di ALBERTO MINGARDI
Caro Bossi, sciolga la Lega. Lo so che non lo farà mai. Ma sarebbe la cosa migliore, dopo il referendum. I partiti politici non sono "per sempre". Soprattutto quelli che, come la Lega, nascono per perseguire un unico obiettivo. Il federalismo, poi mutato in secessione, poi involuto in devolution. Bersaglio mancato, a quasi vent'anni dall'atterraggio in Parlamento. La spinta della Lega è ormai solo inerziale. Il suo radicamento sul territorio sta svaporando, persino nelle roccaforti. L'Umberto è un uomo malato, cui le circostanze e gli affetti dovrebbero consigliare di mollare la presa. Invece no. Alcune settimane fa ha rilasciato un'intervista devastante, nella quale con una battuta smontava il cosiddetto "Ducario". Cos'è? Un progetto sorto all'interno del partito, senza velleità scissioniste, per ripulirne gli armadi. Facendo chiarezza sul buco nero di Credieuro Nord (la Parmalat leghista), cercando un rinnovamento dei quadri. «Non sono leghisti», ha detto il Senatur, sparando su Gilberto Oneto, che dell'indipendenza padana è l'ideologo, e su Mimmo Pagliarini, uno dei volti più amati dalla base. L'aziendina dell'Umberto La storia è vecchia: dall'interno, la Lega non si cambia. E' stata gestita, in questi anni, secondo i peggiori usi del capitalismo familiare.




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