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    Corona di Cristo, Corona di Re

    San Luigi e
    la Corona di spine

    La monarchia francese e la santa reliquia della Passione in una documentatissima e appassionante ricostruzione della giovane studiosa Chiara Mercuri

    Di Franco Cardini

    Fondazione Liberal
    N°30 (giugno-luglio 2005)

    La ricerca è come sappiamo la Cenerentola d’Italia; ma, tra i suoi vari ambiti, quella storico-filologica lo è in modo particolare. Arcicenerentolissima, cui vanno davvero le briciole d’un di per sé già magro bilancio. Non incolpiamone il governo attuale [quello della CDL N.d.R.] più di quanto non meriti: è un po’ sempre andata così, né si vedono mutamenti d’indirizzo all’orizzonte [Non essere così fatalista, Franco, speriamo contro ogni speranza N.d.R.]. Quanto ai celebri finanziamenti dei privati, che possano arrivare per la biologia o la cibernentica - –, perfino, per la storia dell’arte che confina con il turismo, il collezionismo e altri ambiti remunerativi – non è o non dovrebbe essere improbabile. Ma ve immaginate dei privati che si mobilitano per finanziare delle ricerche sul ruolo storico delle reliquie? [le élites tradizionali lo hanno fatto, Franco; occorrre, pertanto, ricostruire il mosaico delle strutture sociali tradizionali…e allora hai voglia di mecenati!!!! N. d. R.] Una buona parte della ragione di questa scarsa sensibilità deriva dalla disinformazione. Pochi, oltre alla ristretta cerchia degli addetti ai lavori, sanno che cosa sia l’Associazione italiana per lo studio della Santità, dei Culti e dell’Agiografia, AISCA, sita presso l’Università di Roma Tre, presieduta da una nota studiosa, Sofia Boesch Gajano, ed editrice di una bella rivista specialistica, Sanctorum. E purtroppo sfuggirà, quindi, a molti che si son magari precipitati in libreria a beccarsi l’immane fregatura del Codice da Vinci di Dan Brown, l’occasione di godersi un libro davvero straordinario e avvincente, che non è esagerato dir che si legge sul serio come un romanzo.
    Invece, è una storia vera. La storia di un simbolo non meno misterioso del Santo Graal; la storia di una commovente follia già in sintesi narrata da un grande studioso, Jacques Le Goff; la storia di un sorprendente edificio (altro che la brutta chiesuola di Rennes-Le-Château! Altro che le balle occultistiche su Castel del Monte!), che in qualche misura è anche un’affascinante falsificazione romantica di quel colossale e geniale pataccaro ch’era Eugène Viollet-le-Duc. La storia della Santa Corona di Spine e della «Cappella Palatina» che san Luigi IX re di Francia edificò nel centro di Parigi, tra il 1241 e il 1246, per accogliere le prestigiose reliquie della passione di Cristo – o quelle ritenute comunque tali – che l’imperatore «latino» di Costantinopoli stava svendendo, stretto dal bisogno. E’ una storia vera, rigorosamente documentata da una giovane e rigorosissima studiosa, Chiara Mercuri: terminata la lettura del suo libro, si torna a due grandi classici della nostra medievisitica, I re Taumaturghi di Marc Bloch e il San Luigi di Jacques Le Goff, con occhi nuovi e in una prospettiva del tutto diversa.
    Si legge come un romanzo, dicevo. E un romanzo, dentro, c’è davvero. Quello dell’avventura delle reliquie della Passione, a cominciare dalla «Vera Croce»: scoperte dall’imperatrice Elena verso il 330 d. C., immediatamente fatte oggetto di venerazione, di passione, di dispersione, di acquisti venali, di falsificazioni. Reliquia prestigiosa, ma soprattutto simbolo di potere e soprattutto di sacrificio, la Corona di Spine attraversa davvero tutto il Medioevo: la s’incontra fra Gerusalemme e Costantinopoli, sopravvive (forse) al saccheggio persiano della Città Santa nel 614 d.C. e a quello crociato della Nova Roma nel 1204, riempie di sé i racconti carolingi e capetingi, fonda una autentico culto regale, è protagonista di una ricca iconografia e di una devozione popolare più ricca, che alla fine declinò sostituita dal culto stesso di San Luigi, il re-cavaliere, il re-crociato, il re-martire. Se non voler né comprarlo, né leggerlo, questo libro, fate pure. Continuate così: contiuate a farvi del male

    Chiara Mercuri, Corona di Cristo, corona di re. La monarchia francese e la Corona di Spine nel Medioevo; Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2004, pp.X-246
    30,00 euro

    Qui trovate il sommario dell'ultimo numero della rivista "Sanctorum" http://www.viella.it/Edizioni/VielCatEd.htm

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  2. #2
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    Regalità e Teologia

    Regalità e Teologia
    dal Medioevo al Fascismo

    Un fondamentale studio di Ernst H. Kantorowicz sulle Laudes Regiae, le invocazioni liturgiche che accompagnavano l’incoronazione dei sovrani. Anche nei surrogati del Duce.

    Di Franco Cardini

    Fondazione Liberal
    N° 33 (dicembre 2005-gennaio 2006)
    pp.152-153

    E’ difficile che questo libro, scritto dal grande Kantorowicz fra il 1934 e il 1940 e pubblicato direttamente in inglese nel 1946 per i tipi della University of California Press, veda la luce in italiano [Te lo ripeto, Franco: non essere così pessimista: Qualche editore coraggioso esiste ancora in Italia N.d.R.]: percui dovremmo ricorrere a questa pur tardiva traduzione francese. L’opera ha del resto sessant’anni, ma li porta benissimo: ed è, e non meno degli altri due capolavori del grande medievista tedesco, il Federico II del 1927 e I due corpi del re del 1957, un libro fondamentale. Ernst H. Kantorowicz (1895-1963), studioso tedesco d’origine ebraica immigrato in Inghilterra e poi negli Stati Uniti senza mai rinunziare al suo fervido patriottismo tedesco – è nota a riguardo una sua splendida orgogliosa lettera a Herman Goering – è uno dei più illustri e celebri medievisti del Ventesimo secolo. Egli è stato un rinnovatore profondo nel campo degli studi della storia istituzionale, della «regalità sacra» e della «teologia politica»: pioniere nel campo del metodo, egli seppe unire competenze storiche e giuridiche a studi approfonditi nel campo dell’estetica, dell’iconologia, dell’economia, dell’antropologia culturale.
    Le Laudes Regiae hanno una lunga preistoria: sono le invocazioni liturgiche con le quali ordinariamente si accompagnava l’incoronazione dei sovrani nell’antichità e nella società cristiana e qualche residuo delle quali resta ancora oggi, nei sobri [desolatamente spogli, direi N.d.R.] rituali d’intronizzazione dei sovrani costituzionali. Il Kantorowicz le rintraccia nei manoscritti di tutta Europa, le classifica, ne studia i testi e la musica. Oggetto della sua ricerca sono le Laudes gallo-franche, quelle carolinge, quelle pontifice ed episcopali, quelle dalmate e veneziane, quelle dei regni normanni. Ne esce un quadro tipologico di straordinario interesse sul concetto di regalità nel Medioevo e su i suoi rapporti con la teologia.
    Gli italiani troveranno curioso e divertente il cap VII , nel quale il Kantorowicz analizza la rinascita delle Laudes nella pratica della liturgia politica del regime fascista e nel sua proposta di «religione civica» fondata sulla visione del capo come vicario del Cristo sulla terra e surrogato «laico» del sovrano nella civiltà tradizionale. E’ il bonapartismo il fondamento il fondamento storico-tipologico della «mistica fascista» [Verissimo !!!!!! N.d.R.] del Capo, che non osa compere né con il cristianesimo né con il giacobinismo? Ma questo è un tema che, posto sul tappeto dal Kantorowicz, ci porterebbe tuttavia lontano da lui.

