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Discussione: La storia di Orfeo

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    Predefinito La storia di Orfeo

    Maurizio Blondet
    26/06/2006


    Benchè siano passati tanti anni, tutti voi ricorderete colui che qui chiamo Orfeo (1), il nostro grande amico comune.
    Grande perché amico di ciascuno di noi come se ognuno fosse il suo unico amico; amico capace di metterti sulla retta via, da cui accettavi giudizi su te stesso che non avresti accettato da altri, perché il suo cuore voleva il nostro bene, di ciascuno di noi.
    Orfeo il filosofo, il colto e allegro compagno: deliberatamente lieto, allegramente povero, marito amoroso, padre amoroso di due bambini: si rideva molto con lui, si discuteva molto e si imparava. Di famiglia ebraica convertita da secoli, Orfeo era un cattolico limpido e profondissimo, razionale e tradizionalista.
    La sua carriera universitaria soffrì - gli anni erano quelli del '68 - per le posizioni che prese con coraggio, coraggio anche fisico, sereno.
    Vili e malvagi dotati di potere (nonché «buoni cattolici») lo osteggiarono, volevano distruggerlo come studioso.
    Tardi, sulla quarantina, gli fu data la cattedra: era una speranza per noi e per il cattolicesimo, eravamo certi che avrebbe dato molto, coi suoi studi e le sue fini polemiche, alla società.
    Era inevitabile rivolgersi a lui, volerlo accanto nella lotta delle idee: ci dava lui gli argomenti per la polemica e la difesa della fede, ci aiutava a comprendere le insidie della modernità secolare, era sempre il primo a battersi e a pagare.
    Invece ci fu tolto, giovane.



    Ciò che sto per dire di lui e della sua morte non l'ho detto mai a nessuno; non so se mi farò capire.
    La gioia per la cattedra vinta fu oscurata dalla morte di suo padre, avvenuta in quel tempo.
    Da allora, un'ombra scese su Orfeo.
    Suo padre - un fine intellettuale anche lui - era deceduto in un pronto soccorso milanese; in qualche modo Orfeo, così mi fece capire, si rimproverava di non essere stato presente, che fosse morto da solo in quella luce ostile d'ospedale.
    Ma nella sua preoccupazione s'intuiva - dopo tanti anni posso dirlo - qualcosa di più e di più grave. Temeva, aveva ragione di temere, che suo padre non fosse salvo.
    Non gli feci mai domande in proposito, ma qualcosa mi disse della sua ansia.
    Una delle ultime volte, incontrai Orfeo per caso sulle metropolitana.
    Credendosi solo, vidi che non era più lui.
    Chinava la testa sotto un'ombra: impegnato in un colloqui con l'invisibile.
    Si rianimò vedendomi, lanciò una delle sue battute allegre, ma l'ombra non era scomparsa.
    Eppure doveva essere lieto: la sospirata docenza, finalmente, e anche la serenità economica da tanti anni sfuggente.
    Invece anche lì sul metrò finì per dirmi, o ripetermi, qualcosa della sua preoccupazione circa suo padre: sul destino eterno di quell'uomo che avevo appena conosciuto .
    Ricordo bene che ebbi come un presentimento: chi parla troppo coi morti, ne viene chiamato.



    Infatti, poco dopo, ci fu l'incidente.
    Estrema periferia di Milano, mattina prestissimo.
    Orfeo era fermo ad un semaforo a bordo del suo antidiluviano Maggiolone, e un Tir - un colpo di sonno dell'autista - lo tamponò con violenza.
    Fratture multiple, ricovero.
    Corremmo al San Carlo a trovarlo: ingessato, dolorante, con gli arti in trazione, lo trovammo ilare e vivace.
    Scherzò con mia madre: «signora, appena esco mi prenoto per i suoi gnocchi al pesto!».
    Ce ne andammo contenti d'averlo trovato tutto sommato bene, nient'affatto in pericolo e di spirito alto.
    Poche ore dopo era morto.
    Un embolo da una costola fratturata.
    Il ritorno all'ospedale, rivederlo ridotto a cosa di marmo, le labbra bianche serrate, fu un dolore e uno stupore insieme, indecifrabile.
    Il dolore della moglie era tremendo.
    Io ancor più che dolore, provai la sensazione - se oso dirlo - di un immenso «spreco».



