Mosca e Pechino: due colpi magistrali.
Autore: Maurizio Blondet
Fonte: www.effedieffe.com
Il presidente cinese Hu Jintao e Vladimir Putin ad un summit della SCO
tenutosi in Cina.
«Gazprom è pronta a sostenere tecnicamente e finanziariamente la costruzione
del gasdotto Iran-Pakistan-India»: così parlò Vladimir Putin (1).
«Pechino addestrerà 30 mila soldati del nuovo esercito afghano in Cina»:
così il ministro della difesa afghano Zahir Azimi in una conferenza-stampa a
Kabul (2).
I due annunci hanno parecchio in comune: entrambi si riferiscono ad accordi
presi al vertice dello SCO (Shanghai Cooperation Organization) l'associazione
centro-asiatica che sotto l'egida di Mosca e di Pechino si sta velocemente
trasformando in una solida alleanza politico-militare, oltre che in uno
spazio di cooperazione economica, ed entrambi sono un duro colpo alle trame
strategiche della Casa Bianca eterodiretta dal Likud in Asia.
Il primo annuncio è addirittura clamoroso.
Mosca e Teheran sono i due più grandi produttori di gas del mondo: uniti,
possono fare i prezzi come vogliono.
E la loro unione è consacrata dall'assistenza russa al gasdotto (che l'Iran
chiedeva dal '96) che sarà in sé un'opera colossale: lungo 2775 chilometri e
con un costo di 7 miliardi di dollari, comincerà nel 2010 a inoltrare ad
India e Pakistan 35 miliardi di metri cubi l'anno, che saliranno a 70
miliardi nel 2015.
I vantaggi maggiori sono per l'India, che con la fornitura di gas iraniano a
buon mercato potrà risparmiare 300 milioni di dollari l'anno in spese di
trasporto energetico.
Ma è ragguardevole anche il vantaggio del Pakistan, che solo per i diritti
di transito guadagnerà 500-600 milioni di dollari annui, e godrà di una
fornitura stabile e sicura.
Il colpo magistrale di Gazprom (ossia di Putin) è nei numerosi benefici
effetti politici del gasdotto per tutta l'area.
Anzitutto, esso stabilizza e pacifica, attorno al comune interesse per un
manufatto strategico, le relazioni storicamente cattive fra India e
Pakistan: di fronte agli scetticismi indiani, il pakistano Musharraf ha
assicurato che garantirà la sicurezza della tubatura e ha detto che la vuole
cominciare già l'anno prossimo.
Inoltre l'Iran, che USA e Israele vorrebbero ridurre alla condizione di
Stato-paria, isolato e sotto embargo, viene ora legato ai grandi vicini
interessati alla sua sopravvivenza.
Questo interesse non può che crescere col tempo.
Le riserve di gas naturale dell'Iran sono valutate a 28 mila miliardi di
metri cubi, e la produzione cresce del 10% annuo.
Oggi la quasi totalità della produzione (100 miliardi di metri cubi) viene
destinata al consumo interno, oppure iniettata nei pozzi petroliferi per
mantenerne la pressione di sfruttamento.
Dal 2010, il gas iraniano avrà vasti sbocchi esterni, tanto più che il
progettato gasdotto verrà probabilmente esteso fino alla Yunnan, per
rifornire anche la Cina.
In questa veste, l'Iran diventa sulla carta il maggior concorrente della
Russia, la prima produttrice mondiale di gas naturale.
Ma la generosità di Putin è in realtà ben calcolata.
Anzitutto, Mosca sta diventando in cambio un'affidabile sponda alternativa
per molti Paesi (come il Pakistan e l'India) che stanno con gli americani
solo per forza maggiore.
E da un lato, Ahmadinejad ha proposto a Gazprom di decidere insieme i prezzi
e i flussi.
Dall'altro, con questo accordo Gazprom di fatto unifica i gasdotti russi con
quelli iraniani, e parteciperà alla gestione di quasi tutta la rete di
pipelines asiatiche.