    Ernst H. Kantorowicz, Laudes Regiae. Une étude des acclamations liturgiques et du culte des souvrain au Moyen Âge, Paris, Fayard, pp. 403
    27,00 euro

  3. #3
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    La Corona Ferrea, simbolo di Regalità cristiana

    La Corona Ferrea: regalità della Croce

    Simboli dell’identità e della tradizione italiana
    .

    Uno dei tanti possibili modi di celebrare l’identità cristiana dell’Italia e dell’Europa è quello di riscoprire oggetti e luoghi che ebbero maggior significato simbolico nella nostra storia. Fra questi la Corona Ferrea di Monza merita menzione speciale, non solo per il ruolo svolto nella formazione dell’idea d’Italia, ma anzitutto per il suo significato metafisico e cristicentrico.

    Di Alberto Castaldini


    Radici Cristiane, anno I, n°6 Luglio 2005, pp.60-63


    Simbolo di un popolo.

    Scriveva nell’Ottocento lo storico elvetico Johann Jakob Bachofen che se «le parole fanno finito l’infinito, I simboli invece conducono lo spirito al di là delle frontiere del mondo finito e diveniente, verso il mondo infinito e reale […]Solo al simbolo riesce di raccogliere nella sintesi di un’impressione unitaria gli elementi più diversi» Perché non cogliere nei simboli l’immagine unitaria di una nazione, tanto più quando l’esperienza storica e culturale della stessa è il frutto di una secolare stratificazione, fatta di molteplici apporti, apparentemente disomogenea, ma in realtà coesa attorno ai fondamenti di una Tradizione? E’ questo il caso dell’Italia la cui missione nella storia è tuttora impressa in una serie di simboli, autentici capisaldi della memoria culturale dell’Occidente a fronte del relativismo che minaccia non solo la conoscenza ma la stessa consapevolezza dell’identità di un popolo. Iniziamo dalla Corona Ferrea, che riassume armonicamente sacralità e regalità. Non è, infatti, un caso che due secoli orsono, il 26 maggio 1805, Napoleone Bonaparte, incoronandosi re d’Italia nel Duomo di Milano, si pose egli stesso sul capo la Corona Ferrea, sancendo nell’arditezza del gesto e nell’abuso del simbolo, l’esplicita sfida che caratterizzò la sua azione politica antitradizionale e rivoluzionaria.

    Un simbolo prezioso e antico

    La Corona Ferrea è conservata nel Tesoro del Duomo di Monza, dedicato a S. Giovanni Battista, fondato dalla regina longobarda Teodolinda nel 595 d.C., ma interamente ricostruito nei secoli XIII e XIV. La Corona, capolavoro dell’oreficeria alto-medievale, si presenta con un diametro di 15 cm. La compongono sei piastre rettangolari incernierate tra loro lungo il lato corto, leggermente incurvate e di dimensioni quasi uguali: la loro altezza risulta di 5,3 cm e la loro lunghezza varia da 7,9 a 8,1 cm. Ventidue sono le gemme incastonate nelle piastre, disposte secondo due schemi diversi. Ciò che la caratterizza e la rende preziosissima è, all’interno, una stretta la mina di ferro larga circa un centimetro e ricavata secondo la tradizione da uno dei chiodi utilizzati nella Crocifissione di Gesù. La corona fu donata dalla regina longobarda Teodolinda ma le sue origini risalgono al IV secolo. Il vescovo di Milano S. Ambrogio, in occasione dell’orazione pronunciata nel 395 d.C. in memoria dell’imperatore Teodosio, legò infatti le vicende della corona imperiale a quelle dell’imperatrice S. Elena, madre dell’imperatore Costantino, che dalla Terra santa portò in Occidente i chiodi della Passione. Essi divennero presto oggetto di culto. Se uno dei chiodi fu utilizzato per realizzare il morso del cavallo di Costantino (reliquia ancora oggi conservata nel Duomo di Milano), un altro fu utilizzato nella realizzazione di una corona che una leggenda volle essere stata donata da S. Elena al figlio affinché in battaglia godesse della protezione divina.
    Al di là della sua oggettiva, raffinata bellezza, la Corona Ferrea è unica proprio per il materiale di cui secondo antichissima tradizione è composta. Non sussistono documenti per datare con certezza la sua fabbricazione. Gli esperti la scrivono ad un periodo compreso tra il V e il IX secolo dopo Cristo, e non è nemmeno assodato il parere sulla sua precisa funzione. C’è chi la ritiene una corona regale, chi votiva, e non manca chi la considerata addirittura un collare o un bracciale. Un chiodo della Croce del Calvario costituisce in ogni caso la lamina che l’avvolge, saldando fra loro le piastre che la compongono: il chiodo, perciò, rafforza il simbolo d’unione, di centralità, di perfezione, che la corona già in sé rinserra.

    Significato metafisico della Corona.

    Nella società tradizionale, la collocazione di una Corona sul Capo del sovrano acquisiva un significato eminente, giacché poneva in diretto contatto la testa, parte sommitale del corpo del Re, con il Cielo. Essa posta dal celebrante con un movimento prima ascensionale e poi discensionale, acquistava il senso – oltre che simbolico, anche materiale – di un dono proveniente dall’alto, espressione della realizzazione di una volontà superiore, di una concessione trascendente. Univa nell’incoronato ciò che stava sotto di essa (il re come umana creatura fallace, limitata) con quanto lo sovrastava, il Divino, il Regno Celeste, cui il monarca tradizionale doveva uniformare le proprie decisioni e le leggi del proprio regno terreno. Essa rea non solo una prova per le responsabilità somme che gli derivavano, ma anche una ricompensa, un premio, un dono di Dio. La Corona, che nelle narrazioni dell’età post-costantiniana diviene anche diadema, e un dotto canonico monzese, Angelo Bellani, in un’opera del 1819 riteneva il diadema imperiale nucleo costitutivo dell’attuale Corona Ferrea, può essere data solo da Dio, sovrano supremo che incorona gli uomini e I popoli con le sue benedizioni (Ezechiele 16, 12; Isaia 62, 3). La corona in un certo senso – come l’anello e il velo nei riti nuziali e di consacrazione delle vergini – sanciva in Cristo un’unione del sovrano con il suo popolo, portatrice di mutue responsabilità.

    Fonte della vera Regalità.

    Il nucleo simbolico della Corona Ferrea è, dunque, intriso di significati cristologici, legati al supremo evento salvifico della Passione del Re dei Re. La Croce di Cristo è così centrale per comprenderne la funzione autenticamente tradizionale, fonte di suprema auctoritas. «la tradizione – ha scritto la storica Marta Sordi – riguardante il ritrovamento della Croce di Cristo risale certamenet al IV secolo dopo Cristo […] ne parlano tutti I pellegrinaggi in Terrasanta dal 380 d.C. in poi: il ritrovamento deve essere, pertanto, avvenuto fra il 333 e il 380 circa. Di esso parla come avvenuto sotto Costantino, S. Cirillo, vescovo di Gerusalemme, in una lettera scritta all’Imperatore Costanzo nel 351».
    Anche S. Ambrogio parlò di una corona in un’occasione solenne, nel suo discorso tenuto alla presenza della corte imperiale a Milano, descrivendo ai soldati al Corona dell’imperatore Teodosio, un diadema ornato di gemme, recante un cerchio di ferro più prezioso dell’oro purissimo giacché proveniva dalla Croce di Cristo. Quella teodosiana era, dunque, una corona d’oro, anticipatrice in ogni caso di quella Ferrea. S. Ambrogio in quella occasione affermò: «Agì sapientemente Elena che pose la Croce sulla testa dei re, affincheé la Croce di Cristo sia adorata nei Re». In tal modo la corona-diadema da simbolo del potere assoluto del monarca divenne simbolo del potere regale inteso soprattutto come servizio voluto da Dio per gli uomini. Solo così il potere riceve «la sua autentica legittimazione nell’atto stesso in cui accetta di rimanere nei limiti impostigli da Dio e non diventa arbitrio».
    Alla luce di questa riflessione si comprende quanto fosse distorto, stravolgendo I significati originari dell’istituzione monarchica, l’uso che della Corona Ferrea fece Napoleone cercando, solo apparentemente, di legittimare il proprio potere di matrice rivoluzionaria. Napoleone, incoronandosi Re d’Italia, non aveva minimamente compreso la regalità permanente di cui era investita la corona emblema del regno. Ne piegò la funzione esclusivamente alle logiche di un imperialismo personale.

