La santa loggia dei Savoia
Dai voli segreti di Vittorio Emanuele alla massoneria potentina.
Spuntano nuove rivelazioni
Antonio Massari
Potenza Vittorio Emanuele volò in Vaticano, atterrando a Ciampino,
mentre le leggi italiane sul suo rimpatrio lo vietavano. E ci riuscì
attraverso i favori di un arcivescovo lucano: monsignor Francesco Camaldo.
Lo afferma uno degli indagati nel processo sul Savoia: Massimo Pizza. Che
chiama in causa la massoneria, il Vaticano e l'ex presidente Cossiga. E
spiega che la Basilicata è uno deglii snodi principali della massoneria
coperta. L'inchiesta che ha travolto Vittorio Emanuele di Savoia, An e la
Rai, s'intreccia con un'altra, chiamata «Somalia Gate». Un'inchiesta dalla
quale ora emergono scenari inquietanti. Sull'affaire Savoia già emergeva
l'ombra di una strana massoneria: in particolare, il supposto l'accordo tra
due personaggi di spicco dell'inchiesta su Vittorio Emanuele (Achille De
Luca e Massimo Pizza) per bombardare un sito internet sul quale comparivano
indiscrezioni che riguardavano, in particolar modo, monsignor Francesco
Camaldo.
Massimo Pizza, interrogato riguardo il Somalia gate nell'aprile di
quest'anno, conferma questi intrecci. «Credo che Achille De Luca si sia
rivolto a lei anche per far sparire un sito internet...», domanda il pm John
Henry Woodcock. «Certo», risponde Pizza, «Che parlava contro Camaldo». «E
come l'ha fatto sparire?» continua Woodcock. «Che ne so. E' sparito»,
replica Pizza. E aggiunge: «De Luca è quello che ha organizzato il viaggio
segreto del Re con il Vaticano. Ora le dico un fatto inedito. L'Italia aveva
il problema di non poter fare atterrare sul suo suolo Vittorio Emanuele».
«Ma prima del rimpatrio?», chiede il pm. «Eh. Ed è venuto a Roma ed è andato
in Vaticano, ricevuto dal Papa e dal Cardinale. Come hanno fatto? Il signor
Camaldo, il signor Massimo Pizza e il signor Achille De Luca, si sono
inventati il corridoio diplomatico: aereo privato fino a Ciampino, zona
internazionale, la macchina diplomatica del Vaticano sotto l'aereo, sale
dentro e lo porta in Vaticano. Lui per lo Stato non ha messo piede in
Italia». «Ma è una cosa istituzionale?», chiede Woodcock. «No, è una cosa
che ci siamo inventati».
Sulla massoneria potentina Pizza dice: «Sono due, le gran logge
d'Italia. Una in Calabria, l'altra in Basilicata. Se lei va a vedere i
componenti per esempio della loggia, della gran di Calabria e va indietro,
ricostruisce esattamente una parte di rapporti italiani che ci sono stati,
ma ricostruisce la trasformazione organica della criminalità organizzata
calabrese all'interno delle istituzioni. (...) La famiglia De Stefano di
Reggio Calabria, gli Araniti di San Padrino i Piromalli di Gioia Tauro e i
Mazzaferro di Gioiosa Ionica, ebbero l'accordo generale di poter entrare in
massoneria, con il famoso Macrì. Su questa strada poi c'è stata la
grandissima infiltrazione all'interno della massoneria, ma attenzione perchè
la massoneria ha bisogno pure del braccio armato, e chi lo fa il braccio
armato nella massoneria? La criminalità organizzata». «Però concentriamoci
sulla Basilicata», dice Woodcock. «Sì. Il centro di potere in Basilicata si
finanzia con i soldi in nero che vengono presi dallo sfruttamento, da tutte
una serie di operazioni che vengono fatte sui i rifiuti e soprattutto sulle
operazioni in nero che esistono nello sfruttamento delle risorse naturali,
compresa l'acqua. (..). «Compreso il petrolio», dice Woodcock. «Diciamo che
il centro di potere, che viene finanziato in Basilicata e che a sua volta
finanzia mezza Italia è esattamente questo», continua Pizza. E ancora su
Camaldo: «E' molto in disgrazia. Non ha portato a termine il lavoro che gli
avevano affidato, la ristrutturazione della loggia segreta». E sulla
Basilicata, parlando dei «rifiuti in generale», Woodcock insiste: «Siamo
partiti dai rifiuti. Lei ha detto che era Presidente del Consiglio?».
«Cossiga». «E a quali operazione specifica faceva riferimento?», chiede il
pm. «Al traffico di uranio. All'internamento di scorie radioattive che sono
state fatte in uno dei siti scelti, per esempio, in Italia, (...) che poi
sono stati anche trasferiti in Somalia attraverso della navi fantasma».
Il Manifesto
27/6/2006




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