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    scemo del villaggio
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    Predefinito rassegna stampa: Rinascita nazionale

    La gioventù italiana del Littorio

    | Venerdi 23 Giugno 2006 - 15:29 | Daniele Lembo |

    Quando si tratta del ventennio fascista, chi intende magnificarne i meriti, inevitabilmente passa a citare la grandiosità delle opere di carattere realizzate in quegli anni. Si elencano così le bonifiche, la costruzione di città, borghi, opere idrauliche, strade ecc. Chi ha maggior conoscenza del periodo, invece, oltre ad enumerare le opere a carattere edile, passa a trattare del varo e dell’applicazione della vasta legislazione a sfondo sociale che ridisegnò completamente la struttura dello Stato italiano. In quest’ottica l’opera più grande nella quale si cimentò il regime fascista in quegli anni fu un esperimento di enorme portata con il quale si tentò di creare un nuovo tipo di italiano.
    Il fascismo varò un vero e proprio piano di educazione nazionale teso fortificare lo spirito degli italiani e a creare così il cittadino soldato.
    Per realizzare tale finalità, il Partito Nazionale Fascista creò un’organizzazione, la Gioventù Italiana del Littorio, che seguisse gli italiani fin dalla culla. Compito della G.I.L. era quello di attendere alla formazione spirituale, fisica e militare dei giovani, seguendo l’assioma secondo il quale “le funzioni del cittadino e del soldato sono inscindibili nello stato fascista….(…)…..l’addestramento militare è parte integrante dell’educazione nazionale” .
    La G.I.L. aveva come interesse la “cultura fisica e l’addestramento militare” e, secondo il decreto che la istituiva, si occupava della preparazione spirituale, sportiva e premilitare, dell’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole elementari e medie, dell’istituzione e funzionamento di corsi, scuole collegi, accademie; dell’assistenza, svolta essenzialmente attraverso i campi, le colonie climatiche, il patronato scolastico ecc. e dell’organizzazione di viaggi e crociere. Al fine di perseguire i propri scopi educativi e formativi, la G.I.L. andò ad inquadrare tutta la gioventù italiana, a seconda delle varie fasce d’età, in varie organizzazioni:
    -fino agli otto anni i bambini facevano parte dei Figli della lupa;
    -dagli otto ai tredici anni si diventava Balilla;
    -dai tredici ai diciassette anni si era Avanguardisti;
    -dai diciassette ai ventuno anni, infine, si era Giovani fascisti.
    Volendo semplificare gli scopi dell’organizzazione, si può affermare che la G.I.L. serviva a preparare il cittadino soldato in modo tale che poi il Regio Esercito dovesse spendere poco tempo nell’addestramento delle reclute che, provenienti dalle organizzazioni giovanili del Littorio, dovevano di fatto già essere pronte alla vita militare. Si voleva quindi che le reclute, al momento dell’arruolamento, fossero già inquadrate militarmente, istruite all’uso delle armi e alle elementari attività belliche, essendo già addestrate al combattimento individuale e di squadra, al servizio di pattuglia, al servizio di presidio ecc.
    Al fine di meglio attendere alla preparazione ‘premilitare’ la G.I.L. organizzava, oltre a semplici corsi per i quali si avvaleva di istruttori appositamente preparati, anche corsi specialistici quali i corsi per mitraglieri, per cavalieri, per artiglieri, genieri, conducenti mezzi meccanici, infermieri, portaferiti e dattilografi.