    Dall’Italia all’Europa: valenze geopolitiche di una corona.

    E’ stato giustamente osservato che la valenza simbolica della Corona Ferrea di Monza supera i confini del regno (longobardo) d’Italia e, recuperando la portata significante di quella di Teodosio si riconnette all’idea del ricostituito Sacrum Imperium, Romano, Occidentale, rinvigorito dalla nazione germanica, ma con le radici profondamente radicate nell’Italia latina, Sede del Successore di Pietro. Nel IX secolo la Corona Ferrea dei Re d’Italia e la Corona imperiale furono intimamente associate: Carlo Magno, infatti, riunì sul suo capo la corona franca e quella longobarda (quantunque sia quasi certo che non indossò mai la Corona Ferrea). Nel 962 d.C., attraverso l’unificazione delle corone d’Italia e di Germania nella persona dell’Imperatore Ottone I il Grande, riprese forza l’istituzione imperiale e l’associazione dei regni, parte centrale del Sacro Romano Impero, fece sì che l’incoronazione a re d’Italia precedesse quella ad imperatore, celebrata nella basilica costantiniana di San Pietro a Roma.
    L’intimo legame tra la Corona Ferrea del Regno d’Italia e la renovatio imperii dell’Occidente europeo viene ancora oggi suggellato da un rilievo gotico denominato “lastra dell’incoronazione” conservato nel Duomo di Monza. A ribadire l’insostituibile valenza, la Corona Ferrea fu successivamente posta sul capo di Enrico IV (1081), di Federico I Barbarossa (1158), di Carlo V(1530) e, infine, Fernando I imperatore d’Austria (1838) confremando nella solennità del suo utilizzo «l’emblema dell’ufficializzazione di uno status, il riconoscimento di valori e peculiarità confermati da un oggetto in cui – come ha scritto Massimo Centini - tutta la maestosità della Regalità si amalgama con i segni del cristianesimo in una simbiosi inscindibile».



    Christus Vincit, Christus regnat, Christus imperat!!!!!!

    Vst il blog: http://vandeano2005.splinder.com/

  4. #4
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    Grande regina Cattolica, genitrice della Modernità

    La regina Isabella la Cattolica, madre dell’Hispanidad

    Lo scorso anno è ricorso il quinto centenario della morte della Serva di Dio la regina Isabella di Castiglia. “Radici cristiane” desidera onorarne la memoria presentando ai suoi lettori questa straordinaria figura di sovrano, di donna e soprattutto di cattolica che contribuì in maniera determinante alla difesa e all’espansione della Cristianità nel mondo.

    Di Massimo Viglione

    Radici cristiane, a. I, n°6, Luglio 2005, pp.35-38

    Parlare della regina Isabella di Castiglia significa trattare di uno dei più grandi protagonisti della storia europea e cristiana. Tutta la sua vita, la sua forza, la sua intelligenza e instancabile volontà di lavoro, il suo profondo senso di giustizia, riconosciuto perfino dai suoi nemici, furono spesi al servizio della difesa della Religione e della gloria della Spagna cattolica; e, infatti, ancor oggi Isabella è ricordata da tutta “l’Hispanidad” nell’annuale celebrazione del Dia de la Reina Isabel, il 22 aprile, cui partecipano ben 36 Paesi.

    Cenni biografici

    Figlia del re di Castiglia Giovanni II e della sua seconda moglie Isabella di Portogallo, Isabella nacque a Madrigal de las altas Torres (Avila) il Giovedì Santo 22 aprile 1451. Perduto a tre anni il padre, visse con la madre e il fratello Alfonso in Arèvalo per sette anni, educata dai PP. Francescani e in particolare dal giovane domenicano Tomaso de Torquemada. Il suo fratellastro maggiore, Enrico IV, figlio di primo letto di Giovanni II, la farà, però, portare a corte a Segovia insieme al piccolo Alfonso; Isabella, però, ottiene di non vivere nell’ambiente corrotto della Corte, ma in una casa propria. Essendo morto il fratellino, a seguito di una rivolta nobiliare contro Enrico, viene proclamata regina dei ribelli: ma Isabella si dimostra fedele al fratello e declina l’invito al Trono. Da parte sua, Enrico concede ai nobili di riconoscere Isabella come sua legittima erede al trono, dandole anche il permesso di scegliersi il marito. Isabella tra i vari principi europei pretendenti scelte l’erede la Trono d’Aragona Ferdinando: tale scelta sarà fondamentale per il destino delle Spagna e dell’Europa (e anche dell’America): infatti, con il loro matrimonio, avvenuto il 19 ottobre 1469, si unificava di fatto la Spagna: era chiaro che il loro erede non sarebbe stato solo re di Castiglia e re d’Aragona, ma ormai “Re di Sagna”. Dal matrimonio nacquero quattro figlie e un figlio. Alla morte di Enrico IV, il 13 dicembre 1474, Isabella venne proclamata dalle Cortes regina di Castiglia: nell’atto dell’incoronazione, consacra il suo Regno a Dio e giura fedeltà alle leggi, usi e consuetudini del Regno e a quelle della Chiesa. Muore a Medina del campo, il 26 novembre 1504.
    La Chiesa Cattolica ha da secoli avviato il processo di beatificazione, e le ha concesso ufficialmente i titoli di Serva di Dio e “Cattolica”. I popoli ispanici la chiamano “Madre dell’Hispanidad”. Nemici e avversari della Chiesa la disprezzano senza mezzi termini, spesso con epiteti volgari. Vediamo perché.

    Regina statista

    Per comprendere meglio tutto l’operato religioso, politico e sociale della Regina, occorre tenere presente che proprio mentre l’Europa della seconda metà del Quattrocento vive in pieno lo spirito umanista e pre-rinascimentale, la Spagna è ancora profondamente legata allo spirito cavalleresco medievale, precipuamente “crociato”, visto che ormai da sette secoli gli spagnoli conducevano la loro Reconquista contro i musulmani, e ancora mancava loro il Regno di Granada, più o meno corrispondente all’attuale Andalusia.
    In attesa delle condizioni adatte per sferrare l’ultimo attacco definitivo contro l’Islam in Spagna, Isabella spese i primi anni del suo governo a riorganizzare il Regno e con risultati eccezionali. Non potendo qui dilungarci, elenchiamo solo i principali provvedimenti da lei intrapresi. Fondò la “Santa Hermandad”, una polizia statale, formata direttamente dal popolo per arginare la delinquenza comune; si fece restituire dai nobili quanto Enrico IV aveva ingiustamente donato loro ( e questi accondiscesero senza particolari proteste); con gli introiti istituì una pensione per i poveri e per le vedove; concesse la terra ai reduci (come nell’antica Roma); proibì severamente i duelli e il gioco d’azzardo; aumentò gli stipendi dei docenti e la spesa per l’istruzione; istituì ospedali da campo per i soldati feriti e fece costruire ovunque nuovi ospedali, case, chiese e perfino città, facendo venire in Spagna artisti da tutta Europa; al punto che si può parlare di un vero e proprio “stile isabelliano”, una sorta di “gotico-cristiano” con venature spagnole, in netta controtendenza con il gusto europeo rinascimentale.


