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  1. #11
    Saloth Sâr
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    L'ordine fu: avvelenare Tel Aviv (04/11/2005)

    Stefano Fabei, storico, ci parla del suo ultimo libro che è dedicato all'atteggiamento antisionista di Mussolini

    E il Duce ordinò: uccidete gli abitanti di Tel Aviv. Mentre le relazioni tra l'Italia e l'Iran peggiorano per la politica antisionista del Governo di Teheran, esce nelle librerie italiane «Mussolini e la resistenza palestinese» (Mursia), volume scritto da Stefano Fabei, esperto di storia del Medio Oriente, che ha avuto il merito di portare alla luce il ruolo del regime fascista di fronte alle rivendicazioni del mondo arabo contro il sionismo. Ecco casa ha detto alla «Voce».

    Stefano Fabei, quale fu il ruolo di Benito Mussolini e del fascismo in tali vicende?

    «Benito Mussolini non ha avuto un ruolo fondamentale, ma è stato molto importante in quegli anni. Il fascismo perseguiva dei propri obiettivi in Medio Oriente e aveva sostenuto la causa dei palestinesi attraverso un aiuto militare e un contributo finanziario. In quegli anni, il regime fascista destinò ben 138 mila sterline alla leadership palestinese di allora che faceva capo al Gran Mufti di Gerusalemme. Il Servizio di informazioni militari (SIM) svolse un suo ruolo in Belgio. In quel paese i nostri servizi intercettarono una partita di armi originariamente destinate al Negus mentre era in corso la guerra italo-etiopica. Questa partita bellica fu acquistata e portata in Italia. L'intenzione era quella di portarla ai rivoltosi palestinesi che volevano contrastare il progetto sionista e il paese mandatario in Medio Oriente: la Gran Bretagna ».

    Queste armi furono consegnate?


    «Il compito di consegnarle era dei sauditi. Queste armi non arrivarono mai. I sauditi avevano dei buoni rapporti con l'Italia ma nello stesso tempo non volevano pregiudicare le proprie relazioni con la Gran Bretagna. Queste armi non furono mai prelevate e rimasero in Italia fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale quando poi furono impiegate dal nostro esercito».

    È verso che i servizi segreti italiani avevano progettato di inquinare l'acquedotto di Tel Aviv per uccidere gli abitanti della città e che l'ordine fu dato dallo stesso Mussolini?

    «Il compito di consegnarle era dei sauditi. Queste armi non arrivarono mai. I sauditi avevano dei buoni rapporti con l'Italia ma nello stesso tempo non volevano pregiudicare le proprie relazioni con la Gran Bretagna. Queste armi non furono mai prelevate e rimasero in Italia fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale quando poi furono impiegate dal nostro esercito».
    «Sì. Lo confermo. Mussolini aveva dato la sua approvazione al “progetto” di avvelenare gli abitanti di quella città. Esiste un “appunto per il Duce” del 10 settembre 1936 che porta la sua firma e la sua approvazione. Ma neanche questo progetto andò in porto. All'interno del ministero degli Esteri italiano vi erano delle tendenze divergenti. In alcuni ambienti della diplomazia italiana la politica filoaraba era considerata uno strumento per accelerare o frenare i rapporti con il regno Unito. La svolta a favore degli arabi si ebbe soprattutto dopo la guerra etiopica quando si profilò l'alleanza italo-tedesca».

    Quale fu il culmine della politica antisionista di Mussolini?

    «Il 27 ottobre del 1941 Mussolini ricevette il Gran Mufti di Gerusalemme dichiarandosi disposto ad abolire il Focolare nazionale ebraico e proclamando: “Se lo vogliono, gli ebrei fondino Tel Aviv in America».

  2. #12
    Saloth Sâr
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    Mussolini e la Spada dell'Islam

