| Lunedi 19 Giugno 2006 - 134 | Adriano Scianca |

1 - Il tuo approccio alla tecnica ed alla modernità in senso lato non rappresenta di per sé una novità nell’ambito della nostra tradizione culturale: sorvolando sui “miti fondatori” nietzscheani e wagneriani, non possiamo non citare gli autori della Konservative Revolution, le teorie e la prassi dei fascismi europei, Arnold Gehlen, Adriano Romualdi, Jean Thiriart, l’intera prima Nouvelle Droite. Gli stessi Evola o Heidegger esprimono a riguardo punti di vista più articolati di quanto si pensi. Perché allora, secondo te, l’attuale ambiente che dovrebbe essere erede di tali fermenti esprime quasi nella sua totalità punti di vista eminentemente reazionari, antifaustiani, antimoderni, con tanto di derive clericali o tolkieniane e pseudo-pagane?
Fondamentalmente ci sono due risposte a questa domanda, la prima di livello “alto”, la seconda più triviale.
Cominciando dalla prima, Giorgio Locchi constata come il sovrumanista si trovi di fronte ad un mondo in cui certo “Dio è morto”, ma che resta cionostante interamente permeato da valori bimillenari che benché confrontati con una “crisi di legittimazione” paiono oggi celebrare il loro trionfo finale nelle mentalità. Come rapportarsi a questa situazione, specie tenuto conto che il sovrumanista crede nel “radicamento”, nell’”identità”, e tende ad identificarsi con la comunità di appartenenza, per quanto miticamente interpretata?
Il progetto wagneriano e di buona parte della rivoluzione conservatrice (non solo tedesca) per l’Interregnum è di puntare esattamente sullo smarrimento generato dalla “morte di Dio” per provocare una sorta di dementia praecox, di “regressione all’infanzia storica”, per cui coloro che oggi trovano intollerabile la fine delle vecchie certezze vengono incoraggiati, invitati a tornare indietro, alla ricerca del mondo perduto in cui l’angoscia della modernità e del nichilismo non esistevano ancora. Senonché, tale ritorno è letteralmente impossibile, perché l’innocenza perduta non può essere recuperata, e soprattutto perché l’epilogo attuale è ovviamente scritto nei geni della tendenza attualmente egemone, così che chi imbocca questa via è portato a risalire sempre più indietro all’inseguimento di una “purezza” originaria, sino a superare una soglia memoriale oltre cui l’eredità egualitaria, progressista e giudeocristiana diventa indistinta, e si rovescia facilmente nel suo contrario.
Questo è il progetto del Parsifal, ma anche ad esempio del “reazionarismo” completamente fantasioso delle Vergini delle Roccie di D’Annunzio; e ho il sospetto che Evola stesso almeno in parte strumentalizzasse consapevolmente l’idea di una “Tradizione” che risulta invero ben poco attestata fuori dalle sue opere – e dalle riletture particolarissime e molto parziali del dato storico e filologico che esse danno – proprio in vista di una “legittimazione” di questo genere. “Es klang so alt, und war doch so neu”: questa espressione sottolinea non solo la reale novità della tendenza sovrumanista e postmoderna, ma anche la sua capacità di richiamarsi ad un’originarietà spinta via via sempre più in là nel tempo, dall’Ancien Régime ad una rinfusa di miti alto-medievali all’antichità classica sino alle origini indoeuropee, assunte appunto come fondazione esemplare.
Questa d’altronde è ovviamente una carta “di destra” e al tempo stesso “popolare” (quella “di sinistra” e al tempo stesso “aristocratica”, del resto con la prima convergente, consistendo invece nell’incoraggiare ed amplificare il movimento verso il nichilismo, per emergerne alla fine “dall’altra parte”, attraverso la posizione di valori assunti in chiave puramente volontaristica).