    Il trionfo della Reconquista

    Forte finalmente di ciò che sempre era mancato alla Spagna, cioè l’unità dei due grandi Regni, con l’appoggio appunto di suo marito poté vincere una guerra contro il Portogallo e la Francia, che si erano uniti nella speranza di spartirsi la Spagna. Nel frattempo, le truppe spagnole erano anche impegnate nei viceregni di Napoli e Sicilia contro i francesi e contro i turchi. Quindi, negli anni Ottanta, ormai tranquilla all’interno del suo regno, Isabella sferrò l’attacco definitivo al Regno di Granada: il 3 gennaio 1492 l’ultimo re di Granada, uscito dall’Alambra, si chinò dinanzi a Ferdinando e Isabella, che erano a cavallo consegnando loro le chiavi della città e pronunciando le famose parole ispirate dalla Bibbia: “ Allah ha dato, Allah ha tolto”. In quel momento, dopo più di sette secoli, Isabella e Ferdinando portavano a compimento il giuramento del Santuario mariano di Covadonga, compiuto da un pugno di cavalieri dopo la prima vittoria sui mori nel 711 d.C.: combattere senza interruzione fino alla completa liberazione della Spagna dagli infedeli.
    Le campane suonarono per giorni in tutta la Spagna, ovunque fu festa solenne, anche a Roma, quando giunse la notizia. Come scrive lo storico tedesco del Papato Ludwig Pastor, la caduta di Granada “suscitò un giubilo infinito in tutto il mondo cristiano”.

    Il 1492, l’anno di Isabella

    Il 3 gennaio Isabella unificò per sempre la Spagna cacciando definitivamente l’Islam dalla Penisola Iberica. In quello stesso anno, prese anche un’altra importantissima e drammatica decisione: l’espulsione di tutti gli ebrei dalla Spagna. In realtà, tale provvedimento era già stato preso da tutti i grandi Stati europei in precedenza, nessuno escluso, compresa la civilissima Inghilterra e la splendida Francia. Inoltre, Tomaso di Torquemada, suo educatore, il Cisneros, suo Ministro di fiducia e molti altri stretti collaboratori erano di origine ebrea, sebbene ormai cattolici. Pertanto, l’accusa di antisemitismo per la regina cattolica non ha senso. Inoltre, Isabella giunse a tanto per due precise ragioni: una, nell’interesse stesso degli ebrei, che, essendo a torto o a ragione accusati di affamare il popolo, venivano sterminati in massa nelle tragiche e crudeli “matanzas”. Soprattutto, però, ciò che più offendeva il suo cuore cattolico era il fatto che alcuni di loro fingevano di convertirsi alla fede cristiana, si facevano sacerdoti, ma rimanevano in cuor loro giudei, profanando di fatto i sacramenti. Erano i famosi “marranos” un fenomeno in quei tempi più diffuso di quanto oggi si creda.
    Dinanzi a tali pericoli, Isabella non esitò a prendere la stessa decisione già attuata dai sovrani cristiani del tempo. A loro differenza, però, concesse agli ebrei non solo di portare via tutti i loro beni mobili, ma diede loro anche parziale soddisfazione pecuniaria dei loro beni immobili. A parte tutto ciò, il 1492 fu l’anno di Isabella per ben altra ragione, e tutti sappiamo quale. Dopo la presa di Granada, un genovese, dopo anni di attesa riuscì ad essere accolto dalla Regina, alla quale espose un suo folle progetto: navigare il mare Oceano verso ovest fino alle Indie. Re Ferdinando era contrario a concedergli le caravelle, e con lui quasi tutta la corte. Come riuscì questo genovese a convincere Isabella a coinvolgersi in questo folle progetto, andando anche contro il marito? Che sia stato sincero o no, Cristoforo Colombo utilizzò l’unico movente che avrebbe mai potuto spingere la Regina a dagli credito: il raggiungere via mare l’Oriente, oltre ad arrecare infinite ricchezze alla Spagna, avrebbe permesso alla Cristianità di attaccare contemporaneamente l’Islam alle spalle e dal Mediterraneo, e liberare così il Santo Sepolcro. Dinanzi alla geniale idea di Colombo, Isabella non esitò e gli concesse le tre caravelle. La storia seguente la conosciamo: fece di Isabella la “Madre delle Americhe”.


    Regina santa

    Anche dal punto di vista più specificamente religioso, Isabella lasciò la sua impronta indelebile nella storia della Cristianità. Con il permesso di Roma, attuò una profonda riforma morale all’interno del mondo religioso spagnolo: combatté il nepotismo, elesse ella stessa i vescovi spagnoli, obbligandoli a risiedere nella loro diocesi e respingendo quelli indegni suggeriti da Roma; ma, oltre a ciò, intervenne a fondo nella vita dei conventi, svolgendo un ruolo che è stato definito secondo solo a quello avuto da San Gregorio VII nel Medioevo. Arrivò a creare un vero e proprio “clero laico”, che sarà poi il protagonista dell’evangelizzazione delle Americhe. Sostenne la Chiesa con ogni mezzo, giungendo ad utilizzare i propri fondi personali per il clero povero. Non per niente, tutto il clero spagnolo la appellava: “Domina nostra et Mater nostra”.
    Appare ovvio come questa generale “purificazione” del clero spagnolo sia la base d’acciaio sulla quale si fonderà poi la grande Cattolicità della Spagna del ‘500, baluardo di salvezza della Chiesa contro l’attacco protestante. Non si esagera di troppo se si sostiene che Ignazio di Loyola, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e tanti altri santi spagnoli del ‘500 (senza considerare lo stesso Filippo II), sono figli spirituali della grande opera riformatrice della Regina Cattolica. L’evangelizzazione delle Americhe fu la più grande epopea della Chiesa Cattolica dopo quella dell’evangelizzazione dell’Europa, mille anni prima. Proprio per tale ragione, quindi, la Regina Cattolica è sempre stata calunniata dai nemici della Chiesa. Fra queste accuse, le più usuali sono di aver voluto imporre la fede con la violenza ai mori in Spagna e agli indios in America. Niente di più falso. Naturalmente, come spesso accade in questi casi, la verità è esattamente il contrario di quanto i denigratori affermano. In tutte le sue disposizioni ai funzionari spagnoli, la Regina diede ordini di cercare sì di convertire gli infedeli alla Vera Fede, ma sempre e solo con carità e con il loro consenso, senza il quale essi non potevano essere obbligati in alcun modo a sentire prediche o cose del genere. Riportiamo un solo esempio fra molti possibili: scrive in una lettera del 1500 al governatore di Segovia: «la conversione degli infedeli deve avvenire con dolci esortazioni ed opere buone affinché, attratti da esse, siano desiderosi di conoscere la Vera Fede cattolica. A questo scopo vi preghiamo affinché non si creino situazioni in cui i mori siano costretti né con l’imposizione di qualche pena, né in nessun’altra maniera […] ad ascoltare le prediche […] senza la propria volontà o consenso». Ancor più importante è ricordare che Isabella fu il primo Capo di Stato delle storia a proibire legalmente e di fatto la schiavitù nei suoi domini. Tutti sanno che non esitò a far mettere in ceppi l’ammiraglio del Mare Oceano, viceré delle Indie, perché aveva portato in catene gli indios. Ma, a parte questo, Isabella abolì con legge di Stato la schiavitù degli indios, riconoscendoli di fatto, prima in assoluto nella Storia, esseri umani eguali in tutto agli europei. In una lettera del 30 ottobre del 1503 scrive: «[…] sappiate che il Re nostro signore ed io […] abbiamo ordinato che nessuna delle persone da noi mandate a dette terre osino prendere o catture alcun indios per essere portato nei miei regni, né per essere portato in nessun altra parte, che non venga fatto nessun danno a persone o beni, e chiediamo che tutti gli indios catturati vengano messi in libertà». In precedenza, in altre istruzioni date a Colombo o ad altri, Isabella aveva già chiesto più volte che gli indios avrebbero dovuto lavorare “come uomini liberi e non come schiavi” e che avevano diritto alla proprietà privata; inoltre, favoriva i matrimoni fra spagnoli e indios. Ancor prima di morire, nelle sue ultime istruzioni a Ferdinando e alla sua figlia Giovanna, ella si raccomanda di “non permettere che gli indigeni subiscano il minimo torto nelle loro persone e nei loro beni”, ma al contrario che siano trattati con giustizia e carità. E chiarisce che lo scopo primo della conquista del Nuovo Mondo deve essere la caritatevole evangelizzazione degli indigeni.