    Claudio Mutti

    In uno scritto sull'”espansionismo islamico” pubblicato su un periodico del cattolicesimo integralista abbiamo letto quanto segue: "Una menzione a parte merita la moschea di Roma, la cui prima richiesta di edificazione pervenne a Mussolini dallo Scià di Persia di allora. Si ama ripetere la risposta di Mussolini per cui sarebbe bastata l'autorizzazione a costruire una chiesa alla Mecca e il permesso sarebbe stato tosto accordato, ma una celebre foto di Mussolini che lo ritrae mentre brandisce la spada dell'Islam getta molta acqua su questa leggenda. Sembra invece che il personaggio non si fosse punto opposto all'edificazione di una moschea a Roma e che solo il deciso intervento di Pio XII, rimasto 'costernato' alla notizia, avesse fatto naufragare simili velleità". L'informazione, desunta da un articolo del "Turkish Daily News" del 25 ottobre 2000 (che viene citato in nota), concorda in sostanza con quanto ci ebbe a dire nel 1978 un funzionario del Centro Islamico Culturale d'Italia, il principe afghano Hassan Amanullahi: il Duce gli avrebbe dichiarato che l'idea di erigere una moschea a Roma lo trovava entusiasta, ma la presenza del potere clericale rappresentava un ostacolo insormontabile. (Il principe Amanullahi contrapponeva la posizione filoislamica di Mussolini a quella di Almirante, che a quell'epoca si era dichiarato contrario all'edificazione della Moschea di Monte Antenne, perché riteneva che sarebbe diventata un covo di “estremisti palestinesi”).
    Secondo Franco Cardini, prefatore di uno studio di Enrico Galoppini sui rapporti del Fascismo con l’Islam, l'interesse di Mussolini per l'Islam potrebbe avere "le sue più lontane ed autentiche radici nelle celebri pagine di elogio dell'Islam vergate da Nietzsche" (1).
    L'ipotesi di Cardini ci richiama alla memoria una lettera dello stesso Mussolini in cui è attestato il simultaneo interesse dello scrivente per Nietzsche e per l'Islam. Nell'aprile del 1913 infatti il direttore dell'"Avanti!" rispondeva a un invito della scrittrice anarchica Leda Rafanelli dicendole che tra breve le avrebbe fatto visita e che insieme avrebbero letto "Nietzsche e il Corano" (2).
    Leda Rafanelli (Pistoia 1880 – Genova 1971), come ricorda anche Renzo De Felice, era "una scrittrice libertaria seguace della religione musulmana" (3), la quale si era convertita all'Islam durante una permanenza in Egitto, più o meno nello stesso periodo in cui operava al Cairo un altro ex anarchico entrato a sua volta in Islam: quell'Enrico Insabato che diventerà consulente del governo fascista per le questioni islamiche. Fu dunque la Rafanelli, a quanto risulta dalle lettere di Mussolini pubblicate da quest'ultima dopo la guerra, la prima fonte informata e attendibile da cui Mussolini attinse le sue conoscenze in fatto di Islam.
    Un'altra donna, ben più autorevole della Rafanelli, vent'anni più tardi parlerà anch'essa dell'Islam con Mussolini. Sarà la "Sceriffa di Massaua", Haleuia el-Morgani, discendente dell'Imam Alì e maestra (shaykha) di una confraternita iniziatica dell'Islam, la Tarîqa katmiyya. La "Sceriffa di Massaua" verrà ricevuta da Mussolini a Palazzo Venezia e dichiarerà pubblicamente: "Da quando Allah ha voluto che il Duce assumesse la protezione e la difesa dell'Islam, anche la Tarîqa ha assunto importanza maggiore nel quadro della vita religiosa dell'Impero. Nessuno è stato con la mia religione e con me così nobilmente largo di ogni aiuto quanto il Duce. Egli si è detto lieto e fortunato di conoscere in me la Sharîfa discendente del Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e lo conservi. Il Duce è nel cuore dei Musulmani di tutto il mondo perché è giusto, coraggioso, deciso e perché difende la loro fede". Fin dagli esordi della sua politica estera, il governo fascista aveva manifestato l'intento di stabilire o di sviluppare le relazioni dell'Italia coi paesi musulmani, e non solo con quelli dell'area mediterranea e dell'Africa orientale. Già nell'ottobre del 1923 il Duce volle inviare in Afghanistan una missione politico-scientifica guidata da Gastone Tanzi e Luigi Piperno(4), la quale avrebbe dovuto studiare un piano di assistenza e, al contempo, cercare di attrarre nell'orbita fascista l'emiro riformatore Amânullâh, restio a rivolgersi agli ingombranti vicini britannici e sovietici.
    Tuttavia, fino al 1930 il governo fascista non fu in grado di svolgere una "politica islamica" pienamente autonoma, per la semplice ragione che la politica estera di Roma nei confronti dei paesi musulmani dipendeva dall'andamento dei rapporti dell'Italia con la Gran Bretagna. Inoltre la "riconquista" della Libia, in corso in quegli anni, rendeva difficile un approccio politico dell'Italia nei confronti del mondo musulmano. Infine, l'influenza degli ambienti conservatori soffocava quelle tendenze ad una politica estera rivoluzionaria che erano vive presso gli elementi fascisti più dinamici.
    Fu tra il 1930 e il 1936 che la politica islamica dell'Italia assunse un profilo più autonomo e un carattere più attivo. Nel 1930 fu inaugurata a Bari la Fiera del Levante. Nel 1933 e nel 1934 furono organizzati a Roma, sotto il patrocinio dei GUF, due convegni degli studenti asiatici. Nel maggio del 1934 Radio Bari cominciò a trasmettere in lingua araba. Il 18 marzo del 1934 Mussolini aveva detto: "Gli obiettivi storici dell'Italia hanno due nomi: Asia ed Africa. Sud ed Oriente sono i punti cardine che devono suscitare la volontà e l'interesse degli Italiani (...) Questi nostri obiettivi hanno la loro giustificazione nella geografia e nella storia. Di tutte le grandi potenze occidentali d'Europa, la più vicina all'Africa e all'Asia è l'Italia. Nessuno fraintenda la portata di questo compito secolare che io assegno a questa e alle generazioni italiane di domani. Non si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti, vicini e lontani, ma di un'espansione naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l'Italia e le nazioni dell'Oriente mediato e immediato (...) L'Italia può far questo. Il suo posto nel Mediterraneo, mare che sta riprendendo la sua funzione storica di collegamento fra l'Oriente e l'Occidente, le dà questo diritto e le impone questo dovere. Non intendiamo rivendicare monopoli o privilegi, ma chiediamo e vogliamo ottenere che gli arrivati, i soddisfatti, i conservatori, non si industrino a bloccare da ogni parte l'espansione spirituale, politica, economica dell'Italia fascista".
    Nel contesto di questa nuova politica estera si inserisce la creazione, nel giugno 1935 al Cairo, dell'Agenzia d'Egitto e d'Oriente, la quale, oltre ad avere le ordinarie funzioni di un'agenzia di stampa, svolgeva attività di penetrazione nel mondo dell'informazione araba, sovvenzionando giornali e giornalisti. Anche la nascita dell'Istituto per l'Oriente "si inserisce nel dibattito che attraversò quei settori dell'intellettualità nazionale interessata alle questioni orientali o più precisamente coloniali"(5).
    La fase successiva della politica islamica del Fascismo si apre nel 1937, l'anno in cui Mussolini in Libia entra nelle moschee, rende omaggio alla tomba del mugiàhid Sidi Rafa, impugna la Spada dell'Islam(6), riceve gli elogi delle autorità islamiche(7) e nel discorso di Piazza del Castello proclama da parte sua: "L'Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell'Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia all'Islam ed ai Musulmani del mondo intero".
    Tuttavia ancora in questa fase, stando a De Felice, "negli intenti di Mussolini e di Ciano la carta araba" continuava ad essere considerata "moneta di scambio nel caso che si fosse aperto un varco per un'effettiva trattativa per un accordo generale mediterraneo tra Roma e Londra; tanto è vero che, sull'onda delle speranze suscitate dalla conclusione degli 'accordi di Pasqua', Roma bloccò immediatamente gli aiuti ai movimenti antibritannici mediorientali e moderò il tono delle trasmissioni di radio Bari"(8).
    Dopo l'entrata in guerra, la politica islamica dell'Italia assumerà nella strategia mussoliniana "un valore permanente e non meramente strumentale"(9), caratterizzandosi e localizzandosi essenzialmente in relazione al Medio Oriente, poiché nel Nordafrica la condotta italiana sarà sempre, nonostante le migliori intenzioni del Fascismo, quella che Hitler ha deprecato nel suo testamento politico nei termini seguenti: "L'alleato italiano (...) ci ha impedito di condurre una politica rivoluzionaria nell'Africa del Nord (...) perché i nostri amici islamici d'un tratto hanno visto in noi i complici, volontari o involontari, dei loro oppressori"(10).