    Quell'uomo che era così necessario alla sua famiglia e a tutti noi suoi «unici» amici, quella roccia e quel consigliere su cui tante vite (anche la mia) poggiava, lui così necessario alla battaglia delle nostre idee e così pieno di futuro, ci era stato tolto giovane.
    Fu come se Dio, da gran re, avesse gettato in mare il suo anello più prezioso.
    Perché credo che nessuno di noi dubitasse: nella morte del nostro amico, c'era il dito di Dio.
    La Sua volontà insindacabile.
    Questo, ci rasserenasse o no, parve evidente a tutti noi.
    Passò qualche tempo, non molto: e un'altra tragedia si abbattè sulla famiglia.
    Il figlio maggiore di Orfeo, da lui molto amato, un bel bambino biondo e roseo, intelligente e simpatico che allora aveva cinque anni, si ustionò orribilmente al volto.
    Non si è mai capito come avvenne l'incidente; forse il bambino giocava in bagno con i fiammiferi; ma i fiammiferi non possono spiegare la vampa enorme, spaventosa, «ostinata» in cui sua madre lo trovò avvolto.
    Il piccolo fu salvato a stento; seguirono anni di operazioni e di dolore di cui so poco, perché per viltà del dolore altrui mi allontanai da quella famiglia (Orfeo mi aveva pur diagnosticato questo mio male spirituale: «una malattia della volontà», m'aveva detto per rimettermi sulla giusta via); sapevo che il bambino dal bel viso biondo era deturpato in modo spaventoso.
    E anche lì c'era il dito di Dio.



    Oso dirlo dopo tanti anni, con l'esitazione di chi commette un'indiscrezione intima
    e metafisica: sono sicuro che Orfeo ha salvato suo padre, che «l'ha sottratto a quello stesso fuoco» che ha rapito e martoriato suo figlio.
    Non posso immaginare, né osar dire, il genere di colloquio, o di trattativa, che intavolò in quell'altrove indicibile che tutti ci aspetta, con il Re o con un suo messaggero.
    Sono sicuro che Orfeo fu intrepido; forse vide suo padre nel fuoco del purgatorio, e si offrì di riscattarlo.
    Come?
    Lui non poteva più, non essendo più nel mondo dell'espiazione, il nostro mondo.
    Offrì il suo figlio amatissimo.
    L'offerta fu accettata.
    Capisco che la cosa parrà assurdamente crudele.
    Ciò perché vige, soprattutto oggi fra noi cattolici «comodi» e vacillanti come lucignoli, una visione edulcorata della carità di Dio, e dell'aldilà - ammesso che ci crediamo davvero - come il luogo di un'arbitraria onnipotente «misericordia», un luogo di condono e di amnistia.



    Ma la carità di Dio è tutt' uno con la sua giustizia, retta da leggi rigorose.
    Né l'aldilà è un giurisdizione di arbitrario perdono: vigono anche là le leggi di natura.
    E la più universale di tutte, che si esprime così: ogni azione e intenzione di qui provoca la sua conseguenza.
    In questo senso Cristo dice «chi di spada ferisce, morirà di spada»; e ancor più tremendamente, che chi ha gettato lo sguardo sulla donna altrui, ha già commesso adulterio.
    Noi pensiamo altrimenti, perché pensiamo che il male che facciamo «conti poco» - mentre sconvolge l'ordine creato, che va ricostituito - che possa essere condonato senza spese da un Dio di manica larga.
    Padre Pio non pensava così: nel confessionale era severissimo coi penitenti senza pentimento, e non certo perché era cattivo, anzi perché ne voleva la salvezza.
    Egli mirava a suscitare nel penitente superficiale il terrore del peccato, e della sua conseguenza.
    Si può dire in altro modo: che l'azione provochi conseguenze (2) è una legge di natura che vale in ogni sfera dell'essere, anche nell'aldilà.
    Solo la carità può piegare - non sospendere - quella legge di ferro.



    Salvare un altro dal fuoco si può, ma a patto che qualcuno, innocente, soffra per lui quel che lui ha meritato.
    Gesù stesso poteva dire: «ti sono rimessi i tuoi peccati» - miracolo più grande, come compresero i farisei, che far camminare un paralitico - solo perché aveva preso su di sé la pena capitale che ogni peccatore, rigorosamente, merita.
    E la remissione dei peccati non esime dallo scontare la pena delle sue conseguenze: scontarle nella carne che vive nel tempo è la vera grazia che ci viene concessa, perché ci salva dallo scontarle là dove il tempo non è più, e dunque non c'è più termine.
    Ciò che chiamiamo senza pensare «comunione dei santi» si fonda sullo stesso principio: nessun condono sulla pena, ma un altro può sopportarla per noi, questo hanno fatto per noi i santi.
    Ma può un padre sacrificare il suo bambino innocente, incapace di dare il suo assenso?
    Questo ci rivolta in modo speciale.
    Però migliaia di bambini soffrono e muoiono senza colpa in questo stesso momento, in Iraq, in Palestina, in infiniti ospedali: da qui viene la nostra più ovvia ribellione, la voglia di chiedere a Dio (come fece Giobbe) «perchè permetti questo?».
    La sola risposta possibile è che quei bambini soffrono oggi «al posto nostro».