Quando con il trauma della seconda guerra mondiale la travolgente affermazione delle nuove idee si interrompe, la vitalità e l’entusiasmo di chi se ne fa portatore si scontrano con un deserto molto più duro da attraversare di quanto poteva essere ipotizzato, e alla Domenica delle Palme succede la Passione, moltissimi restano però intrappolati in questa prospettiva, che si trasforma da una scelta tattica volta a favorire quasi freudianamente lo Zeit-Umbruch, la rottura-del-tempo-della-Storia, in un’oggettivo schierarsi per una mera “resistenza” alle manifestazioni più estreme del mondo nemico, in cui ovviamente ci si ritrova come alleati tutti coloro che di fronte a questi esiti ultimi appunto... esitano, o vorrebbero tornare a metà strada.
E qui viene la risposta triviale. Se l’unico ruolo che si crede ormai di poter trovare è quello di contribuire a ritardare certi processi, ad attenuarne l’applicazione, a provocarne momentanee inversioni, a diminuirne l’efficienza, viene naturale prendere posizione per tutto ciò che non rappresenta altro che l’ala più arretrata, ingenua, o a seconda dei casi tiepida, di ciò che si vorrebbe combattere. Il conservatorismo politico in questo senso va benissimo; meglio se becero e tinto di colorazioni di monoteismo fondamentalista, non importa in fondo se cristiano, ebraico o islamico. Meglio ancora, perché più trendy, vanno d’altronde le posizioni reazionarie “di sinistra”, come la bioetica, l’ecologismo, il luddismo, l’ecumenismo New Age, etc.
Naturalmente, anche tale tipo di correnti, al di là delle mode e dei successi contingenti, non hanno grandissime possibilità. Infatti, come è stato scritto, il “contrario della rivoluzione” non è la controrivoluzione, ma l’assenza di rivoluzione (ovviamente impossibile quando la rivoluzione ormai è avvenuta), perché la controrivoluzione dalla rivoluzione è inevitabilmente condizionata, è costretta a copiarne i metodi, e comunque non esce dalla prospettiva instaurata dalla prima. Similmente, dato che l’ecologismo, ad esempio, condivide perfettamente i valori umanisti della felicità individuale e dell’ugualitarismo, non potrà mai uscire dalla contraddizione tra il desiderio di “ritornare” ad una natura del tutto immaginaria e la preoccupazione per temi come l’accesso all’assistenza sanitaria generalizzata o la fame nel mondo o il rifiuto biblico per il dominio dell’uomo sull’uomo.
Ma del resto, in tale prospettiva, ci si accontenta di tirare avanti ancora un po’, o (più lucidamente) di mantenere le posizioni, guardando quasi con sufficienza alle idee di coloro che anziché distruggerlo vorrebbero impadronirsi dell’Anello di Sauron per sé e per farne altro, che vorrebbero combattere il Forestaro con le sue stesse armi, che nei processi della modernità riconoscono il proprio destino e vedono nella loro accelerazione la principale chance di vedere la fine di ciò che essi considerano duemila anni di décadence in senso nietzscheano. In opposizione a tutto ciò, l’aspirazione di tutto un mondo ex-sovrumanista o ex-fascista sprofondato nell’autismo è in fondo solo quella di vincere un’altra piccola battaglia, ben sapendo che, come alla fine del Signore degli Anelli, malgrado ogni battaglia vinta la partenza degli Elfi resta ineluttabile, e la “dolcezza del vivere non potrà mai tornare quella di un tempo”, e che perciò la guerra da tale punto di vista è certamente persa.
In questo scenario rientra perfettamente anche il discorso della Tecnica, la cui essenza come dice Heidegger, non è tecnica, e non essendo affatto neutra, dopo essere stata ripensata in una chiave dirompente nel futurismo italiano [alias] – che stranamente spopola oggi nella maggiorparte degli ambienti di Alleanza Nazionale – o nelle riflessioni juengeriane sull’Operaio e sulla Mobilitazione Totale, o negli scenari onirici di Metropolis [alias], viene caricata oggi di tutte le diffidenze come (indiscutibile) strumento di alienazione e controllo sociale da parte del Sistema, Ciò d’altronde nel totale oblio delle contraddizioni esplosive che essa reca in sé, e del pur abusato monito di Hölderlin: “Dove il pericolo è più grande, là nasce ciò che salva”.