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    E' dunque nel corso degli anni trenta che il rapporto tra il Fascismo e l'Islam si consolida notevolmente. La pubblicistica fascista di quegli anni ci mostra infatti tutta una serie di prese di posizione che vanno dal filoislamismo pragmatico e determinato da ragioni geopolitiche fino all'affermazione di una affinità dottrinale tra Fascismo e Islam. A tale proposito, accanto ad alcuni fatti isolati ma significativi, quali la comparsa di un libro in cui Gustavo Pesenti (ex comandante del contingente italiano in Palestina) assegna all'Italia una funzione mediterranea di "potenza islamica"(11), vanno segnalati soprattutto i numerosi e continui interventi della Vita Italiana (diretta da Giovanni Preziosi) a favore di una stretta solidarietà tra Fascismo e Islam. Sulla rivista di Preziosi, Giovanni Tucci rilancia la formula di Essad Bey, secondo cui "il Fascismo può, in un certo senso, essere chiamato l'Islam del secolo ventesimo"(12), e aggiunge: "l'offerta della Spada dell'Islam al Duce è il documento più probatorio che l'Islam vede nel Fascismo un qualcosa d'assomigliante, un certo punto conclusivo con le proprie vedute. (...) Il Fascismo ha orientato la propria politica verso un indirizzo di sana e vigile consapevolezza, rispettando e tutelando credenze, tradizioni, usi, costumi. (...) Saggia politica che a poco a poco ha conquistato la simpatia e l'attenzione di tutto il mondo islamico (...) L'Islam s'indirizza verso la luce di Roma convinto come è della potenza e della saggezza della nuova Italia fascista per un desiderio dell'anima, riconoscente della grande comprensione che è il rispetto delle leggi del Profeta, della tradizione degli avi"(13). Con Fascismo e Islamismo, pubblicato a Tripoli di Libia nel 1938, Gino Cerbella ripropone la stessa tesi. E nel settembre del 1938, nel messaggio da lui rivolto all' "Internazionale fascista" di Erfurt, il presidente dei CAUR Eugenio Coselschi si richiamava tra l'altro alla "saggezza del Corano" in opposizione alle "nefaste dottrine che propongono l'assoggettamento di tutte le nazioni e di tutte le razze alla tirannia di un'unica razza sottomessa alle prescrizioni del Talmud"(14). Si fanno insomma sempre più frequenti, nel corso degli anni trenta, i richiami ad una "costruttiva collaborazione fra due inestimabili forze spirituali quali il Fascismo e l'Islamismo"(15).
    Tra quanti, sul versante italiano, operarono concretamente ai fini di tale collaborazione, ricordiamo qui soprattutto due personaggi: Enrico Insabato e Carlo Arturo Enderle. Il primo era stato direttore della rivista italo-araba Il Convito - An-Nâdî, uscita al Cairo dal 1904 al 1907, sulla quale erano apparsi scritti ispirati dallo shaykh Abd er-Rahmân Illaysh al-Kabîr (16), l'iniziatore di René Guénon al Sufismo. Fedele alla sua vocazione di mediatore tra l'Italia e il mondo musulmano, il dr. Enrico Insabato proseguirà anche negli anni della guerra mondiale il tentativo di allacciare il Fascismo all'Islam. Nell'aprile del 1940, un suo articolo sul n. 1 della rivista Albania si conclude con queste parole: "L'Islam albanese (...) va pertanto considerato nel suo giusto valore, oggi che l'Italia (...) ha saputo, col fascino della titanica figura di Benito Mussolini, inspirare in tutti i seguaci del Profeta Illetterato fiducia, speranza ed aspettazione". Una sua opera, pubblicata a Roma l'anno seguente, reca questo titolo significativo: L'Islam vivente nel nuovo ordine mondiale.
    Il prof. Carlo Arturo Enderle (Alì Ibn Giafar) era nato a Roma nel 1892 da genitori romeni e musulmani. Libero docente in psichiatria alla Regia Università di Roma, consulente neurologo dell'ONB, ex ufficiale medico, "fu uno dei più efficienti contatti segreti italiani che operarono con gli esponenti del nazionalismo arabo e del mondo islamico"(17). I rapporti del governo fascista con i nazionalisti siro-palestinesi Shekib Arslan e Ihsân al-Giabri, col segretario generale del Congresso panislamico Sayyid Ziyâ ed-Dîn Tabatabai e col Mufti di Gerusalemme Hâj Amîn al-Hussaynî erano stati curati inizialmente dal prof. Enderle e da un suo stretto collaboratore, il musulmano indiano Iqbal Shedai.
    Le prese di posizioni filoislamiche degli intellettuali fascisti furono ampiamente ricambiate da parte musulmana. Il maggior poeta dell'India musulmana e padre spirituale del Pakistan, Muhammad Iqbal (1877-1938), che nel 1932, prima di presiedere il Congresso Musulmano di Gerusalemme, era stato ricevuto dal Duce e aveva tenuto un discorso all'Accademia d'Italia, vede nel Fascismo una forza in lotta contro gli stessi nemici dell'Islam e dedica una poesia a Benito Mussolini, che "ha messo a nudo senza pietà i segreti della politica europea". Parlando della rigenerazione dell'Italia all'insegna del Fascio littorio, nel 1935 Iqbal dice: "La nazione erede di Roma, vecchia di antiche forme, si è rinnovata ed è rinata, giovane. Nello spirito dell'Islam vibra oggi la medesima ansia". Nel 1938 canta la definitiva sconfitta del materialismo classista "entro le mura antiche della grande Roma" e celebra la ricomparsa dell'Impero: "Alla stirpe di Cesare è riapparso il sogno imperiale di Cesare".
    Meno poetiche, ma altrettanto entusiastiche e forse ancora più esplicite nel loro significato di adesione alla politica dell'Italia fascista, sono le dichiarazioni che in quegli stessi anni vennero rilasciate da un'autorità islamica di primo piano dell'Africa Orientale: la Sceriffa di Massaua, Haleuia el-Morgani, discendente di Abû Tâlib e maestra (shaykha) della confraternita sufica katmia (tarîqa katmiyya). Ricevuta da Mussolini a Palazzo Venezia assieme ad altri dignitari islamici, la Sceriffa Haleuia ebbe ad affermare tra l'altro: "Da quando Allâh ha voluto che il Duce assumesse la protezione e la difesa dell'Islam, anche la Tarîqa ha assunto importanza maggiore nel quadro della vita religiosa dell'Impero. Nessuno è stato con la mia religione e con me così nobilmente largo di ogni aiuto quanto il Duce. Egli si è detto lieto e fortunato di conoscere in me la Sceriffa discendente del Profeta Muhammad, su di lui benedizione e pace. Il Duce è nel cuore dei musulmani di tutto il mondo perché è giusto, coraggioso, deciso e perché difende la loro fede".
    Ma la più autorevole presa di posizione a favore di un'azione solidale dell'Islam e del Fascismo fu quella costantemente espressa dal Gran Muftì di Gerusalemme, Hâj Amîn al-Hussaynî. La celebre fotografia che lo ritrae in visita al "Covo" di Via Paolo da Cannobio, il 17 aprile 1942, è emblematica di un'attività culminata con la proclamazione del gihàd e con la costituzione di divisioni militari musulmane che combatterono a fianco dell'Italia e della Germania (18).