Il gasdotto turkmeno-iraniano, già esistente, verrà collegato al grande
condotto in progetto, formando di fatto un immenso mercato unico del gas che
unirà Turkmenia e Iran, Cina e India e Pakistan.
In questo modo l'alleanza del gas fra Mosca e Teheran controlla il 43% delle
riserve mondiali. Come ha detto Putin a Shanghai, non sarà un cartello: «l'OPEC
è un cartello, questa è una impresa comune».
Ma basta pensare che Putin ha da poco stretto patti bilaterali con grandi
produttori di gas (Algeria e Libia) ed è facile intuire che s'è formato un
blocco di produttori di tutto rispetto.
Infine, la «generosità» di Putin ha aperto uno sbocco all'Iran decisamente
verso Oriente; il che diminuisce un poco i progetti europeidi di
«alleggerire» la propria dipendenza energetica di Mosca.
E' la chiara, concreta risposta di Putin alle rudi sgarberie della Casa
Bianca e alle lezioncine altezzose dei maggiordomi europei degli USA
(Barroso, Solana).
Cattivi rapporti con Mosca diventano sempre meno nell'interesse dell'UE, e
sarebbe ora che l'Europa prendesse le distanze dall'aggressivo
unilateralismo americano.
E tutto ciò alla vigilia del G8, che Vladimir ospiterà a San Pietroburgo.
Non stupisce che il cosiddetto «Occidente» sbavi di rabbia e mediti un
qualche altro sgarbo o contrattacco clamoroso verso il nuovo zar.
«La Russia non ha le carte in regola democratiche per diventare membro del
gruppo degli otto, e la sua guida del club delle nazioni ricche distrugge la
credibilità del G8», ha sancito il Foreign Policy Center di Londra: che è
una fondazione britannica autodefinita «indipendente»: tanto indipendente
che il suo patrono è Tony Blair e il suo direttore si chiama Hugh Barnes,
ebreo (3).
Ma c'è un rischio: che questo «Occidente» dei Rotschild non si contenti di
parole, e passi ai fatti. Non a caso «Al-Qaeda in Iraq» ha deciso di
sgozzare i quattro dipendenti dell'ambasciata russa a Baghdad che aveva
sequestrato pochi giorni prima.
Il che pare dimostrare, se ce ne fosse bisogno, che il vero nome della
formazione terrorista deve suonare come «Al-Mossad in Iraq» (4).
Maurizio Blondet
Note
1) Igor Tomberg, «La Russie et l'Iran jettent les bases d'une nouvelle donne
énergétique mondiale», Reseau Voltaire, 23 giugno 2006. Tomberg è membro
dell'Accademia delle scienze della Federazione russa, capo del centro studi
energetico.
2) Ahmad Khalid Mowahid, «China to train afghan soldier on logistics»,
Pajhwok Afghan News, 24 giugno 2006. Inutile dire che l'addestramento di ben
30 mila uomini dell'Afghanistan in Cina, per la durata di quattro anni,
prelude a solidissime relazioni militari fra i due Paesi, che hanno già
firmato a Shanghai un patto di non-aggressione, a scapito della dipendenza
del «nuovo» Afghanistan dagli USA. Gli americani vedono emigrare verso
Pechino il loro satellite Karzai, che proteggono con le loro truppe (e le
nostre).
3) Adrian Croft, «Russia falls short of G8 standards», Reuters, 25 giugno
2006. «Russian President Vladimir Putin's record is no longer in doubt, the
report's author, Hugh Barnes, told Reuters». Si noti: anche Gorbaciov ha
avvertito gli occidentali (di Rotschild) a «non immischiarsi nelle faccende
interne della Russia. potrebbe essere controproducente» (Sunday Times, 26
giugno).
4) Salvo errori od omissioni, non pare risultare che «Al Qaeda in Iraq», sia
quando la guidava Al-Zarkawi, sia oggi col nuovo cosiddetto capo, abbia mai
ammazzato un solo soldato USA in Iraq. Si è dedicata alle stragi di sciiti,
e ai rapimenti di giornalisti e diplomatici scomodi per il Pentagono.




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