    Si trattò di una organizzazione di eccezionale importanza, che permise alla gioventù italiana di affacciarsi a realtà fino ad allora sconosciute. Fu grazie alla G.I.L. se i giovani poterono partecipare a campi estivi, colonie climatiche, viaggi e crociere. Inoltre, la gioventù proveniente da famiglie disagiate poté avvalersi di un patronato scolastico che non aveva più la connotazione dell’organizzazione caritatevole indirizzata ai miserabili, ma che era finalmente una seria struttura statale tesa a creare condizioni favorevoli allo studio per tutti.
    Tra le attività di maggior spessore vi furono sicuramente quelle ginniche. Basta citare alcuni dati: la G.I.L. ebbe disposizione 8.000 tra palestre coperte, campi sportivi e piazzali attrezzati e nel solo 1937 organizzò 32.501 manifestazioni di atletica leggera, 9.506 corse campestri, 196.364 incontri di pallacanestro, 18.810 di Rugby e 99.044 incontri di calcio. A queste si sommavano poi manifestazioni di pugilato, lotta grecoromana, scherma, sci, ciclismo, motociclismo, canottaggio, nuoto, e tiro a segno, In totale, nell’anno in riferimento, furono impegnati nelle attività di cui sopra 2.340.362 atleti. Con tali cifre si può dire, senza ombra di dubbio, che in Italia lo sport di massa ebbe inizio con il fascismo.
    Come tutte le organizzazioni fasciste, la G.I.L. ebbe una struttura rigidamente militare e quindi un Comando Generale. Dal Comandante generale dipendeva una Capo di Stato Maggiore della G.I.L. e da questi un Sottocapo di Stato Maggiore. Del Comando Generale faceva parte il Comando premilitare della G.I.L. dal quale dipendevano: un Centro Premilitare leva di terra, un Centro Premilitare leva di mare, un Centro Premilitare leva dell’aria, un Ufficio Sanitario premilitare, un Ufficio Sportivo premilitare e la Scuola di Perfezionamento degli Istruttori Premilitari della G.I.L.
    L’articolazione periferica prevedeva in ogni Federazione, quindi a livello provinciale, un Comando Federale della G.I.L. che aveva una struttura che ripeteva in piccolo quella del Comando Generale.
    Ci fu una evidente contiguità tra questa organizzazione giovanile e l’intero mondo militare e la G.I.L. fu una sorta vivaio della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale.
    La Milizia, a differenza di quanti molti credono, non ebbe solo compiti di polizia del Regime ma fornì un elevato numero di reparti combattenti che si affiancarono a quelli del Regio Esercito. Alla vigilia del secondo conflitto mondiale nella Milizia erano inquadrati 194 battaglioni CC.NN. d’assalto, da montagna o di complementi, per un totale di 112.000 uomini. I battaglioni d’assalto erano formati da elementi tra i 21 e i 36 anni ed erano destinati ad essere inquadrati nelle grandi unità dell’Esercito in Italia e in Libia. Oltre ai 194 battaglioni citati, esistevano 81 battaglioni costieri, 23 centurie costiere e 51 battaglioni territoriali per un totale di circa 65.000 uomini. A questi vanno ancora aggiunti 25.000 militi della Milizia Artiglieria Marittima e 85.000 CC.NN. della Milizia Artiglieria Contraerea. Infine, vanno infine elencate altre 26.643 CC.NN., inquadrate in 30 battaglioni presenti in Africa Orientale Italiana.
    L’Italia del ventennio era una nazione ad economia con vocazione prevalentemente agricola. Tuttavia, per fare le guerre e portarle vittoriosamente a termine c’era bisogno di una solida vocazione industriale dell’economia. Si tentò quuindi di supplire alla mancanza di industrie con quella che potremmo definire la dottrina dello ‘spirito’. Il fascismo, per vincere le sue battaglie tentò di plasmare un nuovo ‘spirito’ negli italiani. Fu la dottrina della “carne contro l’acciaio e del sangue contro l’oro”.
    Dottrina questa che ebbe la sua forgia proprio nella G.I.L..
    Ma il secondo conflitto mondiale avrebbe dimostrato che il solo ‘spirito’ non basta a vincere le guerre.
    Daniele Lembo