    1. F. Cardini, Introduzione a: E. Galoppini, Il Fascismo e l’Islam, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2001, p. 5. Sulla presenza dell’Islam nell’opera di Nietzsche, cfr. C. Mutti, Avium voces, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1998, pp. 43-66.
    2. L. Ravanelli, Una donna e Mussolini, Rizzoli, Milano 1946, p. 24.
    3. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, Einaudi, Torino 1965, p. 136 nota.
    4. La missione fallì a causa di uno scandalo suscitato dall'ing. Piperno, il quale cercò di sedurre una donna afghana. Piperno fu ucciso da un paio di fucilate mentre si trovava sul terrazzo della legazione italiana di Kabul, mentre sul gruppo degli italiani si riversò l'indignazione popolare .
    5. M. Giro, L'Istituto per l'Oriente dalla fondazione alla seconda guerra mondiale, in “Storia contemporanea”, a. XVII, n. 6, dicembre 1986, p. 1139.
    6. Alle domande che alcuni si sono poste circa la sorte della Spada dell'Islam donata a Mussolini, la risposta è stata data da Donna Rachele in un'intervista pubblicata postuma tre anni fa: la Spada dell'Islam, che il Duce conservava in una teca di vetro alla Rocca delle Caminate, fu democraticamente rubata durante l'assenza dei Mussolini, quando la Rocca venne devastata dagli antifascisti. "Hanno portato via tutto (...) perfino la culla di Romano" (L. Romersa, Benito e Rachele Mussolini nella tragedia, in “Storia Verità”, a. III, n. 17, sett.-ott. 1994, pp. 2-8).
    7. Il Cadi di Apollonia tenne questo discorso: "Sia lodato Iddio, Che ha infuso il segreto del genio negli uomini di Sua elezione, affinché in loro si manifesti la Sua grandezza, superiore ad ogni concezione umana, e affinché attraverso questa manifestazione si possa arrivare a glorificare la Divinità. O Duce, la tua fama ha raggiunto tutto e tutti e le tue virtù vengono cantate dai vicini e dai lontani. La tua visita al sepolcro di questo Compagno del Profeta, su di lui benedizione e pace, verso cui sono protesi in atto di venerazione i cuori di tutti i Musulmani, raddoppia la nostra gratitudine per te e ci rivela un altro lato della tua grandezza, quella cioè che ti congiunge con gli spiriti dei grandi di tutte le epoche. Al Grande Creatore che ti ha rivelato il segreto di guidare l'Italia sul cammino della potenza e della gloria e che ti ha ispirato i sentimenti di affetto e di bene verso i Musulmani, nonché il rispetto delle loro tradizioni religiose, rivolgiamo le nostre preghiere nell'umile raccoglimento di chi sente tutta la Sua potenza e fervidamente crede nella Sua infinita misericordia, perché ti protegga, ti conservi e ti conceda di spiegare sul mondo intero lo stendardo della pace e dell'amicizia". E il Cadi di Bengasi: "Benvenuto, o Duce, in questa città fedele e in questo antico tempio. I Musulmani di questo paese, che hanno seguito con profonda ammirazione le tappe del cammino trionfale percorso dall'Italia fascista sotto la tua guida e che hanno servito ai tuoi ordini con lealtà e con devozione, ti sono sinceramente grati per questa fausta visita che conferma la tua simpatia verso i Libici e il rispetto per la loro religione. Mi sento veramente fiero di rinnovarti a nome di tutti, sulla soglia di questo sacro luogo, la promessa assoluta di fedeltà, invocando il Signore Onnipotente e Generoso perché ti assista nel guidare l'Italia sulla via di una sempre maggiore grandezza. Egli ti conceda di vedere realizzata la tua volontà di portare il paese ad un livello superiore in tutti i campi, sì da offrire al mondo l'esempio di quanto l'Italia può fare per il bene dei popoli che essa accoglie nel suo grembo sotto il segno del Littorio, simbolo di giustizia e di umanità".
    8. R. De Felice, Il Fascismo e l'Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini, Il Mulino, Bologna 1988, p. 21.
    9. R. De Felice, Op. cit., ibidem.
    10. Le testament politique de Hitler, a cura di H.R. Trevor-Roper, Paris 1959, p. 61. Cfr. C. Mutti, Il nazismo e l'Islam, Barbarossa, Saluzzo 1986 e S. Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1988.
    11. G. Pesenti, In Palestina e in Siria durante e dopo la Grande Guerra, Milano 1932, p. 12.
    12. Essad Bey, Maometto, Firenze 1935, p. V.
    13. G. Tucci, Il Fascismo e l'Islam, in “La Vita Italiana”, maggio 1937, pp. 597-601.
    14. R. De Felice, Op. cit., p. 20, nota 12. Sui CAUR e i congressi di Erfurt cfr. M: Ledeen, L'internazionale fascista, Laterza, Bari 1973 e I. Motza, Corrispondenza col Welt-Dienst, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1996.
    15. P. Balbis, rec. di G. Caniglia, La Tarica Katmia, in “Bibliografia fascista”, 1939, p. 194.
    16. Biografia in: Michel Vâlsan, L'Islam e la funzione di René Guénon, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1985, pp. 87-93.
    17. L. Goglia, Il Mufti e Mussolini: alcuni documenti italiani sui rapporti tra nazionalismo palestinese e fascismo negli anni trenta, in “Storia contemporanea”, a. XVII, n. 6, dicembre 1986., p. 1237, nota 39.
    18. Sull'impegno militante del Muftì, si vedano i nostri articoli: Una vita per la Terrasanta, in “Storia del XX secolo”, 7, nov. 1995 e Il sangue contro l'oro, ibidem, 10, febbraio 1996


  3. #13
    Saloth Sâr
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    Telegramma inviato da Heinrich Himmler al Gran Muftì di Gerusalemme

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    Traduzione:


    BERLINO




    AL GRAN MUFTI' AMIN EL HUSSEINI




    IL MOVIMENTO NAZIONAL-SOCIALISTA DELLA GRANDE GERMANIA HA SCRITTO FIN DAL SUO INIZIO SULLA SUA BANDIERA LA LOTTA CONTRO L'EBRAISMO MONDIALE.



    QUINDI HA SEMPRE SEGUITO CON PARTICOLARE SIMPATIA LA LOTTA DEI COMBATTENTI PER LA LIBERTÀ ARABI, SOPRATTUTTO IN PALESTINA, CONTRO GLI INVASORI EBREI.



    L'INDIVIDUAZIONE DI QUESTO NEMICO E LA COMUNE LOTTA CONTRO DI LUI COSTITUISCONO IL SOLIDO FONDAMENTO DEL NATURALE LEGAME TRA LA GRANDE GERMANIA NAZIONAL-SOCIALISTA E I COMBATTENTI PER LA LIBERTÀ MAOMETTANI DI TUTTO IL MONDO.

    IN QUESTO SENSO LE TRASMETTO, NELL'ANNIVERSARIO DELL'INFAUSTA DICHIARAZIONE DI BALFOUR, I MIEI PIÙ CORDIALI SALUTI E AUGURI PER LA FELICE PROSECUZIONE DELLA SUA LOTTA FINO ALLA SICURA VITTORIA FINALE.


    FIRMATO: HEINRICH HIMMLER



    Himmler e il Gran Muftì, guida spirituale delle SS Islamiche






  4. #14
    Saloth Sâr
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    Il Duce e la Palestina (Rinascita, 30/11/2005)