    Isabella la Cattolica

    La Regina morì nel 1504, così non poté sapere – forse solo sospettare – che Colombo aveva scoperto realmente un Nuovo Mondo…e che mondo! Non poté vedere i figli e i nipoti dei suoi sudditi solcare continuamente l’Oceano ormai Atlantico per conquistare il più vasto impero di tutti i tempi; la Spagna da lei unita per sempre divenne nel ‘500 la signora del mondo, padrona di due terzi delle Americhe; suo nipote Carlo V ad una volta Imperatore del Sacro Romano Impero e Re della Spagna e di tutti i territori annessi in Europa e in America; il suo pronipote Filippo II difese la Cattolicità dai mori in Africa, dai Turchi a Lepanto, e soprattutto dai protestanti in tutta Europa; non poté vedere i sacerdoti e i monaci spagnoli, figli della sua riforma, difendere l’integrità della fede cattolica, animare la Chiesa, orientare il Concilio di Trento, salvaguardare l’eredità cattolica del Medioevo europeo.
    La Regina non poté vedere un intero continente divenire cattolico al seguito dell’apparizione della Madre di Dio all’indio Juan Diego a Guadalupe, nella futura Città del Messico. Ma tutto questo lo ha potuto vivere dal cielo, nella consapevolezza di essere stata umile strumento del piano divino della cristianizzazione delle Americhe e della salvezza della Chiesa Cattolica in Europa. Non è poca cosa. Il nostro augurio e la nostra preghiera è che il processo di beatificazione possa al più presto essere ripreso e condotto al suo giusto esito.


    Christus Vincit, Christus regnat, Christus imperat!!!

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    Per il Re e per la Regalità

    Preghiera per il Re
    e per la Regalità


    Ti ascolti il Signore nel giorno della prova,
    ti protegga il nome del Dio di Giacobbe.
    Ti mandi l’aiuto dal suo santuario
    E dall’alto di Sion ti sostenga.
    Ricordi tutti i tuoi sacrifici
    E gradisca i tuoi olocausti.
    Ti conceda secondo il tuo cuore,
    faccia riuscire ogni tuo progetto.
    Esulteremo per la tua vittoria,
    spiegheremo i vessilli in nome del nostro Dio;
    adempia il Signore tutte le tue domande.
    Ora so che il Signore salva il suo consacrato;
    gli ha risposto dal suo cielo santo
    con la forza vittoriosa della sua Destra.
    Chi si vanta dei carri, chi dei cavalli,
    noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio.
    Quelli si piegano e cadono,
    ma noi restiamo in piedi e siamo saldi.
    Salva il Re, o Signore,
    rispondici, quando ti invochiamo.
    Amen.

    (Ps 19)

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    Ancora su Isabella la Cattolica (I)

    LA REGINA ISABELLA
    DI CASTIGLIA
    E IL SUO TEMPO (I)


    Trascrizione di una trasmissione tenuta a Radio Maria il 21.01.2006 dal professor Andrea Araldi sul tema, all'interno di una rubrica mensile da lui curata dal titolo “Problemi di storia della Chiesa”.