  2. #2
    scemo del villaggio
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    Predefinito Tutti i record della seconda guerra mondiale

    Tutti i record della Seconda Guerra Mondiale

    | Lunedi 26 Giugno 2006 - 14:47 | Jacopo Barbarito |

    Il fatto che la guerra terminata nel 1945 sia stato un conflitto assolutamente unico nella storia come dimensioni, effetti, drammaticità e conseguenze è ormai noto a tutti: ma concretamente quale riscontro trovano questi termini? Sono le scarne cifre a mostrare quali proporzioni abbia raggiunto la guerra iniziata nel 1939: cifre da record (ancora imbattute, per usare una terminologia attuale) che interessano tutte le nazioni. Ogni paese più o meno belligerante ha potuto stabilire il suo. Innanzi tutto vi furono 50 milioni di morti accertati (c’è chi dice 55) fra civili e militari: l’80% sono comunque civili. Il “primato” di vittime spetta alla Russia con 5 milioni di militari morti e 15 milioni accertati di civili: nessun altro paese registrerà un tale numero di vittime (alcuni mettono a pari merito le vittime dei campi di sterminio, tuttavia si preferisce considerare le varie nazionalità delle vittime dei campi senza accomunare tutti sotto il nome di “ebrei”). Al secondo posto c’è la Germania, con 3,5 milioni di militari morti o dispersi (molti dei dispersi morirono in Russia fino al 1955, ci sono anche le testimonianze su un milione di soldati tedeschi morto nei campi di prigionia sparsi in tutto il mondo: anche se non comprovata, una cifra che tuttavia riflette bene quale sia stato il trattamento umanitario riservato dai vincitori agli sconfitti). L’Italia registra “solo” 315.000 militari morti e circa 70.000 civili. Per quanto riguarda le operazioni militari si contano altri due record davvero sensazionali: la più grande operazione di invasione terrestre (l’operazione “Barbarossa”, con un attacco simultaneo di poco più di 3 milioni di uomini) e la più grande invasione anfibia che la storia ricordi (l’operazione “Overlord”, lo sbarco in Normandia, con 1 milione di uomini che furono trasportati in una settimana sul fronte). Nel corso del conflitto gli Americani conobbero la loro resa più umiliante (40.000 mila uomini si arresero ai Giapponesi nelle Filippine) e il peggiore attacco subito sul proprio suolo nazionale (il 7 dicembre su Pearl Harbor, in cui furono distrutti i 2/3 della flotta aeronavale del Pacifico). Anche gli Inglesi conobbero la peggiore resa militare della propria storia: 80.000 uomini si arresero, sempre ai Giapponesi, nel Borneo. Il primato del maggior numero di morti nel tempo più ristretto spetta al Giappone: su Hiroshima in pochi minuti morirono 100.000 persone. Ai tedeschi non andò troppo meglio: in una sola notte ad Amburgo morirono almeno 40.000 persone, se non 50.000. Si assistette anche alla prima vera e propria guerra sottomarina fra gli U-Boot germanici e la flotta anglo-americana (che di sottomarini ne aveva meno) ed alla prima guerra aerea di grandi proporzioni: la Battaglia di Inghilterra (settembre 1940-maggio 1941). Si assistette alla creazione di mezzi da combattimento ancora oggi considerevoli: Panzer tedeschi da 180 tonnellate, fortezze volanti con autonomia di 6000 Km, cannoni con un raggio di quasi 30 km! Per non parlare del numero di nazioni interessate: 43 in tutto. E non si può non menzionare il coinvolgimento della popolazione dei paesi belligeranti: in ogni paese coinvolto, in media, il 50% della popolazione cooperava alla sforzo bellico nelle più disparate maniere (nei paesi più direttamente interessati la cifra raggiungeva valori maggiori, come in Russia con il 95%. Ma noi parliamo di una media fra 43 paesi). E pensare che in questi ultimi 61 anni non si è ancora saputo, per fortuna, fare di meglio. Le occasioni non sono di certo mancate ma ci auguriamo davvero che non ci si “impegni” in tal senso.
    Jacopo Barbarito

  3. #3
    scemo del villaggio
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    Predefinito Ka fine della cavalleria