    Il trattato fa parte di una trilogia molto interessante del medesimo autore cioè «Il Fascio, la Svastica e la Mezzaluna»; «Una vita per la Palestina. Storia di Hajj Amin al-Husayni, Gran Mufti di Gerusalemme» ed infine appunto «Mussolini e la resistenza palestinese».
    Il modo di scrivere è agile e scorrevole, cosa abbastanza inconsueta per uno scritto su un argomento così complesso come la politica estera del Duce nell'area del Mediterraneo orientale.
    Stefano Fabei ci ha abituati, nei suoi lavori, a uno stile elegante e completo non cadendo mai nella pedanteria, che, purtroppo, caratterizza molte opere storiche intrise di polemiche su inezie per iniziati, noiose per la maggior parte dei lettori.
    Il Capo del Fascismo era naturalmente vicino alle sofferenze della popolazione palestinese, in particolare, ed araba, in generale, perché era stato nominato «difensore dell'Islam»; questa vicinanza, che avrebbe caratterizzato, addirittura nel dopoguerra, per oltre un quarantennio, l'evoluzione, sempre più stretta, di proficui rapporti politico-diplomatici fra la nostra Nazione e il mondo arabo, sarebbe stata rinnegata dagli ultimi epigoni titolari del Dicastero della Farnesina.
    Egli, oltre la naturale simpatia per la Causa Palestinese , politicamente, progettava di sostituire, all'influenza della Gran Bretagna sul vicino oriente, quella dell'Italia; Quindi, cercò di attuare questo suo proposito mediante l'attuazione di tre direttrici : quella delle rivendicazioni «legali», quella dell'espansione economica e quella della sedizione antibritannica.
    La Palestina, così come il Levante, aveva esercitato una certa attrazione già sull'Italia liberale, anche se fu solo dopo il consolidamento del regime fascista che furono precisate le sue direttive espansionistiche nell'area e utilizzati e sviluppati i preesistetenti canali di «italianità».
    «La lunga serie di rimostranze», come attesta autorevolmente il Fabei, «presentate al Foreign Office, per salvaguardare il patto della Società delle Nazioni e rivendicare una posizione privilegiata a tutti gli Stati membri della stessa e non al solo impero Inglese, rivela, come il governo fascista in Palestina operasse lungo le direttive della linea «legalitaria».
    Tenuto conto di quello che era il limitato potere contrattuale dell'Italia dopo la grande guerra, Roma aveva avanzato allora due richieste. In primo luogo occorreva evitare la prevaricazione degli obiettivi sionisti e la consequenziale azione di danneggiamento del popolo palestinese e degli interessi religiosi cattolici. In secondo luogo era necessario tutelare gli obiettivi commerciali nazionali, impedendo alla «perfida Albione» mandataria di accaparrarsi e monopolizzare in funzione dei propri esclusivi interessi le risorse economiche della Palestina.
    Allo scopo di garantire gli interessi italiani nella regione – interessi economici, religiosi e scolastici – il 26 aprile 1926 il ministro degli Esteri britannico Austin Chamberlain siglò con il marchese Della Torretta, ambasciatore italiano a Londra, un accordo che riconosceva la particolar posizione italiana in Palestina.
    Subito dopo l'entrata in vigore del mandato della Società delle Nazioni sulla Palestina a favore del Regno Unito, l'Italia aveva assunto un atteggiamento piuttosto accondiscendente, molto più accomodante di quello adottato dal Vaticano; con il passare del tempo e con il delinearsi degli obiettivi della politica estera del Fascismo le cose erano tuttavia destinate a cambiare.
    All'inizio degli anni Trenta l'Italia stava, da un lato, intensificando la sua attività di penetrazione, non lasciandosi sfuggire, dall'altro, nessuna occasione per denunciare, con continue rimostranze, qualsiasi violazione alle norme del mandato o abuso operato ai danni degli interessi italiani dall'amministrazione mandataria in Palestina, facendo attenzione a quanto potesse in qualche modo determinare una revisione del sistema dei Mandati. Le note con cui il ministero degli Esteri britannico reagì alle suddette rimostranze si caratterizzarono per cortesia e capacità di eludere il problema.
    Intanto in Italia stavano crescendo l'attenzione e l'interesse per il movimento panarabista che aveva visto il dicembre del 1931 riunirsi a Gerusalemme il Congresso Islamico, e venivano messe a punto diverse strategie in considerazione del progressivo acuirsi dell'ostilità tra l'elemento sionista e quello arabo palestinese e del sempre più evidente fallimento della politica della Gran Bretagna in Terrasanta, dove occorreva soffiare sul fuoco per spingere Londra a chiedere una trasformazione del mandato stesso. Il Duce aveva allora in mente l'istituzione di un vero e proprio regime internazionale in cui risultassero preponderanti le potenze europee cristiane cui sarebbe spettato il compito di svolgere una funzione super partes, di mediazione tra ebrei ed arabi.
    Gli interessi dell'Italia in Palestina conobbero una certa espansione attraverso il potenziamento delle istituzioni laiche e religiose. Nel 1932 il ministero degli Esteri italiano aumentò le sovvenzioni e le iniziative di penetrazione culturale sia in Egitto sia in Palestina.
    Furono intensificate, con un impiego significativo di mezzi, le manifestazioni a carattere cultural, come le fiere del libro, organizzate dai fasci locali. Tra il 1933 e 1934 l'Italia spese per la propaganda in Palestina 65.540.000 lire, senza contare le assegnazioni alla società «Dante Alighieri» che con le sue filiazioni moltiplicò le proprie attività. I risultati della campagna propagandistica erano così evidenti che il Foreign Office ritenne necessario superare le restrizioni finanziarie e creare in Palestina società culturali sul modello della «Dante Alighieri».
    Furono organizzate, a prezzi molto accessibili, escursioni a carattere turistico-culturale in Italia, con la possibilità d'inserimento dei giovani in strutture quali l'Opera Nazionale Balilla e i Gruppi Universitari Fascisti. Il 2 ottobre 1933 fu creata una Società Turistica Italo-Palestinese, anche con capitali del Banco di Roma il quale, oltre a Giaffa, Haifa e Tel Aviv, aprì una filiale nella parte nuova di Gerusalemme, espandendo così i suoi interessi finanziari. Riguardo ai rapporti economici non possiamo non menzionare il successo che ebbe l'iniziativa del Banco di Roma di concedere il credito ipotecario agli agricoltori arabi. Tale iniziativa fu imitata subito dalle banche inglesi ma meglio sfruttata, sul piano politico, dai dirigenti fascisti del Banco.
    Per incrementare il commercio italiano d'esportazione, sempre a Gerusalemme, ma con sezioni a Haifa e Tel Aviv, fu creata la Camera di Commercio italiana. Furono altresì riorganizzati i servizi della linea Trieste-Brindisi-Palestina, gestita dal Lloyd Triestino; ciò era diventato tanto più necessario dopo il 31 ottobre 1933 quando la mandataria aveva inaugurato il porto di Haifa. Ci fu allora anche chi, come Barbiellini Amidei, propose l'istituzione di biblioteche a bordo delle navi del Lloyd Triestino, per illustrare la politica dell'Italia fascista.
    Il prestigio dell'Italia nei primi anni Trenta stava quindi crescendo in Palestina, così come si andavano intensificando i rapporti con gli esponenti del nazionalismo arabo. Nel novembre del 1933 il giornale indipendente d'orientamento nazionalista «al-Filastìn» di Giaffa affermava che era necessario l'inquadramento della gioventù secondo il modello offerto dall'Italia mussoliniana.
    Infine ma non per ultimo, si vorrebbe offrire anche un breve giudizio, dato nel 1938 dall'ammiraglio Canaris comandante dell'Abwehr, riguardo al Gran Muftì di Gerusalemme, quando il Terzo Reich si andava ormai affiancando alla politica antibritannica, perseguita dall'Italia Fascista, nella regione: «Gli incontri e le conversazioni, in inglese e in francese, lingue padroneggiate bene da entrambi, permisero a Canaris di conoscere Hajj Amin per il quale iniziò a nutrire stima : gli si rivelò un uomo votato per la Causa Araba , molto intelligente ma più idealista che realista, e un po' troppo portato a trarre profitto dalle divergenze esistenti tra l'Abwehr, il NSDAP e la Wilhelmstrasse cioè il Ministero degli Affari Esteri Tedesco. La positiva impressione esercitata dal Muftì su Canaris contribuì ad accorciare le distanze tra il Reich e Hajji Amin: non si trattava di un agitatore politico-religioso ai suoi esordi, ma di un capo carismatico molto abile e capace. Gli arabi avevano in lui una gran fiducia di cui egli intendeva profittare per sviluppare la lotta in Palestina e nei Paesi circostanti sottoposti al controllo britannico. Canaris era convinto», come ci riporta acutamente lo storico, «che al-Husaynì si sarebbe rivelato un prezioso alleato»
    Il testo approfondisce i molteplici aspetti della politica estera esercitata dalle Nazioni dell'Asse rispetto alle popolazioni mussulmane; purtroppo, per ragioni di spazio, ci si è limitati ad alcuni problemi politici, ma chi volesse informarsi, con completezza, sui numerosi rapporti intrecciati tra le potenze per il dominio del Vicino Oriente, troverà in questo libro un valido spunto per approfondire la questione.