    In questa trasmissione tratteremo di due straordinari eventi di portata realmente epocale, entrambi aventi come epicentro la Penisola Iberica, e in particolare il Regno di Spagna. Il 2 gennaio 1492 l’esercito dei Re Cattolici – Isabella e Ferdinando – entrano nella città di Granada e completano così la riconquista del territorio iberico dopo 700 anni di dominio musulmano; il 12 ottobre tre navi spagnole, al comando dell’ammiraglio genovese Cristoforo Colombo, giungono, dopo due mesi di navigazione, nell’America Centrale, fino ad allora completamente sconosciuta, di cui iniziano l’occupazione e l’evangelizzazione.
    Va innanzitutto evidenziato che questi due grandi eventi del 1492 devono essere letti in rapporto tra di loro. Si può cioè affermare che il Regno cattolico di Spagna, dopo una lenta e faticosa opera di riconquista del proprio territorio, durata ben 7 secoli, trova la forza e la capacità di completare questa opera di riunificazione territoriale, culturale e religiosa, e subito dopo, quasi sullo slancio di una coesione interiore finalmente ritrovata, decide di proseguire l’azione missionaria, volgendosi a territori nuovi, dedicando risorse, tempo, impegno a un’opera di evangelizzazione che appariva difficilissima, se non quasi impossibile.
    Mi sembra quindi di non poco interesse cercare di capire qual è il contesto storico, culturale e religioso che rese possibile questi eventi, e soprattutto cercare di approfondire un poco la conoscenza di un grande personaggio che di questa epopea straordinaria fu l’artefice: la regina Isabella di Castiglia. Come spesso accade, parlando di grandi personalità della storia, e anche della storia della Chiesa, ci troviamo di fronte a una figura controversa, sovente al centro di dispute polemiche, talvolta apertamente diffamata, in spregio alla conoscenza ed alla serena valutazione degli eventi storici e dello spessore umano e religioso del personaggio.
    Isabella la cattolica oscilla tra chi la considera meritevole dell’onore degli altari - come per altro attesta la copiosa documentazione raccolta dai postulatori della causa di beatificazione, e tuttora giacente presso la Congregazione per le cause dei Santi, in attesa che si sblocchi l’empass politico che frena la positiva conclusione del procedimento – e chi la considera invece una sorta di “demonio in gonnella”, simbolo stesso del massacro e della persecuzione di ebrei e musulmani. Eppure – secondo le parole di padre Gutierrez, che di Isabella è stato il postulatore della causa di beatificazione – Isabella è una figura tra le più straordinarie della storia e la sua vita sembra costituire un capitolo importante dei piani divini sul mondo e sulla Chiesa. Non si può comprendere la storia politica e religiosa degli ultimi cinque secoli – diceva p. Gutierrez – senza tenere nella giusta considerazione la Spagna, né la storia di Spagna, senza tener conto in modo adeguato Isabella la cattolica, che costituisce il primo anello di una catena di personalità e di eventi di portata storica universale.
    Allora cerchiamo di conoscere più da vicino la figura di questa regina. E vi propongo una scheda biografica che cerca di sintetizzare almeno i passaggi fondamentali della sua vita, per poi soffermarci successivamente sui punti centrali, nodali, del Regno di Isabella.
    Vediamo allora la scheda biografica. Isabella nasce il 22 aprile 1451 in Madrigal, vicino ad Avila. Figlia di Giovanni Secondo di Castiglia e Isabella di Portogallo, sua seconda moglie. Rimane orfana del padre in tenera età, e vive con la madre fino ai 12 anni ad Arevado, sotto la direzione spirituale dei padri francescani. Isabella è terza nella linea di successione al trono di Castiglia, dopo il fratello maggiore, Enrico, e il minore, Alfonso. Il fratello diviene re, Enrico IV, nel 1459, e la conduce a corte. Ma Isabella ben presto si ritira, non ritenendosi adatta a quella vita frivola e densa di pericoli per la sua virtù. Le vicende relative alla successione al trono casigliano sono complesse ma di notevole importanza. Infatti, nel 1468, muore il fratello Alfonso, il fratello minore. Isabella assurge al ruolo di erede al trono, anche in virtù del fatto che Enrico non ha avuto figli dal primo matrimonio - poi dichiarato nullo - e che la figlia Giovanna – formalmente attribuita al re dal suo secondo matrimonio – pare essere in realtà figlia di un fedele cortigiano – Don Beltràn – da cui il nomignolo “beltranella” (piccola Beltran), attribuito da tutti a Giovanna. Lo stesso Re Enrico, debole ed inetto, riconosce in un primo momento la sorella Isabella erede al trono, salvo cercare in seguito di rivendicare la successione alla figlia Giovanna.
    Isabella dunque è principessa ereditaria. Rifiuta un matrimonio combinato dal fratello con Pedro Ghiró, e, nonostante il dissenso del Re, che cercava in qualche modo di governare la successione, e con la dispensa papale, sposa, il 10 ottobre 1469, il cugino Ferdinando, principe ereditario del Regno di Aragona. Il loro matrimonio costituisce la base dell’unificazione dei regni di Aragona e di Castiglia nella nuova nazione di Spagna. E con ciò stesso la premessa per lo sviluppo della potenza continentale della nuova nazione spagnola. Alla morte del fratello, Re Enrico IV, Isabella è proclamata regina di Castiglia e di León il 13 dicembre 1474, a Segovia, residenza dei Re castigliani. E si reca subito nella chiesa di S. Michele per consacrare il Regno a Dio. Nel suo stemma inserisce l’aquila di Pathmos, simbolo dell’evangelista Giovanni. A fianco del Re, suo marito, si rende fautrice di una politica di tolleranza e di una grande riforma del clero e dei religiosi. Sia come Regina di Castiglia, sia come Regina di Spagna, dal 1479, dimostra magnanimità, come accade nel 1475 con Alfonso V di Portogallo, il quale, indispettito per il suo rifiuto di sposarlo, invase la Castiglia, respinto e vinto. È trattato con misericordia insieme ai nobili casigliani che l’avevano appoggiato.
    Nel 1478 Isabella riunisce a Siviglia una congregazione generale e straordinaria del clero e dei religiosi per una riforma di effettuare in campo ecclesiastico in tutto il regno. Protagonisti furono il suo confessore, Fernando di Talavera e il cardinale di Siviglia, Pedro Gonzales di Mendoza . la riforma del clero crea le premesse per la fioritura di una di una legione di santi, tra i quali S. Ignazio di Loyola e Santa Teresa d’Avila, e tanti missionari che evangelizzarono le Canarie, le Americhe e l’emirato di Granata. Anticipa quasi di un secolo la riforma tridentina, liberando la Spagna dal protestantesimo e dalle guerre di religione.
    Cattolicissima, dopo 12 anni di riflessione e di vani tentativi di riportare all’ortodossia cattolica gli ebrei e i falsi convertiti dal giudaismo, laici ed ecclesiastici, attraverso le vie di una grande azione pastorale e catechistica, decreta, il 31 marzo 1492, l’espulsione degli ebrei dal Regno di Castiglia, e istituisce, d’accordo con Papa Sisto IV, l’inquisizione in Spagna, nominando grande inquisitore il domenicano Tomas de Torquemada, confessore dei sovrani.
    In campo politico associa nella condivisione della restaurazione economica e politica tutte le forze del regno, convocando in “Cortes generali” i nobili e i rappresentanti del popolo, a Toledo, per tracciare le future linee politiche. Isabella si conquista un ascendente morale generale, tale da considerarla una sovrana quasi assoluta. La Spagna unita di allora è considerata come la prima forma di Stato moderno. Una volta consolidata la pace interna al suo Regno Isabella si prefigge di completare la riconquista dell’intera Penisola Iberica dal dominio islamico, e intraprende la guerra con il potente regno musulmano di Granata, che durò 10 anni: dal 1482 al 1492. La riconquista si compie nel ’92 con la benedizione dei papi Sisto IV e Innocenzo VIII, che vedevano i musulmani espandersi a Costantinopoli e a Otranto, premendo su Rodi, Sicilia, Napoli, e puntando su Roma. Isabella provvide al reclutamento dell’impresa, impegnando tutti i suoi averi. E, in anticipo di tre secoli sulla Croce Rossa, allestì ospedali di Guerra muniti di tende mobili con il servizio di medici e infermieri. Visitò personalmente feriti e ammalati. Dolo la conquista del Regno dei Mori organizzò l’evangelizzazione in grande stile mobilitando tutta la Castiglia e l’Aragona. Diede ordine però di rispettare assolutamente la libertà di conversione.
    Non si può poi dimenticare il merito personalissimo di Isabella nell’avere appoggiata e fatta sua l’idea di Cristoforo Colombo di cercare nuove vie verso l’Oriente, che portò alla scoperta del Continente Americano. Il suo scopo era il servizio di Dio e l’espansione della fede cattolica, come ella stessa diceva. Vietò assolutamente la schiavitù, allora praticata in larga scala. Proclamò il principio della libertà e della dignità umana, superando la teologia del tempo, e – ancora una volta precedendo di vent’anni – auspicò il diritto delle genti, che sarà formulato dalla Scuola di Salamanca.
    Ebbe 4 figlie e un figlio che, secondo gli storici, furono la sua croce interiore. Fondò due scuole per i figli dei nobili e dei cortigiani scelti tra i più capaci per preparare una futura classe dirigente.
    La sua casa era paragonata ad un monastero ambulante che diffondeva esemplarità su tutto il Regno.
    Il secolo d’oro spagnolo nacque e conobbe il suo fiorire con Isabella. I maestri erano spagnoli e anche insigni umanisti italiani da lei chiamati. Nella Cappella Reale funzionava una scuola musicale con oltre 40 cantori e maestri.