    La fine della cavalleria

    | Lunedi 19 Giugno 2006 - 139 | Hans Schmidt |

    Desidero ringraziare Willis Carto ed il personale della Rivista “Barnes” per avermi invitato, ed esprimere il mio compiacimento a voi tutti per la pazienza di ascoltare ciò che ho da dire. Ho scelto un argomento che, secondo me, non è sufficientemente affrontato dai media americani, in special modo da coloro che pretendono di difendere l’etica e la morale di questo Paese, cioè il clero cristiano.
    La “fine della cavalleria” – das Ende der Ritterlichkeit, in Tedesco, mi fu evidente quando ebbi un assaggio di ciò che stava per arrivare. Personalmente, non soffrii molto, ma vidi e sperimentai cose che apparivano terribili perfino ad un diciottenne sopravvissuto alla più tremenda guerra che ha devastato il cuore dell’Europa.
    Più di mezzo secolo dopo sono ancora sconcertato dal fatto che ufficiali alleati di alto rango, che si ritenevano soldati d’onore siano stati così imbevuti di odio contro il nemico appena debellato, come vedemmo nel 1945. Erano stati invischiati nella trappola della propria propaganda.
    In base alla mia esperienza personale ed agli avvenimenti a partire dalla capitolazione della Germania, ho espresso le mie preoccupazioni sulla fine della cavalleria quando scrissi le note seguenti negli ultimi giorni dello scorso secolo in uno dei notiziari mensili:
    “Le leggi che regolano i rapporti fra i popoli e le Nazioni sono state ignorate. La cavalleria e la ragione sono morte. Il trattamento corretto nei confronti dei vinti sembra essere divenuto uno sciocco sentimento. Le norme sulle prescrizioni sono state messe da parte. Franchi tiratori sono adesso diventati eroi mentre i soldati regolari che hanno compiuto soltanto il loro dovere nei confronti del loro popolo e del loro Paese sono chiamati assassini e terroristi.. Temo che mentre entriamo nel nuovo millennio stiamo per affrontare un’era che supera in ferocia e brutalità i tempi peggiori della Storia umana”.
    Due anni dopo i miei timori sono divenuti realtà. Ho qui davanti a me una foto dello sfortunato giovane americano John Walker Lindh che ha compiuto l’errore di cadere nelle mani dei soldati americani inviati a far la guerra in Afghanistan. Né Lindh né alcun altro del popolo americano avrebbe potuto immaginare che cosa sarebbe avvenuto quando egli incautamente si arruolò con i Talebani. Tuttavia le gerarchie americane presumono che Lindh avrebbe dovuto aspettarsi che le forze degli Stati Uniti avrebbero impegnato in battaglia questo gruppo religioso nel profondo dell’Asia, e questo ne fa un traditore degli Stati Uniti.
    Io vedo la faccenda in modo diverso. Detesto vedere dipinto un sempliciotto, come qualcosa che con ogni verosimiglianza non era. Se si è arruolato con i Talebani ha fatto ciò che migliaia di ebrei americani hanno fatto servendo l’esercito di Israele.
    L’accusa che J.W. Lindh avrebbe, a quanto pare, sparato sui soldati americani può essere attenuata dal fatto che alcuni aviatori o marinai israeliani tentarono nel 1967 di affondare la nave statunitense “Liberty”, uccidendo o ferendo nella azione più di 200 militari americani, ed essi erano pur loro cittadini americani.
    Sfortunatamente il sistema politico americano ha sempre bisogno di capri espiatori allo scopo di dimostrare la sua presunta superiorità morale, e John Walker Lindh faceva al caso loro.
    Ciò che mi ha scosso è stato vedere Lindh, manifestamente ferito, su una barella, bendato e contemporaneamente legato crudelmente da non potersi muovere. C’è da credere che parecchi militari armati fino ai denti gli stessero intorno, assicurandosi che la benda sugli occhi stesse ben ferma ed i legacci, mani braccia e gambe ben stretti. Forse ne avevano una paura matta anche nel suo stato di impotenza. Ma la paura non è una scusa per il maltrattamento dei prigionieri di guerra.