Da questa prospettiva, diventa alla fine naturale che sia proprio l’area teoricamente più “radicale” di un certo mondo che, proprio perché meno incline a compromessi dettati da esigenze pratiche, è pronta in ogni momento ad arruolarsi indiscriminatamente in crociate “contro” il nucleare, gli OGM, l’eugenetica, le tecnologie della riproduzione umana, senza porsi ad esempio troppo il problema di cosa ciò può significare per la sopravvivenza politica, economica e biologica della comunità popolare, geopolitica ed etnica cui dice di richiamarsi.

2 - Pur auspicando, nel tuo libro, il rinascere di una certa “consapevolezza etnica” da parte dei popoli europei, tu prendi decisamente le distanze dal razzismo anglosassone, ideologia del tutto interna al sistema di valori dominante. Non esistono gerarchie assolute ed oggettive fra popoli e culture, sostieni, ogni classificazione può esser fatta solo a partire da punti di vista particolari. Eppure anche tu prima descrivi l’uomo come l’essere biologicamente (cfr. Gehlen) portato a crearsi da sé il proprio mondo (quindi istituisci un “paradigma” oggettivo, valido per l’uomo in sé), poi attribuisci all’uomo indoeuropeo la capacità di saper rispondere nel modo più creativo possibile a tale sfida “antropologica”, dopodiché descrivi a tua volta una gerarchia tra culture “soggetto della storia”, culture “in preda alla storia” e culture “fredde”. Quindi non si potrebbe sostenere, in base al tuo discorso, che gli europei siano “oggettivamente” superiori agli altri popoli in quanto “oggettivamente” migliori nella risposta tecnica fornita alla sfida posta all’uomo dalla sua carenza istintuale? Non è anche questo un punto di vista universalista?
In realtà... no. Certamente un discorso sull’uomo e sul mondo, nella misura in cui ha pretese descrittive se non addirittura “scientifiche”, contiene per forza affermazioni di carattere generale, che propone quanto meno di “tener-per-vere”, “für-wahr-halten”. D’altra parte, anche l’identificazione della specificità umana cui io mi rifaccio è storicamente e culturalmentecollocata, è inerente ad una prospettiva particolare; e non pretendo certo il contrario. Questa constatazione non è però paralizzante che nel quadro di un’epistemologia superata e comunque condizionata appunto da un pregiudizio di tipo universalista, secondo cui non sarebbero valide, significative, che prospettive ed affermazioni totalmente disincarnate ed “oggettive”. Viceversa, ogni antropologia (nel senso usato da Locchi o dalla Scuola di Francoforte) fonda esattamente, ed è funzionale a, un progetto d’uomo, e la mia ovviamente non fa eccezione, indipendentemente dal fatto che avanzi o meno pretese di “oggettività” in senso positivista o platonicheggiante.
Ma c’è di più. Anche ammettendo che l’analisi generale dello “storico” e dell’”umano” che richiamo per sommi capi nel mio saggio fosse generalmente condivisibile a prescindere dalla prospettiva culturale del linguaggio e della percezione-del-mondo dell’osservatore, ancora non ne deriverebbe una qualche superiorità “oggettiva” della scelta, del progetto e dell’identità europei.