    Luca Redig

  5. #15
    Saloth Sâr
    Ospite

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    I RAPPORTI TRA IL FASCISMO E IL MONDO
    ARABO - ISLAMICO



    Se ci accontentassimo degli schemi preconcetti condizionati dalle dicotomie assurte nel secondo dopoguerra a valore di dogma - destra/sinistra, razzismo/antirazzismo, colonialismo/terzomondismo eccetera - faticheremmo davvero non poco a darci ragione di un complesso rapporto, tra luci ed ombre, spesso contraddittorio, talvolta entusiasta e sincero, che vide protagonisti personaggi e situazioni che animarono una tempèrie per la quale, col senno di poi, è stata coniata da storici forse più interessati a fornire materiale utile alla cronaca mediorientale che al servizio della Verità, l'ingenerosa espressione di "filofascismo arabo". Indubbiamente, sia la parte fascista che quella arabo-musulmana - da considerare nella loro complessità e da non ridurre quindi a blocchi monolitici - perseguivano obiettivi di fondo differenti, ma è sulla via del loro raggiungimento che si trovarono a percorrere in compagnia alcuni tratti di strada.

    Se le delusioni generate dai diktat della Conferenza della pace di Versailles (19 gennaio-28 giugno 1919) egemonizzata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia - che per l'Italia si tradussero nello smacco della cosiddetta "vittoria mutilata" e per il mondo arabo-islamico sancirono il tradimento delle aspirazioni all'indipendenza all'insegna dell'arabismo e dell'Islàm - avevano già creato un primo terreno d'incontro tra due realtà emergenti, fino a tutti gli anni Venti la politica estera del fascismo è estremamente prudente, ma è a partire dai primi anni del decennio successivo e specialmente dopo la guerra d'Etiopia del 1935-36 (presentata ai musulmani come un riscatto dalle vessazioni perpetrate ai loro danni dal Negus) che una strategia mediterranea apertamente filo-islamica e perciò anti-francese e anti-inglese (non si dimentichi che all'epoca sia il Maghreb che il Mashreq arabi erano, secondo modalità differenti, sotto il controllo anglo-francese) viene adottata con sempre maggiore audacia: si dà un maggior impulso agli studi arabi e d'islamologia, s'intensificano le iniziative di penetrazione culturale e ideologica (la Fiera del Levante dal 1930, i Convegni a Roma degli studenti asiatici del 1933 e del 1934, le pubblicazioni bilingue italiano-arabo come Italia Musulmana, Mondo Arabo e L'Avvenire Arabo, le trasmissioni in lingua araba di Radio Bari dal 1934) e si diffondono movimenti ed organizzazioni arabe, soprattutto giovanili, fra cui ricordiamo il Partito Giovane Egitto (Hizb Misr al-Fatâ) di Ahmad Husayn e le Falangi Libanesi (al-Katâ'ib al-Lubnâniyya) di Pierre Jumayyûl tra i primi, le Camicie Verdi (al-Qumsân al-Khadrâ') e Le Camicie Azzurre (al-Qumsân az-Zarqâ'), entrambe egiziane, nonché varie associazioni scoutistiche (al-Jawwâla), tra le seconde, che guardano, magari confusamente, al fascismo come modello. In altri casi, invece, il motivo ispiratore era costituito dal nazionalsocialismo: citiamo il Partito Nazionale Sociale Siriano (al-Hizb al-Qawmî as-Sûrî al-Ijtimâ'î) di Antwân Sa'âda, le Camicie di Ferro (al-Qumsân al-Hadîdiyya) a Damasco e ad Aleppo, l'irachena al-Futuwwa, la cui etica traeva origine da quella degli ordini cavallereschi del medioevo islamico. Ma è con gli ambienti delle corti delle entità statali allora indipendenti (spesso solo formalmente) e non con fazioni minoritarie ed estremiste che il fascismo, realisticamente, preferisce intessere relazioni che in special modo sul piano commerciale determinano posizioni di tutto rispetto: lo Yemen dell'imâm Yahyà è un protettorato italiano di fatto (il Trattato d'amicizia e di relazioni economiche del 1926 è rinnovato nel 1937) e buoni rapporti vengono stabiliti sia con Re Fu'âd d'Egitto che con il sovrano dell'Iraq Faysal Ibn Husayn, mentre a riprova dell'importanza degli apporti sanitario e tecnico-scientifico italiani nel mondo arabo basti rammentare la missione medica permanente presso l'imâm dello Yemen, l'Ospedale Italiano di 'Ammân, l'ambulatorio di Jedda e l'assistenza aeronautica fornita ad Ibn Sa'ûd per tutti gli anni Trenta.



    Sul finire del decennio e con la guerra poi - quando a tutte queste ottime relazioni gli Alleati impongono ricatti e pressioni - il filo-islamismo del regime mussoliniano, fin lì improntato ad una buona dose di pragmatismo, si fa, per così dire, ideologico (il fascismo come "Islàm del XX secolo" è uno degli slogans coniati in quel clima), ma è solo in sporadiche occasioni (ad esempio la fallita rivoluzione irachena di Rashîd 'Âlî Al-Gaylânî e degli ufficiali del "Quadrato d'Oro" appoggiata dall'Asse nell'aprile-maggio 1941) e comunque con scarsa convinzione, che il fascismo e alcuni settori del mondo arabo-musulmano desiderosi di liberarsi dal controllo franco-inglese riescono ad intraprendere iniziative di un certo rilievo. Tra gli interlocutori arabi di spicco che privilegiarono l'alleanza (più pragmatica che ideologica) tra il fascismo e l'Islàm - mal riponendo tra l'altro le loro speranze in un altrettanto netto rifiuto dell'entità sionista che lentamente ma inesorabilmente andava costituendosi in Palestina - ricordiamo innanzitutto il Gran muftî di Gerusalemme Hâjj Amîn al-Husaynî (1893-1974), fautore di un'impostazione arabo-islamica - e non strettamente nazionale - della lotta di liberazione del Dâr al-Islàm dalle ingerenze straniere, l'emiro druso Shakîb Arslân (1869-1946), uno dei principali esponenti della corrente riformista della salafiyya che a Ginevra dirigeva La Nation Arabe, Muhammad Iqbâl (1877-1938), il padre spirituale del Pakistan, che ebbe parole d'elogio per l'apertura nei confronti dell'Asia suggellata dal Duce con il discorso del 18 marzo 1934 sull'espansione pacifica dell'Italia in Oriente.


    Sbaglierebbe poi chi - astraendo dal contesto storico di questa vicenda - individuasse nell'antisemitismo il collante di queste pur vaghe simpatie reciproche: esso non è mai stato proprio né di arabi né di musulmani e per il fascismo, fu il tardivo, minoritario e strumentale frutto dell'alleanza politica con la Germania hitleriana, mentre è spesso taciuto l'atteggiamento ostile che già dal '36 le principali organizzazioni ebraiche dimostrarono nei confronti dell'Italia fascista ed è altresì da ricordare che le comunità ebraiche tradizionalmente residenti in Palestina convivevano pacificamente da tempo immemorabile sia con la maggioranza araba musulmana che con la minoranza araba cristiana.