    Qualche settimana dopo la cattura di Lindh, ufficiali delle forze statunitensi in Afghanistan hanno superato sé stessi in crudeltà inviando parecchie centinaia di Talebani e combattenti di Al Qaida alla base navale di Guantanamo a Cuba.
    In questo viaggio particolarmente lungo sono stati incatenati mani e piedi, batuffoli di cotone in bocca, le teste incappucciate, per giunta legati all’interno degli aerei in posizione prona.
    In tal modo furono trasferiti, contro tutte le Convenzioni di guerra, molte migliaia di chilometri dal Paese d’origine; sono tuttora tenuti in isolamento. Sono certo che tutti abbiate letto delle condizioni inumane a Guantanamo, almeno per i primi mesi dopo l’arrivo di questi prigionieri, cui Governo degli Stati Uniti rifiuta di riconoscere lo stato di prigionieri di guerra. Non servono altri particolari. Probabilmente l’affermazione più irresponsabile e crudele del Governo americano è quella che i prigionieri a Guantanamo non meritano perfino la garanzie legali accordate generalmente agli omicidi ed altri criminali comuni. Può benissimo essere che siano confinati negli SS.UU. per un periodo di tempo indefinito, forse per il resto della loro vita, senza che nessuna istituzione legale li abbia mai accusati di alcun delitto.. Nel contesto, si potrebbe affermare che la vita di centinaia di uomini, cosiddetti terroristi, non abbia importanza; ma guardo ad un futuro non troppo lontano, quando dei soldati americani disarmati, caduti in mano nemica, subiranno lo stesso trattamento degli asiatici, africani e sudamericani che non siano stati imbevuti del concetto di cavalleria europeo. Vi è stata protesta mondiale contro il trattamento crudele inflitto ai prigionieri cosiddetti detenuti a Guantanamo, ma la reazione di coloro che hanno voce in capitolo è stata di totale indifferenza.
    Questo mi ha rammentato l’abrogazione unilaterale delle Convenzioni di Ginevra riguardanti i prigionieri di guerra da parte del Generale Dwight Eisenhower. Nella primavera del 1945 ordinò che i prigionieri tedeschi catturati dagli “alleati” erano suscettibili di qualifica “D.E.F.”, ciè “Forze nemiche disarmate” invece di prigionieri di guerra. Ciò ebbe l’effetto di impedire che le centinaia di staccionate e recinti per bestiame fossero ispezionate dalla Croce Rossa internazionale.
    Con il risultato che fino ad un milione di prigionieri tedeschi furono destinati a morire per fame, sete ed incuria generale.
    Il Generale Eisenhower, che per quanto io ne sappia, in tutta la sua carriera non aveva udito un colpo di fucile sparato per rabbia, eccetto che per le batterie antiaeree che proteggevano il suo Q.G. a Londra, può essere scusato per non avere avuto l’innata cavalleria che distingue i soldati di molte Nazioni. Un combattente sa che dall’altra parte c’è un uomo che fa soltanto il suo dovere, come sé stesso, che soffre delle stesse paure, privazioni, mancanza di agi. Sono gli uomini nelle retrovie, “Etappenhegste”, gente come Eisenhower, che ritengono, di compensare la mancanza di ardimento angariando il nemico vinto in suo potere..
    Sfortunatamente, ciò non spiega il silenzio di molti soldati leali, ufficiali di molte Nazioni che vedevano o sapevano del maltrattamento ed ingiustizie provocati ai loro colleghi dell’altra parte.. Ancora mi domando come gran parte degli ufficiali americani non parlarono quando i Generali Keitel e Jodl, uomini d’onore, furono condannati a morte nel processo illegale di Norimberga (rivoltante esempio di finta giustizia, n..d..t.) Personalmente, ritengo ciò sia dovuto alla loro innata mancanza di cavalleria. La pubblica difesa che fece l’Ammiraglio Nimitz fu una importante eccezione.