Altrettanto “legittima” mi pare infatti la scelta di restare del tutto fuori dalla rivoluzione neolitica, come i pigmei o gli aborigeni australiani, e aver continuato a vivere nel quadro di società di caccia e raccolta, con gli inconvenienti del caso, magari estinzione compresa, ma potenzialmente con compensazioni che – ammettendo solo per metafora che si sia mai trattato di una scelta autocosciente del tipo di quella con cui siamo oggi confrontati noi nel passaggio al Terzo Uomo – evidentemente dovevano in qualche modo risultare sufficienti e soddisfacenti per gli interessati. Ugualmente legittima è la scelta della “società fredde”, che hanno assunto modi di vista post-neolitici, ma fondati e dati una volta per sempre, e costantemente ripetuti senza variazioni per migliaia di anni. Più complicato il problema delle società cosiddette “in preda alla storia”, tipicamente le grandi civiltà ed imperi extraeuropei, ma esistono qui indizi sempre più estesi che il loro ciclo di sviluppo sia stato innescato praticamente nella totalità dei casi da una complessa dialettica di imitazione, contrapposizione o rielaborazione di modelli indoeuropei e proto-indopeuropei con cui sono invariabilmente venute a contatto.
Ora, si potrebbe certo dire che gli indoeuropei (e più generalmente gli europei) sono stati “superiori” perché hanno avuto successo; ma anche questo è un criterio di giudizio culturalmente condizionato, inerente ad un sistema di valori fondato intorno al tema della “gloria che non muore” (tema del resto progressivamente imbastardito, sino alle varianti del “successo” mercantilistico ed occidentale), che come tale può essere del tutto irrilevante o financo incomprensibile per un indio amazzonico.
Così, la ricerca del superamento di sé, o l’istinto di vivere sino in fondo il destino tragico dell’uomo, non sono categorie obbligatorie o universali che sanciscono una superiorità intriseca dell’homo europaeus, se non appunto nella prospettiva di quest’ultimo. O meglio: di una possibile prospettiva di quest’ultimo, dato che è dall’Europa che è nata in fondo anche la negazione integrale di tutto ciò, ovvero il sistema dell’omologazione universale, della fine della storia e del ritorno ad una condizione edenica e pacificata che è in fondo addirittura pre-umana.

3 - Tu sei il primo a riconoscere che le nuove tecnologie, manovrate dalle multinazionali in base ad esclusivi interessi privati e a breve termine, possano dar luogo ad esiti “disumani”. Eppure, dici, tale sbocco decisamente non auspicabile non ha a che fare con le tecniche in sé ma con l’uso che se ne fa. Il che ci può stare. Ma in sede pratica, dovendo prendere una concreta presa di posizione politica, si dovranno far i conti con la situazione attuale (che è appunto l’universo mercantilistico dominato dalle multinazionali), non con un’eventuale scenario “archeofuturista”. D’accordo, le biotecnologie possono anche servire alla “rigenerazione della storia”; ma, oggi come oggi, la direzione intrapresa resta quella opposta. Non si dovrebbe innanzitutto fronteggiare questo tipo di situazione? Seguendo i tuoi consigli non corriamo il rischio di accelerare una fine certa in nome di un “nuovo inizio” auspicabile ma realisticamente non rintracciabile nell’orizzonte immediato?
La fine, l’esplosione del “vecchio mondo” è il presupposto certo perché esista la possibilità stessa di un nuovo inizio.
D’altro canto, a differenza degli Apostoli o di Marx – ma in un certo senso anche di Faye, che mostra di credere nell’ineluttabilità delle “catastrofi” (scientifiche, economiche, sociali, ecologiche, etc.) a venire – io non credo però che tale fine sia ineluttabile. Io piuttosto vedo (e pavento) la fine della storiacome un “finire eterno e mai concluso”, una sorta di possibile “cristallizzazione asintotica” della modernità, ma in una chiave diversa e del tutto estremizzata rispetto a quella che abbiamo sinora conosciuto; ovvero nelle vesti della definitiva affermazione del “sistema per uccidere i popoli”.