    Il suo governo fu tra i più esemplari. Basti pensare che ordinò che tutte le questioni dovevano essere risolte entro tre giorni. Varò anche la compilazione delle Leggi delle Indie.
    Subordinava tutto al servizio di Dio e all’espansione della fede cattolica, per la quale dichiarò spesso di essere disposta a dare anche la vita. Papa Alessandro VI, grato per la loro opera, nel dicembre del 1496, nomina i sovrani spagnoli Re Cattolici. Isabella fonda con Santa Beatrice da Silva le Monache Confezioniste Francescane, e con madre Teresa Manrique la Locra del Sacramento. Inoltre molte associazioni eucaristiche ancora oggi esistenti. A Siviglia si ritira più volte in un monastero per un periodo di raccoglimento simile a quello che più tardi saranno gli Esercizi spirituali. Visita una ventina di volte il santuario mariano di Guadalupe. La regina impara perfettamente il latino per poter leggere i documenti ecclesiastici, la Bibbia, le ore canoniche che recitava tutti i giorni. Bisogna comunque dire che nella vita di Isabella non si trova un solo fenomeno mistico straordinario. Dio volle condurla alla perfezione per la via della pura fede.
    Nonostante le sventure che la colpirono nella propria famiglia: la scomparsa dell’unico maschio, Giovanni, della giovane figlia Isabella; la perdita del nipotino Michele, l’offuscamento mentale della figlia Giovanna, la regina non venne mai meno ai propri doveri. Combattiva fino all’ultimo e confortata da una fede eroica.
    Isabella muore il 26 novembre 1504 a Medina del campo, vicino a Valladolid, a 53 anni di età. Aveva disposto di essere sepolta a Granata, nella chiesa di San Francesco, nella nuda terra, senza alcun monumento e vestita dell’abito francescano.
    Il 3 maggio 1958 il vescovo di Valladolid dà inizio ai processi informativi per la sua beatificazione. Dal 20 novembre 1972 tutta l’enorme documentazione di 30 volumi è presso la Sacra Congregazione per le Cause dei Santi. Poi vedremo di approfondire il discorso della causa di beatificazione della regina.
    Questa, diciamo, era la scheda biografica che ha cercato di toccare in rapida successione tutti gli aspetti fondamentali della vita di Isabella e soprattutto dei suoi trent’anni di regno. E questa ampia scheda biografica pone in evidenza l’estrema ricchezza della vita di Isabella e i temi caldi meritevoli di approfondimento. Basti pensare all’unificazione politica della nazione spagnola, all’impegno per la difesa dell’identità culturale e religiosa del Regno, e quindi all’istituzione dell’inquisizione e la successiva espulsione degli ebrei, al completamento della riconquista contro l’occupazione islamica, al finanziamento della spedizione di Cristoforo Colombo.
    Come vedete, la carne al fuoco è tantissima. Cercheremo di chiarire questi punti centrali in maniera certamente non troppo approfondita, ma auspicando di dare qualche punto di riferimento che poi possa essere utile per inquadrare meglio questo periodo storico e questa figura storica straordinaria.
    Partiamo dalla unificazione politica della Spagna, uno dei grandissimi risultati conseguiti da Isabella. Con Isabella infatti si realizza l’unità politica della nazione spagnola grazie alla saggia e lungimirante politica tenacemente perseguita dalla giovane regina casigliana, la quale eredita una situazione difficile, caratterizzata da aspre divisioni interne, da forti rivalità con il vicino Portogallo, dalla presenza del Califfato di Granata (potente enclave musulmana nel sud del paese). Isabella riesce a conciliare l’amore con il principe aragonese Ferdinando con il perfetto interesse politico della futura unificazione dei regni di Castiglia e di Aragona. Riesce a raffreddare le pretese portoghesi attraverso, dapprima una dura guerra, e poi da una astuta azione diplomatica. Riesce a completare la riconquista dei territori spagnoli ancora soggetti all’occupazione islamica. Si può affermare che con i re cattolici vengono gettate le fondamenta della Spagna moderna e del predominio politico e culturale che il Regno Iberico eserciterà nel sedicesimo secolo in Europa. Questo risultato è reso possibile dalla tenace opera di unificazione culturale e religiosa, oltre che politica, alla quale porranno mano Isabella e Ferdinando, e che verrà realizzata attraverso un’azione accorta, saggia, prudente e – all’occorrenza – decisa. Come è stato osservato la giovane regina si trova alla guida di una società ricca di vitalità e di energia, ma indebolita da contese intestine e dall’amministrazione poco attenta dei suoi predecessori. Fin dall’inizio del suo regno convoca tutta la nazione ad assemblee generali per l’elaborazione del programma di governo. E più volte riunisce le Cortes di Castiglia, formate dei rappresentanti della nobiltà e del clero e dai delegati delle città, alle quali chiede aiuto e consiglio prima di prendere le decisioni importanti. Grazie al coinvolgimento della nazione nell’attività riformatrice e al rispetto per le autonomie regionali e per i “fueros”, cioè, per quell’insieme di consuetudini e di privilegi delle comunità locali e dei corpi intermedi, isabella gode di un largo consenso che le permette di giungere in breve tempo alla pacificazione del paese. Inoltre ordina la redazione di un codice valido per tutto il regno, che viene pubblicato nel 1484, con il titolo di Ordenanzas reales de Castilla. Presiede quasi settimanalmente le sedute dei tribunali e dà pubblica udienza a quanti ne facciano richiesta. Il suo senso della giustizia e la sua clemenza conquistano rapidamente il paese. Nasce veramente un soggetto politico nazionale nuovo con Isabella. Questo aspetto è tanto importante quanto spinoso. La nascita della unificazione politica spagnola, la nascita di questo grande soggetto politico e culturale si può realizzare solo attraverso una strenua difesa dell’identità culturale e religiosa del Regno. E qui nasce, diciamo, una delle pagine più controverse. Infatti, parlando di difesa dell’identità culturale e religiosa del Regno occorre accennare ai problemi che sorgono ben presto nei rapporti con gli ebrei e con i musulmani.
    La questione ebraica, in particolare, merita approfondimento dal momento che investe due delle più contestate decisioni della Corona spagnola: l’istituzione della inquisizione e la successiva espulsione degli Ebrei dal territorio spagnolo. Allora, come abbiamo accennato a proposito dello sforzo di unificazione politica, culturale e religiosa della Spagna, la difesa e la propagazione della fede costituiscono la preoccupazione principale di Isabella, che a tale scopo ottiene dal Pontefice l’istituzione di un tribunale dell’inquisizione, ritenuta necessaria per fronteggiare la minaccia rappresentata dalle false conversioni di ebrei e di musulmani. Nei regni della Penisola Iberica gli Ebrei, molto numerosi, avevano da secoli uno statuto non scritto di tolleranza, e godevano di una protezione particolare da parte dei sovrani. Invece i rapporti a livello popolare tra ebrei e cristiani erano più difficili, sovente assai critici, soprattutto perché era consentito agli ebrei di tenere aperte le botteghe in occasione delle numerose festività religiose cristiane, ma anche di effettuare prestiti a interesse. In un’epoca in cui il denaro non veniva ancora percepito come un mezzo per ottenere ricchezze. la situazione era complicata dalla presenza di numerosi “conversos”, cioè di ebrei convertiti al cattolicesimo, che dominavano l’economia e la cultura, ma che talora mostravano un’adesione puramente formale alla fede cattolica, e celebravano in pubblico riti inequivocabilmente laici. Quando Isabella sale al trono la convivenza tra ebrei e cristiani si è molto deteriorata. Il problema dei falsi convertiti – secondo l’autorevole storico della Chiesa, Ludvig von Pastor – era tale addirittura da mettere in questione l’esistenza o la non esistenza della Spagna cristiana. Il fatto è che la Spagna ha sempre avuto una significativa Comunità Ebraica, la quale è passata attraverso le diverse fasi dell’occupazione islamica, subendo talvolta delle dure persecuzioni, al pari dei cristiani, ma assumendo invece spesso atteggiamenti collaborativi con le autorità islamiche. Atteggiamenti visti talvolta dai cristiani come vera e propria complicità con l’occupante. Sta di fatto che molti ebrei riescono a raggiungere posizioni di grande rilievo nell’amministrazione pubblica. Posizioni che assai spesso – convertendosi al cristianesimo – conserveranno anche sotto i regni cristiani, che poco a poco riusciranno a compiere la riconquista della penisola. Nel clima di profondo mutamento degli assetti sociali e politici della Spagna che si vive al tempo di Isabella, la presenza di una comunità ebraica alquanto numerosa e molto malvista dalla popolazione, accanto ad una classe dirigente in gran parte di origine ebraica, ma sovente sospettata di essersi convertita per pura convenienza, diventa un potente fattore di destabilizzazione. Ed è proprio quello che Isabella e Ferdinando non possono permettersi. Scrive a questo riguardo Rino Cammilleri: «I Re cattolici, individuando nei “conversos” il fulcro del problema, decisero di giocare la carta dell’integrazione religiosa, e cominciarono con l’obbligare gli Ebrei a scegliere tra il battesimo e l’esilio. La misura non era nuova in Europa. Tutti gli stati vi avevano via via fatto ricorso, in primis l’Inghilterra, nel 1290. in quel secolo gli ebrei vennero espulsi da Vienna, nel 1421, da Colonia, nel 1424, dalla Baviera, nel 1442 e poi di nuovo nel 