    Si offrono di pagare la pena che noi meritiamo.
    Sono troppo piccoli per dare l'assenso?
    Mi fu raccontato di un bambino di sette anni, morente di carcinoma in un ospedale, che confidò al frate cappellano di non voler guarire, «perché da sano ero più cattivo».
    Non sottovalutiamo la sapienza degli innocenti, la loro capacità di «offrire» le loro sofferenze.
    Ci è stato detto che le cose che i sapienti non comprendono, sono note ai piccoli e ai semplici: fra queste «cose» sono le leggi ferree della suprema giustizia, la legge dell'«apurva», e la onnipotenza della carità espiatoria.
    Anche l'assenso di un adulto santo sarà sempre imperfetto nell'aldiquà; nell'aldilà, quei bambini martoriati capiscono pienamente.
    Di questo esultano nella gloria, d'essere stati chiamati senza saperlo ad essere collaboratori di Cristo nella carità, e goderne il premio nella visione faccia a faccia.
    Orfeo offrì suo figlio amatissimo.
    Crudele?
    Anche il Padre non ha risparmiato suo Figlio per noi che non meritiamo nulla.
    Inoltre so che nella luce del post-mortem, reso infinitamente più intelligente, Orfeo avrà visto ogni conseguenza di quell'offerta, e ne avrà visto non solo il lieto fine, ma l'indiscutibile bene: lui intellettuale ne avrà gioito intellettualmente, pur nella sofferenza.



    Posso immaginare anche - se l'ho ben conosciuto - che per piegare la Giustizia e convincerla allo scambio, avrà fatto intrepidamente leva sul fondo ebraico, sul sangue misteriosamente eletto per via genetica, su quella sfera in cui l'offerta arcaica del maschio primogenito, mai smentita («Colui che apre l'utero è mio», ripete Jahvè in tutta la Torah) era centrale per pareggiare i conti aperti dagli avi.
    So a malapena che per antica sapienza i figli e discendenti espiano, senza saperlo, i peccati degli altri (so che questa è la legge: e tremo al pensare che io non ho figli che espieranno per me, a tutti coloro che oggi non hanno discendenti di sangue, e dunque la cui salvezza è affidata a loro soli, senz'altra intercessione nel tempo).
    Non ho alcuna prova.
    Ma sono certo che è andata così.
    Lo so perché ogni tanto rivedo il figlio di Orfeo: è un giovane uomo d'aspetto piacevole, nient'affatto deturpato.
    I segni e le cicatrici della vecchia disgrazia gli danno un'aria simpaticamente virile; soprattutto, somiglia incredibilmente a suo padre, quasi un Orfeo di nuovo tra noi.



    Come lui studia, è filosofo, e certo compirà - nel suo modo unico, insostituibile - le speranze che suo padre ha dovuto lasciare interrotte per scendere, come l'antico Orfeo, negli inferi a cui strappare un'anima.
    Insomma tutto è finito bene dopo tutto il dolore, nell'aldiquà come - ne sono certo - nell'aldilà.
    Il sacrificio è stato accettato, il Re l'ha gradito ed ha acquietato la tempesta delle conseguenze, Orfeo ora è insieme a suo padre ed entrambi sono felici.
    Non dubito che l'amico mi ascolti.
    In certe ore dell'alba, prima del risveglio completo, mi dà buoni consigli per la cura della mia malattia.
    Una soprattutto, sul conto della mia cattiva volontà.
    E la cura che mi consiglia, è ripetere dal fondo del cuore: Padre, sia fatta la Tua volontà!
    E' la mia sola speranza, piena di paura.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Il nome che qui gli assegno non è quello dell'uomo reale che abbiamo conosciuto. Tutto il resto è la pura verità della sua storia. Chi ha avuto il privilegio di conoscere quest'uomo straordinario capisce di chi parlo.
    2) Ciò che lo pseudo-buddhismo annacquato di certi occidentali chiama la legge del «karma» («azione»), nel buddhismo e induismo autentici è chiamata più precisamente legge della «apurva» (che significa «conseguenza»). Stupidamente e tragicamente, l'occidentale medio esige dalla scienza e dalla tecnica i trucchi per sfuggire alle conseguenze: mangiare troppo e non ingrassare, fumare e non avere la bronchite, vivere nel tempo e non invecchiare... Di sventare le conseguenze nell'aldilà eterno controllando le azioni e le intenzioni, o pagando in anticipo con l'espiazione, non si dà ovviamente il minimo pensiero. Ancor meno si preoccupa di espiare al posto di altri, specie dei suoi familiari che, morti, non possono più. Ciò in cui consiste l'amore («non c'è amore più grande di chi dà la sua vita per gli amici»). Sto parlando, beninteso, anche di me.




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  2. #2
    kalashnikov47
    Ospite

    Predefinito

    Che articolo terribile. Dunque la sofferenza in questa vita sarebbe una forma di espiazione per evitare pene pesanti dopo? Le sofferenze e i sacrifici dei figli servono alla salvezza dei genitori?
    Certo che il Cristianesimo è una religione terribile. Altro che una "via" facile.

  3. #3
    kalashnikov47
    Ospite

    Predefinito

    "In certe ore dell'alba, prima del risveglio completo, mi dà buoni consigli per la cura della mia malattia".


 

 

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