In effetti, alcuni processi non sono utilmente invertibili, il potere dell’uomo su se stesso e sul proprio ambiente non può essere dismesso, l’”abisso” di una possibile alternativa alla costante rimozione freudiana di tale potere si è già aperto nel Novecento e può essere mantenuto chiuso, a scanso che qualcuno ci guardi dentro di nuovo, solo con una pressione costante. Tale pressione, per essere efficace, deve necessariamente sfociare da un lato in un controllo sociale totale, dall’altro all’affidamento a meccanismi sempre più impersonali e “razionali” del governo del Sistema, che possano prevenire e vanificare qualsiasi tentazione di prendere in mano il proprio destino. Già si sta verificando ad esempio lo svuotamento progressivo delle formali “libertà” e garanzie individuali (in nome di esigenze tanto diverse quanto l’impedire il trattamento dei dati personali altrui, il contrasto preventivo ad attacchi batteriologici o informatici, l’ostacolare la circolazione incontrollata delle opinioni e delle notizie); o la progressiva obliterazione, nello stesso senso, dei principi di non-ingerenza, di autodeterminazione, di legittimazione “elettorale” dei governi, etc., il cui mantenimento diventa sempre più incompatibile con la stabilità e necessaria globalità del Sistema.
Tutto ciò realizza certamente le promesse del Sistema stesso, ma in una chiave molto particolare, che quando percepita per quello che è non risulta troppo gradita neppure alle popolazioni massificate su cui questo insiste, e del resto incontra intrinseche contraddizioni difficilmente superabili. Oggi il Sistema si serve della tecnica, non può farne a meno, ne ha bisogno in dosi sempre maggiori, ma nello stesso tempo trova nella tecnica problemi, domande cui non ha la possibilità di dare risposta. In questo senso, sono i tentativi proibizionisti, la limitazione alle ricerche, il restringimento alla circolazione di informazioni, le proposte ad esempio di “congelare” forzosamente gli investimenti in GNR (genetica, nanotecnologia, robotica), i tentativi di “regolamentare” Internet, che esprimono il tentativo di controllare le contraddizioni suddette in vista della “cristallizzazione” di cui sopra. Fukuyama d’altronde non parla più della fine della storia, ma del “nostro futuro post-umano”. Lo fa naturalmente per scongiurarlo, se ancora possibile; ma trovo che, per chi non la pensa come lui, il suo pessimismo attuale sia solo confortante.
Ed in effetti la “fine della storia” è una scommessa che può essere vinta solo globalmente, perché ben sappiamo cosa succede a chi dalla storia esce unilateralmente, ad esempio in forza della sua preferenza per i giavellotti rispetto alle armi da fuoco, o per la caccia e raccolta rispetto all’agricoltura. Anche un solo paese indipendente (il che significa con un’effettivo potere di fare ciò che crede all’interno dei propri confini, innanzitutto da un punto di vista tecnico) diventa così sempre più una minaccia inaccettabile: in termini militari, economici, culturali, di esempio, etc.

4 - Per quanto faustiano tu non auspichi, ovviamente, la distruzione dell’intero patrimonio ambientale. Anzi, lasci intendere che al di là delle utopie neo-pastorali è possibile un’ecologia post-moderna ed archeofuturista, non regressiva e reazionaria. Un’ecologia che non rifiuti la tecnica ma anzi la incrementi per giungere a forme innovative di riqualifica ambientale. Puoi ampliare il discorso e delineare per sommi capi le linee direttive di un’ecologia così intesa?
Ritenere che l’uomo possa allo stato attuale distruggere o sterilizzare il pianeta attraverso l’inquinamento chimico e fisico, un esperimento andato male, o una guerra nucleare totale, è un allarmismo eccessivo, financo presuntuoso. Potrebbe d’altronde, senza neanche sforzarsi troppo, creare problemi di ordine inferiore, ma che immaginiamo molti possano considerare comunque fortemente indesiderabili, come l’estinzione della maggiorparte dei mammiferi, specie umana compresa, diciamo sulla scala delle grandi estinzioni della fine del Cretaceo, che vengono oggi attribuite ad un grosso meteorite ed alle conseguenze fisiche, chimiche e climatiche del suo impatto con la Terra.