    Nel 1945, esattamente 50 anni dopo la fine della più feroce guerra della Storia, Erich Priebke, ex Capitano delle SS, è stato strappato dalla sua quarantennale casa in Argentina e processato in Italia. Priebke non ha fatto altro che il suo dovere quando nel 1944 fu coinvolto nella rappresaglia di 350 ostaggi (furono 335, n.d.t.) vicino Roma. Partigiani comunisti avevano fatto esplodere una bomba ed ucciso una quarantina di soldati tedeschi di un distaccamento di Polizia, equipaggiati con armamento leggero, che marciavano in formazione lungo le strade della Capitale italiana. Questo ignobile gesto costò anche la vita di parecchi civili e bambini italiani. Questo accadde in un periodo nel quale Roma era stata dichiarata “città aperta” allo scopo di salvare inestimabili monumenti storici e culturali della Capitale italiana.
    Gli ostaggi che furono fucilati erano stati prelevati dalle carceri italiane. E secondo una relazione del 1998, quasi l’intero gruppo di dirigenti comunisti clandestini di “Bandiera Rossa” (oppositore del P.C.I., n.d.t.) era fra loro. La corte militare italiana che nel 1995 fu convocata per giudicare il capitano accolse tutte le prove a discarico e lo prosciolse da ogni accusa.
    Ma qualcosa cui siamo abituati fin dal 1945 accadde. Come conseguenza del subbuglio in aula da parte delle eterne vittime la cui sete di vendetta non conosce confini, e per i quali il termina “cavalleria” non ha alcun significato, Erich Priebke fu riarrestato dalle autorità civili italiane e condannato all’ergastolo, poiché questo processo fu impostato su basi retroattive.
    Attualmente il Capitano Priebke è incarcerato a Roma, ed all’età veramente biblica di 89 anni (il 29.7.06 ne compirà 93, n.d.t.) resta separato per migliaia di chilometri da sua moglie (ora defunta), i suoi figli, i suoi nipoti.. Perfino il Governo vassallo della Germania ha riconosciuto la sua condizione di prigioniero di guerra, come risulta dalla Posta Militare. Ho in possesso delle cartoline per i vostri archivi.
    Per quanto io ne sappia, nelle migliaia di anni della storia europea, non era mai accaduto che la parte perdente di un conflitto fosse perseguitata e processata per le azioni intraprese in guerra. Ciò non accadeva nemmeno quando si riferivano a persone notoriamente responsabili di azioni atroci. Ahimè, doveva accadere nella nostra era cosiddetta illuminata, un’era dove tolleranza, libertà, democrazia, amore per il prossimo vengono predicati quotidianamente, perché tutto cambiasse.
    Che cosa impedisce a soldati di professione dal denunciare il comportamento criminale inflitto ad uomini d’onore come il capitano Priebke, o degli attuali, egualmente senza difesa, prigionieri di guerra di Guantanamo? L’Italia potrebbe fornire una risposta.
    La N.A.T.O. è una istituzione americana il cui scopo primario è proteggere il predominio statunitense in Europa, e l’Italia è un membro della NATO. Non ho dubbi che quindi il Governo degli Stati Uniti, e perciò le sue strutture militari, abbiano una certa responsabilità per l’ingiusto trattamento del Capitano E. Priebke.
    Detto chiaramente, nell’attuale congiuntura storica, quasi niente avviene nel Continente europeo che vada “contro” gli interessi degli Stati Uniti. Può benissimo essere che un ufficiale, che per cavalleria protesti energicamente contro l’incarcerazione di E. Priebke non abbia mai la possibilità di raggiungere i gradi di comando perché ha difeso qualcuno che, secondo i comandanti NATO, cioè i più alti ufficiali americani, non dovrebbe essere difeso.
    Considerando il trasferimento di centinaia di presunti Talebani e prigionieri di Al Qaida a Guantanamo in condizioni estremamente crudeli, ricordo di aver letto le seguenti frasi in un Trattato firmato dal Governo degli Stati Uniti, molto tempo fa, che qui riproduco:
