La prima domenica di luglio 2006 tiri giù la cler ed è l’ultima volta. L’insegna del caffè Portioli, la sagoma di Pietro lì alla cassa, tutto finito. Stavolta è vero, dopo tanti falsi allarmi, Rattazzo chiude. Ha venduto a caro prezzo: «Sono venuti con un camion di soldi», però lo dice triste. Ammette: «Mi dispiace».
È lì dal 1961. Quell’anno Yuri Gagarin vola nello spazio. In Germania Est il capo del governo ordina di costruire un muro in mezzo a Berlino. E in Corso di Porta Ticinese 83 Pietro Rattazzo apre il suo bar. È venuto da Nizza Monferrato con il padre. Prima un negozio in via Modestino, poi questo locale: mescita e cucina. Lui e la moglie, Maria Rita, non lo sapevano, ma stava iniziando una grande storia. Rattazzo l’ha vista da dietro il bancone e la sa tutta, anche quella che non si può dire. Se gliela chiedi, spiega che «una volta la voleva sapere anche un pm, gli ho detto, scusi dottore, ma non posso».
Negli anni, gli anarchici da via De Amicis li hanno cacciati, Enrico Mentana e Toni Negri hanno cambiato vita e non si fanno più vedere, la «ligéra», vecchia mala di Milano, forse non se la ricordano neanche in Questura. Primo Moroni è morto, Rattazzo ha appeso al bar la pagina del Manifesto che lo ricorda, ed è rimasto lì. Dopo i «compagni» in eskimo ha accolto altre due generazioni di «sbarbati», punk, studenti fuori corso, tutti più o meno di sinistra, magari estrema, tanto non c’era storia: da Pietro ci si comportava bene e basta. Nel 2005 Atomo Tinelli l’ha proposto per l’Ambrogino d’oro (assegnato). «Ora ci fanno un negozio di t-shirt, marca Guru - dice Rattazzo -. Classe emergente...». Lui aprirà un bar lì dietro, via Vetere 12. Birra, vini e solite polpette. «Le misteriose, le chiamano» e ride.




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