Ora, l’ecologia è (o dovrebbe essere) una scienza, in particolare la scienza degli equilibri bio-ambientali e delle complesse interrelazioni su cui si basano. Come tale finisce inevitabilmente per fondare una tecnica, ovvero un insieme di conoscenze utili non solo ad osservare ciò che succede, ma ad intervenire deliberatamente ed efficacemente su tali equilibri, per modificarli, trasformarli, riorganizzarli nella direzione voluta.
Certo, l’oggetto dell’ecologia è incredibilmente complicato (ad esempio, sul piano della comprensione dei processi biologici o della potenza di calcolo) ed ha ragionevolmente indotto in passato l’idea che funzione principale dell’ecologia fosse saperci dire che cosa in particolare era pericoloso “toccare”.
Oggi, d’altronde, il problema di “toccare” o “non toccare” non si pone neppure. Non esistono praticamente più spazi sul pianeta che non siano stati irreversibilmente alterati dalla presenza umana. E ciò non è che il compimento di un processo millenario. Il disboscamento dell’Italia centrale o l’eliminazione di alcune specie di predatori dalla regione non risale alla rivoluzione industriale, ma ad epoca preromana, o addirittura alla prima diffusione dell’agricoltura nella regione. Rispetto a tale situazione, il passaggio al Terzo Uomo significa semplicemente questo: il primo uomo viveva immerso nell’ambiente naturale, il secondo uomo doveva tenere conto delle conseguenze della sua presenza su tale ambiente, il terzo vive integralmente in un ambiente integralmente culturale, dei cui equilibri, compatibilità con la vita umana, ed aspetto è integralmente responsabile, nel senso che non possono più che dipendere esclusivamente da lui e da scelte deliberate al riguardo. Se l’ambiente davvero “naturale” è scomparso per sempre, almeno sul nostro pianeta, un parco o un giardino sono altrettanto artificiali di una fabbrica irta di ciminiere o di un tempio, e come questi ultimi possono venire in esistenza, o mantenersi, soltanto a condizione che esista una volontà politica in tal senso ed una capacità tecnica che tale volontà possa efficacemente applicare. In questo senso, il degrado ambientale e le catastrofi ecologiche sono esattamente un sottoprodotto del passaggio dal secondo uomo al terzo – e dell’illusione del Sistema di potersi affidare a meccanismi impersonali e “razionali”, di tipo ad esempio giuridico ed economico.
Non sono invece di per sé un sottoprodotto della tecnica, o risolvibili attraverso una limitazione delle sue applicazioni: non c’è bisogno di sottolineare le conseguenze catastrofiche che si produrrebbero se mai la popolazione mondiale attuale decidesse di tornare a riscaldarsi con il fuoco di legna – certo carico di significati simbolici, tradizionali e psicologici positivi – o ad esempio di vivere di caccia di animali selvatici. Più risaliamo nel tempo, e più le economie tradizionali ci appaiono economie di spoglio, che potevano utilizzare l’ambiente come una risorsa inesauribile unicamente in rapporto a densità di popolazione inferiori di interi ordini di grandezza rispetto a quella attuale. Al contrario, è possibile immaginare che l’ambiente sia progressivamente sempre più plasmato dalla tecnica in funzione di un progetto deliberato al riguardo, che del resto potrebbe legittimamente porsi mete ben più ambiziose dell’assicurare meramente condizioni di sopravvivenza alla specie umana, e coltivare ad esempio il mantenimento della biodiversità o la creazione di ecosistemi ricchi e differenziati come fine in sé, per ragioni ad esempio simboliche, affettive o estetiche, che ben possono imporre di conservare in vita specie in via di estinzione, magari per cause del tutto naturali (nei limiti appunto in cui qualcosa di naturale tuttora esista), o addirittura far rivivere specie già estinte, o crearne di nuove, dopo migliaia di anni che l’agricoltura e l’allevamento riducono per le proprie esigenze il numero di linee genetiche nel materiale biologico trattato e restringono progressivamente il campo della biologia selvatica. In questo senso, non a caso il film più antifaustiano degli ultimi trent’anni è Jurassic Park, che non rappresenta una megalopoli di vetro, acciaio e plastica, ma la ricreazione ed il dispiegamento, sia pure in chiave di sfruttamento american-disneyano, di una “natura” potenziale ed ancestrale ri-attualizzata dall’intervento umano.