    Che si trattasse di un filo-islamismo ondivago e contraddittorio lo dimostra inoltre la "politica islamica" perseguita dal fascismo in Libia, dove i nodi di quella che spesso appare una strategia volta più che altro a contrastare l'egemonia franco-inglese nel Mediterraneo e a gestire le popolazioni musulmane delle colonie (Libia, Eritrea, Dodecaneso, poi Etiopia e infine Albania) vengono al pettine. Qui l'Islàm è sì incoraggiato - fino al punto da rendere difficile la vita a chi scorse l'occasione di una nuova evangelizzazione dell'Africa del Nord - con iniziative volte al sostegno della vita religiosa locale (restauri e costruzioni di moschee e di scuole coraniche, assistenza per i pellegrini alla Mecca, apertura della Scuola Superiore di Cultura Islamica a Tripoli), ma è soprattutto uno strumento d'ordine, progressivamente costretto alla sfera privata in ottemperanza a quel "date a Cesare" che poco si adatta all'intima essenza dell'Islàm. Anche il fascismo quindi - tra i cui elementi costitutivi è da annoverarsi l'avversione a molti dei principi dell'Illuminismo e ad un certo "progressismo" - in Colonia finì per appiattirsi nella riproduzione della retorica del progresso (dello "sviluppo" diremmo oggi) allestendo la versione in camicia nera della "missione di civiltà", compreso l'imprescindibile bagaglio di "buone intenzioni" insito in ogni impresa d'oltremare. Il viaggio di Mussolini in Libia nel marzo 1937 - un "premio" per un popolo che con i contingenti di ascari aveva dato un contribuito fondamentale alla conquista dell'Impero -, culminato con la consegna al Duce della "spada dell'Islàm", aprì in realtà una nuova e più massiccia fase d'insediamento di coloni italiani sulla "Quarta sponda" ("i Ventimila" del 1938), evento che non poteva non preoccupare i fautori dell'integrità etnica e culturale della Patria araba (al-watan al-'arabî), in primis i contigui nazionalisti tunisini del Neo-Dustûr di Habîb Burghîba, saltuariamente accostatisi al fascismo.

    Un giudizio complessivo quindi, deve rilevare che l'azione filo-musulmana del fascismo (o "filo-araba", quando l'elemento "razza" cominciò a pesare di più in seguito all'avvicinamento alla Germania) si risolse soprattutto in un'attività di propaganda e di disturbo (persino l'insurrezione palestinese del 1937-39 non venne sostenuta con particolare entusiasmo) volta ad accaparrarsi la simpatia delle popolazioni musulmane del Mediterraneo, centro di gravità del "rinnovato Impero di Roma", le quali tuttavia - deluse da chi si era mangiato tutte le promesse fatte a suo tempo - scorsero in questi proclami la possibilità di riuscire a condurre a buon fine la lotta di liberazione anticoloniale, poi proseguita nel secondo dopoguerra dai campioni dei panarabismo (Jamâl 'abdel-Nâser ed i suoi epigoni), tacciati di volta in volta - non a caso - dalla propaganda dei loro avversari di "fascismo", se non addirittura additati a nuovi "Hitler".

    Ad ogni modo, leggendo i non pochi scritti editi nell'Italia tra le due guerre mondiali nel clima della ricerca di un'"intesa con l'Islàm", si può evincere quanto i toni della polemica (che è bene che ci sia, per carità) sull'odierna presenza islamica in Italia e i timori instillati da chi ha interesse ad agitare ad ogni piè sospinto lo spauracchio dell'"integralismo islamico" siano lontani dall'impostazione data all'epoca alla delicata e fondamentale questione dei rapporti tra l'Italia (e l'Europa quindi) e l'Islàm, tra l'Occidente e l'Oriente.







    La famosa immagine del Duce con la spada dell'Islàm


  6. #16
    Saloth Sâr
    Ospite

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    Saddam brandisce il Corano e si ritiene l'erede di Mussolini

    Prigioniero dell’antifascismo

    Nessuno è riuscito a motivare, giustificare e legittimare l’intervento militare in Iraq meglio di quanto ha fatto lunedì mattina l’ex rais Saddam Hussein in persona. L’ex dittatore iracheno è sotto processo a Baghdad e ieri ha scelto di non presentarsi in aula, sicché l’udienza è stata rinviata al 21 dicembre, dopo le elezioni parlamentari di settimana prossima, le terze in un anno. Ma lunedì Saddam c’era. L’avete visto su tutti i giornali e su tutte le televisioni: vestito col solito completo grigio a righe e con un’elegante camicia bianca, Saddam teneva il Corano in mano (lui, il presunto dittatore “laico”) e minacciava col dito alzato giudice e testimoni.
    Eppure non è stata raccontata la cosa più importante accaduta in quell’udienza, una frase urlata da Saddam e riportata, timidamente, soltanto dal New York Times di martedì. L’ex dittatore, infatti, si è paragonato a Benito Mussolini e parlando di sé in terza persona ha detto che “Saddam Hussein è l’uomo che seguirà il percorso di Mussolini, il quale resistette all’occupazione fino alla fine”. In una sola frase c’è la quadratura del cerchio e la conferma delle teorie elaborate dagli intellettuali di sinistra Christopher Hitchens e Paul Berman (e da un piccolo quotidiano di opinione), secondo cui l’islamismo radicale e il baathismo saddamita sono le due facce della stessa medaglia islamo-fascista, ovvero la continuazione in salsa araba e musulmana dei due totalitarismi europei del secolo scorso. La conferma non poteva essere più chiara: un ex dittatore, accusato di crimini disumani, brandisce il Corano, si paragona orgogliosamente a Mussolini, spiega che l’occupazione americana in Iraq è dello stesso tipo di quella che “liberò” l’Italia dal fascismo e svela che i resistenti iracheni s’ispirano ai militi di Salò.


    Paul Berman, incontrato dal Foglio nel suo ufficio alla New York University dove tiene un corso su Tocqueville, cita come un mantra la frase d’ammirazione per Benito Mussolini pronunciata da Saddam, quasi fosse un tardivo scudo con cui potersi riparare dalle critiche ricevute dai suoi compagni di sinistra per aver scritto “Terrore e Liberalismo”, cioè il libro con cui ha spiegato le ragioni antifasciste della lotta ad al Qaida e a Saddam: “Questa è una guerra antifascista – spiega – ed è chiaro fin dall’inizio, ma ora è proprio Saddam a confermarlo, a dire che Mussolini è il suo eroe. E’ una continuazione della seconda guerra mondiale, con la differenza che questa volta l’Italia sta nel campo degli antifascisti. E’ una cosa nobile per voi, dovreste essere orgogliosi del fatto che l’uomo che ammira Mussolini possa accusarvi di essere suoi nemici, di essere antifascisti. Questa volta i soldati italiani hanno combattuto dalla parte giusta, sono stati molto coraggiosi e sono morti affrontando il totalitarismo dei nostri giorni. Siamo tutti consapevoli del contributo italiano a questa guerra. E, ripeto, è nobile da parte vostra, specie ora che Saddam prende a modello Mussolini, specie ora che non c’è più nessun dubbio sul fatto che stiamo combattendo una guerra contro gli eredi del fascismo degli anni Venti, Trenta e Quaranta. Mi chiedo come potrà, ora, la sinistra italiana chiedere il ritiro delle truppe dall’Iraq”.
    L’ammirazione per Mussolini non è una novità. Nella sua biografia di Saddam, Carlo Panella ricorda come Khayrallah Tulfah, lo zio che fece al rais da padre e da mentore, partecipò al fallito golpe pro Mussolini e pro Hitler del maggio 1941. Il partito Baath, del resto, fu fondato a Damasco nel 1943, quando la Siria era una colonia francese e la Francia fascista.
    Alla sinistra che continua a sostenere che Saddam e Osama sono figli di due ideologie diverse, Paul Berman ribadisce che continua a commettere un errore: “Non ho mai creduto che Saddam e Osama fossero stretti alleati e certo ci sono differenze tra il Baath e al Qaida, ma non vanno esagerate perché queste differenze c’erano anche nel fascismo europeo: Mussolini per esempio era laico, mentre Franco era religioso. Il Baath ha soppresso gli islamisti, ma allo stesso tempo era loro alleato in Palestina e in Libano. Il nazionalismo arabo e l’islamismo radicale corrono su binari paralleli – dice Berman – Sono movimenti ispirati al fascismo europeo, definiscono il mondo in termini apocalittici, s’immaginano un futuro utopico che rimanda all’era d’oro del passato, hanno il culto della morte e perseguono i loro obiettivi attraverso massacri di massa”. Hannah Arendt ha identificato i punti di contatto all’origine del totalitarismo ma, aggiunge Berman, “le differenze tra nazismo e comunismo sono molto più grandi di quelle tra baathismo e islamismo. Prima dell’11 settembre abbiamo sperato che i due movimenti si cancellassero a vicenda. Non ha funzionato”.

