Islam e categorie politiche

Il fatto che la pubblicistica, la stampa, ed in genere i mezzi d’informazione occidentale si vadano occupando sempre più di frequente e con sempre maggiore ampiezza di fatti politici strettamente attinenti al mondo islamico, rende necessaria tutta una serie di precisazioni di principio, ineludibili a nostro avviso per chiunque voglia pervenire ad una genuina comprensione, ad una visione corretta e non equivoca degli eventi in questione. Con queste brevi note faremo forse uno strappo a quella che è la nostra solita linea, a cui premono più i problemi dell’edificazione spirituale del musulmano d’Occidente che non la discussione di argomenti d’ordine politico, economico, sociale, tenuto conto della situazione obiettiva del mondo occidentale, che non lascia certo intravedere nell’immediato la possibilità concreta dell’edificazione di uno Stato Islamico, ed a prescindere dalla dottrina della"Wilayat al Faqih", la cui funzione, se non altro nel suo significato più squisitamente spirituale, è valida per tutti i Musulmani Sciiti. Ma non è certo questa la prima volta, né sarà l’ultima, data l’importanza non soltanto dottrinale dell’argomento.

Quello a cui ci è dunque dato d’assistere, è l’applicazione al mondo islamico, e nella fattispecie a quello sciita, di categorie politiche tipicamente occidentali, fenomeno che si è venuto man mano accentuando dopo il trionfo della Rivoluzione Islamica in Iran. Questa applicazione impropria vien fatta talora identificando concetti equivoci, del tutto eterogenei tra loro, talora contrapponendoli gli uni agli altri ed assumendo come metro di giudizio e criterio di valore quelli occidentali, con il che viene negata a quelli islamici ogni dignità ed autonomia. Non è certo questa la sede adatta per una disamina esauriente degli aspetti politici dell’Islam Sciita da un punto di vista sia teorico che effettuale. Quel che ci preme di sottolineare inequivocabilmente a questo riguardo, e che riteniamo essere la chiave di ogni successiva comprensione, è il nucleo prettamente spirituale di queste concezioni e del loro inveramento, garantito loro dal crisma della genuinità islamica.

Questa dimensione spirituale, avente le sue radici nella Rivelazione Profetica, e nella funzione imamica culminante nella presenza reale e vivente dell’Imam Occulto, del Mahdi Atteso (AJ), è il principio e la base, e l’essenza stessa di tutto quanto da essa deriva necessariamente in termini di dottrina, attività e realizzazione politica. E’ appunto questo carattere distintivo, principio efficiente, finale e formale di un dominio siffatto, così come di ogni altro ambito della vita umana, ad assicurare l’irriducibilità delle categorie politiche islamiche a quelle occidentali, ed a maggior ragione a rendere pienamente conto dell’assoluta assurdità di ogni pretesa funzione esemplare di queste ultime nei loro confronti, quasi che esse altro non fossero che un abbozzo rozzo ed informe destinato ad un’inevitabile evoluzione, ad un progresso che le porterà a compimento facendole sfociare nel “mare magnum” di una modernità occidentale estesa al mondo intero nella sua prevaricazione globalizzatrice ad esso imposta con le buone o con le cattive.

Quel che importa di ribadire con fermezza a questo riguardo, per replicare ad una possibile ed ormai consueta obiezione, che tenti di dare una parvenza di dignità alle pretese globalizzatrici del mundialismo modernista, è che la tanto decantata unità del genere umano va sì ricercata e perseguita, ma verso l’alto, e non certo verso il basso, per dirla con un parlare figurato. L’unità dell’uomo e degli uomini, dell’uomo integrale e della comunità esemplare, va ricercata, giustificata, attuata solo e soltanto in ragione del Principio trascendente, del Dio Unico e della Sua Volontà, della Rivelazione Profetica, e della dignità e natura eminentemente spirituale della funzione profetica ed imamica. La pretesa d’opporre a questa concezione, che è nel contempo un dato di fatto ed una necessità logica e ontologica, una presunta unità del genere umano riducentesi ad un appiattimento informe che s’illuda di poter prescindere da ogni superiore riferimento e contenuto d’ordine trascendente, nella pretesa di mutilare l’uomo riducendolo ad una sorta di stato di natura pura, a mera natura naturata che si pretenda del tutto avulsa, di fatto se non a parole, dall’atto naturante del Dio Unico, una pretesa siffatta è destinata a naufragare miseramente sugli scogli dell’assurdità logica, dell’insussistenza ontologica, e dell’indegnità del giudizio di valore. Questo è invero il senso ultimo di ogni appello all’unità tra gli uomini che pretenda di prescindere da ogni differenza che non si riduca a semplice orpello strumentale di una torbida e squallida coalescenza finale da conseguirsi sotto l’insegna delle mirabilie seduttrici della modernità occidentale.

