dei dialoghi teologici, ma anche allo studio delle confessioni non ortodosse.

    4.10. Oltre a temi propriamente teologici il dialogo deve svolgersi anche secondo un vasto spettro di problemi relativi al rapporto tra Chiesa e mondo. Un importante aspetto dello sviluppo dei rapporti con le altre Chiese è il lavoro congiunto nel campo del servizio sociale. Laddove questo non si pone in contraddizione con la dottrina e con la pratica religiosa, conviene sviluppare programmi comuni di educazione religiosa e di catechesi.

    4.11. Una particolarità dei dialoghi teologici bilaterali, a differenza dei rapporti multilaterali e della partecipazione a organizzazioni intercristiane, è il fatto che questi dialoghi sono attuati dalla Chiesa Ortodossa Russa secondo quel grado e quella forma che la Chiesa ritiene in quel dato momento più convenienti. La misura e il criterio in questo caso sono i successi del dialogo stesso, la volontà dei partners nel dialogo di tener conto della posizione della Chiesa Ortodossa Russa nel più ampio spettro (non solo in ambito teologico) dei problemi ecclesiali e sociali.
    5. Dialoghi multilaterali e partecipazione all’attività delle organizzazioni intercristiane

    5.1. La Chiesa Ortodossa Russa mantiene dialoghi con i credenti delle confessioni non ortodosse non solo su una base bilaterale, ma anche su una base multilaterale, partecipando alle delegazioni panortodosse e al lavoro delle organizzazioni intercristiane.

    5.2. Circa l’appartenenza a diverse organizzazioni cristiane essa si attiene ai seguenti criteri: la Chiesa Ortodossa Russa non può partecipare a organizzazioni cristiane internazionali, regionali o nazionali nelle quali: a) lo statuto, il regolamento o la procedura prevedano il rifiuto della dottrina o delle tradizioni della Chiesa Ortodossa; b) la Chiesa Ortodossa non abbia la possibilità di rendere testimonianza a se stessa in quanto Chiesa una, santa, cattolica e apostolica; c) il processo decisionale non tenga conto dell’autocoscienza ecclesiologica della Chiesa Ortodossa; d) il regolamento e la procedura prevedano l’obbligatorietà «del giudizio maggioritario».

    5.3. lI grado e le forme della partecipazione della Chiesa Ortodossa Russa a organizzazioni cristiane internazionali devono tener conto della loro dinamica interna, dell’ordine del giorno, delle priontà e del carattere di queste organizzazioni nel loro insieme.

    5.4. L ‘entità e la misura della partecipazione della Chiesa Ortodossa Russa a organizzazioni cristiane internazionali sono determinate dalle autorità della Chiesa in base al criterio dell’utilità per la Chiesa stessa.

    5.5. Sottolineando la priorità del dialogo teologico e dell’esame dei principi della fede, dell’organizzazione ecclesiastica e della vita spirituale, la Chiesa Ortodossa Russa, come le altre Chiese ortodosse locali, ritiene possibile e utile prendere parte al lavoro di diverse organizzazioni internazionali nel campo del servizio al mondo - della diaconia, del servizio sociale, della costruzione della pace. La Chiesa Ortodossa Russa collabora con diverse confessioni e organizzazioni cristiane internazionali nell’opera della comune testimonianza di fronte alla società laica.

    5.6. La Chiesa Ortodossa Russa sostiene i rapporti di collaborazione come t’adesione o la cooperazione con diverse organizzazioni cristiane internazionali così come con consigli nazionali e regionali di Chiese e con organizzazioni cristiane specializzate nel campo della diaconia, dell’attività rivolta ai giovani o della costruzione della pace.

    6. Rapporti della Chiesa Ortodossa Russa con I cristiani non ortodossi presenti nel suo territorio

    6.1. I rapporti della Chiesa Ortodossa Russa con le comunità cristiane non ortodosse nei paesi della CSI e del Baltico devono essere attuati nello spirito della collaborazione fraterna della Chiesa Ortodossa con le altre confessioni tradizionali al fine di coordinare l’attività sociale, di difendere i valori morali cristiani, di promuovere la concordia sociale e di porre fine al proselitismo nel territorio canonico della Chiesa Ortodossa Russa.

    6.2. La Chiesa Ortodossa Russa afferma che la missione delle confessioni tradizionali è possibile solo alla condizione che essa si attui senza proselitismo e che non comporti la «sottrazione» di credenti, in particolare ricorrendo all’uso di benefici materiali. Le comunità cristiane dei paesi della CSI e del Baltico sono chiamate ad unire i propri sforzi nell’ambito delta riconciliazione e della rinascita morale della società, a levare la propria voce in difesa della vita e delta dignità umana.

    6.3. La Chiesa Ortodossa opera una netta distinzione tra le professioni di fede delle altre confessioni, che riconoscono la fede nella Santa Trinità e nella divinoumanità di Gesù Cristo, e le sette che negano i dogmi cristiani fondamentali. Mentre riconosce ai cristiani delle altre confessioni il diritto di testimoniare e di curare l’educazione religiosa di quelle parti della popolazione che per tradizione appartengono a esse, la Chiesa Ortodossa si dichiara contraria a qualsiasi attività missionaria distruttiva da parte delle sette.