  7. #17
    Saloth Sâr
    Ospite

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    Nazionalismo, Socialismo, Islamismo
    di Giulio Pirovano
    Storicamente non bisogna dimenticare l'influsso nazista nell'area medio-orientale

    Uno dei principali storici che si sono occupati delle vicende del cosiddetto Medio Oriente è Bernard Lewis. Questo storico inglese è uno dei pochi autori apprezzati sia nel mondo occidentale sia nei paesi dell'area islamica. Egli ha pubblicato nel 1986 Semites and Antisemites tradotto e pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2003 con il titolo Semiti e Antisemiti, le origini dell'odio arabo per gli ebrei. Il capitolo sesto di quest'opera è dedicato alla trattazione dei rapporti tra nazisti e questione palestinese. Nonostante il Medio Oriente per i nazisti fosse un'area non rilevante sul piano strategico in cui erano predominanti gli interessi dell'Italia fascista, nonostante il basso profilo tenuto inizialmente dai nazisti, il nazismo ha avuto una influenza profonda nell'area mediante la diffusione dei testi come il Mein Kampf di Hitler. Il nazional socialismo tedesco è stato assunto a modello dai nazionalisti medio orientali, dall'Egitto all'Iraq. Gli inglesi in quel periodo (1937) avevano un atteggiamento di amichevole comprensione sia verso i sionisti (cioè i nazionalisti ebrei) sia verso i nazionalisti arabi. Nonostante la posizione antisemita del nazismo - e gli arabi sono semiti - si sviluppò via via una collaborazione sempre più stretta tra nazisti e arabi: emblematica è la vicenda dell'allora muftì di Gerusalemme Hajj Amin al-Husayni.
    Gli arabi hanno sempre considerato l'antisemitismo nazista come antiebraismo e il nazismo si diffondeva sempre di più. Uno dei primi leader del partito siriano al Ba'th, Sami al-Jundi dà precisa testimonianza dell'ammirazione araba per il nazismo.
    Alcuni criminali di guerra nazisti trovarono ospitalità e protezione in Medio Oriente dove divennero consulenti di alcuni di quei regimi autoritari. Ancora negli anni settanta possono essere reperite dichiarazioni di nostalgia per il nazionalsocialismo tedesco.
    Questa è storia, oggi cosa c'entra?
    Sono stato colpito dalle dichiarazioni dell'imam che da Copenhagen ha fatto nascere le recenti proteste di massa per le vignette satiriche pubblicate qualche mese fa in Danimarca. In quelle dichiarazioni quell'uomo sosteneva una tesi negazionista in relazione al genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Il giornalista Magdi Allam sulle pagine del Corriere della sera del 16 febbraio 2006 usa il concetto di nazismo coranico affermando che i Fratelli Musulmani costituiscono una associazione che porta avanti ideali totalitari e cita un settimanale egiziano (Rose El Yossef) che ha pubblicato un dossier contro l'ascesa democratica dei Fratelli Musulmani, definendoli fascisti. Per altro i Fratelli Musulmani fanno assistenza sanitaria ai poveri dell'Egitto e gestiscono scuole aperte ai poveri e come loro Hamas in Palestina. Ma organizzazioni come Hamas dispongono di apparati paramilitari armati ed è facile notare il parallelismo tra partiti politici che gestiscono forze paramilitari armate: in Italia il fascismo usò le squadracce poi trasformate in milizie e così in Germania il nazismo costituì, dall'inizio, organizzazioni paramilitari armate (SA e SS) che divennero tristemente famose. Tuttavia, è sempre Bernard Lewis che lo scrive nel suo libro, Nasser e Sadat provenivano da un gruppo di ispirazione nazista (un gruppo guidato dal generale al-Masri collegato al partito Giovane Egitto). Nasser è stato un grande protagonista del nazionalismo arabo e Sadat non è stato da meno, avendo per altro il merito di aver capito l'importanza di riconoscere Israele.
    Il quadro dei percorsi personali dei protagonisti è piuttosto complesso ed è difficile separare gli aspetti positivi da quelli negativi, il bene dal male, come invece oggi molti vorrebbero fare. Quando si sentono usare espressioni del tipo grande satana o anche impero del male che pretendono di addebitare tutto il male agli USA e all'Occidente non si può non riconoscere la speciosità di quelle pretese anche avendo una visione critica della realtà occidentale.
    Non possiamo ignorare l'estensione del problema che abbiamo di fronte (vedi le vicende attuali dell'Iran e del suo Presidente) e dobbiamo essere consapevoli del fatto che il mix di nazionalismo e socialismo che caratterizza oggi le posizioni degli islamisti radicali ha origini europee e che nazionalismo più socialismo, cioè il nazismo, è stata un'esperienza storica di cui non ci possiamo permettere il bis anche se contrabbandato da uomini che nascondono quella ideologia sotto il manto della religione islamica.

  8. #18
    Saloth Sâr
    Ospite

    Predefinito

    "...Mi fido solo dei musulmani e di nessun altro. Veri turcomanni sono i musulmani. I georgiani non sono un popolo turcomanno, bensì una razza tipicamente caucasica, probabilmente addirittura con qualche infiltrazione di sangue nordico. [...]Perciò, nonostante tutti i chiarimenti sia di Rosenberg che dei militari, non mi fido neanche degli armeni. Considero le unità armene altrettanto infide e pericolose. Gli unici fidati sono i maomettani puri".


    Adolf Hitler - Tratto da "Hitler stratega, Verbali di conversazione al Quartier generale di Hitler", Mondadori, Milano 1966, pagg. 164-165.

  9. #19
    Saloth Sâr
    Ospite

    Predefinito




    Adolf Hitler e il presidente golpista iracheno Rashid al Galiani

  10. #20
    Saloth Sâr
    Ospite

    Predefinito

    "L'Islám e l'Europa sono due mondi destinati ad incontrarsi; entrambi infatti hanno in comune alcuni valori fondamentali da difendere e hanno a che fare con gli stessi nemici: il razionalismo e il materialismo, l'oscurantismo democratico, l'ateismo marxista e capitalista, l'azione del sionista sfruttatore"


    - Adolf Hitler






    Il Gran Muftì di Gerusalemme e Adolf Hitler

 

 
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