Il limite estremo di questo discorso è la possibilità di progetti di terraforming (o “terraformazione”), ovvero progetti millenari volti a trasformare le condizioni ambientali e creare intere ecologie – tipicamente in vista di un insediamento o comunque di una fruizione umani – al di fuori della biosfera terrestre.

5 - Nei tuoi scritti emerge con chiarezza un esplicito richiamo alle radici indoeuropee come perenne fonte di ispirazione, le cui suggestioni andrebbero comunque radicalmente innovate in chiave post-moderna. Specularmente, è altrettanto onnipresente l’idea che il giudeo-cristianesimo sia l’origine mitica della tendenza storica egualitaria oggi in fase “sintetica”. E tuttavia è innegabile che, ad esempio, nel pensiero greco siano centrali i ben poco faustiani riferimenti al “giusto mezzo”, alla “temperanza”, alla condanna olimpica del “prometeismo”, così come, viceversa, diversi analisti hanno sottolineato come il cristianesimo, “disincantando” il mondo, sarebbe all’origine dello sviluppo delle tecniche moderne. Le tue tesi futuriste sulle biotecnologie appaiono, in quest’ottica, molto più “cristiane” che “pagane”. Che ne dici?
In realtà, titanismo, prometeismo, eversione, sono concetti la cui valenza cambia radicalmente a seconda del contesto in cui sono immersi, del tipo di “ordine cosmico” che vanno a contestare.
Analizziamo in particolare il mito di Prometeo. E’ assolutamente pacifico che il mito di Prometeo era percepito dagli Elleni in modo del tutto diverso da come è stato poi ripreso in ambito romantico, ed infine sovrumanista, perché i Greci si identificavano con il loro dei, ed era probabile che i loro eventuali moti di solidarietà li riservassero semmai all’aquila condannata a divorare il fegato del prigioniero per l’eternità. Ma cosa rappresenta davvero, letteralmente, il titano?
L’eterno ritorno, da fonti oscure, immemoriali e telluriche, di una religiosità anteriore e soggiogata, che appunto ritorna ad ergersi per strumentalizzare, rubare, adulterare la “folgore”, il “fuoco”, del nuovo ordine olimpico, o come Lucifero la “luce”, ed asservirli a scopi perfettamente blasfemi. E rappresenta naturalmente un monito quanto al fatto che contro tutto ciò bisogna costantemente vegliare, perché malgrado ogni vittoria riportata l’ordine umano e cosmico non sarà mai integralmente realizzato o perennemente garantito.
Ora, bisogna essere davvero ideologicamente accecati per non vedere come il significato del mito si rovesci simmetricamente quando è esattamente “la religione degli Elleni”, il paganesimo indoeuropeo, che a sua volta viene a ritrovarsi nel ruolo di religiosità precedente e sconfitta, eppure destinata eternamente a ritornare, a fronte di una nuova tendenza storica che ne ha vittoriosamente strumentalizzato e distorto i portati, sino a giungere addirittura ad un’egemonia planetaria. Ciò fa sì che la ribellione prometeica cambi del tutto di senso, e possa diventare la bandiera di coloro che la denunciavano - o meglio, dei loro eredi. Così, prima confusamente per i romantici – non escluso quanto del romanticismo finirà in sogni di palingenesi escatologica certo, ma comunque di marca egualitaria (“il proletariato che scuote le sue catene”) –, poi più decisamente con il sovrumanismo, per giungere sino agli espressi richiami di Faye nell’appendice al mio libro che stiamo commentando, Prometeo diventa una speranza, una promessa, un esempio; anzi, diventa il simbolo stesso del destino tragico dell’uomo e di chi ritiene di incarnarlo.