    7. Compiti interni connessi con il dialogo con il mondo non ortodosso

    7.1. Nel momento stesso in cui respingono le idee errate dal punto di vista della dottrina ortodossa, gli ortodossi sono chiamati ad accogliere con amore cristiano coloro che le professano. Nei loro rapporti con i cristiani non ortodossi, gli ortodossi dovrebbero testimoniare la santità dell’Ortodossia e l’unità della Chiesa. Nel testimoniare la verità, gli ortodossi devono essere. degni della propria testimonianza. Sono inammissibili le offese all’indirizzo dei non ortodossi.

    7.2. E necessaria un’informazione corretta e qualificata dell’opinione pubblica della Chiesa circa il cammino, i compiti e le prospettive dei contatti e del dialogo della Chiesa Ortodossa Russa con le confessioni non ortodosse.

    7.3. La Chiesa disapprova coloro che, ricorrendo a un’informazione scorretta, deliberatamente travisano gli obiettivi della testimonianza della Chiesa Ortodossa al mondo non ortodosso e coscientemente diffamano le supreme autorità della Chiesa, accusandole di «tradire l’Ortodossia». Per costoro che spargono i semi dell’istigazione tra i semplici credenti è opportuno applicare le sanzioni previste dal diritto canonico. A questo riguardo è opportuno attenersi alle deliberazioni dell’Assemblea panortodossa di Salonicco (1998): «I delegati hanno condannato all’unanimità i gruppi scismatici, come pure determinati gruppi estremisti all’interno delle Chiese ortodosse locali, che sfruttano il tema dell’ecumenismo per criticare l’autorità ecclesiastica e miname l’autorità, cercando in questo modo di fomentare dissidi e scismi nella Chiesa. A sostegno della loro ingiusta critica sfruttano falsi materiali e la disinformazione.
    I delegati hanno altresì sottolineato che la partecipazione ortodossa al movimento ecumenico èsempre stata fondata e si fonda tuttora sulla tradizione ortodossa, sulle decisioni dei santi sinodi delle Chiese ortodosse locali e sugli incontri panortodossi (...).
    I delegati sono concordi nel considerare necessaria la partecipazione alle varie forme di attività intercristiane. Noi non abbiamo il diritto di rinunciare alla missione che nostro Signore Gesù Cristo ci ha affidato, la missione di testimoniare la verità di fronte al mondo non ortodosso. Non dobbiamo interrompere i rapporti con le altre confessioni cristiane che sono disposte a collaborare con noi (...) Dopo 100 anni che gli ortodossi partecipano al movimento ecumenico e 50 al Consiglio Ecumenico delle Chiese, non si è visto un progresso significativo nelle discussioni teologiche multilaterali fra cristiani. Al contrario il distacco fra ortodossi e protestanti si fa sempre più ampio, nella misura in cui in determinate denominazioni protestanti quelle tendenze si rafforzano.
    Durante la plundecennale partecipazione ortodossa al movimento ecumenico, nessun rappresentante ufficiale di qualsivoglia Chiesa locale ha mai tradito l’Ortodossia. Al contrario, questi rappresentanti si sono sempre conservati totalmente fedeli e obbedienti alle proprie autorità ecclesiastiche; hanno operato in pieno accordo con le regole canoniche, con la dottrina dei Concili ecumenici e dei padri della Chiesa, e con la santa Tradizione della Chiesa Ortodossa».
    Il pericolo per la Chiesa è rappresentato anche da coloro che partecipano a incontri intercristiani parlando a nome della Chiesa Ortodossa Russa senza il beneplacito dell’autorità ecclesiastica, e anche da coloro che incrinano l’integrità dell’Ortodossia, partecipando alta comunione sacramentale canonicamente inammissibile con i cristiani non ortodossi.

    Conclusione

    Il millennio che si è appena concluso è stato segnato dalla tragedia delle divisioni, dell’inimicizia e del distacco, ma nel xx secolo i cristiani separati hanno manifestato l’aspirazione a ricostituire l’unità nella Chiesa di Cristo. La Chiesa Ortodossa Russa ha risposto con la disponibilità a condurre un dialogo di verità e di amore con i cristiani non ortodossi, un dialogo ispirato dall’invito di Cristo e dalla missione, affidataci da Dio, dell’unità dei cristiani. Anche oggi, alle soglie del terzo millennio dalla Natività nella carne del Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo, la Chiesa Ortodossa ancora una volta con amore e insistenza esorta tutti coloro per i quali il nome benedetto di Gesù Cristo è superiore a ogni altro nome dato agli uomini sotto il cielo (At 4,12), a un’auspicata unità nella Chiesa: «La nostra bocca vi ha parlato francamente (...) e il nostro cuore si è tutto aperto per voi» (2 Cor 6,11).

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    l'unica ermeneutica che si può fare è ricordare che questa gente è la stessa che nel 1453 ha detto "meglio il turbante turco della tiara papale".

    adesso, dopo aver ammazzato e rubato i beni ai cattolici uniti a Roma, pretendono che Roma li dimentichi per straziarne ancor di più le spoglie.
    e ricattano, e minacciano, approfittando di un'eccessivo e malinteso spirito ecumenico che gira a Roma.

    l'unica risposta che può dare loro Roma è di elevare subito alla dignità patriarcale la Chiesa cattolica unita e di lasciare che questi sedicenti ortodossi si ribecchino il turbante turco.

 

 
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