1450. dalla Moravia nel 1454, da Firenze e poi da tutta la Toscana, nel 1494, dalla Polonia e dalla Lituania, nel 1495». Riassumendo, sono ancora parole di Rino Cammilleri: «Il fatto era che molti Ebrei erano passati al cristianesimo spontaneamente, alcuni in modo sincero, altri per far carriera in una situazione politica completamente in mani cristiane. I falsi conversos continuavano segretamente a “giudaizzare”, come si diceva allora. A seguire i riti della loro vecchia religione. La cosa, tuttavia, non era un segreto per i vicini di casa e i compaesani. Si tenga presente che, a causa della loro particolare abilità, gli ebrei avevano raggiunto notevoli posti di potere nell’amministrazione pubblica e nell’alta finanza. Addirittura non pochi alti prelati erano ebrei. In certe chiese si celebravano riti che di cristiano non avevano quasi più niente. Si aggiungano gli screzi, quasi continui, provocati dai fanatici ebrei o musulmani, che si introducevano nella chiese e insultavano i sacramenti o si producevano in motteggi e sberleffi al passaggio delle processioni cristiane. I cristiani rispondevano per le rime e non di rado ci scappava il morto. Insomma, il problema dei falsi conversos era diventato serissimo, dal punto di vista dell’ordine pubblico. E finivano col farne le spese i veri convertiti. Furono proprio quelli più in vista tra questi ultimi a chiedere un intervento dall’alto, che facesse chiarezza. L’inquisizione nacque appunto per risolvere il problema dei falsi conversos, o “marranos”, cioè, battezzati cristiani, ma giudaizzanti e dunque eretici. L’Inquisizione spagnola operò con le procedure che conosciamo attraverso lo studio dell’Inquisizione Medievale, assolvendo e reintegrando nella Chiesa quelli che durante il tempo di grazia venivano a confessare la loro colpa. Poiché era sorta principalmente per risolvere il problema dei falsi conversos ebrei, l’inquisizione venne inizialmente affidata proprio a uomini di stirpe ebraica. Il famigerato Tomas de Torquemada, priore domenicano, confessore della regina Isabella e poi inquisitore generale, è infatti di famiglia conversa. Egli promulgò a Siviglia, nel 1484, una serie di istruzioni per disciplinare il funzionamento del tribunale inquisitoriale. La scelta di inquisitori conversos aveva proprio lo scopo di mostrare il massimo dell’imparzialità». E poi potremmo proseguire con alcune considerazioni sulla Inquisizione spagnola. E diciamo che, sollecitato da Isabella e dal marito Ferdinando d’Aragona, in questo contesto particolare – Isabella e Aragona, che avevano promosso negli anni precedenti una campagna pacifica di persuasione nei confronti dei cosiddetti “giudaizzanti”, e di evangelizzazione degli ebrei - il 1 novembre 1478 papa Sisto IV istituisce l’inquisizione in Castiglia, con giurisdizione soltanto sui cristiani battezzati. Pertanto, nessun ebreo è stato mai condannato perché tale. Mentre sono stati condannati quanti si fingevano cattolici per trarne vantaggio. L’inquisizione, colpendo una percentuale ridotta di “conversos” e poi di “moriscos”, cioè mussulmani diventati cristiani solamente per opportunismo, certifica che tutti gli altri sono veri convertiti, e che nessuno aveva il diritto di discriminarli o attaccarli con la violenza. Come ha affermato Francesco Pappalardo in un suo studio, «il ruolo svolto dall’Inquisizione spagnola, che godette sempre di grande popolarità presso la popolazione, fu decisivo per assicurare la pace sociale e religiosa. Infatti questo tribunale, colpendo una percentuale ridotta appunto, di conversos, certificò che tutti gli altri erano veri convertiti, e che nessuno ha il diritto di discriminare o di attaccare con la violenza. E in questo modo i promotori di tumulti antigiudaici persero qualsiasi giustificazione, e fu evitato il bagno di sangue». La portata di tale impresa - che costituisce una nazione spiritualmente compatta, di fronte alla Francia lacerata dalle guerre di religione, all’Inghilterra sulla strada dell’eresia e al Sultano, difensore del mondo islamico - non può essere sottovalutata. «D’altra parte – osserva ancora Pappalardo – l’immagine di una Spagna immersa nel torpore intellettuale e nella superstizione è ormai modificata grazie agli studi più recenti. È emblematica la vicenda dello storico inglese Hanry Camen, di formazione marxista, autore di uno studio pubblicato nel 1965, sull’Inquisizione spagnola, dove l’attività dei tribunali inquisitoriali e indicata come la causa principale di un ritardo culturale del paese iberico, il quale ha ammesso che la Spagna di quel tempo era una delle nazioni europee più libere». «L’inquisizione – conclude Pappalardo – non ostacolò mai le grandi imprese culturali dei secoli sedicesimo e diciassettesimo. Anzi, ripiegandosi su sé stessa, la Spagna giunse in quegli anni al culmine del suo splendore. Personaggi come il giurista Francisco de Vitoria, i teologi Francisco Suarez, Melchiorre Cano, Domenico De Soto; i drammaturghi Lope de Vegas, Pedro Calderón de la Barca, il romanziere Miguel de Cervantes, i pittori El Greco, Murillo e Diego Velasquez, dominarono la cultura europea e diedero vita al cosiddetto “Siglo de oro” (secolo d’oro)».
    Anche la vita religiosa conobbe la sua epoca aurea attraverso le figure di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della compagnia di Gesù, San Giovanni di Dio, fondatore dell’ordine degli Ospedalieri, i mistici Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce riformatori dell’ordine dei Carmelitani), il francescano San Pietro di Alcantara, il gesuita San Francesco Borgia. Negli anni che seguono l’istituzione dell’Inquisizione la situazione interna appare ancora difficilmente gestibile. E viene quindi giudicato indispensabile - per evitare mali maggiori agli stessi ebrei refrattari ad ogni proposta di conversione, nonché per assicurare l’ordine interno – procedere all’allontanamento degli ebrei dalla Castiglia e dall’Aragona. Preoccupati, infatti, per la crescente infiltrazione dei falsi convertiti nelle alte cariche civili ed ecclesiastiche e delle gravi tensioni che indeboliscono l’unità del paese – che, come abbiamo visto, costituisce la preoccupazione fondamentale, centrale, dei Re – il 31 marzo 1492 Isabella e Ferdinando si vedono costretti a revocare il diritto di soggiorno agli ebrei non convertiti. Sentiamo che cosa dice a questo riguardo padre Gutierrez, postulatore della causa di beatificazione di Isabella. Egli scrive così: «È significativo che Isabella prenda questa decisione dopo quasi vent’anni di regno e dopo che tale misura era stata adottata in Inghilterra nel 1290, in Ungheria nel 1349, in Francia nel 1394, e che in questo sia seguita solo dal Portogallo, da cui gli ebrei vengono espulsi nel 1497». Quindi, osserva Gutierrez: «Non si tratta di un atto di intolleranza religiosa, ma di un provvedimento di natura politica adottato per motivi di legittima difesa». Il professor Luis Suarez Fernandez, dopo aver studiato in modo accurato l’argomento sul quale ha raccolto ben 866 documenti che costituiscono con una introduzione il volume nono della documentazione della causa di beatificazione, ritiene che i due sovrani sperassero nella conversione della grande maggioranza degli ebrei e nella loro permanenza sul posto. Perciò fecero precedere il provvedimento da un’intensa campagna di evangelizzazione. Lo stesso Vittorio Messori asserisce, documenti alla mano, leggo testualmente, che: «L’espulsione del 1492 non è stata concepita per rafforzare la repressione antigiudaica, ma è stata uno strumento per ridurla. È stata un’iniziativa decisa per il ritorno della pace religiosa, per evitare bagni di sangue che hanno contraddistinto altri paesi europei. Molti di quegli Ebrei Sefarditi poi si rifugiarono in Italia Centrale, sotto il mantello del Papa. Lo stesso vale per i musulmani». «La storia – ammonisce Messori – non va letta con gli occhiali della contemporaneità e con le categorie di oggi». Su quest’ultimo tema è ancora Rino Cammilleri ce ci offre qualche elemento di giudizio quando scrive: «Curioso è poi il fatto che gran parte degli Ebrei espulsi dalla Spagna trovarono rifugio a Roma, accolti dal Papa. Tant’è che ancora oggi la comunità ebraica romana è la più numerosa e antica d’Italia». Tra parentesi – è ancora Rino Cammilleri che scrive: «Il Papa che li accolse era Alessandro VI Borgia. Si, proprio lui che era per giunta spagnolo. A quel tempo la Spagna unificata contava su 200mila ebrei. Una cifra notevolissima che faceva di questa minoranza etnica quasi uno Stato nello Stato. E poiché, a riconquista avvenuta, la giovane nazione si trovava anche con un’altra minoranza etnica e religiosa di enormi proporzioni – quella islamica – si rischiava un’implosione e una guerra civile. Così, data la mentalità del tempo – siamo alla fine del Quindicesimo secolo, non lo si dimentichi – la soluzione fu trovata, e fu l’unificazione religiosa». La misura era stata attuata dai russi nel dodicesimo secolo, da Edoardo Primo di Inghilterra nel tredicesimo, da Filippo il Bello di Francia nel quattordicesimo, cui si aggiunsero i principati tedeschi. Bene, tutti questi ebrei espulsi erano finiti in Spagna. Allora i Re Cattolici espulsero a loro volta gli ebrei che non avessero accettato il cristianesimo. 50mila rimasero, altri – un terzo, cioè, altri 50mila - fece ritorno nei mesi successivi. Facciamo ora una piccola pausa per poi passare alla pagina affascinante della Riconquista.
    (Continua)


    Trascrizione di Claudio Forti

 

 

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