D’altronde, come diceva Friedrich Nietzsche [alias, alias], “non tornano i Greci”. La desacralizzazione, il “disincantamento” del mondo, per quanto possa suscitare la nostra avversione, si è compiuto. Anzi, con la morte del Dio giudeocristiano sono definitivamente morti anche gli dei pagani che la sua presenza manteneva indirettamente ed inevitabilmente in vita, come una sorta di “antitesi relativa”. Dopo duemila anni di civiltà occidentale, dopo l’instaurazione di un Sistema planetario, un “nuovo inizio” non potrebbe essere immaginato semplicemente come un altro ciclo (del tipo “dottrina delle quattro età), e neppure come una nuova civiltà spengleriana: è Spengler stesso ad escluderlo, ad esempio in L’uomo e la macchina (noto anche come Ascesa e declino della civiltà delle macchine [versione originale]). Per questo è necessario, per richiamarsi ad un’origine esemplare, riferirsi a qualcosa di tanto lontano e tanto radicale quanto la rivoluzione neolitica, e la “magia superiore” con cui gli indoeuropei se ne sono fatti signori.
Il giudeocristianesimo, e più in generale la “civiltà occidentale” che è nata con il suo avvento in Europa, fa irrevocabilmente parte del nostro passato. Non è il passato di cui il sovrumanista rivendica l’eredità, è un passato (e un presente) che combatte e vuole superare. Ma sa anche che tentativi di rimozione freudiana non condurrebbero ad altro che al “ritorno del rimosso”, non ci porterebbero ad altro, come nella famosa espressione di Santayana, che a finire per riviverlo. Per questo il sovrumanista è post-cristiano e post-moderno, non pre-cristiano; non è “pagano, ma neopagano. Come dice Heidegger, nella mezzanotte del mondo, sulla “linea di confine”, a pena di ricadere nel nichilismo non possiamo fare altro che tendere le orecchie per sentire il richiamo dei nuovi dèi che ci chiamano al di là della linea dell’alba. Oggi, d’altronde, come esplicitamente indica Nietzsche in Così parlò Zarathustra [versione italiana Web, versione originale Web] nel momento in cui l’uomo è chiamato ad ereditare la terra questi “nuovi dèi” non potremo che essere noi stessi, non potranno che essere il frutto di una nostra creazione cosciente, di una nostra scelta per il “superuomo” contro l’ “ultimo uomo”.
Quanto a ciò che Faye chiama la “tecnoscienza”, dato che nulla di simile si è prodotto in altre zone su cui le religioni del Libro sono venute ad insistere, dobbiamo certamente considerarla come un frutto della repressione operata dalla tendenza giudeocristiana sull’inconscio collettivo europeo, un altro essendo ad esempio rappresentato da tutta la grande avventura della musica tonale. D’altronde, è perfettamente vero che senza cristianesimo niente Bach, Beethoven e Wagner; niente Linneo e Heisenberg, Marconi e von Braun. Oggi, è il “fuoco” di questa eredità complessa che il sovrumanista vuole titanicamente fare suo ed appiccare al Walhalla egualitario, perché si compia il crepuscolo degli idoli [versione originale] contemporanei già annunciato da Nietzsche. Del resto, l’esperienza storica del secolo scorso ci mostra come ripensare e dispiegare le potenzialità della tecnica moderna sia un passo obbligato di qualsiasi possibile sogno di libertà e di potenza; e come tale ripensamento possa sprigionare una prodigiosa accelerazione della potenza tecnica stessa.

Adriano Scianca