L’Islam non è invero orpello esotico e pittoresco, e non è neppure il mezzo per pervenire ad una unanimità sciatta e informe che possa fare a meno d’averlo per suo centro formatore, ma è invece l’essenza stessa del rapporto tra l’uomo e il Dio Unico, che coinvolge ogni aspetto della sua realtà, ivi incluso il dominio politico e sociale. Stando così le cose, risulta affatto evidente la vanità presuntuosa dell’assurda pretesa d’esaurire tutta la complessità e profondità della realtà islamica sulla base delle più viete categorie politiche, sociologiche ed economiche d’Occidente. Si ha anzi la netta percezione che questo atteggiamento, che coinvolge in generale tutte le culture extraeuropee e “premoderne”, che a questo abuso fondato sull’equivoco, per quanto concerne l’Islam, e nella sua fattispecie il mondo Sciita e l’effettualità non soltanto politica della realtà iraniana, venga oltremodo accentuato per perseguire un fine sistematico di denigrazione e distorsione, e nella migliore delle ipotesi per presentare di una realtà siffatta un quadro affatto riduttivo. Certo, gli iraniani, gli Sciiti ed i Musulmani tutti sono anch’essi uomini a tutti gli effetti, anch’essi composti di spirito e di corpo, di carne e di sangue. Ed essi continueranno ad essere protagonisti di vicissitudini varie, di contrasti talora anche drammatici, giacché se così non fosse sarebbero tutti angeli, o Profeti, o Imam, oppure null’altro che sassi, e noi sappiamo che solo l’avvento dell’Imam Mahdi (AJ) assicurerà al mondo il trionfo della perfezione e dell’armonia. Ma voler ridurre tutte queste vicende a semplici lotte di predominio tra uomini avidi di potere, o nella migliore delle ipotesi, a lotte per il proseguimento di fine prettamente terreni, a prescindere da ogni contesto che non si riduca a mera formalità politica e giuridica di stampo esclusivamente secolare, a dispetto di tutte le evidenze di fatto e di principio, delle intenzioni e delle realizzazioni, ci sembra veramente assurdo.

Certo, è assai difficile saper riconoscere nel mondo contemporaneo la realtà effettuale di un rapporto col Divino che sia voluto ed attuato non solo a livello individuale, ma anche nell’ordine politico e sociale, come è il caso dello stato iraniano. Un riconoscimento siffatto presuppone infatti un atto di fede che si fondi da ultimo su di un nucleo di conoscenza profonda e intuitiva anche da parte di chi da questa effettualità non sia coinvolto direttamente, non vivendola di persona, assenso avente peraltro riscontro e a posteriori, nella realtà stessa dei fatti, ed a priori, in una necessità che procede dall’ordine metafisico. Giacché nessuno, speriamo, oserà contestare e da un lato la necessità ontologica dell’attuazione nel nostro mondo della Legge Eterna della Volontà Divina, e dall’altro la volontà umana di conformarvisi, quando essa sussista di fatto, come nel nostro caso. E la pretesa di negare che la seconda, quando sia espressa nelle forme dovute, possa conformarsi alla prima, al di là di ogni ostacolo interno ed esterno, di ogni ipocrisia e di ogni aggressione prevaricatrice, è più il frutto di una pervicacia voluta ed ostentata a dispetto di tutti i riscontri, che non di una presa d’atto fondata su argomentazioni razionali, dati di fatto, ed evidenze intuitive.

A questo punto il discorso dovrebbe farsi ben lungo, se si pretendesse di fare un confronto tra le categorie politiche, sociali ed economiche tipiche della modernità occidentale, e quelle proprie all’universo tradizionale islamico. Quello a cui ci preme di accennare al termine di queste brevi considerazioni, è che ad ogni modo si rende necessaria a questo riguardo, nel caso in cui le significazioni verbali, tratte dalle ideologie del secolarismo occidentale, siano le medesime, una trasposizione analogica che renda conto, per quel che riguarda l’universo islamico, dell’ordine di realtà nel quale si inseriscono e si inverano. Non ci si faccia pertanto ingannare dall’uso che viene fatto, anche da parte musulmana, di espressioni quali “democrazia”, “diritti dell’uomo”, e via dicendo. Le forme di autogoverno proprie, sotto forma di assemblee consultive, ad uno Stato islamico, poco o nulla hanno a che vedere con la democrazia, o meglio, con il democratismo delle società occidentali, succube da ultimo dei famigerati “poteri forti”, ovverosia della tirannide dell’usurocrazia internazionale e della tecnocrazia mondialista, e non mettono certo in discussione l’assoluta centralità, anche politica, della funzione profetica ed imamica, unica garante, per il tramite dei suoi legittimi rappresentanti, della dignità e libertà della persona umana. Così come la libertà dell’uomo integrale governato dalla Legge Divina Rivelata nulla ha a che vedere con i liberalismi d’Occidente, che riducono da ultimo l’uomo, avulso che sia da ogni rapporto effettivo con l’orizzonte della trascendenza, alle sue pulsioni più elementari. Il medesimo discorso vale per la teoria e la pratica dei “diritti dell’uomo”, vera e propria aberrazione subumana laddove si pretenda d’esplicitarli separandoli e contrapponendoli alla Legge Positiva della Rivelazione Profetica.

Tutto questo, lo ripetiamo e ribadiamo, al di là delle similitudini esteriori, nulla ha a che vedere con l’Islam, e nella fattispecie con i principi e la realtà stessa di un governo islamico impegnato nello sforzo d’edificare, o meglio, di riedificare una società islamica. Noi siamo fermamente convinti che questo sforzo, a procedere dall’evento epocale della Rivoluzione iraniana e dall’opera dell’Imam Khomeyni, sia destinato a perseverare nei suoi innegabili successi, a dispetto di tutte le difficoltà e ostilità, sino all’avvento dell’Imam Mahdi (AJ), depositario della Rivelazione Muhammadica e garante dell’effettualità del rapporto tra l’uomo e Dio non soltanto per la Comunità Sciita, ma per tutta l’Umma Islamica e per l’umanità intera. Giacché, come ci dice il Sacro Corano, “Allah ama coloro che combattono per la sua causa in ranghi serrati come se fossero un solido edificio” (LXI, 4).


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