    Art. 24: Allo scopo di evitare la distruzione di prigionieri di guerra inviandoli in Paese lontani, o ammassarli in luoghi chiusi e perniciosi, le due Parti contraenti solennemente si impegnano fra loro e rispetto al mondo a non adottare alcuna di tali norme. (Essi) saranno sistemati in siti decenti, non saranno confinati in prigioni sotterranee, navi-carceri, galere, non saranno messi ai ferri, non in vincoli, né altrimenti ristretti nell’uso degli arti. Gli ufficiali saranno sistemati su parola d’onore in zone convenienti ed avranno ambienti confortevoli; i soldati comuni saranno sistemati in alloggiamenti aperti ed ampi sufficientemente da consentire aerazione ed esercizio fisico ed ospitati in baracche che siano adeguate alle necessità come quelle fornite al proprio esercito. Si dichiara altresì che né il pretesto che la guerra dissolve tutti i Trattati, né altra scusa sarà utilizzata per annullare o sospendere questi articoli, ma al contrario che lo stato di guerra è precisamente quello per il quale (questi articoli) sono previsti, e durante medesimo sono sacrosantamente osservati come Convenzioni universalmente accettate di legge di natura o delle Nazioni.
    Queste parole sono state in gran parte scritte dal grande Federico II di Prussia, Federico il Grande, per ogni Tedesco che ancora ricordi la sua storia. L’Art. 24 fa parte del Trattato di amicizia e commercio firmato fra la Prussia ed i neonati Stati Uniti nel 1785.
    Mi domando che cosa avrebbe detto il Generale Dwight D. Eisenhower se nel 1945 avesse visitato uno dei suoi campi della morte, e se un ufficiale tedesco avesse avuto la possibilità di mostrargli questo Trattato, valido allora quanto adesso. Potrei menzionare che nel 1945 lo Stato di Prussia era ancora esistente, e che negli affari internazionali il Reich germanico era il suo successore legale. Cioè: il Governo degli Stati Uniti violò questo Trattato già allora nel modo peggiore.
    Non intendo dire che durante la II G.M., un conflitto che per la Germania durò sei lunghi anni e più, i soldati tedeschi si attennero sempre alle Convenzioni di Ginevra, o che essi si comportarono con cavalleria. In particolare il fatto che la Unione Sovietica non avesse firmato queste Convenzioni e la guerriglia illegale partigiana degli “alleati” alle spalle dei fronti rese difficile agli ufficiali tedeschi e parimenti dei soldati trattare con cavalleria molti nemici.
    Mentre all’inizio della guerra accadde che un Generale tedesco rese l’onore delle armi alla guarnigione della città di Lilla prima di farla prigioniera, tale azione sarebbe stata impensabile qualche anno più tardi nella penisola balcanica, quando bande assassine di Tito furono costrette ad arrendersi.
    Ciò nonostante, l’Alto Comando germanico cercò di infondere nei soldati della Wehrmacht il senso europeo della cavalleria, come risulta dal libretto
    di istruzioni (Soldbuch) di ogni soldato germanico:
    1. Il soldato tedesco combatte con cavalleria per la vittoria della sua gente. Crudeltà e distruzione non necessaria sono indegne di lui.
    2. Un soldato deve indossare l’uniforme o qualche distintivo che possa essere riconosciuto da lontano. Combattere senza uniforme o in assenza di tali emblemi è vietato.
    3. Il soldato nemico che intende capitolare non può essere ucciso, nemmeno se è un partigiano o una spia. Quest’ultimo riceverà il giusto
    trattamento in un tribunale.
    4. I prigionieri di guerra non possono essere maltrattati o insultati. Le loro armi, carte tipografiche e rapporti devono essere confiscati. Nient’altro che sia in loro possesso può essere preso.
    5. I proiettili dum-dum sono vietati. I soldati tedeschi non sono autorizzati a trasformare proiettili regolari in dum-dum.
    6. La Croce Rossa è inviolabile. Gli avversari feriti sono da trattare decentemente. Personale medico e sacerdoti non possono essere intralciati nelle loro funzioni.
    7. La popolazione civile è altrettanto inviolabile. Un soldato tedesco non può prendere bottino o causare distruzione immotivata. Monumenti storici ed edifici come Chiese, musei e quelli di organizzazioni caritative meritano salvaguardia particolare. Richieste alla popolazione civile possono essere avanzate solo da ufficiali ed esigono giusto compenso.
    8. I territori neutrali non possono essere coinvolti in atti di guerra.
    9. Se un soldato tedesco viene catturato, deve fornire il suo nome e grado. Ma in nessun caso gli è permesso informare l’inquirente nemico sulla sua unità o sui fatti politici o economici tedeschi. Non può farlo nemmeno sotto costrizione o false promesse.
    10. La violazione di questi Ordini sarà punita. Azioni da parte nemica contro gli articoli da 1 a 8 saranno riportate. Le rappresaglie saranno effettuate soltanto su ordini superiori.
    Leggendo queste perentorie prescrizioni, mi domando se ai soldati americani stanziati in Afghanistan ed altrove nel mondo viene impartito qualcosa del genere. Ne dubito.
    Nel chiudere queste note, desidero accennare che oltre ad aver firmato Trattati come quello concluso con lo Stato di Prussia, il Governo degli Stati Uniti ha anche firmato tutte le Convenzioni di Ginevra a cominciare dal primo nel 1864 fino a quella tuttora in vigore nel 1949.
    Dwight D. Eisenhower era naturamente al corrente di queste clausole, ma come egli affermò in una lettera alla moglie, odiava i Tedeschi con tale veemenza (mi domando, perché?), che cercò vie illegali per aggirare la sorveglianza della Croce Rossa. L’attuale Comando americano sta facendo la stessa cosa con i prigionieri Talibani, probabilmente nella supposizione che dipingendo il nemico come il diavolo virtuale, le azioni americane siano viste come provenienti dagli angeli.
    Nello scrivere sulla “Fine della Cavalleria”, cosa del quale non vi è alcun dubbio, la mia ovvia principale preoccupazione è il destino del comune soldato americano, perché lui o lei dovranno sopportare le conseguenze di questo stravolgimento.
    Ricordo fin troppo bene che molti miei camerati sono stati trattenuti nell’Unione Sovietica come lavoratori-schiavi per dieci anni e più dopo la II G.M. Molti erano stati dichiarati morti quando improvvisamente sono tornati da un qualche campo di lavoro forzato in Siberia.
    Ricordo anche le migliaia di valorosi soldati americani tuttora dispersi delle guerre in Corea e Vietnam. Gran parte diloro probabilmente caddero sui campi di battaglia o quando i loro aerei furono abbattuti nella giungla ma sicuramente molti di loro hanno trascorso anni in cattività solo per essere giustiziati dal nemico quando Washington aveva violato parecchie promesse che avrebbero consentito la loro liberazione..
    La mia paura è che alla fine del grande conflitto mondiale che attualmente è nella fase iniziale, probabilmente milioni di giovani americani saranno tenuti come schiavi per decenni, non solo anni, da Stati di tutto il mondo, e la gente d’America non avrà la possibilità di riscattare i propri figli e figlie.
    Chi li difenderà se un grosso contingente di truppe fosse costretto ad arrendersi come accadde nella battaglia delle Ardenne (inverno 1944, n.d.t.)
    Se ciò accadrà, e preghiamo che non accada, allora, certamente, un cerchio storico si concluderà. Ed allora potremo parlare della fine della civiltà occidentale, perché la “cavalleria” è stata quasi esclusivamente il prodotto del pensiero e credo occidentale.
    O Re Federico il Grande, dove sei quando di Te abbiamo bisogno?

    (traduzione di Alfio Faro)

 

 

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